S3Studium
    Numero 16
 

La cortina d’oro e i nuovi dilemmi della demo-crazia e dello sviluppo
Cristovam Buarque

Ci sono almeno quattordici buoni motivi per sentirsi disorientati nella politica e nell’economia. Per ribaltarli occorre un nuovo piano Marshall

 



Disordinamento e disorientamento

A mio avviso, questo dibattito è più centrato sul disordinamento che sul di-sorientamento. Fra disordinamento e disorientamento, c’è la stessa differen-za che tra la realtà e l’immaginario. Se due montagne si scambiano di posto non abbiamo disorientamento, ma disordinamento: se arriva una persona con una mappa del passato, abbiamo il disorientamento. Oggi c’è un grande disordinamento, e di conseguenza troviamo che le persone sono disorientate, per il ritardo del pensiero ad adattarsi alla nuova realtà.
Affronterò il disorientamento dai due punti di vista dell’attività sociale: la politica e l’economia. Tuttavia, è bene precisare che né la politica né l’economia si disorientano: la politica muta di forma, di stile, di sistema; l’economia cambia di modello. Dunque, parlerò del disorientamento della democrazia e dello sviluppo, sostenendo la tesi che il progetto civilizzatore basato sullo sviluppo economico è entrato in crisi.
A questo proposito, cercherò di esporre gli aspetti che oggi “sono sconvolti” nella formulazione dell’economia e dello sviluppo, così come nella pratica della politica. Questi aspetti sono molto numerosi: ne ho individuati quat-tordici nella politica e trentadue nello sviluppo. Ma non avrò la possibilità di trattarli tutti in questa sede, perché alla fine della mia esposizione voglio af-frontare anche la possibilità del riorientamento, tanto dello sviluppo quanto della democrazia.

Il disorientamento della democrazia

Elezione o generazione. Inizio dunque con il primo disorientamento, che ri-guarda la politica: il politico pensa alla prossima elezione o alla prossima generazione di persone? La democrazia non riesce a pensare alla prossima generazione: è incompatibile con ciò; riesce solo a pensare alla prossima e-lezione. Il politico che pensasse alla prossima generazione è destinato a per-dere le elezioni seguenti.
Si potrebbe dire che è sempre stato così. Ma non è vero, perché fino a pochi anni fa il potere di un dirigente aveva ripercussioni solo per pochi anni suc-cessivi. Oggi, se un presidente di un piccolo paese decide di tollerare che il lavaggio del denaro del narcotraffico entri nel Paese, la sua decisione può influenzare il futuro di altre generazioni. Se decide di costruire una centrale nucleare può influenzare il futuro dell’umanità. Dunque, il pensiero degli e-letti si concentra nel breve termine, ma le sue decisioni si ripercuotono sul lungo termine: questo ci indica un disorientamento completo.
Oggi abbiamo un esempio eccezionale di ciò. Il presidente Bush è stato elet-to – con meno voti dell’avversario – a causa di pochi voti di differenza in alcune città della Florida, dovuti ad elettori interessati alla riduzione delle tasse. Subito dopo, egli ha respinto gli accordi di Kyoto. Oggi il pianeta si sta distruggendo e ciò influenzerà il futuro non di una, ma di molte delle prossime generazioni dell’umanità. Ossia, il presidente eletto da un gruppo di cittadini che pensavano all’immediato distruggerà, forse definitivamente, il pianeta. Questo è un disorientamento della democrazia.
Nazione e pianeta. Un altro disorientamento è fra nazione e pianeta: ogni di-rigente politico è eletto nazionalmente, ma ciò che decide ha ripercussioni internazionali. C’è anche qui l’esempio di Bush, ma anche quello dei gover-nanti della piccole Isole Cayman, che autorizzano il lavaggio del danaro del narcotraffico. A sua volta, il Brasile non è un paese importante dal punto di vista finanziario, non ha armi nucleari; ma se il nostro presidente lasciasse distruggere l’Amazzonia, vi sarebbero ripercussioni internazionali.
I presidenti sono eletti su base nazionale ma prendono decisioni di rilevanza internazionale. Quando, nel 1992, i presidenti di tutto il mondo si riunirono a Rio de Janeiro per discutere dell’equilibrio ecologico del pianeta, ciascuno di loro pensava alla successiva elezione, in cui avrebbero votato solo i pro-pri connazionali. Il mondo non elegge presidenti!
Si potrebbe obiettare: “è sempre stato così!”. Ma non è vero. Quando la de-mocrazia fu inventata, era pensata per piccoli stati (quelli della Grecia anti-ca), in cui le decisioni dei capi erano limitate nello spazio e nel tempo. Le elezioni continuano come al tempo della Grecia, con elettori nazionali che pensano all’immediato, mentre le decisioni hanno rilevanza internazionale e di lungo termine; e la democrazia ne risulta disorientata. Maggioranza o mi-noranza? La democrazia è incapace di risolvere le problematiche esplose nel ventesimo secolo relative ai diritti delle minoranze. La democrazia è autori-taria e dittatoriale in nome della maggioranza, contro le minoranze. Nella democrazia di oggi è impossibile giustificare il fatto che la maggioranza si imponga contro gli omosessuali, i gruppi etnici, le diverse forme religiose. La democrazia è lo strumento del potere della maggioranza e non sa come riflettere gli interessi delle minoranze: da ciò derivano i conflitti che la de-mocrazia non riesce ad evitare.
La democrazia oggi si dovrebbe basare sulla modalità che utilizzano gli in-digeni brasiliani: quando c’è da prendere una decisione collettiva essi non votano, non contano la maggioranza, ma dibattono fino a decidere ciò che l’insieme vuole, nella media dei desideri individuali. La nostra democrazia non si basa sulla media, ma sulla maggioranza e ciò genera disorientamento.
Pubblico e sociale. In un paese con l’apartheid sociale, il pubblico è il tutto, mentre il sociale sono i poveri. Negli Stati Uniti il pubblico sono i bianchi e i neri, mentre il sociale sono i neri. In Brasile il sociale sono i poveri, indi-pendentemente dalla razza. Ogni giorno i governanti prendono decisioni contro i poveri, in nome del pubblico. Questa è la tragedia di chi governa in un paese come il Brasile: non può permettere che il povero costruisca la sua casa nel terreno che appartiene al ricco, perché nell’interesse pubblico la proprietà deve essere rispettata. Nell’interesse sociale, il governante dovreb-be lasciare occupare la casa (chiusa) di un ricco o lasciare costruire nel ter-reno di quel ricco. Ma la democrazia non lo permette e propone al governan-te un compito schizofrenico: occuparsi del “sociale” ma pensando al “pub-blico”.
Morale e potere. La politica autorizza il governante a liberalizzare l’eutanasia e l’aborto, ma la morale evolve più lentamente e genera un diso-rientamento: il potere e la morale non si incontrano. Si può dire che è sem-pre stato così. Ma non è vero. Perché fino al ventesimo secolo la morale e-volveva piano, ma altrettanto faceva il potere. Oggi vi sono forze di pressio-ne che portano ad avere una maggioranza che approvi misure che si scontra-no con la morale della popolazione.
Realtà e legalità. La Colombia è un esempio di disorientamentro tra realtà e legalità. In Colombia, infatti, la legalità è il Congresso, l’esercito; la realtà è il narcotraffico e la guerriglia. Come funziona il processo politico? Nego-ziando con i narcotrafficanti o ignorandoli. Il rapporto con i narcotrafficanti significa avere nel processo politico una quantità di forze di pressione che non sono legali, ma che il politico non può ignorare nell’ora delle elezioni.
Carisma o marketing. La democrazia si è fatta attraverso il carisma di cia-scun leader, ma oggi, sempre di più, il carisma è disprezzato in nome del marketing. Oggi i politici non hanno più leadership, hanno dietro gli esperti di marketing. Questo disorienta, perché la relazione con il dirigente deve es-sere fatta di affetto e di seduzione, se la relazione si basa sul marketing, non c’è seduzione, ma inganno. Dunque, nella politica di oggi si diventa natu-ralmente dei bugiardi per vincere un’elezione.
Leadership o sondaggio Questo disorientamento diventa maggiore quando si congiunge con un altro dilemma: leadership o sondaggio. In passato poli-tici guidavano il popolo, oggi sono guidati dall’opinione del popolo. Il po-polo è un sentimento permanente, il sondaggio d’opinione capta un istante del popolo. La forza di un leader è nella capacità di individuare un istante nel futuro del popolo e nella forza di attrarre il popolo con una proposta di futuro. Questo è finito: Blair, Chirac, Bush non guidano i loro popoli, ma fanno ricerche d’opinione e dicono ciò che il popolo vuole sentire. Ma que-sta è una democrazia di brevissimo termine, in cui il popolo dice ciò che vuole per oggi, e non ciò che vuole per dopo. Se Churchill avesse governato l’Inghilterra negli anni quaranta tenendo conto delle ricerche d’opinione (che già esistevano), non avrebbe fatto la guerra ad Hitler, ma avrebbe cer-cato l’accordo. Infatti, il popolo inglese voleva la pace in quel momento, perché era spaventato. Aveva bisogno di un leader che lo conducesse ad af-frontare il nemico nazista. Oggi questo non succederebbe. È tragico, ma è così.
Popolazione e elettorato. Nella democrazia greca votavano solo i cittadini; non votavano gli schiavi, gli stranieri, le donne. La democrazia è poi evoluta e la popolazione e l’elettorato sono diventati sinonimi. Oggi, con le ondate di immigrati, la popolazione è una cosa, l’elettorato un’altra. Il numero degli elettori è inferiore a quello della popolazione: voi italiani non lasciate votare gli immigrati africani per scegliere il capo del Governo, perché da qui a trent’anni potrebbe essere egli stesso africano. Questo disorientamento con-siste nel recedere da ciò che fu conseguito nel secolo scorso.
Sovranità o globalizzazione. La democrazia è basata sulla sovranità, perché è nazionale. Ma è falso dire che il presidente che eleggiamo governa: sono le forze internazionali che governano. Il presidente di qualsiasi paese latino-americano – nel caso del Brasile, eletto da 115 milioni di elettori, obbligati per legge a votare – nella prima settimana successiva all’elezione dovrà in-contrare per prima cosa un funzionario di terzo livello del Fondo Monetario Internazionale che gli dirà cosa deve fare. Egli non può sottrarsi. La demo-crazia è disorientata: da strumento di sovranità si ritrova nella realtà della globalizzazione.

Il disorientamento dello sviluppo

Ricchezza e povertà. Lo sviluppo è stato creato per aumentare la ricchezza, immaginando che tale aumento favorisse la diminuzione della povertà. E questo ha funzionato bene fino agli anni sessanta e settanta. Oggi percepia-mo che la ricchezza non cresce “lateralmente” ma solo verso l’alto. Non si sparge, ma si concentra. La crescita della ricchezza non si traduce più nella diminuzione della povertà. Questa è una forma di disorientamento, perché nessuno vuole solo far crescere la ricchezza: tutti vogliono distribuirla, ma non si sa come farlo. Al massimo riusciamo a riequilibrarla fra coloro che sono inclusi nel sistema economico, ma non raggiungiamo chi ne è fuori.
Reddito e patrimonio. È una pazzia che la ricchezza sia definita in base al reddito che ognuno consegue nell’arco di un anno o al prodotto interno lor-do. La ricchezza è il patrimonio accumulato da una nazione. Si dovrebbe considerare il patrimonio culturale e naturale. L’economia, invece, non li considera, così come non considera nella ricchezza la spiritualità e il tempo libero.
Antropocentrismo e ecologismo. Non sappiamo come liberarci dall’antropocentrismo, che però non è sufficiente per farci tener conto della dimensione della natura. Oggi, con la crisi ecologica, qualsiasi progetto civi-lizzatore che non incorpori il valore della natura è un progetto falsato. La te-oria economica riesce a dar valore ad un albero solo se è abbattuto. È un controsenso, ma è nella logica economica.
Pace e guerra. L’economia adora la guerra, perché essa significa innanzitut-to pieno impiego (fra soldati e costruttori di armi per uccidere i soldati stes-si). Quando finisce la guerra, l’economia entra in crisi. Ma oggi è sorto il fenomeno per cui le guerre non uccidono più i soldati dei paesi che fanno la guerra; per di più, non si impiegano più molti soldati, ma solo un limitato numero di piloti e di aerei, perché questi ultimi vanno e vengono con molta facilità senza essere distrutti. Perché il presidente, per aiutare l’economia, non lascia che gli aerei vengano distrutti? Perché segue i sondaggi, che di-cono che se lascia distruggere gli aerei, perde la prossima elezione. Quindi la guerra non è più uno strumento positivo per l’economia.
Femminile e maschile. L’economia è stata una scienza del lungo periodo e della produzione e non del breve termine e della soluzione. Nell’economia domestica se manca il cibo l’uomo esce di casa, va a trovarsi un lavoro, la-vora per tutto un mese, prende lo stipendio, va a comprare del cibo e poi torna a casa, magari bevendosi una birra lungo la strada. Quando torna, pe-rò, trova tutta la famiglia morta di fame. Cosa fa una donna, invece, quando non ha cibo? Va da un vicino e chiede di prestargli del cibo oppure manda il figlio a chiedere cibo per strada o cerca un lavoro giornaliero. Dunque, la lotta per l’eliminazione della povertà non sarà vinta nell’ottica maschile dell’economia, bensì nell’ottica femminile della soluzione immediata. Voi non sapete – diversamente da noi brasiliani – che cosa significa non avere l’acqua in casa, doverla cercare lontano e caricarsela sulla testa per portarla in casa. Questa è una cosa che tipicamente fanno le donne e i bambini. Se gli uomini facessero questo, il Brasile avrebbe portato l’acqua in tutte le ca-se del Paese. Ma essi non sentono questa esigenza. Non esiste un’etica dell’urgenza nell’economia, essa ha pazienza: “Che muoiano, un giorno aumenterà il reddito e si distribuirà”. Serve una nuova ottica, che chiamo femminile per mancanza di un’altra parola.
Fiscale o sociale? Dobbiamo dare incentivi agli imprenditori per produrre, creare lavoro, pagare un salario? Oppure diamo incentivi sociali ai poveri per mandare i figli a scuola? Io propendo per questa seconda alternativa: è quello che ho fatto nel mio governo, a Brasilia.
L’economia si è abituata a pagare dottorati – cari – in Europa e negli Stati Uniti per i giovani brasiliani che già hanno terminato l’università. Ed io mi sono chiesto: se paghiamo un ingegnere per il dottorato, perché non pagare un analfabeta per imparare a leggere? Questo è stato visto come una pazzia, perché sapevamo che queste persone potevano avere l’interesse a non impa-rare a leggere, per essere pagati più a lungo. La soluzione è stata di compra-re – con l’equivalente, allora, di cento dollari – la prima lettera che avessero scritto. Questo programma è stato poi esteso dal Presidente Cardoso a tutto il Brasile. Analogamente, abbiamo creato dei libretti di risparmio per gli a-lunni delle scuole, che potevano ricevere i versamenti del Governo solo quando avrebbero terminato il ciclo scolastico.
Ferro e oro. Durante i cinquant’anni del massimo sviluppo del pianeta il mondo è stato diviso dalla cortina di ferro: da un lato lo sviluppo capitalista, dall’altro lo sviluppo socialista. La cortina è caduta, ma al suo posto è stata costruita un’altra cortina la quale, anziché separare capitalismo e socialismo, anziché separare paesi, separa persone: gli inclusi e gli esclusi. Può essere chiamata “cortina d’oro”. L’economia che lavorò bene con la cortina di fer-ro non sa lavorare con la cortina d’oro: non sa demolire questa parete.
Uguaglianza o somiglianza. Noi abbiamo promesso uguaglianza per due se-coli, ma arriviamo al ventunesimo secolo tanto diseguali da essere differenti. Fra i ricchi e i poveri del mondo non c’è disuguaglianza, ma differenza. Per esempio, la disuguaglianza è fra chi ha il dottorato e chi ha solo terminato l’università; la differenza è fra chi è entrato all’università e chi non ha finito la scuola elementare. Disuguaglianza è fra chi mangia in un buon ristorante e chi mangia in casa; la differenza è fra chi mangia in un ristorante econo-mico e chi non mangia affatto. Ma oggi si va oltre: stiamo passando dalla differenza ad una dissomiglianza: gli esseri umani stanno rompendo l’identità biologica. Chris Mayers ci ha detto che ogni anno aumenta di venti giorni la speranza di vita di un essere umano. Ma ha dimenticato di dire che aumenta di venti giorni per gli esseri umani che hanno accesso alla moderni-tà della biologia e della medicina, ma che non aumenta nemmeno di un giorno la speranza di vita degli esclusi dalla modernità. Dunque noi stiamo creando una dissomiglianza. Non ci vorranno più di venti o trent’anni per avere una mutazione biologica indotta dalla scienza e rompere il sentimento di somiglianza, che è stato costruito, con tanto ritardo, solo a partire dall’Illuminismo.
Quantità e qualità. L’economia sa lavorare solo con la quantità, non è in grado di cogliere la dimensione della qualità. Perché? Perché gli economisti, duecento anni fa, decisero di considerarsi come i fisici, di essere scienziati dello stesso tipo di Newton, di individuare le regole matematiche per rap-presentare il comportamento umano. E quindi dovettero lavorare con la quantità, anziché con la qualità. Risultato: è stata creata una camicia di forza per l’economia. L’economia non sta tutta dentro la matematica, anche se non possiamo negare la sua importanza. Non è possibile che ciascuno di noi, con le follie del consumismo e con i propri gusti, sia regolato dalla matema-tica. Non funziona.
Tempo libero e lavoro. L’economia non sa cosa fare con il tempo libero, che considera una perdita di risorse. Ma non è così: il tempo libero è un arric-chimento di chi lo possiede. Perché nel tempo libero non produce, ma legge, ama, si occupa dei figli, fa ciò che gli piace. In quel momento l’uomo non ha alcun valore per l’economia: ma è un errore.
Impiego e funzione. Noi consideriamo il lavoro, non la funzione. Quando il mio Governo ha remunerato un povero per imparare a leggere, ha remunera-to una funzione, ferendo in tal modo il più forte principio dell’economia, perché quel povero non era un lavoratore. Ma il mondo va sempre di più verso una diminuzione del lavoro ed un aumento del tempo libero e delle funzioni: occuparsi dei figli, occuparsi della casa, ecc. Queste sono funzioni ma non sono lavori.
Macroeconomia o “totaleconomia”? La macroeconomia osserva il funzio-namento dei meccanismi che sono dietro l’economia in senso stretto. Ma è l’ora di guardare la totalità degli effetti dell’economia. Quando spendiamo denaro per migliorare la circolazione stradale, stiamo diminuendo il costo degli ospedali. Quando spendiamo per ridurre la povertà, stiamo rispar-miando sul costo della violenza. Ma la macroeconomia non mette insieme queste cose, rimane ristretta.
Egoismo o altruismo? L’economia è basata sull’egoismo. E questo ha fun-zionato bene, almeno fin quando nessuno è stato capace di possedere una bomba atomica. Ma ormai è questione di altri dieci anni e ognuno potrà di-sporre di una bomba atomica in casa. E quindi è finito il tempo in cui l’egoismo può essere sufficiente. Una volta, se una persona aveva, egoisti-camente, un’auto privata, la sua velocità di movimento migliorava. Oggi che tutti abbiamo un’auto è come se nessuno la avesse, perché si produce un monumentale imbottigliamento. È più intelligente non essere egoista che es-serlo: l’egoismo ha oggi un costo molto alto per l’umanità ma anche, in par-ticolare, per i ricchi. Ma non c’è bisogno di far ricorso al concetto di altrui-smo: è sufficiente ragionare su un egoismo intelligente.
Armonia o equilibrio? Gli economisti lavorano con il concetto di equilibrio e ignorano il concetto di armonia: è un errore. L’economia brasiliana, per esempio, non è squilibrata, è negativa perché distrugge la natura e impoveri-sce le persone.
Crisi o tragedia. L’ultima domanda è: siamo di fronte ad una crisi o ad una tragedia? Ciò che oggi succede in Argentina è chiamato “crisi”: ma ciò che accade, lì o in Russia, è una tragedia umana. Vengono chiamate “crisi” per poter essere freddi e per analizzarle razionalmente. Un terremoto genera molta meno disarticolazione sociale di ciò che è successo in Argentina: ma il terremoto è chiamato tragedia, mentre gli avvenimenti dell’Argentina so-no crisi, perché noi lavoriamo con la tecnica e non con l’etica.

Il riorientamento

Dopo questa rapida esposizione delle forme del disorientamento, voglio concludere analizzando il riorientamento della democrazia e dello sviluppo trattando due punti.
Il primo è che la Terra deve passare ad essere considerata un condominio. Noi non dobbiamo abolire il sentimento nazionale, ma fare in modo che o-gni nazione sia subordinata all’interesse comune. È come abitare in un edifi-cio fatto di appartamenti: ognuno è padrone del suo appartamento, ma non può tenere la musica troppo alta, non può accendere la brace per l’arrosto in salotto, perché disturba i vicini. E allora i paesi devono eleggere i propri presidenti, ma questi devono essere limitati da norme etiche internazionali.
Il secondo punto è che è venuto il momento per noi, i ricchi del mondo, di elaborare un immenso programma per abolire la povertà dal pianeta. L’Europa fu distrutta da una guerra e gli americani misero a disposizione di-ciotto milioni di dollari per la ricostruzione del continente. Perché oggi non facciamo la stessa cosa con i poveri dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia? Io non parlo del Brasile, che è molto ricco e deve rimanere fuori da questo programma; ai problemi interni ci devono pensare i ricchi del Pae-se. Ma perché non fare per i paesi poveri un grande programma sociale glo-bale? Con quaranta miliardi di dollari all’anno possiamo mandare a scuola tutti i 240 milioni di bambini che lavorano per portare cibo a casa. Il reddito mondiale è oggi di 40mila miliardi di dollari: quindi basterebbe lo 0,1% del reddito di ciascuno per abolire il lavoro infantile nel mondo. Questo è possi-bile, dipende da noi, dalla pressione che possiamo esercitare sui nostri go-verni – specialmente quelli che hanno più potere, quelli europei e nordame-ricani – all’interno del Fondo Monetario Internazionale, all’interno della Banca Mondiale, per creare un Global Social Marshall Plan (diciamolo in inglese, perché suona più forte!).
Il mio messaggio finale è che possiamo riorientare la democrazia senza di-struggerla e lo sviluppo senza paralizzarlo. Dobbiamo fare queste due cose con la consapevolezza che il mondo disordinato di oggi esige e che l’etica del sentimento di somiglianza fra gli esseri umani ci obbliga.


Cristovam Buarque è professore di Economia all’Università di Brasilia. Il testo non è stato rivisto dall’autore.

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