Spesso
ho partecipanti a corsi di leadership che sostengono di essere dei leader.
Di solito a questi rispondo che non sono leader, ma manager preposti alla
leadership, che è cosa ben diversa. Il leader deve avere autorevolezza,
il manager ha l’autorità. Martin Luther King, Gandhi, John
Fitzgerald Kennedy sono leader, persone che si facevano seguire. Sentendo
questi nomi, una volta mi hanno detto: “bravo, begli esempi, hanno
sparato a tutti e tre. Lo faccia lei il leader!”.
Questa è l’ironia che attecchisce nelle aziende. In altri
casi invece l’ironia è esercitata involontariamente: ci sono
persone che non si rendono conto di far ridere. Un dirigente di un’impresa
che partecipava a un corso sul team building (cioè su come si gestisce
un gruppo di lavoro) una volta, alla fine della prima mattinata di formazione,
esordì dicendo: “Il corso è bello ma io devo andare,
purtroppo non posso lasciare soli i miei dipendenti. Devo tornare perché
dopo una ristrutturazione aziendale, mi hanno affidato un gruppo di deficienti”.
Due possono essere i motivi per cui il dirigente ha avuto questo gruppo
di dipendenti: o perché è considerato un grande leader che
li possa ricondizionare, facendoli diventare valide risorse umane, oppure
perché hanno visto in lui il capo ideale. Io apprezzo invece quelli
che in azienda delegano, quelli che non hanno la sindrome tipicamente
italiana d’indispensabilità. Non contento, questo stesso
manager - sentendosi forse un po’ in colpa - mi chiese “Bertolino,
lei il pomeriggio dice cose interessanti?”. Al che io, pensando
che fosse ironico, risposi: “No. Il pomeriggio l’ho dedicato
tutto alle cazzate. Non lo dica agli altri, perché se no vanno
via tutti”. Lui, uscendo, mi guardò e mi bisbigliò
di non aver detto niente a nessuno. Questo è un tipico caso di
persona che, pur mancando di ironia, la fa involontariamente.
Ironia e dintorni
Partirei provocatoriamente da cosa non è l’ironia. I contrari
che ho trovato sullo Zingarelli sono: serietà, severità,
austerità. Diciamo che Dio non è ironico. È serio,
severo, austero. C’è forse qualche piccolo episodio in
cui l’evangelista avrebbe potuto aggiungere dell’ironia.
Nella storia del figliol prodigo, per esempio, si sarebbe potuto mettere
un finale col parere del vitello grasso. Invece non c’è
neanche una riga sulla fine che ha fatto il vitello imprecando al rientro
del figliol prodigo. Forse Dio non se lo può permettere, perché
è un punto di riferimento e il ruolo non glielo consente.
Vediamo i sinonimi di ironia: derisione, scherno, satira, causticità,
sarcasmo. Risalendo all’etimologia della parola sarcasmo, ci accorgiamo
che in greco sarkazein voleva dire “lacerare le carni”;
c’è una sfumatura di cattiveria, un desiderio di fare male.
Non a caso in italiano la parola indica l’ironia amara, o pungente,
mossa da animosità personale verso qualcuno o da personale amarezza.
Nel sarcasmo non c’è ironia, c’è piuttosto
un attacco diretto verso qualcuno. Sarcastico è uno che dice
- pensando di essere spiritoso - “agli immigrati spariamogli una
cannonata”. Per me questo non solo è sarcastico, ma anche
deficiente. Se poi questo signore è ministro delle Riforme Istituzionali,
il suo sarcasmo in quella funzione mi spaventa, come mi atterrisce quando
propone, usando l’ironia, di mettere Gentilini, ex sindaco di
Treviso, come commissario per gli immigrati. Allora perché non
proporre Menghele alla Sanità?
Su queste cose lo scherzo non è ammesso, perché si va
a toccare gli altri; siamo all’antitesi dell’ironia.
Andiamo oltre e passiamo alla parola derisione, che viene da de-ridere,
cioè ridere di qualcosa o qualcuno, schernire, dileggiare. Il
comico spesso è visto come derisore, o viene deriso per la sua
deformità. Quando facevo i primi spettacoli mi trovavo di fronte
delle persone che non mi accettavano. Nei locali mi chiedevano “Lei
è quello della SIAE? Non abbiamo omaggi”. Non pensavano
potessi essere il comico. La mia faccia risultava più simile
a quella di un impiegato. Il comico, nell’accezione comune, doveva
essere deforme, un po’ grasso, oppure molto magro, o con il naso
grosso, doveva avere insomma qualcosa di esteticamente buffo. Anche
la derisione non è ironia. È facile pensare di fare ironia
sui politici deridendone l’aspetto fisico. Io, quando imito Fassino,
non faccio ironia, ma derisione: mimo la sua faccia, la sua espressione
sofferta da quaglia malata, da uomo che ti viene voglia di adottare
più che di votare. Vedendolo a “Porta a Porta”, buttato
sul divano, la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) lo ha inserito
tra le specie protette [Dopo lo storno e il beccaccino non si può
sparare al Fassino]. Io, capendo che diventava un dileggio, ho cercato
di contattarlo per sapere se gli dava fastidio. Ero disposto a non riproporre
questa imitazione, che tra le altre cose non rientra nel mio stile.
Fassino non ha mai risposto, forse perché privo di ironia. Forse
perché fa parte di un apparato in cui chiunque faccia satira
va tenuto fuori dalle dinamiche di partito. Il partito è serio,
ed infatti, essendo serio, rimane all’opposizione.
L’umorismo invece è definito dallo Zingarelli come un modo
intelligente, sottile e ingegnoso di interpretare la realtà,
ponendone in risalto gli aspetti e i lati insoliti, bizzarri e divertenti.
Tornando alle aziende, molti capi che si sentono ironici sono umoristi
o derisori? Lascio queste interrogative retoriche che funzionano sempre;
la gente poi ci pensa a casa, alcuni rispondono l’indomani.
L’umorismo è un dono, non ce l’hanno tutti. Tommaso
Moro in una preghiera dice: “Signore, dammi il dono di saper ridere
di uno scherzo, affinché io sappia trarre un po’ di gioia
dalla vita e possa farne parte anche gli altri. Signore dammi il senso
dell’umorismo!”.
L’umorismo poi è soggettivo. C’è un umorismo
che piace e uno che può non piacere. Una volta in aeroporto ho
incontrato una signora che mi ha detto: “Sa che lei non mi piace?”
ed io ho risposto: “Neanche lei, signora”. Lei ha espresso
un parere e io ho espresso il mio. C’è poi qualcuno che
ti dice “Lei è bravo, davvero bravo, però mi piace
di più quell’altro”. E lì, se hai un minimo
di autostima, ti arrabbi.
Passiamo alla satira, che è ancora un’altra cosa. Orazio
scrive “Eupoli, Cratino e Aristofane, i poeti che furono gli autori
della commedia antica, chi meritava di essere preso di mira perché
disonesto, ladro o adultero o sicario o infamato per qualche altra ragione,
lo colpivano in piena libertà”. (IV Satira). La satira
è dura, va a colpire l’ideale, non deve andare invece contro
la persona. Dire che Berlusconi è piccolo e pelato o che Fassino
è alto e magro è facile, bisogna avere il coraggio di
andare ad attaccare l’ideale, non l’uomo.
La satira può essere al servizio del potere o ,viceversa, può
andare contro il potere; l’ironia invece non è al servizio
di nessuno. La satira è stata usata per esempio da Beppe Grillo
che dal palco del Festival di San Remo diede la prima cannonata ai socialisti.
Poi loro ne diedero due a lui, facendolo scendere dal palco e mai più
risalire. Grillo applicò la satira per andare a cannoneggiare
una sorta di regime. Chiudo citando la definizione di satira che ci
offre Peter Berger, in Homo ridens (Mulino, 1999) e cioè “l’utilizzo
deliberato dell’umorismo per finalità aggressive”.
Dialettica e dissimulazione
Andiamo infine a definire che cos’è l’ironia. Viene
dal greco eironeia, da eiron, letteralmente “colui che interroga
(fingendo di non sapere)”. Come la Boccassini, che interroga con
una predisposizione a creare il martire; è un errore probabilmente
tipico di una certa magistratura.
L’ironia è una “svalutazione eccessiva, reale o simulata
di se stessi, del proprio pensiero o della propria condizione: ironia
socratica quella con cui Socrate, fingendo ignoranza, interrogava il
suo interlocutore per condurlo alla ricerca della verità, dopo
essersi spogliato delle proprie false certezze”. È bello
quando qualcuno ammette di non sapere una cosa. È irritante invece
la frase classica “lei mi insegna”, che equivale a dire
“lei non mi insegna niente, lei è un imbecille”.
Io sull’imbecillità ho una mia teoria: è meglio
essere imbecilli consapevoli che imbecilli inconsapevoli. Se uno per
strada ti viene a dire “lo sa che lei è un imbecille?”
e tu rispondi “Certo, me ne vanto” lo disarmi. Se invece
sei tra i presuntuosi, gli altri lo diranno alle tue spalle. Allora
è meglio conoscere la propria imbecillità prima (a me
lo hanno detto subito, per cui me ne sono fatto una ragione da piccolo).
Socrate, attraverso l’ironia, che è quindi una forma particolare
di dialettica, confuta le convinzioni dell’interlocutore. L’ironia
in questo caso è finzione, perché fingi di non sapere
ed invece sai. Gli altri devono percepirlo con un distinguo molto sottile.
A Socrate poi l’hanno fatta pagare, non se l’è cavata
molto bene. Gli hanno dato una tisana per dimagrire. Ed in effetti è
dimagrito, o meglio è rimasto steso; è stato ucciso perché,
come lui stesso diceva nelle ultime ore, aveva cercato di essere ironico.
Anche nelle Nuvole di Aristofane c’è un attacco contro
di lui.
Allo stesso modo, oggi, molti nelle aziende vengono “mobbizzati”,
perché ironici. Il mobbing colpisce anche le persone intelligenti
e ironiche, anzi soprattutto quelle. Se poi sono ironiche con autostima,
se ne fanno una ragione e campano; lo stesso, se invece hanno un momento
di cedimento o di difficoltà, subiscono pesantemente la situazione
e ne va di mezzo la loro vita privata. Per questo il mobbing è
uno strumento che andrebbe portato in tribunale, in alcuni casi ci stiamo
riuscendo, in altri purtroppo no. Il mobbing è violento, proprio
perché va a toccare la persona e la emargina. Una volta il mobbing
era l’azione di un gruppo di persone che, lavorando bene, si coalizzavano
contro il “fancazzista” (cioè quello che non ha voglia
di lavorare). L’atteggiamento ostile perdurava finché la
persona non era costretta ad andarsene. Secondo la mia percezione aziendale
oggi siamo all’opposto. Cioè ci sono molti “fancazzisti”,
che vedendo uno che impegnandosi alza i livelli di aspettative degli
altri, lo isolano e lo “segano” con un lavoro di cesello.
Neanche il Piranesi faceva dei lavori così precisi.
Procedendo con un’altra definizione, diciamo che l’ironia
è una dissimulazione più o meno derisoria del proprio
pensiero con parole non corrispondenti ad esso: parlando con sottile
ironia, ci fece comprendere quanto fossimo inopportuni. Ci sono dei
casi in cui uno tenta di dissimulare il proprio pensiero, ma non ci
riesce. Una volta un prestigioso direttore di banca, amato da tutti
finché la banca andava bene e poteva erogare benefits, in una
situazione di crisi tentò di dissimulare in maniera un po’
derisoria un pensiero abbastanza difficile da spiegare allo staff: cioè
che ci sarebbero state riduzioni, che le promozioni sarebbero state
sospese e che non ci sarebbe stato più tutto quello che era stato
promesso anni prima. Lo fece con l’uso della metafora, addentrandosi
in un campo non suo. Andammo ad una cena in un ristorante a Siziano
(vicino a Pavia), frazione Campo Morto, nei pressi del cimitero; e già
la scelta del ristorante fu indicativa. Eravamo tutti intorno al tavolo,
ci portarono del gelato flambé, un gelato con uno zuccherino
incendiato, una specie di lumino, un fuoco fatuo. Mentre tutti, col
gelato davanti, sembravamo morti o meglio lapidi viventi, lui, dopo
aver richiamato la nostra attenzione, tentò la sottile ironia:
“Volevo dire a tutti quanti di non preoccuparsi, ma la situazione
di mercato è cambiata. Cosa deve fare un bravo giardiniere quando
l’albero non dà più frutti?” La vera ironia
fu di un mio collega che alzandosi disse “Concimare!” Insomma
il direttore fece capire che qualcuno se ne sarebbe dovuto andare. E
così fu, in effetti. Lui per primo venne trasferito a Dubai e
forse ancora oggi vaga per il deserto nel tentativo di fare banca con
i beduini.
L’ironia possiamo anche valutarla come una figura retorica che
consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa, cioè
l’antifrasi. Per esempio è un’antifrasi quando si
dice: “Hai ragione!” per indicare che hai torto, oppure:
“Come sei pulito!” per dire che sei sporco. Poi ci sono
le false antifrasi. Per citare qualche caso più attuale: “Meriterei
una medaglia” (Silvio Berlusconi); “Con il referendum non
ho perso io ma la sinistra intera!” (Fausto Bertinotti…al
4% con Rifondazione); “Prodi deve essere a capo dell’Ulivo”
(Massimo D’Alema). È chiaro che sono false antifrasi: come
fa D’Alema a dire questo se Prodi lo ha cacciato proprio lui?
A queste cose di solito la gente reagisce. Tuttavia le persone ci credono
quando sono dette bene, con stile.
Gli asparagi e l’immortalità dell’anima
Per concludere, credo si possa affermare che il potere non accetta l’ironia
perché evidenzia il Nulla su cui esso troppo spesso si fonda.
E’ una questione che, lungi dall’essere solo metafisica,
riguarda da vicino chi governa le organizzazioni. Sempre più
spesso, infatti, si afferma che compito primario del management è
il cosiddetto sensemaking, il costruire un significato intorno al quale
converga l’impegno di tutti.
Purtroppo, il compito di guidare l’impresa anche sotto il profilo
emotivo, simbolico e psicologico in genere viene svolto dai manager
meramente elaborando formule retoriche di cui infarcire i propri discorsi
alla truppa e con cui blandire gli stakeholders. Magari con l’aiuto
di società di consulenza specializzate nel trasferire da una
azienda all’altra luoghi comuni e banalità assortite, del
tipo “la qualità e la centralità delle risorse umane
non è un punto di arrivo, ma il punto irrinunciabile di partenza
per costruire le sorti magnifiche e progressive della nostra Società”.
Nel corso degli anni ’90 questa situazione ha dato corso ad una
vera e propria moda manageriale: documenti quali vision, mission, business
credo, carte valoriali sono apparsi come funghi dopo una notte di pioggia
nei luoghi più disparati: dalle grandi imprese alle pubbliche
amministrazioni, dalle aziende sanitarie locali alle associazioni, dalle
società di consulenza alle banche. Raramente hanno lasciato il
segno, in termini di accrescimento del tasso di fiducia interna, aumento
della employees satisfaction, rafforzamento della credibilità
del management, tutte cose cui sono risultati connessi come gli asparagi
all’immortalità dell’anima, per dirla con Achille
Campanile. Non diversamente dai funghi di cui sopra, sono stati presi,
cotti, mangiati ed evacuati, talvolta provocando spaventosi mal di pancia,
seppure quasi mai risultando letali, proprio per la loro intrinseca
inconsistenza.
Come tutte le mode, con il tempo anche quella della vision ha perso
un po’ di smalto: ma solo per essere sostituita da più
sofisticati apparati formulaici. Si fa così un gran parlare di
Corporate Social Responsability, con tutto il seguito di Codici Etici,
Bilanci Sociali e dell’Intangibile, People Value Preposition,
e via discorrendo. Tutti strumenti che sarebbe importantissimo realizzare
per garantire uno sviluppo eticamente fondato dell’impresa. In
realtà, quello che è successo dallo scandalo Enron in
poi ha messo in luce che essi troppo spesso esprimono solo la rinnovata
vacuità della retorica manageriale, talvolta addirittura al servizio
di fini inconfessabili.
Si dirà: non si può fare di tutta l’erba un fascio,
si tratta solo di eccezioni, per quanto numerose. Sarà, pure
l’impressione è di trovarsi di fronte ad una di quelle
regole che, come insegna sempre Achille Campanile, essendo composte
da sole eccezioni, “sono confermatissime”.
Enrico Bertolino è attore e formatore.
Testo scritto in collaborazione con Marco Minghetti, autore del volume
L’impresa shakespeariana, Etas, 2002.
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