La virtus politica
Chi potrebbe far credere che la politica ha solo una funzione orientante
e rassicurante? La politica è arte di decisione. Decidere significa
tagliare, prendere parte e posizione.
La politica "Politica" è questo, soprattutto nel
moderno. È proprio nel moderno che la politica perde quel ruolo
di temperanza che alcune scuole filosofiche antiche le assegnavano.
Lo spunto rivoluzionario del discorso di Machiavelli, antiaristotelico
per eccellenza è proprio questo: la politica non ha a che fare
con la temperanza, bensì con la virtus, con l'affermazione
del vir, dell'uomo maturo al culmine della sua potenza, che vuole
affermare la sua volontà contro un nemico.
Questa è la virtus: la capacità dell'uomo di porsi un
obiettivo che sta aldilà dell'orizzonte dove arriva lo sguardo
dei suoi simili e di costringere i suoi contemporanei a seguirlo.
Se la politica non avesse a che fare con questo, Machiavelli risponderebbe
allora che non si tratterebbe di politica. E in questo caso sarebbe
preferibile che noi ci dedicassimo ad altre mansioni: meglio fare
gli amministratori oppure i manager.
La virtus politica non è temperanza, ad essa deve seguire una
tèkne politikè, per commisurare i fini ai mezzi. La
politica non è riducibile alla "tecnica politica",
a quella che potremmo definire come buona amministrazione, ma consta
anche di una tèkne basilikè, ossia della capacità
di commisurare i fini strategici ai mezzi indispensabili per raggiungerli.
D'altronde la tèkne basilikè non si limita all'amministrazione
della tèkne politikè, ma è il linguaggio che
Tucidide fa parlare agli ateniesi quando costruiscono il loro impero.
Si tratta di una fase di disorientamento totale: arriva il politico,
indica un obiettivo che i suoi simili non vedono né comprendono,
e riesce a mettere insieme i mezzi atti a conseguire questo obiettivo,
che disorienta totalmente rispetto alla situazione data.
Questa è una grande tradizione del concetto di politica in
Occidente; e non si deve intendere "Occidente" come criterio
geografico, perché adesso quella occidentale è una cultura
divenuta planetaria. Al suo interno vi è questa corrente di
pensiero, drammatica e tragica, che intende la politica come insicura,
in grado di inquietare e che non rassicura ma che, all'opposto, mobilita.
La politica inventa e crea energie, all'interno della società,
che riesce a mobilitare dei fini che possono andare anche totalmente
contro ogni criterio di utilità (questo è il grande
vizio di ogni determinismo materialistico, economicistico e sociologico).
La politica non è mai comprensibile sulla base di criteri di
utilità: che utilità avevano i francesi a farsi massacrare
in cinque milioni durante le guerre napoleoniche? Non era certo semplicemente
una dittatura che li costringeva, era una adesione che dura ben oltre
il periodo napoleonico stesso. Parlo di Napoleone non a caso, perché
tutta la filosofia politica contemporanea parte dalla riflessione
sul significato della rivoluzione, e della conclusione napoleonica
di essa.
Accanto a questa tradizione, che è dominante nel moderno, e
che va da Machiavelli a Hegel e a Smith, vi è anche una tradizione
che vede la politica come temperanza (come fronesis), come un'arte
del calcolo: essenzialmente come tèkne politikè. In
questo modo viene messo tra parentesi, o eliminato addirittura, l'accento
decisionistico, proprio del termine (già platonico) della tèkne
basilikè. Quell'arte, quindi, che potremmo dire consistere
nel fondare l'impero.
Ci sono certamente queste due tradizioni: per quale siamo?
Siamo per una politica-amministrazione, cioè "ministra",
che amministra dei beni sulla base di criteri economici? Questa è
una grande tradizione della cultura occidentale, contraria e opposta
a quella precedente, legata alla depoliticizzazione; cioè è
la tradizione che pensa la politica intesa come indicazione di obiettivi
strategici.
A seconda dell'obiettivo che viene imposto, viene chiesto un sacrificio,
cioè si chiede al pubblico di disorientarsi rispetto alla sua
utilità e calcolo economico e di riorientarsi rispetto a motivazioni
e scopi assolutamente valoriali. Questa è la politica che noi
ritroviamo in Machiavelli, Hegel, Smith. Ed in Weber, perché
anch'egli pensa la politica senza confonderla col pacifismo oppure
con l'egualitarismo, caratteri per lui riconducibili alle realtà
dei Cantoni Svizzeri. I grandi stati hanno, sempre e comunque, destini
che li portano a confliggere tra loro. Ma noi dobbiamo cercare di
ridurre il tasso di tragicità di questi destini attraverso
la mediazione politica.
La politica come tèkne basilikè
Occorre, inoltre, ridurre la politica ad amministrazione; far sì
che la politica sia un luogo dove si producono norme e regole definite
per il buon funzionamento dello stato delle cose. Su questa base ci
possono essere scelte diversissime, come politiche fiscali, redistributive,
del lavoro. È chiaro che si tratta di un quadro generale, dentro
il quale c'è tutta una serie di specificità, però
la filosofia e l'approccio di fondo al problema si caratterizza dall'intendere
la politica come amministrazione dell'economico.
Questo approccio non è proprio unicamente di una parte politica,
ma è trasversale, come quello precedente. Abbiamo impostazioni
di tipo rivoluzionario, di tipo conservatore e reazionario che, malgrado
questa loro diversità, intendono la politica appunto come tèkne
basilikè. Questa idea della depoliticizzazione è sempre
più intesa come riduzione del politico all'amministrativo,
anche per evitare le tragedie del politico che si fonda sull'appello
al pubblico per raggiungere obiettivi assolutamente di valore e sulla
base di una politica della convinzione.
Possiamo trovare la linea della depoliticizzazione in un pensiero
conservativo e restaurativo vero e proprio, che si pone come imperativo
categorico con la Restaurazione dell'inizio dell'Ottocento, allo scopo
di ridurre il potere della macchina statuale giacobina che divora
le cosiddette "comunità originarie", imperniate sui
vincoli sociali tradizionali.
Per diversi aspetti questa idea della derubricazione del politico
all'amministrativo appartiene anche al grande pensiero liberale a
partire da Montesquie e Locke. Basta riferirsi, a questo proposito,
al discorso della divisione dei poteri che ha l’obiettivo primario
di ridurre effettivamente il peso del potere politico, inteso come
tèkne basilikè, non sulla base di un calcolo di utilità,
bensì in vista di un riorientamento sociale complessivo verso
valori "non negoziabili" perché assoluti, che impediscono
il calcolo e la logica mercantile dello scambio.
La divisione dei poteri ha lo scopo primario di eliminare o, almeno,
di ridurre il rischio di un potere politico assoluto.
La derubricazione del politico all'amministrativo costituisce anche
l'anima segreta del comunismo dove, paradossalmente, il fine ultimo
della rivoluzione consiste proprio nell’eliminazione di ogni
forma di sovranità politica.
L'idea che il destino dell'Occidente consista nel depotenziamento
progressivo della politica rappresenta un formidabile denominatore
comune in tradizioni assolutamente contrapposte dal punto di vista
della prassi politica.
Quindi, come affermavano Baudelaire e il suo illustre maestro De Metre
(entrambi, pur essendo cupamente reazionari, insegnano a ragionare
in modo sobrio e disincantato), il problema europeo consiste nel ridurre
la sovranità, cioè il politico e lo statuale, senza
eliminarla, perché se eliminata completamente si ha l'anarchia.
In questo senso la riduzione del politico traduce in potere che regola,
amministra e norma l'economico.
È questa la grande e inedita trasformazione culturale, nel
senso antropologico del termine, di cui parla Polanyi e che avviene
nel corso dell'Ottocento. Il comando della res publica non è
più in mano a chi educa e forma: non è più la
politica che governa la polis, ma l'economico. Avviene così
il rovesciamento completo rispetto al paradigma classico, a quello
medioevale e anche a quello machiavellico, in quanto sono le norme,
le regole e i meccanismi dell'economico, che il politico è
chiamato ad amministrare: il politico diventa ancillae aeconomiae.
Questo ragionamento vale sia per il pensiero della Restaurazione e
per quello liberale, sia per il marxismo, perché il momento
della politica per Marx è appunto un "momento": è
vero che in quel momento la politica raggiunge la sua massima intensità,
ma solo per sparire e autosuperarsi. In questo Marx è agli
antipodi di Hegel, che appartiene al percorso machiavellico giacobino
e non pensa al superamento del politico, proprio perché la
figura ultima dello spirito assoluto è lo Stato, massima espressione
della sovranità e della potenza politica.
Per Marx invece il politico va estinto attraverso un meccanismo che
profetizza la piena presa del potere da parte dell'economico, ossia
delle forze produttive. Il capitalismo non ha mai trovato un apologeta
più scatenato di Marx; lo sviluppo delle forze produttive,
che solo il capitalismo permette, giunge ad un punto in cui queste
forze produttive hanno un grado tale di potenza e maturità
da poter superare il politico.
Il conflitto secondo Macchiavelli
Ma dunque, da che parte stiamo? L'occidente è un insieme di
tante tradizioni, contrapposte e polemiche, rispetto anche al discorso
politico.
Noi pensiamo la politica per eliminare da essa il polemos? Il nostro
Vico sapeva bene che, con ogni probabilità, città (polis)
e guerra (polemos) hanno la medesima radice.
Cosa vogliamo davvero? Pensiamo come i liberali, come il pensiero
della Restaurazione oppure come la tradizione marxista, dominante
nel Novecento, e quindi vogliamo eliminare, per dirla in termini machiavellici,
il conflitto dalla politica?
Machiavelli, ragionando sugli scritti di Tito Livio, distingueva due
tipi di conflitto: il conflitto nell'antica Roma repubblicana e la
guerra civile, il conflitto continuo tra patrizi e plebei. Questo
secondo conflitto è positivo e rappresenta la vera causa della
grandezza di Roma perché attraverso l'organizzazione della
plebe si produce una identità collettiva, una soggettività
forte.
Al contrario, il conflitto è negativo quando si pone come processo
che disgrega le identità precedenti, senza affermarne di nuove,
ossia quando non è costituente: in questi termini nessuna città
o stato potrà diventare grande, perché lo Stato tanto
è potente quanto al suo interno è articolato per linguaggi
forti, maturi e virtuosi.
Quindi, per Machiavelli, il conflitto è fondamentale per maturare
identità forti, altrimenti impossibili da costituire: è
attraverso le lotte, gli esili, i conflitti che vengono fuori i grandi
gruppi dirigenti e si affermano i nuovi ceti politici.
Questo è il punto fondamentale: è ancora possibile ragionare
di politica in questo senso, cioè come organizzazione ineludibile
di identità, di comunità all'interno di uno Stato?
La politica nell’epoca degli imperi
Si badi bene che saremmo reazionari a pensare che la politica possa
ancora centrarsi nelle sovranità, territorialmente determinate,
degli antichi stati: la storia degli Stati, ci piaccia o no, è
finita. Per quanto a lungo durerà questa fine, mai niente potrà
cambiare. L'epoca che si apre, dalla fine della seconda guerra mondiale,
con la caduta dei muri, è quella degli imperi. Al limite, di
impero ce ne può essere uno solo, e l'unico che al momento
è realisticamente prevedibile è quello degli Stati Uniti.
A questo proposito, molte sarebbero le critiche e le riserve sulle
potenzialità della cultura politica americana, ma il discorso
sarebbe troppo lungo: in questa sede mi preme piuttosto sottolineare
che col termine impero indico la formazione di entità politiche
sovranazionali.
Potranno esserci tanti imperi o uno soltanto, è comunque certo
che la storia degli stati nazionali è filosoficamente finita;
potranno durare ancora solo come la luce di una stella che si vede
ancora dopo miliardi di anni che è defunta.
Bisogna capire se sarà la storia di imperi e tante comunità
sovranazionali, storicamente significative, oppure se sarà
la storia di un unico impero astratto e assoluto, secondo me culturalmente
incapace di articolarsi planetariamente per comunità ricche
e dotate di senso.
Questa è la grande scommessa europea: l'Europa riuscirà
a diventare grande esempio internazionale di una vera comunità
sovranazionale, storicamente fondata, al cui interno vi sia conflitto
politico? Senza il conflitto politico non si riesce a rigenerare il
sistema, non si ha ricambio di ceto politico, né l’innovazione.
La sfida della modernità
La politica va intesa come organizzazione di conflitti costituenti:
dobbiamo fare politica, quindi, per organizzare nuove identità.
Il punto è se crediamo che sia ineludibile questo compito o
invece pensiamo che la politica vada via via ridotta all'amministrazione
economica. Questo è il dilemma e la contraddizione che percorre
tutta la modernità, e con la quale anche noi dobbiamo fare
i conti, dato che viviamo un'epoca di disorientamento nella quale
è evidente che le vecchie forme di sovranità (gli antichi
Leviatani e le tradizionali forme di potere territoriali) stanno tramontando.
Piuttosto sembra che, sul piano globale, ciò che vige sia una
gerarchia dominata da regole e norme di scambio (una sorta di lex
mercatoria universale), e manca ogni istituzione politica globale
e ogni vero diritto internazionale, che ora è mero prodotto
della business community. È in atto una privatizzazione progressiva
del diritto pubblico europeo, tendenza fondamentale della nostra epoca.
Questi sono i tratti caratterizzanti che ci disorientano in questo
nostro periodo storico. Dobbiamo perciò chiederci se in questo
scenario in cui siamo immersi, la nostra destinazione sia l'assunzione
disincantata di questo processo e semplicemente il tentativo di amministrarlo
al meglio, ritenendo, come dato realisticamente e assolutamente irreversibile,
la potenza dell'economico su ogni orientamento politico; oppure ritenere
che la politica abbia ancora, in senso proprio, un suo valore.
La mia tesi è che, all'interno di una globalizzazione astratta,
astorica, tecno-scientifca, finanziaria ed economica, sia possibile
individuare comunità e identità ricche di senso storicamente
concreto, da far valere in produttiva contraddizione e produttivo
conflitto con la struttura tecnico-scientifica ed economica stessa.
A questo punto il problema è chiaro: è possibile individuare,
in questo processo, la potenzialità di soggettività
politico-culturali che permette di vedere il sistema nel suo insieme
come contraddittorio e conflittuale nella sua essenza?
È possibile nella nuova economia individuare la potenzialità
di queste identità, cioè la domanda di soggettività
e libertà? Non mi riferisco a comunità ghettizzate o
chiuse, ma ad una domanda di identità che riguarda la mia libertà
all'interno del sistema, senza esserne al servizio ma con l'intenzione
di confliggere con esso, di essere in contraddizione, di essere in
polemica e maturare in questa polemica, che non sia l'anti-globale.
In questa polemica vi è anche il riconoscimento stesso del
sistema: se infatti fossi anti-globale darei atto di un’abissale
dipendenza da quello contro cui sono "anti". Io non sono
"anti", voglio piuttosto confrontarmi, competere, contraddire:
è nella contraddizione che intendo essere riconosciuto, affermando
la mia libertà e riconoscendo l'altro. Questo è il vero
conflitto produttivo, questa è la politica.
Nel moderno c'è questo significato della politica. È
possibile riscoprirlo oggi, in una situazione estremamente più
complessa e difficile che conduce nella direzione dell'unico impero?
Si può pensare la nuova economia che dimostra la prepotenza
dell'economico rispetto al moderno, come potenziale espressione di
nuove forme di società?
Questo è il lavoro nuovo che spetta alla nuova politica per
essere davvero se stessa e non per definirsi "anti": negare
il nuovo processo in corso è un esercizio che risulterebbe
reazionario da parte della politica che deve essere, invece, orientata
all'organizzazione di produttivi conflitti.
Guai se vedessi il nuovo orientamento della politica volto alla difesa
dei vecchi stati, solo perché sembra che lì ci siano
maggiori tutele; questa è la sciagurata tendenza conservatrice
e reazionaria di certe socialdemocrazie europee. È piuttosto
necessario spiare e analizzare con curiosità, all'interno della
nuova economia e delle nuove professioni, l'esistenza di queste potenziali
nuove identità e comunità e dar loro parola, aiutandole
a contraddire il globale.
Questo è il conflitto politico oggi e il nuovo orientamento
che la politica deve seguire.
Massimo Cacciari è professore di Filosofia Estetica all’Università
di Venezia. Il testo non è stato rivisto dall’autore.