S3Studium
    Numero 19
  Ironia al potere o il potere dell’ironia
Enrico Bertolino
 
L’ironia è capacità di scherno, derisione, satira, causticità, sarcasmo. Insomma, è tutto ciò che non piace ai potenti
 
Spesso ho partecipanti a corsi di leadership che sostengono di essere dei leader. Di solito a questi rispondo che non sono leader, ma manager preposti alla leadership, che è cosa ben diversa. Il leader deve avere autorevolezza, il manager ha l’autorità. Martin Luther King, Gandhi, John Fitzgerald Kennedy sono leader, persone che si facevano seguire. Sentendo questi nomi, una volta mi hanno detto: “bravo, begli esempi, hanno sparato a tutti e tre. Lo faccia lei il leader!”.
Questa è l’ironia che attecchisce nelle aziende. In altri casi invece l’ironia è esercitata involontariamente: ci sono persone che non si rendono conto di far ridere. Un dirigente di un’impresa che partecipava a un corso sul team building (cioè su come si gestisce un gruppo di lavoro) una volta, alla fine della prima mattinata di formazione, esordì dicendo: “Il corso è bello ma io devo andare, purtroppo non posso lasciare soli i miei dipendenti. Devo tornare perché dopo una ristrutturazione aziendale, mi hanno affidato un gruppo di deficienti”. Due possono essere i motivi per cui il dirigente ha avuto questo gruppo di dipendenti: o perché è considerato un grande leader che li possa ricondizionare, facendoli diventare valide risorse umane, oppure perché hanno visto in lui il capo ideale. Io apprezzo invece quelli che in azienda delegano, quelli che non hanno la sindrome tipicamente italiana d’indispensabilità. Non contento, questo stesso manager - sentendosi forse un po’ in colpa - mi chiese “Bertolino, lei il pomeriggio dice cose interessanti?”. Al che io, pensando che fosse ironico, risposi: “No. Il pomeriggio l’ho dedicato tutto alle cazzate. Non lo dica agli altri, perché se no vanno via tutti”. Lui, uscendo, mi guardò e mi bisbigliò di non aver detto niente a nessuno. Questo è un tipico caso di persona che, pur mancando di ironia, la fa involontariamente.

Ironia e dintorni
Partirei provocatoriamente da cosa non è l’ironia. I contrari che ho trovato sullo Zingarelli sono: serietà, severità, austerità. Diciamo che Dio non è ironico. È serio, severo, austero. C’è forse qualche piccolo episodio in cui l’evangelista avrebbe potuto aggiungere dell’ironia. Nella storia del figliol prodigo, per esempio, si sarebbe potuto mettere un finale col parere del vitello grasso. Invece non c’è neanche una riga sulla fine che ha fatto il vitello imprecando al rientro del figliol prodigo. Forse Dio non se lo può permettere, perché è un punto di riferimento e il ruolo non glielo consente.
Vediamo i sinonimi di ironia: derisione, scherno, satira, causticità, sarcasmo. Risalendo all’etimologia della parola sarcasmo, ci accorgiamo che in greco sarkazein voleva dire “lacerare le carni”; c’è una sfumatura di cattiveria, un desiderio di fare male. Non a caso in italiano la parola indica l’ironia amara, o pungente, mossa da animosità personale verso qualcuno o da personale amarezza. Nel sarcasmo non c’è ironia, c’è piuttosto un attacco diretto verso qualcuno. Sarcastico è uno che dice - pensando di essere spiritoso - “agli immigrati spariamogli una cannonata”. Per me questo non solo è sarcastico, ma anche deficiente. Se poi questo signore è ministro delle Riforme Istituzionali, il suo sarcasmo in quella funzione mi spaventa, come mi atterrisce quando propone, usando l’ironia, di mettere Gentilini, ex sindaco di Treviso, come commissario per gli immigrati. Allora perché non proporre Menghele alla Sanità?
Su queste cose lo scherzo non è ammesso, perché si va a toccare gli altri; siamo all’antitesi dell’ironia.
Andiamo oltre e passiamo alla parola derisione, che viene da de-ridere, cioè ridere di qualcosa o qualcuno, schernire, dileggiare. Il comico spesso è visto come derisore, o viene deriso per la sua deformità. Quando facevo i primi spettacoli mi trovavo di fronte delle persone che non mi accettavano. Nei locali mi chiedevano “Lei è quello della SIAE? Non abbiamo omaggi”. Non pensavano potessi essere il comico. La mia faccia risultava più simile a quella di un impiegato. Il comico, nell’accezione comune, doveva essere deforme, un po’ grasso, oppure molto magro, o con il naso grosso, doveva avere insomma qualcosa di esteticamente buffo. Anche la derisione non è ironia. È facile pensare di fare ironia sui politici deridendone l’aspetto fisico. Io, quando imito Fassino, non faccio ironia, ma derisione: mimo la sua faccia, la sua espressione sofferta da quaglia malata, da uomo che ti viene voglia di adottare più che di votare. Vedendolo a “Porta a Porta”, buttato sul divano, la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) lo ha inserito tra le specie protette [Dopo lo storno e il beccaccino non si può sparare al Fassino]. Io, capendo che diventava un dileggio, ho cercato di contattarlo per sapere se gli dava fastidio. Ero disposto a non riproporre questa imitazione, che tra le altre cose non rientra nel mio stile. Fassino non ha mai risposto, forse perché privo di ironia. Forse perché fa parte di un apparato in cui chiunque faccia satira va tenuto fuori dalle dinamiche di partito. Il partito è serio, ed infatti, essendo serio, rimane all’opposizione.
L’umorismo invece è definito dallo Zingarelli come un modo intelligente, sottile e ingegnoso di interpretare la realtà, ponendone in risalto gli aspetti e i lati insoliti, bizzarri e divertenti. Tornando alle aziende, molti capi che si sentono ironici sono umoristi o derisori? Lascio queste interrogative retoriche che funzionano sempre; la gente poi ci pensa a casa, alcuni rispondono l’indomani.
L’umorismo è un dono, non ce l’hanno tutti. Tommaso Moro in una preghiera dice: “Signore, dammi il dono di saper ridere di uno scherzo, affinché io sappia trarre un po’ di gioia dalla vita e possa farne parte anche gli altri. Signore dammi il senso dell’umorismo!”.
L’umorismo poi è soggettivo. C’è un umorismo che piace e uno che può non piacere. Una volta in aeroporto ho incontrato una signora che mi ha detto: “Sa che lei non mi piace?” ed io ho risposto: “Neanche lei, signora”. Lei ha espresso un parere e io ho espresso il mio. C’è poi qualcuno che ti dice “Lei è bravo, davvero bravo, però mi piace di più quell’altro”. E lì, se hai un minimo di autostima, ti arrabbi.
Passiamo alla satira, che è ancora un’altra cosa. Orazio scrive “Eupoli, Cratino e Aristofane, i poeti che furono gli autori della commedia antica, chi meritava di essere preso di mira perché disonesto, ladro o adultero o sicario o infamato per qualche altra ragione, lo colpivano in piena libertà”. (IV Satira). La satira è dura, va a colpire l’ideale, non deve andare invece contro la persona. Dire che Berlusconi è piccolo e pelato o che Fassino è alto e magro è facile, bisogna avere il coraggio di andare ad attaccare l’ideale, non l’uomo.
La satira può essere al servizio del potere o ,viceversa, può andare contro il potere; l’ironia invece non è al servizio di nessuno. La satira è stata usata per esempio da Beppe Grillo che dal palco del Festival di San Remo diede la prima cannonata ai socialisti. Poi loro ne diedero due a lui, facendolo scendere dal palco e mai più risalire. Grillo applicò la satira per andare a cannoneggiare una sorta di regime. Chiudo citando la definizione di satira che ci offre Peter Berger, in Homo ridens (Mulino, 1999) e cioè “l’utilizzo deliberato dell’umorismo per finalità aggressive”.

Dialettica e dissimulazione
Andiamo infine a definire che cos’è l’ironia. Viene dal greco eironeia, da eiron, letteralmente “colui che interroga (fingendo di non sapere)”. Come la Boccassini, che interroga con una predisposizione a creare il martire; è un errore probabilmente tipico di una certa magistratura.
L’ironia è una “svalutazione eccessiva, reale o simulata di se stessi, del proprio pensiero o della propria condizione: ironia socratica quella con cui Socrate, fingendo ignoranza, interrogava il suo interlocutore per condurlo alla ricerca della verità, dopo essersi spogliato delle proprie false certezze”. È bello quando qualcuno ammette di non sapere una cosa. È irritante invece la frase classica “lei mi insegna”, che equivale a dire “lei non mi insegna niente, lei è un imbecille”.
Io sull’imbecillità ho una mia teoria: è meglio essere imbecilli consapevoli che imbecilli inconsapevoli. Se uno per strada ti viene a dire “lo sa che lei è un imbecille?” e tu rispondi “Certo, me ne vanto” lo disarmi. Se invece sei tra i presuntuosi, gli altri lo diranno alle tue spalle. Allora è meglio conoscere la propria imbecillità prima (a me lo hanno detto subito, per cui me ne sono fatto una ragione da piccolo).
Socrate, attraverso l’ironia, che è quindi una forma particolare di dialettica, confuta le convinzioni dell’interlocutore. L’ironia in questo caso è finzione, perché fingi di non sapere ed invece sai. Gli altri devono percepirlo con un distinguo molto sottile. A Socrate poi l’hanno fatta pagare, non se l’è cavata molto bene. Gli hanno dato una tisana per dimagrire. Ed in effetti è dimagrito, o meglio è rimasto steso; è stato ucciso perché, come lui stesso diceva nelle ultime ore, aveva cercato di essere ironico. Anche nelle Nuvole di Aristofane c’è un attacco contro di lui.
Allo stesso modo, oggi, molti nelle aziende vengono “mobbizzati”, perché ironici. Il mobbing colpisce anche le persone intelligenti e ironiche, anzi soprattutto quelle. Se poi sono ironiche con autostima, se ne fanno una ragione e campano; lo stesso, se invece hanno un momento di cedimento o di difficoltà, subiscono pesantemente la situazione e ne va di mezzo la loro vita privata. Per questo il mobbing è uno strumento che andrebbe portato in tribunale, in alcuni casi ci stiamo riuscendo, in altri purtroppo no. Il mobbing è violento, proprio perché va a toccare la persona e la emargina. Una volta il mobbing era l’azione di un gruppo di persone che, lavorando bene, si coalizzavano contro il “fancazzista” (cioè quello che non ha voglia di lavorare). L’atteggiamento ostile perdurava finché la persona non era costretta ad andarsene. Secondo la mia percezione aziendale oggi siamo all’opposto. Cioè ci sono molti “fancazzisti”, che vedendo uno che impegnandosi alza i livelli di aspettative degli altri, lo isolano e lo “segano” con un lavoro di cesello. Neanche il Piranesi faceva dei lavori così precisi.
Procedendo con un’altra definizione, diciamo che l’ironia è una dissimulazione più o meno derisoria del proprio pensiero con parole non corrispondenti ad esso: parlando con sottile ironia, ci fece comprendere quanto fossimo inopportuni. Ci sono dei casi in cui uno tenta di dissimulare il proprio pensiero, ma non ci riesce. Una volta un prestigioso direttore di banca, amato da tutti finché la banca andava bene e poteva erogare benefits, in una situazione di crisi tentò di dissimulare in maniera un po’ derisoria un pensiero abbastanza difficile da spiegare allo staff: cioè che ci sarebbero state riduzioni, che le promozioni sarebbero state sospese e che non ci sarebbe stato più tutto quello che era stato promesso anni prima. Lo fece con l’uso della metafora, addentrandosi in un campo non suo. Andammo ad una cena in un ristorante a Siziano (vicino a Pavia), frazione Campo Morto, nei pressi del cimitero; e già la scelta del ristorante fu indicativa. Eravamo tutti intorno al tavolo, ci portarono del gelato flambé, un gelato con uno zuccherino incendiato, una specie di lumino, un fuoco fatuo. Mentre tutti, col gelato davanti, sembravamo morti o meglio lapidi viventi, lui, dopo aver richiamato la nostra attenzione, tentò la sottile ironia: “Volevo dire a tutti quanti di non preoccuparsi, ma la situazione di mercato è cambiata. Cosa deve fare un bravo giardiniere quando l’albero non dà più frutti?” La vera ironia fu di un mio collega che alzandosi disse “Concimare!” Insomma il direttore fece capire che qualcuno se ne sarebbe dovuto andare. E così fu, in effetti. Lui per primo venne trasferito a Dubai e forse ancora oggi vaga per il deserto nel tentativo di fare banca con i beduini.
L’ironia possiamo anche valutarla come una figura retorica che consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa, cioè l’antifrasi. Per esempio è un’antifrasi quando si dice: “Hai ragione!” per indicare che hai torto, oppure: “Come sei pulito!” per dire che sei sporco. Poi ci sono le false antifrasi. Per citare qualche caso più attuale: “Meriterei una medaglia” (Silvio Berlusconi); “Con il referendum non ho perso io ma la sinistra intera!” (Fausto Bertinotti…al 4% con Rifondazione); “Prodi deve essere a capo dell’Ulivo” (Massimo D’Alema). È chiaro che sono false antifrasi: come fa D’Alema a dire questo se Prodi lo ha cacciato proprio lui? A queste cose di solito la gente reagisce. Tuttavia le persone ci credono quando sono dette bene, con stile.

Gli asparagi e l’immortalità dell’anima
Per concludere, credo si possa affermare che il potere non accetta l’ironia perché evidenzia il Nulla su cui esso troppo spesso si fonda. E’ una questione che, lungi dall’essere solo metafisica, riguarda da vicino chi governa le organizzazioni. Sempre più spesso, infatti, si afferma che compito primario del management è il cosiddetto sensemaking, il costruire un significato intorno al quale converga l’impegno di tutti.
Purtroppo, il compito di guidare l’impresa anche sotto il profilo emotivo, simbolico e psicologico in genere viene svolto dai manager meramente elaborando formule retoriche di cui infarcire i propri discorsi alla truppa e con cui blandire gli stakeholders. Magari con l’aiuto di società di consulenza specializzate nel trasferire da una azienda all’altra luoghi comuni e banalità assortite, del tipo “la qualità e la centralità delle risorse umane non è un punto di arrivo, ma il punto irrinunciabile di partenza per costruire le sorti magnifiche e progressive della nostra Società”.
Nel corso degli anni ’90 questa situazione ha dato corso ad una vera e propria moda manageriale: documenti quali vision, mission, business credo, carte valoriali sono apparsi come funghi dopo una notte di pioggia nei luoghi più disparati: dalle grandi imprese alle pubbliche amministrazioni, dalle aziende sanitarie locali alle associazioni, dalle società di consulenza alle banche. Raramente hanno lasciato il segno, in termini di accrescimento del tasso di fiducia interna, aumento della employees satisfaction, rafforzamento della credibilità del management, tutte cose cui sono risultati connessi come gli asparagi all’immortalità dell’anima, per dirla con Achille Campanile. Non diversamente dai funghi di cui sopra, sono stati presi, cotti, mangiati ed evacuati, talvolta provocando spaventosi mal di pancia, seppure quasi mai risultando letali, proprio per la loro intrinseca inconsistenza.
Come tutte le mode, con il tempo anche quella della vision ha perso un po’ di smalto: ma solo per essere sostituita da più sofisticati apparati formulaici. Si fa così un gran parlare di Corporate Social Responsability, con tutto il seguito di Codici Etici, Bilanci Sociali e dell’Intangibile, People Value Preposition, e via discorrendo. Tutti strumenti che sarebbe importantissimo realizzare per garantire uno sviluppo eticamente fondato dell’impresa. In realtà, quello che è successo dallo scandalo Enron in poi ha messo in luce che essi troppo spesso esprimono solo la rinnovata vacuità della retorica manageriale, talvolta addirittura al servizio di fini inconfessabili.
Si dirà: non si può fare di tutta l’erba un fascio, si tratta solo di eccezioni, per quanto numerose. Sarà, pure l’impressione è di trovarsi di fronte ad una di quelle regole che, come insegna sempre Achille Campanile, essendo composte da sole eccezioni, “sono confermatissime”.

Enrico Bertolino è attore e formatore.
Testo scritto in collaborazione con Marco Minghetti, autore del volume L’impresa shakespeariana, Etas, 2002.

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