Se si analizza la storia di tante aziende Internet, emergono caratteri
comuni, sia fra chi ha avuto successo, sia fra chi lo ha avuto per
un poco. Molte bolle e molte esplosioni si spiegano facilmente.
Vi racconto una storia. Non importa quanto vera. Serve solo a fare
pensare.
C’era una volta… un tipino che dopo anni ed anni d’attenta
osservazione della crescita del fenomeno Internet all’estero,
decide che è giunto il momento di costituire in Italia un’azienda
che la utilizzi al meglio. Allora non sapeva neanche spiegare di cosa
si trattava. Dopo dissero che era una Web Agency. Una bottega artigiana
un po’ raffinata, che costruisce, gestisce, si occupa della
manutenzione di siti per conto terzi. Avere l’idea è
importante. L’essenziale però è partire ed è
sempre difficile.
Difficile avere il coraggio ed un briciolo di sana follia.
Difficile spiegare a dei profani in cosa consista il business, perché
tutto è nuovo: prodotti, servizi, clienti, mercato, tecnologie.
Difficile – perché non si può mettere su un’azienda
da soli – trovare dei soci. Non perché debbano finanziare
l’impresa. La Rete non richiede soldi ma intelligenza, competenze,
capacità, insomma persone. Occorre trovarle e spendere il tempo
necessario per costruire con loro un rapporto di fiducia. Alla base
di tutto, di qualsiasi attività, c’è la fiducia.
Dunque servono mesi per spiegare, confrontare idee, esperienze, sensazioni
più o meno di pelle, cortocircuitando spesso cervello, pancia
e cuore. Si passa in modo continuo dal sogno – anche Bill Gates
ha cominciato così – alla realtà – dove
li troviamo i soldi per …., chi ci dà il primo contratto…,
serve una banca per… –, all’atteggiamento da killer
– che, qualunque cosa si dica o si pensi, dice sempre che non
funzionerà, che si sta sprecando solo tempo e denaro –.
Però questo modo di fare, l’indossare ciclicamente il
cappello da sognatore, da realista e da killer, consente di analizzare
il problema da punti di vista diversi. Si individuano i criteri decisionali
e si assegnano loro i rispettivi pesi. Vengono definite alternative
possibili, per poi scegliere quella “giusta”, o meglio
quella che si ritiene essere capaci di implementare. E così
nasce una società a responsabilità limitata. Una piccola,
tenera azienda che profuma di nuovo. Pochi soci con il necessario
mix di competenze.
I primi anni sono uguali per tutti. Pochi soldi, molte cose da mettere
a punto, investimenti da fare, persone da trovare, formare, assumere,
coccolare e fare stare bene. Le persone sono i gioielli della corona
e lo sanno. Difficili da trovare, facili da perdere, soprattutto se
sono brave.
Ci si organizza, si dividono i ruoli, si cercano e trovano clienti,
si acquisiscono commesse, si consegnano prodotti e servizi. Se si
è bravi, non serve pubblicità. Il motore della crescita
è il passa parola dei clienti soddisfatti.
La maggior parte dei soldi che si fanno viene investita nell’azienda
che lentamente impara a camminare e poi a correre e cresce, ha successo.
Nulla porta guai come il successo.
Inevitabilmente c’è quello o quella, il genere non conta,
che inizia ad avere voglia di avere più soldi in tasca. C’è
quello o quella che modifica storia e realtà e comincia a pensare,
e a dire, che l’azienda l’ha fatta lui, esiste solo per
merito suo, senza di lui non funziona nulla e dunque lui, o lei ovviamente,
merita più soldi rispetto agli altri, oppure più potere,
o entrambi le cose. Capita che si arrivi alla fatidica e ridicola
frase: “Non sai chi sono io…”.
Insomma, emergono attriti, motivi d’insoddisfazione. Di solito
uno dei fondatori, quasi sempre quello che per primo ha avuto l’idea,
assume un ruolo di mediatore. Fa tutto ciò che è in
grado di fare per tenere le cose più o meno in equilibrio.
Un quasi equilibrio, sempre molto instabile e che richiede attenzione
continua per essere conservato, che è però indispensabile
per fare andare avanti l’azienda, fare crescere il fatturato.
Se le cose sono state organizzate come si deve, cresce l’EBIT,
cresce il profitto. Fino a che le cose vanno bene, ovvero entrano
nuovi contratti, i clienti non si avvicendano più di tanto,
il mercato tira, i problemi sono di piccola dimensione. Gestibili
e risolvibili.
Nulla porta successo come il successo. Nascono invidie, arrivano competitori,
procacciatori vari, “complementatori” meno affidabili
che più, ed iniziano a cantare le sirene di Ulisse: i potenziali
acquirenti. Non di beni o servizi ma di tutta l’azienda.
Quando accade, tutto cambia. Ai soci fondatori viene l’acquolina
in bocca. Invece di accontentarsi dei dividendi annuali, si pensa
di avere una torta molto più grossa e subito.
Certo, occorre rinunciare ad essere proprietari dell’azienda
che si è fatto nascere e crescere. Da padroni ci si ritrova
a libro paga. Fa male ma non più di tanto. Il denaro è
un fantastico anestetico.
Poi si ha sempre la grande arroganza di pensare che, comunque, chi
acquista non potrà fare a meno di te. Sciocchezze. Come disse
l’Avvocato: “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile”;
e ancora: “In azienda comanda uno solo per volta”…
Per inciso, di solito detiene la maggioranza.
Comunque sia, se si è fatto il grande sbaglio – da evitare
accuratamente: chi ha l’idea ritenga sempre la maggioranza e/o
il controllo sicuro dell’azienda – di dividere le quote
dell’azienda in modo uguale fra i fondatori ed i fondatori sono
tre – altro enorme sbaglio – esiste la seria possibilità
che due di essi si alleino fra di loro e decidano, nonostante le proteste
del terzo – che di solito è proprio quello che ha avuto
l’idea e non vuole rinunciare alla sua creazione – di
vendere il tutto.
Accade assai spesso che l’acquirente sia qualcuno con il portafogli
bello gonfio e con la testa bella vuota. In altre parole, capisce
poco o nulla di quanto sta comprando, pur essendo convinto di capire
tutto. Debolezze umane.
L’importante per il detentore del portafoglio è che i
conti economici siano attraenti, la cassa ben rifornita i profitti
consistenti. Capita che i partner che vendono millantino crediti,
dichiarando che sono loro ad avere fatto tutto. Evitano di fare incontrare
il potenziale acquirente con il dissidente. Meglio evitare rischi
ed imbarazzi. Se chi compra non è poi così tanto furbo,
il gioco riesce. L’affare viene concluso. I soldi ripartiti.
I conti in banca di chi vende crescono e l’azienda si avvia
lungo il lento percorso verso la fine. Se togliete la visione, la
magia, il divertimento, la fede di chi ha fondato l’impresa,
togliete lo spirito vitale. Non è più un’impresa.
E’ una mucca da mungere fino a che è in grado di produrre
latte. Poi c’è il mattatoio. Sono sempre patetici i tentativi
di prolungare l’agonia nominando amministratori più o
meno delegati, direttori più o meno generali. Possono anche
sapere tutto ma non hanno lo spirito, il karma dell’impresa.
L’accanimento terapeutico non porta lontano, genera solo indifferenza.
Quando le perdite diventano troppo evidenti, i costi troppo elevati,
per pareggiare i conti basta licenziare. Chi se ne importa di coloro
che per anni hanno lavorato in quella azienda e che di fatto sono
l’azienda. Pezzetto dopo pezzetto, persona dopo persona, l’azienda
viene smontata, suddivisa, ridotta fino a che, un bel giorno, scompare.
Mi spiace. Non è una storia a lieto fine. Naturalmente la colpa
è della bolla della Rete.
Consigli per gli acquisti (e per le vendite).
Per dare solidità alle bolle, per evitare che chi compra si
ritrovi con un pugno di mosche in mano, per massimizzare la possibilità
di successo di un’impresa, non importa se in Rete o meno, sono
necessarie un certo numero di cose: quattro componenti, tre legami
ed una base. Andiamo a spiegare. “A me gli occhi, please”,
come dice Proietti. Vi siete rilassati abbastanza. Ora si lavora un
po’.
Le quattro componenti sono la strategia di base, in inglese Core Strategy,
le risorse strategiche, la rete del valore e l’interfaccia con
il cliente.
La Core Strategy descrive tre elementi. In primo luogo racconta quale
sia la missione del business, cosa si propone di fare l’azienda.
La Business Mission risponde alle domande: per chi e per cosa facciamo
impresa, chi lo fa, quali persone fisiche.
Il secondo elemento è lo spettro di mercato e di prodotto che
ci si propone di coprire. In altre parole cosa si produce e per quale
tipologia di cliente.
Infine occorre spiegare quale sia la base per la differenziazione
delle attività. Il mondo della rete è molto diverso
da quello tradizionale. Lavorare con bits e bytes rende tutto più
veloce. Non c’è tempo per reagire, Bisogna essere proattivi.
Occorre essere sempre un passo avanti agli altri. Per farlo, occorre
pensarci prima, progettare la diversificazione e renderla esecutiva.
Le risorse strategiche esplicitano quali siano (1) le competenze fondamentali,
in inglese Core Competencies, indispensabili per realizzare la strategia
di base; (2) le risorse strategiche e (3) i processi di base. Viene
così raccontato come si attua la strategia, in base a quali
competenze e risorse.
Per verificare la sintonia fra strategia di base e risorse di base
occorre valutare come è stata configurata la nuova impresa.
Se è buona, se non ci sono segnali spuri o troppo rumore di
fondo, si può procedere. Altrimenti si torna al tavolo da disegno
e si rivede il progetto fino a giungere ad una sintonia accettabile.
Componente numero tre. L’azienda esiste se ha clienti. Il passo
da compiere riguarda proprio loro: i clienti. Nessun timore. Non si
tratta di rispondere a chissà quale complicata lista di domande.
Sono solo quattro: chi sono, come li soddisfo e che assistenza offro
loro; quali informazioni condivido e che comprensione reciproca esiste
delle richieste e bisogni, espressi o inespressi; quali sono le dinamiche
di relazione da definire; ed infine, quale è la struttura del
prezzo dei beni/servizi che vado a vendere. Semplice, no?
Neanche per sbaglio. Rispondere a queste quattro domande è
tutto fuorché semplice. Qui risiede il genio del commerciale
e del marketing, della comunicazione e della relazione. Un genio alquanto
malignetto…
Anche in questo caso abbiamo la possibilità di verificare quanto
la strategia di base di cui ci si è dotati sia allineata all’interfaccia
con il cliente definita. Occorre valutare e descrivere i benefici
di cui il cliente gode se ha a che fare con noi. Per favore, nessun
volo pindarico e poca filosofia. Qui si tratta di avere metriche e
misure oggettive. Non importa nulla ciò che noi si pensa il
cliente desideri. Importa ciò che egli effettivamente desidera
e vuole. Se poi non è in grado di esplicitarlo in modo semplice,
allora tocca a noi rimboccarci le maniche, avendo sempre un enorme
rispetto nei suoi confronti. Non dimenticartelo mai: si esiste come
impresa perché esiste il cliente. No cliente, no party…
Quarto ed ultimo componente: la rete del valore. Ovvero la catena
del valore di Michael Porter rivista alla luce delle dinamiche di
rete. Non più pressioni esercitate in un ambiente statico da
fornitori e clienti, nuovi prodotti e nuovi attori bensì interazioni
dinamiche e continue fra fornitori e clienti, competitori e “complementatori”,
senza dimenticare i partner e i membri di possibili coalizioni. Non
più catena lineare del valore regolata da rapporti di causa
ed effetto, ma rete non lineare del valore.
Per sapere dove inizia la rete del valore occorre definire, non necessariamente
con grande precisione data, la dinamicità del sistema, i confini
dell’azienda. Occorre capire cosa si fa in casa, cosa si fa
fare fuori, cosa fanno i “complementatori” e cosa i fornitori.
Queste quattro componenti e i tre “ponti“ fra di esse
appoggiano su una base unica. Sempre la solita, l’elemento di
base di qualunque pianificazione strategica. Una volta si chiamava
analisi SWOT, ovvero Strenghts, Weaknesses, Opportunities, Threaths,
ovvero Punti di forza, Punti di debolezza, Opportunità e Rischi.
Le prime due dimensioni riguardano il contesto interno all’azienda.
Si tratta di esplicitare cosa si sa fare e cosa non si sa fare meglio
degli altri. Le seconde due valutano il contesto esterno all’impresa.
Oggi si parla di efficienza, di unicità, di essere in forma
e di capacità di accelerare i profitti. Stessa roba con parole
diverse. Cambia la denominazione non i contenuti.
Tutto qui. L’architettura è semplice, quasi elegante.
Le sue componenti, sopra descritte, non hanno nulla di esoterico.
Non occorre essere geni per essere imprenditori. Anzi. L’ispirazione
conta poco. La traspirazione invece conta molto. Non si tratta di
scrivere Business Plans eleganti, costruire raffinate tabelle di numeri,
grafici d’effetto. Lasciate questo lavoro agli esperti di finanza
straordinaria o a Merchant Bankers più o meno rampanti. Non
servono molte pagine o parole. Se si hanno le idee chiare, in un pomeriggio
il lavoro è completato. Certo, per avere le idee chiare occorrono
tanti pomeriggi.
Riassumendo. Volete acquistare un’azienda, dovete avviare un’impresa,
volete vendere la vostra attività?
Preparate una breve relazione i cui paragrafi sono strategia di base,
risorse strategiche, interfaccia con i clienti e rete del valore.
Sottoparagrafi: configurazione, confini dell’impresa, benefici
per il cliente. In conclusione descrivete efficienza, unicità,
stato di forma e capacità di accelerare profitti. Ve la potete
cavare con una pagina per singolo argomento. In tutto otto pagine.
Con la copertina dieci.
Provate a farlo, come compitino per le vacanze. Aspetto gli elaborati.
Dimenticavo. Scoprirete da soli quanto diventano resistenti le bolle…
Che la Rete sia con Voi.
aparo@well.com
Andrea Aparo insegna Strategie Aziendali presso la Scuola di
specializzazione in Ricerca Operativa e Strategie Decisionali, Dipartimento
di Statistica dell’Università “La Sapienza”
di Roma.