Disordinamento e disorientamento
A mio avviso, questo dibattito è più centrato sul disordinamento
che sul di-sorientamento. Fra disordinamento e disorientamento, c’è
la stessa differen-za che tra la realtà e l’immaginario.
Se due montagne si scambiano di posto non abbiamo disorientamento,
ma disordinamento: se arriva una persona con una mappa del passato,
abbiamo il disorientamento. Oggi c’è un grande disordinamento,
e di conseguenza troviamo che le persone sono disorientate, per il
ritardo del pensiero ad adattarsi alla nuova realtà.
Affronterò il disorientamento dai due punti di vista dell’attività
sociale: la politica e l’economia. Tuttavia, è bene precisare
che né la politica né l’economia si disorientano:
la politica muta di forma, di stile, di sistema; l’economia
cambia di modello. Dunque, parlerò del disorientamento della
democrazia e dello sviluppo, sostenendo la tesi che il progetto civilizzatore
basato sullo sviluppo economico è entrato in crisi.
A questo proposito, cercherò di esporre gli aspetti che oggi
“sono sconvolti” nella formulazione dell’economia
e dello sviluppo, così come nella pratica della politica. Questi
aspetti sono molto numerosi: ne ho individuati quat-tordici nella
politica e trentadue nello sviluppo. Ma non avrò la possibilità
di trattarli tutti in questa sede, perché alla fine della mia
esposizione voglio af-frontare anche la possibilità del riorientamento,
tanto dello sviluppo quanto della democrazia.
Il disorientamento della democrazia
Elezione o generazione. Inizio dunque con il primo disorientamento,
che ri-guarda la politica: il politico pensa alla prossima elezione
o alla prossima generazione di persone? La democrazia non riesce a
pensare alla prossima generazione: è incompatibile con ciò;
riesce solo a pensare alla prossima e-lezione. Il politico che pensasse
alla prossima generazione è destinato a per-dere le elezioni
seguenti.
Si potrebbe dire che è sempre stato così. Ma non è
vero, perché fino a pochi anni fa il potere di un dirigente
aveva ripercussioni solo per pochi anni suc-cessivi. Oggi, se un presidente
di un piccolo paese decide di tollerare che il lavaggio del denaro
del narcotraffico entri nel Paese, la sua decisione può influenzare
il futuro di altre generazioni. Se decide di costruire una centrale
nucleare può influenzare il futuro dell’umanità.
Dunque, il pensiero degli e-letti si concentra nel breve termine,
ma le sue decisioni si ripercuotono sul lungo termine: questo ci indica
un disorientamento completo.
Oggi abbiamo un esempio eccezionale di ciò. Il presidente Bush
è stato elet-to – con meno voti dell’avversario
– a causa di pochi voti di differenza in alcune città
della Florida, dovuti ad elettori interessati alla riduzione delle
tasse. Subito dopo, egli ha respinto gli accordi di Kyoto. Oggi il
pianeta si sta distruggendo e ciò influenzerà il futuro
non di una, ma di molte delle prossime generazioni dell’umanità.
Ossia, il presidente eletto da un gruppo di cittadini che pensavano
all’immediato distruggerà, forse definitivamente, il
pianeta. Questo è un disorientamento della democrazia.
Nazione e pianeta. Un altro disorientamento è fra nazione e
pianeta: ogni di-rigente politico è eletto nazionalmente, ma
ciò che decide ha ripercussioni internazionali. C’è
anche qui l’esempio di Bush, ma anche quello dei gover-nanti
della piccole Isole Cayman, che autorizzano il lavaggio del danaro
del narcotraffico. A sua volta, il Brasile non è un paese importante
dal punto di vista finanziario, non ha armi nucleari; ma se il nostro
presidente lasciasse distruggere l’Amazzonia, vi sarebbero ripercussioni
internazionali.
I presidenti sono eletti su base nazionale ma prendono decisioni di
rilevanza internazionale. Quando, nel 1992, i presidenti di tutto
il mondo si riunirono a Rio de Janeiro per discutere dell’equilibrio
ecologico del pianeta, ciascuno di loro pensava alla successiva elezione,
in cui avrebbero votato solo i pro-pri connazionali. Il mondo non
elegge presidenti!
Si potrebbe obiettare: “è sempre stato così!”.
Ma non è vero. Quando la de-mocrazia fu inventata, era pensata
per piccoli stati (quelli della Grecia anti-ca), in cui le decisioni
dei capi erano limitate nello spazio e nel tempo. Le elezioni continuano
come al tempo della Grecia, con elettori nazionali che pensano all’immediato,
mentre le decisioni hanno rilevanza internazionale e di lungo termine;
e la democrazia ne risulta disorientata. Maggioranza o mi-noranza?
La democrazia è incapace di risolvere le problematiche esplose
nel ventesimo secolo relative ai diritti delle minoranze. La democrazia
è autori-taria e dittatoriale in nome della maggioranza, contro
le minoranze. Nella democrazia di oggi è impossibile giustificare
il fatto che la maggioranza si imponga contro gli omosessuali, i gruppi
etnici, le diverse forme religiose. La democrazia è lo strumento
del potere della maggioranza e non sa come riflettere gli interessi
delle minoranze: da ciò derivano i conflitti che la de-mocrazia
non riesce ad evitare.
La democrazia oggi si dovrebbe basare sulla modalità che utilizzano
gli in-digeni brasiliani: quando c’è da prendere una
decisione collettiva essi non votano, non contano la maggioranza,
ma dibattono fino a decidere ciò che l’insieme vuole,
nella media dei desideri individuali. La nostra democrazia non si
basa sulla media, ma sulla maggioranza e ciò genera disorientamento.
Pubblico e sociale. In un paese con l’apartheid sociale, il
pubblico è il tutto, mentre il sociale sono i poveri. Negli
Stati Uniti il pubblico sono i bianchi e i neri, mentre il sociale
sono i neri. In Brasile il sociale sono i poveri, indi-pendentemente
dalla razza. Ogni giorno i governanti prendono decisioni contro i
poveri, in nome del pubblico. Questa è la tragedia di chi governa
in un paese come il Brasile: non può permettere che il povero
costruisca la sua casa nel terreno che appartiene al ricco, perché
nell’interesse pubblico la proprietà deve essere rispettata.
Nell’interesse sociale, il governante dovreb-be lasciare occupare
la casa (chiusa) di un ricco o lasciare costruire nel ter-reno di
quel ricco. Ma la democrazia non lo permette e propone al governan-te
un compito schizofrenico: occuparsi del “sociale” ma pensando
al “pub-blico”.
Morale e potere. La politica autorizza il governante a liberalizzare
l’eutanasia e l’aborto, ma la morale evolve più
lentamente e genera un diso-rientamento: il potere e la morale non
si incontrano. Si può dire che è sem-pre stato così.
Ma non è vero. Perché fino al ventesimo secolo la morale
e-volveva piano, ma altrettanto faceva il potere. Oggi vi sono forze
di pressio-ne che portano ad avere una maggioranza che approvi misure
che si scontra-no con la morale della popolazione.
Realtà e legalità. La Colombia è un esempio di
disorientamentro tra realtà e legalità. In Colombia,
infatti, la legalità è il Congresso, l’esercito;
la realtà è il narcotraffico e la guerriglia. Come funziona
il processo politico? Nego-ziando con i narcotrafficanti o ignorandoli.
Il rapporto con i narcotrafficanti significa avere nel processo politico
una quantità di forze di pressione che non sono legali, ma
che il politico non può ignorare nell’ora delle elezioni.
Carisma o marketing. La democrazia si è fatta attraverso il
carisma di cia-scun leader, ma oggi, sempre di più, il carisma
è disprezzato in nome del marketing. Oggi i politici non hanno
più leadership, hanno dietro gli esperti di marketing. Questo
disorienta, perché la relazione con il dirigente deve es-sere
fatta di affetto e di seduzione, se la relazione si basa sul marketing,
non c’è seduzione, ma inganno. Dunque, nella politica
di oggi si diventa natu-ralmente dei bugiardi per vincere un’elezione.
Leadership o sondaggio Questo disorientamento diventa maggiore quando
si congiunge con un altro dilemma: leadership o sondaggio. In passato
poli-tici guidavano il popolo, oggi sono guidati dall’opinione
del popolo. Il po-polo è un sentimento permanente, il sondaggio
d’opinione capta un istante del popolo. La forza di un leader
è nella capacità di individuare un istante nel futuro
del popolo e nella forza di attrarre il popolo con una proposta di
futuro. Questo è finito: Blair, Chirac, Bush non guidano i
loro popoli, ma fanno ricerche d’opinione e dicono ciò
che il popolo vuole sentire. Ma que-sta è una democrazia di
brevissimo termine, in cui il popolo dice ciò che vuole per
oggi, e non ciò che vuole per dopo. Se Churchill avesse governato
l’Inghilterra negli anni quaranta tenendo conto delle ricerche
d’opinione (che già esistevano), non avrebbe fatto la
guerra ad Hitler, ma avrebbe cer-cato l’accordo. Infatti, il
popolo inglese voleva la pace in quel momento, perché era spaventato.
Aveva bisogno di un leader che lo conducesse ad af-frontare il nemico
nazista. Oggi questo non succederebbe. È tragico, ma è
così.
Popolazione e elettorato. Nella democrazia greca votavano solo i cittadini;
non votavano gli schiavi, gli stranieri, le donne. La democrazia è
poi evoluta e la popolazione e l’elettorato sono diventati sinonimi.
Oggi, con le ondate di immigrati, la popolazione è una cosa,
l’elettorato un’altra. Il numero degli elettori è
inferiore a quello della popolazione: voi italiani non lasciate votare
gli immigrati africani per scegliere il capo del Governo, perché
da qui a trent’anni potrebbe essere egli stesso africano. Questo
disorientamento con-siste nel recedere da ciò che fu conseguito
nel secolo scorso.
Sovranità o globalizzazione. La democrazia è basata
sulla sovranità, perché è nazionale. Ma è
falso dire che il presidente che eleggiamo governa: sono le forze
internazionali che governano. Il presidente di qualsiasi paese latino-americano
– nel caso del Brasile, eletto da 115 milioni di elettori, obbligati
per legge a votare – nella prima settimana successiva all’elezione
dovrà in-contrare per prima cosa un funzionario di terzo livello
del Fondo Monetario Internazionale che gli dirà cosa deve fare.
Egli non può sottrarsi. La demo-crazia è disorientata:
da strumento di sovranità si ritrova nella realtà della
globalizzazione.
Il disorientamento dello sviluppo
Ricchezza e povertà. Lo sviluppo è stato creato per
aumentare la ricchezza, immaginando che tale aumento favorisse la
diminuzione della povertà. E questo ha funzionato bene fino
agli anni sessanta e settanta. Oggi percepia-mo che la ricchezza non
cresce “lateralmente” ma solo verso l’alto. Non
si sparge, ma si concentra. La crescita della ricchezza non si traduce
più nella diminuzione della povertà. Questa è
una forma di disorientamento, perché nessuno vuole solo far
crescere la ricchezza: tutti vogliono distribuirla, ma non si sa come
farlo. Al massimo riusciamo a riequilibrarla fra coloro che sono inclusi
nel sistema economico, ma non raggiungiamo chi ne è fuori.
Reddito e patrimonio. È una pazzia che la ricchezza sia definita
in base al reddito che ognuno consegue nell’arco di un anno
o al prodotto interno lor-do. La ricchezza è il patrimonio
accumulato da una nazione. Si dovrebbe considerare il patrimonio culturale
e naturale. L’economia, invece, non li considera, così
come non considera nella ricchezza la spiritualità e il tempo
libero.
Antropocentrismo e ecologismo. Non sappiamo come liberarci dall’antropocentrismo,
che però non è sufficiente per farci tener conto della
dimensione della natura. Oggi, con la crisi ecologica, qualsiasi progetto
civi-lizzatore che non incorpori il valore della natura è un
progetto falsato. La te-oria economica riesce a dar valore ad un albero
solo se è abbattuto. È un controsenso, ma è nella
logica economica.
Pace e guerra. L’economia adora la guerra, perché essa
significa innanzitut-to pieno impiego (fra soldati e costruttori di
armi per uccidere i soldati stes-si). Quando finisce la guerra, l’economia
entra in crisi. Ma oggi è sorto il fenomeno per cui le guerre
non uccidono più i soldati dei paesi che fanno la guerra; per
di più, non si impiegano più molti soldati, ma solo
un limitato numero di piloti e di aerei, perché questi ultimi
vanno e vengono con molta facilità senza essere distrutti.
Perché il presidente, per aiutare l’economia, non lascia
che gli aerei vengano distrutti? Perché segue i sondaggi, che
di-cono che se lascia distruggere gli aerei, perde la prossima elezione.
Quindi la guerra non è più uno strumento positivo per
l’economia.
Femminile e maschile. L’economia è stata una scienza
del lungo periodo e della produzione e non del breve termine e della
soluzione. Nell’economia domestica se manca il cibo l’uomo
esce di casa, va a trovarsi un lavoro, la-vora per tutto un mese,
prende lo stipendio, va a comprare del cibo e poi torna a casa, magari
bevendosi una birra lungo la strada. Quando torna, pe-rò, trova
tutta la famiglia morta di fame. Cosa fa una donna, invece, quando
non ha cibo? Va da un vicino e chiede di prestargli del cibo oppure
manda il figlio a chiedere cibo per strada o cerca un lavoro giornaliero.
Dunque, la lotta per l’eliminazione della povertà non
sarà vinta nell’ottica maschile dell’economia,
bensì nell’ottica femminile della soluzione immediata.
Voi non sapete – diversamente da noi brasiliani – che
cosa significa non avere l’acqua in casa, doverla cercare lontano
e caricarsela sulla testa per portarla in casa. Questa è una
cosa che tipicamente fanno le donne e i bambini. Se gli uomini facessero
questo, il Brasile avrebbe portato l’acqua in tutte le ca-se
del Paese. Ma essi non sentono questa esigenza. Non esiste un’etica
dell’urgenza nell’economia, essa ha pazienza: “Che
muoiano, un giorno aumenterà il reddito e si distribuirà”.
Serve una nuova ottica, che chiamo femminile per mancanza di un’altra
parola.
Fiscale o sociale? Dobbiamo dare incentivi agli imprenditori per produrre,
creare lavoro, pagare un salario? Oppure diamo incentivi sociali ai
poveri per mandare i figli a scuola? Io propendo per questa seconda
alternativa: è quello che ho fatto nel mio governo, a Brasilia.
L’economia si è abituata a pagare dottorati – cari
– in Europa e negli Stati Uniti per i giovani brasiliani che
già hanno terminato l’università. Ed io mi sono
chiesto: se paghiamo un ingegnere per il dottorato, perché
non pagare un analfabeta per imparare a leggere? Questo è stato
visto come una pazzia, perché sapevamo che queste persone potevano
avere l’interesse a non impa-rare a leggere, per essere pagati
più a lungo. La soluzione è stata di compra-re –
con l’equivalente, allora, di cento dollari – la prima
lettera che avessero scritto. Questo programma è stato poi
esteso dal Presidente Cardoso a tutto il Brasile. Analogamente, abbiamo
creato dei libretti di risparmio per gli a-lunni delle scuole, che
potevano ricevere i versamenti del Governo solo quando avrebbero terminato
il ciclo scolastico.
Ferro e oro. Durante i cinquant’anni del massimo sviluppo del
pianeta il mondo è stato diviso dalla cortina di ferro: da
un lato lo sviluppo capitalista, dall’altro lo sviluppo socialista.
La cortina è caduta, ma al suo posto è stata costruita
un’altra cortina la quale, anziché separare capitalismo
e socialismo, anziché separare paesi, separa persone: gli inclusi
e gli esclusi. Può essere chiamata “cortina d’oro”.
L’economia che lavorò bene con la cortina di fer-ro non
sa lavorare con la cortina d’oro: non sa demolire questa parete.
Uguaglianza o somiglianza. Noi abbiamo promesso uguaglianza per due
se-coli, ma arriviamo al ventunesimo secolo tanto diseguali da essere
differenti. Fra i ricchi e i poveri del mondo non c’è
disuguaglianza, ma differenza. Per esempio, la disuguaglianza è
fra chi ha il dottorato e chi ha solo terminato l’università;
la differenza è fra chi è entrato all’università
e chi non ha finito la scuola elementare. Disuguaglianza è
fra chi mangia in un buon ristorante e chi mangia in casa; la differenza
è fra chi mangia in un ristorante econo-mico e chi non mangia
affatto. Ma oggi si va oltre: stiamo passando dalla differenza ad
una dissomiglianza: gli esseri umani stanno rompendo l’identità
biologica. Chris Mayers ci ha detto che ogni anno aumenta di venti
giorni la speranza di vita di un essere umano. Ma ha dimenticato di
dire che aumenta di venti giorni per gli esseri umani che hanno accesso
alla moderni-tà della biologia e della medicina, ma che non
aumenta nemmeno di un giorno la speranza di vita degli esclusi dalla
modernità. Dunque noi stiamo creando una dissomiglianza. Non
ci vorranno più di venti o trent’anni per avere una mutazione
biologica indotta dalla scienza e rompere il sentimento di somiglianza,
che è stato costruito, con tanto ritardo, solo a partire dall’Illuminismo.
Quantità e qualità. L’economia sa lavorare solo
con la quantità, non è in grado di cogliere la dimensione
della qualità. Perché? Perché gli economisti,
duecento anni fa, decisero di considerarsi come i fisici, di essere
scienziati dello stesso tipo di Newton, di individuare le regole matematiche
per rap-presentare il comportamento umano. E quindi dovettero lavorare
con la quantità, anziché con la qualità. Risultato:
è stata creata una camicia di forza per l’economia. L’economia
non sta tutta dentro la matematica, anche se non possiamo negare la
sua importanza. Non è possibile che ciascuno di noi, con le
follie del consumismo e con i propri gusti, sia regolato dalla matema-tica.
Non funziona.
Tempo libero e lavoro. L’economia non sa cosa fare con il tempo
libero, che considera una perdita di risorse. Ma non è così:
il tempo libero è un arric-chimento di chi lo possiede. Perché
nel tempo libero non produce, ma legge, ama, si occupa dei figli,
fa ciò che gli piace. In quel momento l’uomo non ha alcun
valore per l’economia: ma è un errore.
Impiego e funzione. Noi consideriamo il lavoro, non la funzione. Quando
il mio Governo ha remunerato un povero per imparare a leggere, ha
remunera-to una funzione, ferendo in tal modo il più forte
principio dell’economia, perché quel povero non era un
lavoratore. Ma il mondo va sempre di più verso una diminuzione
del lavoro ed un aumento del tempo libero e delle funzioni: occuparsi
dei figli, occuparsi della casa, ecc. Queste sono funzioni ma non
sono lavori.
Macroeconomia o “totaleconomia”? La macroeconomia osserva
il funzio-namento dei meccanismi che sono dietro l’economia
in senso stretto. Ma è l’ora di guardare la totalità
degli effetti dell’economia. Quando spendiamo denaro per migliorare
la circolazione stradale, stiamo diminuendo il costo degli ospedali.
Quando spendiamo per ridurre la povertà, stiamo rispar-miando
sul costo della violenza. Ma la macroeconomia non mette insieme queste
cose, rimane ristretta.
Egoismo o altruismo? L’economia è basata sull’egoismo.
E questo ha fun-zionato bene, almeno fin quando nessuno è stato
capace di possedere una bomba atomica. Ma ormai è questione
di altri dieci anni e ognuno potrà di-sporre di una bomba atomica
in casa. E quindi è finito il tempo in cui l’egoismo
può essere sufficiente. Una volta, se una persona aveva, egoisti-camente,
un’auto privata, la sua velocità di movimento migliorava.
Oggi che tutti abbiamo un’auto è come se nessuno la avesse,
perché si produce un monumentale imbottigliamento. È
più intelligente non essere egoista che es-serlo: l’egoismo
ha oggi un costo molto alto per l’umanità ma anche, in
par-ticolare, per i ricchi. Ma non c’è bisogno di far
ricorso al concetto di altrui-smo: è sufficiente ragionare
su un egoismo intelligente.
Armonia o equilibrio? Gli economisti lavorano con il concetto di equilibrio
e ignorano il concetto di armonia: è un errore. L’economia
brasiliana, per esempio, non è squilibrata, è negativa
perché distrugge la natura e impoveri-sce le persone.
Crisi o tragedia. L’ultima domanda è: siamo di fronte
ad una crisi o ad una tragedia? Ciò che oggi succede in Argentina
è chiamato “crisi”: ma ciò che accade, lì
o in Russia, è una tragedia umana. Vengono chiamate “crisi”
per poter essere freddi e per analizzarle razionalmente. Un terremoto
genera molta meno disarticolazione sociale di ciò che è
successo in Argentina: ma il terremoto è chiamato tragedia,
mentre gli avvenimenti dell’Argentina so-no crisi, perché
noi lavoriamo con la tecnica e non con l’etica.
Il riorientamento
Dopo questa rapida esposizione delle forme del disorientamento, voglio
concludere analizzando il riorientamento della democrazia e dello
sviluppo trattando due punti.
Il primo è che la Terra deve passare ad essere considerata
un condominio. Noi non dobbiamo abolire il sentimento nazionale, ma
fare in modo che o-gni nazione sia subordinata all’interesse
comune. È come abitare in un edifi-cio fatto di appartamenti:
ognuno è padrone del suo appartamento, ma non può tenere
la musica troppo alta, non può accendere la brace per l’arrosto
in salotto, perché disturba i vicini. E allora i paesi devono
eleggere i propri presidenti, ma questi devono essere limitati da
norme etiche internazionali.
Il secondo punto è che è venuto il momento per noi,
i ricchi del mondo, di elaborare un immenso programma per abolire
la povertà dal pianeta. L’Europa fu distrutta da una
guerra e gli americani misero a disposizione di-ciotto milioni di
dollari per la ricostruzione del continente. Perché oggi non
facciamo la stessa cosa con i poveri dell’Africa, dell’America
Latina e dell’Asia? Io non parlo del Brasile, che è molto
ricco e deve rimanere fuori da questo programma; ai problemi interni
ci devono pensare i ricchi del Pae-se. Ma perché non fare per
i paesi poveri un grande programma sociale glo-bale? Con quaranta
miliardi di dollari all’anno possiamo mandare a scuola tutti
i 240 milioni di bambini che lavorano per portare cibo a casa. Il
reddito mondiale è oggi di 40mila miliardi di dollari: quindi
basterebbe lo 0,1% del reddito di ciascuno per abolire il lavoro infantile
nel mondo. Questo è possi-bile, dipende da noi, dalla pressione
che possiamo esercitare sui nostri go-verni – specialmente quelli
che hanno più potere, quelli europei e nordame-ricani –
all’interno del Fondo Monetario Internazionale, all’interno
della Banca Mondiale, per creare un Global Social Marshall Plan (diciamolo
in inglese, perché suona più forte!).
Il mio messaggio finale è che possiamo riorientare la democrazia
senza di-struggerla e lo sviluppo senza paralizzarlo. Dobbiamo fare
queste due cose con la consapevolezza che il mondo disordinato di
oggi esige e che l’etica del sentimento di somiglianza fra gli
esseri umani ci obbliga.
Cristovam Buarque è professore di Economia all’Università di Brasilia. Il testo non è stato rivisto dall’autore.