“Orientarsi”
Spesso il nostro linguaggio porta l’eredità di un mondo
che ormai non esiste più. Le nostre parole, gli stessi concetti
che utilizziamo, restano legati nella loro origine ed etimologia alla
realtà che li ha generati e alla quale talvolta sopravvivono
per lungo tempo.
Cosa vuol dire, alla lettera, disorientarsi? Essere disorientati?
Non trovare l’Oriente. Ma quando l’Oriente era il principale
punto cardinale di riferimento? Certamente molto tempo fa. Si guardava
ad Oriente per trovare la direzione: il luogo dove sorge il sole era
un punto di riferimento concreto, ma si prestava ad essere interpretato
anche simbolicamente come sorgente di calore, di luce, di vita. Le
chiese erano costruire in modo che il sole colpisse l’abside.
Anche le altre lingue, non solo la nostra, portano questi segni. L’arabo
in particolare è una lingua rivelatrice da questo punto di
vista: il nome del Sud e la Destra hanno la stessa radice Y-M-N. Yamîn
vuol dire destra e a questo termine si riallaccia il nome dello Yemen.
Ora, quando, trovandosi in Arabia, si ha lo Yemen alla propria destra?
Quando si guarda ad Oriente. Analogamente Nord si dice Shamâl,
che vuol dire anche sinistra. Anticamente, dunque, l’Oriente
era il punto di riferimento fondamentale, ma già da moltissimo
tempo non lo è più. Lo sviluppo della tecnologia e delle
scienze ha portato una rivoluzione anche nella ripartizione del mondo.
Si tratta, se volete, di una piccola nota marginale, ma che incomincia
già a far vibrare dentro di noi tutta una serie di consapevolezze
che ritroveremo nelle riflessioni che svilupperemo da qui in poi.
Conoscere l’altro
Il problema con cui, soprattutto oggi, dobbiamo misurarci, proprio
perché il mondo è diventato talmente piccolo che i contatti,
gli spostamenti sono così facili e frequenti, è quello
dell’alterità. L’altro non è più
quello che vive a casa sua, lontano, l’esotico che sta al di
là del mare, ma è qualcuno con cui abbiamo sempre più
l’occasione di venire in contatto. Ed è bene che questa
vicinanza ci provochi, che generi dei problemi.
Dobbiamo sempre ricordare che il problema dell’alterità
ha, come rovescio della medaglia, quello dell’identità.
Se l’altro mi crea un problema, devo chiarire chi sono io nei
suoi confronti e in questo rapporto con lui preciso meglio anche la
mia identità. È un tema che sta diventando cruciale,
soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo la dissoluzione
dell’Impero Sovietico. Tanto cruciale che il politologo americano
Samuel Huntington ha teorizzato lo ‘scontro delle civiltà’,
vale a dire l’ipotesi secondo la quale i grandi conflitti che
attendono l’umanità non saranno più quelli legati
alle ideologie, come nel recente passato, ma alle identità
culturali. Egli ha individuato nel mondo alcune aree destinate ad
affrontarsi. In base alla sua analisi, il confronto più cruciale
che sembra delinearsi sarà quello tra la civiltà occidentale
e quella islamica. In altre parole, tra le varie civiltà che
sono in gioco all’interno di questo fenomeno globale, l’Islam
occupa un posto particolare ed è il candidato ideale per prendere
il posto di quel grande antagonista dell’Occidente che fino
a poco tempo fa era rappresentato da un altro Oriente, connotato più
per motivi politici, ideologici, geo-strategici che culturali.
Tutto ciò, in parte, non è più un futuribile,
ma una realtà: già prima di Osama Bin Laden, i ‘nemici
pubblici’ per eccellenza erano tutti musulmani: Gheddafi, Khomeini,
Saddam Hussein, e così via. Dopo l’11 settembre questa
percezione si è ancora più accentuata, e non è
necessario ricordare le espressioni viscerali che abbiamo potuto leggere
negli articoli e nei libri di Oriana Fallaci.
Anche altre persone si sono espresse in termini analoghi, e ben prima
dell’11 settembre: il libro di Baget Bozzo è, da questo
punto di vista, impressionante. Per ammissione dello stesso autore
è un libro che rientra nella letteratura controversistica:
s’intitola infatti Di fronte all’Islam e nell’introduzione
si dice esplicitamente che s’intende con ciò l’adversus
dei trattati medievali, con cui si combattevano le eresie.
Anche presso intellettuali di diversa estrazione e orientamento troviamo
tuttavia qualcosa di simile: il libro sulla multiculturalità
di Giovanni Sartori,2 a questo proposito, è rivelatore. Si
giunge, in definitiva, alla stessa conclusione: tutte le civiltà
sono integrabili, tranne quella islamica. I musulmani sono portatori
di una visione del mondo che per sua stessa natura non è assimilabile,
è antitetica alla nostra e il grosso problema che dobbiamo
affrontare è proprio questo.
Eppure il grande antropologo Lévy Strauss definiva l’Islam
“l’Occidente dell’Oriente”, intendendo che
tra tutte le varie civiltà dell’Oriente, quella islamica
è la più occidentale, la più vicina a noi, non
soltanto per contiguità geografica, ma anche per comunanza
di radici. Potremmo forse dedurne che, come spesso accade, è
più difficile andar d’accordo tra parenti che tra estranei.
E’ più facile che si generino fraintendimenti quando
c’è maggiore comunanza di elementi originari, come succede
tra le lingue. Se voi cercate di parlare una lingua che è dello
stesso ceppo della vostra, senza averla studiata a fondo, facilmente
prenderete presto una certa baldanza che vi porterà a dire
prima o poi qualche grosso strafalcione. Con i musulmani, che sono
degli orientali meno esotici, così come con gli ebrei, a volte
non ci capiamo in modo ancora più evidente che non con i rappresentanti
di culture dell’Oriente Estremo, il quale viene percepito meno
esotico per motivi di tipo politico, istituzionale, economico. Pensate
al Giappone: è un paese che ha accettato l’economia di
mercato, è entrato nel mondo capitalistico e ci sembra un Oriente
meno esotico di altri. Dovremmo chiederci se le cose stanno veramente
così.
Che cosa è l’Islam?
Quando parliamo del confronto, dell’incontro, dello scontro
tra Islam e Occidente, se ci soffermiamo anche un istante soltanto
a riflettere sui termini che utilizziamo, e sui concetti che essi
veicolano, il nostro disorientamento aumenta. Che senso ha paragonare,
confrontare Islam e Occidente. Sono due realtà omogenee? Cos’è
l’Islam? Se lo chiediamo all’uomo della strada, ci risponderà
probabilmente che l’Islam è una religione. E a ragione:
è infatti una delle grandi religioni monoteistiche che si rifanno
ad Abramo. Ma il termine religione è il più adeguato
a definire l’Islam? Quando io utilizzo il termine religione,
gli attribuisco un significato universale, pensando che tutti i popoli
del mondo intendano per religione la stessa cosa. Ma invece, con questo
termine, esprimo il mio modo di intendere la religione, che è
figlio della mia storia. Nella mia storia, la religione è qualcosa
che ha molto a che fare con la teologia, che a sua volta ha molto
a che fare con la filosofia.
Teologia e filosofia sono sempre state sorelle, hanno camminato l’una
affianco all’altra, talmente simili tra di loro da non riuscire
quasi mai ad andare d’accordo, perché ciascuna delle
due tendeva a sconfinare nel campo dell’altra.
Nel nostro concetto di religione, quindi, si enfatizza l’aspetto
intellettuale, dogmatico, legato ai principi, al credo. L’Islam
è una religione quasi priva di teologia, così come l’ebraismo:
è un’ortoprassi più che un’ortodossia. Secondo
l’Islam noi, di Dio, non siamo chiamati a scoprire il mistero,
siamo chiamati piuttosto ad obbedirgli, e quindi la Legge ha un valore
molto superiore a quello della speculazione. Allora quando dico che
l’Islam è una religione dico una cosa vera, ma non esauriente,
faccio cioè un’affermazione non esatta, perché
parziale. E quando osservo “Caspita, è ben difficile
che i musulmani si convertano ad altre religioni. Loro sì che
ci credono!”, trasferisco su di loro un mio modo di aderire
alla fede. Sono io che ritengo fondamentale per la fede la convinzione
nell’adesione intellettuale al dogma. Per il musulmano si tratta
di un’appartenenza più totalizzante, quasi di tipo etnico.
Un musulmano è musulmano, come un tedesco è tedesco.
Non come un cristiano è cristiano.
Che cosa è l’Occidente?
Vedete allora che già dietro ad un semplice termine come religione
troviamo molte cose da precisare. E dall’altra parte cosa abbiamo?
L’Occidente. Ma cos’è l’Occidente? Se lo
chiedete di nuovo all’uomo della strada, lo metterete in una
posizione ancora più difficile. Facilmente vi darà alla
fine una definizione legata allo spazio: l’Occidente è
una regione geografica, l’Ovest. Ma se ci riflettete un attimo,
quando noi parliamo dell’Occidente in confronto alle altre culture,
in realtà quello che scatta nella nostra mente non è
un concetto di tipo geografico-spaziale, ma un concetto di tipo temporale:
l’Occidente è la modernità. L’Occidente
è quello che è successo nella cultura, nella civiltà,
nella scienza in una certa area del mondo, da un certo numero di anni
a questa parte. E siamo noi l’eccezione, non gli altri.
La gran parte delle culture della Terra, non soltanto quella islamica,
ma anche quelle dell’Asia e dell’Africa sono ancora culture
di tipo tradizionale, perché non hanno realizzato le rotture
epistemologiche che sono invece avvenute in Occidente. La riforma
protestante, la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale,
il post-moderno: tutto questo caratterizza noi che siamo la minoranza,
anche se siamo i più forti.
Sarebbe lungo andare a vedere nei dettagli in cosa si caratterizza
questo Occidente. Ricordo la famosa frase di Don Lorenzo Milani che
diceva “l’obbedienza non è più una virtù”.
E’ singolare che lo dicesse un prete e che lo dicesse un prete
occidentale. Nessun prete orientale, di nessuna religione, compresa
quella cristiana, sottoscriverebbe questo tipo di affermazione. I
cristiani orientali da questo punto di vista sono più simili
ai musulmani che ai loro correligionari occidentali, condividono con
i musulmani un’antropologia, una concezione del mondo che si
basa su altri presupposti. Quindi queste civiltà sono differenti.
Conoscere le diversità
Al di là di tutta la nostra buona volontà – che
è preziosa – nel voler andare d’accordo, superando
ciò che ci divide, noi non dobbiamo dimenticare che siamo diversi
e queste diversità le dobbiamo riconoscere, conoscere e gestire.
Ignorarle non serve, anzi alla lunga potrebbe essere controproducente,
perché è un velleitarismo che alla fine non ci prepara
al compito che ci attende. Il compito che ci attende è appunto
quello di conoscerci. Una cosa interessante che possiamo fare per
conoscerci è, come dice Paul Ricoeur3, “assumere in forma
immaginativa o simpatetica la storia dell’altro attraverso i
racconti che lo riguardano”. A questo proposito vi riporto un
racconto emblematico di Antoine de Saint-Exupéry, tratto dal
suo celebre testo Terra di uomini4, a volte la letteratura ha la capacità
di spiegare con un’immagine ciò che mille saggi non riescono
a rendere.
"Dunque, li portavamo a spasso, e accadde così che tre
di loro visitassero quella Francia sconosciuta. Appartenevano alla
stessa razza di quelli che, venuti una volta con me in Senegal, piansero
scoprendo degli alberi. Allorché li ritrovai sotto le tende,
glorificavano i teatri di varietà in cui donne nude danzavano
tra i fiori. Erano uomini che non avevano mai veduto un albero o una
fontana, né una rosa, uomini che conoscevano l'esistenza di
giardini ove scorrono ruscelli solo dal Corano, poiché in tal
modo esso definisce il paradiso. Ci si guadagna questo paradiso e
le sue belle prigioniere con un'amara morte sulla sabbia, per la fucilata
di un infedele, dopo trent'anni di stenti. Ma Dio li inganna poiché
dai francesi, cui concede tali e tanti tesori, non esige né
la taglia della sete né quella della morte. Perciò i
vecchi capi ora sono pensosi. Perciò, osservando il Sahara
che si estende, deserto, intorno alla loro tenda e che fino alla loro
morte avrà da offrire piaceri così magri, si abbandonano
alle confidenze.
- Sai... il Dio dei francesi... E' più generoso con i francesi
che il Dio dei mauri con i mauri!
Erano stati portati in giro, alcune settimane prima, in Savoia. La
guida li aveva condotti di fronte a una grossa cascata d'acqua, una
specie di colonna ritorta e rombante:
- Assaggiate, - disse.
Ed era acqua dolce. Acqua! Quante giornate di cammino occorrono, qui,
per raggiungere il pozzo più vicino, e, se lo si trova, quante
ore, per scavare la sabbia che lo ha riempito, fino a una fanghiglia
mista a urina di cammello? L'acqua! A Cap Juby, a Cisneros, a Port-Etienne,
i bambini dei mauri non mendicano il denaro, bensì, con un
barattolo di latta in mano, mendicano l'acqua:
- Da' un po' d'acqua, da'...
- Se fai il bravo.
L'acqua, che vale oro quanto pesa; l'acqua che, con la minima goccia,
fa scaturire dalla sabbia la verde scintilla d'un filo d'erba. Se
in qualche luogo ha piovuto, un grande esodo movimenta il Sahara.
Le tribù lo risalgono, verso l'erba che spunterà a trecento
chilometri di distanza... E quell'acqua, così avara, di cui
a Port-Etienne non cadeva una sola goccia da dieci anni, rombava,
là, come se, dalla rottura di una cisterna, si riversassero
le riserve del mondo.
- Andiamo via, - diceva la guida. Ma non si muovevano:
- Lasciaci ancora... Tacevano, assistevano muti, con gravità,
allo svolgersi di quel mistero augusto. Ciò che in tal modo
sgorgava dal monte, era la vita, era lo stesso sangue degli uomini.
Un solo secondo di quella portata d'acqua avrebbe risuscitato intere
carovane che, ubriache di sete, erano affondate per sempre nell'infinito
dei laghi di sale e dei miraggi. Qui si manifestava Dio: non si poteva
voltargli le spalle. Dio apriva le sue cateratte e mostrava la sua
potenza: i tre mauri restavano immobili.
- Che altro vedrete ancora? Venite...
- Bisogna aspettare.
- Aspettare che?
- La fine.
Volevano aspettare il momento in cui Dio si sarebbe stancato della
propria follia. Fa presto a pentirsi, è avaro.
- Ma quest'acqua scorre da mille anni!...
Perciò, questa sera, non si soffermano a parlare della cascata.
Val meglio passare sotto silenzio certi miracoli. Val meglio addirittura
non stare troppo a pensarci, se no non si capisce più niente.
Se no si dubita di Dio...
- Il Dio dei francesi, capisci..."
Questo atteggiamento di fronte ad un fatto naturale, mirabilmente
narrato da un autore occidentale, ha un corrispettivo nella riflessione
di un intellettuale, questa volta musulmano, che ci dice qual è
il suo rapporto con la modernità. Si tratta di Dariush Shayegan,
intellettuale iraniano che ha scritto in francese un libro molto interessante,
Le regard mutilé5, che parla della schizofrenia culturale in
questi termini:
“Le nuove idee che mi assalgono, e i nuovi oggetti che mi si
parano davanti, intesi in tutto il loro spessore, mi sono estranei.
Io non posseggo neppure le parole appropriate per comprenderli, né
trovo nel mio spirito le rappresentazioni adeguate per poterlo fare.
Sono qualcosa di insondabile, che si propone all’improvviso
nel campo della mia conoscenza. E’ pur vero che io li vedo,
che me ne servo, ma li subisco nel momento stesso in cui me ne impadronisco.
Non ne conosco la genesi, non ho assistito alla loro nascita, non
ho partecipato alle crisi successive che sono state il preludio della
loro fabbricazione. Né ho preso parte alle modalità
che li hanno resi possibili. Sono qualcosa di aberrante di cui tuttavia
non posso fare a meno, disturbano le mie abitudini e mi si impongono
ineluttabilmente. Eppure in essi c’è qualcosa che mi
seduce, che mi attira, tanto che non posso evitare di fare i conti
con essi, quand’anche ciò richiedesse di dar fondo a
tutte le mie energie”.
La radice della crisi
E’ il grande dramma delle grandi civiltà che devono subire
in qualche modo il prodotto della modernità come qualcosa che
non scelgono, ma che gli si impone. Anche sotto questo aspetto è
avvenuto un grande cambiamento, perché nell’epoca coloniale
era un’imposizione deliberata che i popoli colonizzatori facevano
rispetto agli altri. Oggi si tratta ormai di un meccanismo che funziona
da sé, che è quasi sfuggito ad ogni controllo, si autoimpone
e genera reazioni talvolta esasperate.
Quella che investe i rappresentanti della cultura araba e musulmana,
in tal modo, non è una crisi di fede. Anche in questo caso,
ancora una volta, non dobbiamo proiettare sugli altri il nostro modo
di percepire, di vivere le cose. Noi abbiamo vissuto il problema della
morte di Dio: questo non è assolutamente il problema dei musulmani.
Che Dio ci sia viene considerata un’evidenza, non si pone la
questione della sua esistenza. E’ una crisi di religione, cioè
una crisi di sistema.
Questo sistema, l’Islam, globale, totalizzante, onnicomprensivo
che ci ha portato ad essere una delle più grandi civiltà
della storia, ad avere un ruolo prestigioso anche su scala internazionale
(fino alla prima guerra mondiale l’impero ottomano era una grande
superpotenza), oggi non funziona più.
Un intellettuale egiziano contemporaneo ha espresso molto bene tale
disorientamento in questa frase: “Noi ci domandiamo come sia
possibile che il mondo sia diventato l’inferno dei credenti
e il paradiso dei miscredenti”. E’ questa la radice della
crisi, uno shock al quale si risponde in vari modi da parte di fondamentalisti,
riformisti e modernisti. Ma in qualche modo la loro crisi, il loro
disorientamento di fronte a questo fenomeno ha un corrispettivo nella
nostra consapevolezza. Noi siamo ben consapevoli che il nostro sistema
funziona molto bene, fin troppo, ci dà benessere, potere, salute,
progresso, ma siamo già da tempo consci del rovescio della
medaglia. Nell’Orlando furioso, Ariosto racconta che l’archibugio
viene gettato nelle profondità del mare perché è
un’arma infernale e dice: “Mai più si vanti il
rio per te valer”. La tecnologia è un’arma, è
uno strumento che cela il valore di chi lo utilizza. Mentre il cavaliere
medievale doveva sottoporsi ad un durissimo addestramento per usare
le sue armi, e quindi era un prode, chi schiaccia un bottone, chi
tira un grilletto, può essere anche molto inferiore rispetto
alla persona che colpisce. Sto parlando dell’archibugio non
solo come arma, ma come simbolo di ogni meccanismo che produce un
effetto.
Quale via d’uscita
Come uscirne allora? Non pretendo di dare una risposta, sarei presuntuoso
e arrogante. Quello che noi abbiamo spesso fatto consapevolmente,
o che stiamo ancora facendo inconsapevolmente, è imporre a
tutti i nostri modelli. Non necessariamente per malafede, perché
vogliamo dominare gli altri, ma semplicemente perché i nostri
modelli sono talmente ben congeniati ed efficaci...come facciamo a
rinunciare a proporli? Si impongono da sé. Dovremmo resistere
a questa tentazione, vigilare su questo meccanismo che si sta autoalimentando
e generando da sé, per favorire dei processi piuttosto che
imporre dei modelli.
Consapevoli e orgogliosi delle cose buone che abbiamo faticosamente
conquistato, dobbiamo però avvertire che gli altri hanno il
loro cammino, i loro passi da fare, ponendosi delle domande, procededendo
attraverso dei passaggi che possono essere forse simili, ma non devono
necessariamente essere identici a quelli che abbiamo conosciuto noi.
Si tratta, in altre parole, di accettare di vivere il carattere paradossale
della condizione umana, che ho trovato espresso in modo straordinario
nel già citato libro di Paul Ricoeur che riguarda la traduzione.
E’ un saggio nel quale si ripercorre la storia della traduzione,
delle teorie dei linguisti e alla fine ci si accorge di questo: dal
punto di vista teorico, la traduzione è una cosa impossibile.
Non è possibile tradurre da una lingua all’altra, si
scrive un’altra cosa che non è e non sarà mai
la perfetta traduzione dell’originale.
Eppure gli uomini questa cosa la fanno da sempre. Quindi la condizione
umana è una costante concatenazione di cose che sono allo stesso
tempo impossibili e inevitabili, cose che quotidianamente facciamo.
Si ricordava prima che la razionalità non può avere
la pretesa di dominare, spiegare, governare tutto. Questo aspetto
contraddittorio è tipico della natura umana: una natura connotata
da una grande miseria e da una grandissima dignità. Anche nel
Corano troviamo questo concetto. Quando Dio crea l’uomo, gli
angeli lo osservano con un certo disagio e gli chiedono: “Vuoi
metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà
il sangue, mentre noi cantiamo le Tue lodi ed esaltiamo la Tua santità?”.
Quindi l’uomo è un corruttore. Dio non risponde a questa
domanda, o meglio risponde dando implicitamente ragione agli angeli,
non li smentisce, ma dice loro: “Io so ciò che voi non
sapete” (II, 30). Il destino dell’uomo è dunque
qualcosa di paradossale, un mistero che non può essere spiegato.
Non perché sia assurdo e del tutto incomprensibile: intendo
per mistero non tanto una cosa che non si capisce, quanto una cosa
che non si finisce mai di capire. Quindi qualcosa che è passibile
di continui approfondimenti, di nuove interpretazioni, che ci porterà
sempre più in là, ma non sarà mai esaurito.
Dentro questa prospettiva credo sia possibile anche il confronto tra
le culture. Quando saremo capaci di rinunciare a fare le graduatorie,
stabilendo chi è meglio e chi è peggio, chi deve imparare
e chi deve insegnare, e accetteremo la nostra provvisorietà,
consapevoli delle positività che ciascuno ha da portare, ma
anche della relatività delle forme concrete che i suoi valori
hanno saputo assumere nel corso del tempo, ammetteremo allora che
l’altro possa fare percorsi differenti, pur senza rinunciare
a proporgli la nostra esperienza. L’accettazione della diversità
fa parte di tutte le grandi tradizioni religiose. Ricordo una frase
di Tommaso Moro: “Signore dammi la forza di cambiare le cose
che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso
cambiare”. Vi potrà sembrare strano, ma queste cose non
sono assenti neanche nel Corano, tanto spesso citato come testo che
porta alla violenza, alla Guerra Santa, alla contrapposizione. E’
un testo che ha dentro di sé anche i germi di una grande tolleranza.
Io mi sono divertito, dopo l’11 settembre, a Natale, a mandare
agli amici questo versetto del Corano di cui tutti sono rimasti sbalorditi:
“A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre,
se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica,
ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate
dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora
Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in
discordia” (5, 48).
E’ il manifesto della tolleranza universale. Qual è il
problema? Il problema è che i musulmani, questo versetto, oggi
non lo leggono e che la loro condizione storica e culturale li induce
a preferire altri versetti che sono quelli dell’appartenenza,
dell’identità, del confronto, dello scontro. La nostra
responsabilità è quindi anche quella di creare le condizioni
perché ciascuno sia stimolato ad estrarre dal proprio patrimonio
questi tesori, e non soltanto i suoi incubi.
Paolo Branca è islamista e professore di Arabo all’Università
Cattolica di Milano.
Il testo è stato rivisto dall’autore.