S3Studium
    Numero 16
 

Lo scontro delle civiltà
Paolo Branca

“Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare” è il pensiero di Tommaso Moro che andrebbe adottato come un possibile manifesto della tolleranza universale

 



“Orientarsi”

Spesso il nostro linguaggio porta l’eredità di un mondo che ormai non esiste più. Le nostre parole, gli stessi concetti che utilizziamo, restano legati nella loro origine ed etimologia alla realtà che li ha generati e alla quale talvolta sopravvivono per lungo tempo.
Cosa vuol dire, alla lettera, disorientarsi? Essere disorientati? Non trovare l’Oriente. Ma quando l’Oriente era il principale punto cardinale di riferimento? Certamente molto tempo fa. Si guardava ad Oriente per trovare la direzione: il luogo dove sorge il sole era un punto di riferimento concreto, ma si prestava ad essere interpretato anche simbolicamente come sorgente di calore, di luce, di vita. Le chiese erano costruire in modo che il sole colpisse l’abside. Anche le altre lingue, non solo la nostra, portano questi segni. L’arabo in particolare è una lingua rivelatrice da questo punto di vista: il nome del Sud e la Destra hanno la stessa radice Y-M-N. Yamîn vuol dire destra e a questo termine si riallaccia il nome dello Yemen. Ora, quando, trovandosi in Arabia, si ha lo Yemen alla propria destra? Quando si guarda ad Oriente. Analogamente Nord si dice Shamâl, che vuol dire anche sinistra. Anticamente, dunque, l’Oriente era il punto di riferimento fondamentale, ma già da moltissimo tempo non lo è più. Lo sviluppo della tecnologia e delle scienze ha portato una rivoluzione anche nella ripartizione del mondo. Si tratta, se volete, di una piccola nota marginale, ma che incomincia già a far vibrare dentro di noi tutta una serie di consapevolezze che ritroveremo nelle riflessioni che svilupperemo da qui in poi.

Conoscere l’altro

Il problema con cui, soprattutto oggi, dobbiamo misurarci, proprio perché il mondo è diventato talmente piccolo che i contatti, gli spostamenti sono così facili e frequenti, è quello dell’alterità. L’altro non è più quello che vive a casa sua, lontano, l’esotico che sta al di là del mare, ma è qualcuno con cui abbiamo sempre più l’occasione di venire in contatto. Ed è bene che questa vicinanza ci provochi, che generi dei problemi.
Dobbiamo sempre ricordare che il problema dell’alterità ha, come rovescio della medaglia, quello dell’identità. Se l’altro mi crea un problema, devo chiarire chi sono io nei suoi confronti e in questo rapporto con lui preciso meglio anche la mia identità. È un tema che sta diventando cruciale, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo la dissoluzione dell’Impero Sovietico. Tanto cruciale che il politologo americano Samuel Huntington ha teorizzato lo ‘scontro delle civiltà’, vale a dire l’ipotesi secondo la quale i grandi conflitti che attendono l’umanità non saranno più quelli legati alle ideologie, come nel recente passato, ma alle identità culturali. Egli ha individuato nel mondo alcune aree destinate ad affrontarsi. In base alla sua analisi, il confronto più cruciale che sembra delinearsi sarà quello tra la civiltà occidentale e quella islamica. In altre parole, tra le varie civiltà che sono in gioco all’interno di questo fenomeno globale, l’Islam occupa un posto particolare ed è il candidato ideale per prendere il posto di quel grande antagonista dell’Occidente che fino a poco tempo fa era rappresentato da un altro Oriente, connotato più per motivi politici, ideologici, geo-strategici che culturali.
Tutto ciò, in parte, non è più un futuribile, ma una realtà: già prima di Osama Bin Laden, i ‘nemici pubblici’ per eccellenza erano tutti musulmani: Gheddafi, Khomeini, Saddam Hussein, e così via. Dopo l’11 settembre questa percezione si è ancora più accentuata, e non è necessario ricordare le espressioni viscerali che abbiamo potuto leggere negli articoli e nei libri di Oriana Fallaci.
Anche altre persone si sono espresse in termini analoghi, e ben prima dell’11 settembre: il libro di Baget Bozzo è, da questo punto di vista, impressionante. Per ammissione dello stesso autore è un libro che rientra nella letteratura controversistica: s’intitola infatti Di fronte all’Islam e nell’introduzione si dice esplicitamente che s’intende con ciò l’adversus dei trattati medievali, con cui si combattevano le eresie.
Anche presso intellettuali di diversa estrazione e orientamento troviamo tuttavia qualcosa di simile: il libro sulla multiculturalità di Giovanni Sartori,2 a questo proposito, è rivelatore. Si giunge, in definitiva, alla stessa conclusione: tutte le civiltà sono integrabili, tranne quella islamica. I musulmani sono portatori di una visione del mondo che per sua stessa natura non è assimilabile, è antitetica alla nostra e il grosso problema che dobbiamo affrontare è proprio questo.
Eppure il grande antropologo Lévy Strauss definiva l’Islam “l’Occidente dell’Oriente”, intendendo che tra tutte le varie civiltà dell’Oriente, quella islamica è la più occidentale, la più vicina a noi, non soltanto per contiguità geografica, ma anche per comunanza di radici. Potremmo forse dedurne che, come spesso accade, è più difficile andar d’accordo tra parenti che tra estranei. E’ più facile che si generino fraintendimenti quando c’è maggiore comunanza di elementi originari, come succede tra le lingue. Se voi cercate di parlare una lingua che è dello stesso ceppo della vostra, senza averla studiata a fondo, facilmente prenderete presto una certa baldanza che vi porterà a dire prima o poi qualche grosso strafalcione. Con i musulmani, che sono degli orientali meno esotici, così come con gli ebrei, a volte non ci capiamo in modo ancora più evidente che non con i rappresentanti di culture dell’Oriente Estremo, il quale viene percepito meno esotico per motivi di tipo politico, istituzionale, economico. Pensate al Giappone: è un paese che ha accettato l’economia di mercato, è entrato nel mondo capitalistico e ci sembra un Oriente meno esotico di altri. Dovremmo chiederci se le cose stanno veramente così.

Che cosa è l’Islam?

Quando parliamo del confronto, dell’incontro, dello scontro tra Islam e Occidente, se ci soffermiamo anche un istante soltanto a riflettere sui termini che utilizziamo, e sui concetti che essi veicolano, il nostro disorientamento aumenta. Che senso ha paragonare, confrontare Islam e Occidente. Sono due realtà omogenee? Cos’è l’Islam? Se lo chiediamo all’uomo della strada, ci risponderà probabilmente che l’Islam è una religione. E a ragione: è infatti una delle grandi religioni monoteistiche che si rifanno ad Abramo. Ma il termine religione è il più adeguato a definire l’Islam? Quando io utilizzo il termine religione, gli attribuisco un significato universale, pensando che tutti i popoli del mondo intendano per religione la stessa cosa. Ma invece, con questo termine, esprimo il mio modo di intendere la religione, che è figlio della mia storia. Nella mia storia, la religione è qualcosa che ha molto a che fare con la teologia, che a sua volta ha molto a che fare con la filosofia.
Teologia e filosofia sono sempre state sorelle, hanno camminato l’una affianco all’altra, talmente simili tra di loro da non riuscire quasi mai ad andare d’accordo, perché ciascuna delle due tendeva a sconfinare nel campo dell’altra.
Nel nostro concetto di religione, quindi, si enfatizza l’aspetto intellettuale, dogmatico, legato ai principi, al credo. L’Islam è una religione quasi priva di teologia, così come l’ebraismo: è un’ortoprassi più che un’ortodossia. Secondo l’Islam noi, di Dio, non siamo chiamati a scoprire il mistero, siamo chiamati piuttosto ad obbedirgli, e quindi la Legge ha un valore molto superiore a quello della speculazione. Allora quando dico che l’Islam è una religione dico una cosa vera, ma non esauriente, faccio cioè un’affermazione non esatta, perché parziale. E quando osservo “Caspita, è ben difficile che i musulmani si convertano ad altre religioni. Loro sì che ci credono!”, trasferisco su di loro un mio modo di aderire alla fede. Sono io che ritengo fondamentale per la fede la convinzione nell’adesione intellettuale al dogma. Per il musulmano si tratta di un’appartenenza più totalizzante, quasi di tipo etnico. Un musulmano è musulmano, come un tedesco è tedesco. Non come un cristiano è cristiano.

Che cosa è l’Occidente?

Vedete allora che già dietro ad un semplice termine come religione troviamo molte cose da precisare. E dall’altra parte cosa abbiamo? L’Occidente. Ma cos’è l’Occidente? Se lo chiedete di nuovo all’uomo della strada, lo metterete in una posizione ancora più difficile. Facilmente vi darà alla fine una definizione legata allo spazio: l’Occidente è una regione geografica, l’Ovest. Ma se ci riflettete un attimo, quando noi parliamo dell’Occidente in confronto alle altre culture, in realtà quello che scatta nella nostra mente non è un concetto di tipo geografico-spaziale, ma un concetto di tipo temporale: l’Occidente è la modernità. L’Occidente è quello che è successo nella cultura, nella civiltà, nella scienza in una certa area del mondo, da un certo numero di anni a questa parte. E siamo noi l’eccezione, non gli altri.
La gran parte delle culture della Terra, non soltanto quella islamica, ma anche quelle dell’Asia e dell’Africa sono ancora culture di tipo tradizionale, perché non hanno realizzato le rotture epistemologiche che sono invece avvenute in Occidente. La riforma protestante, la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale, il post-moderno: tutto questo caratterizza noi che siamo la minoranza, anche se siamo i più forti.
Sarebbe lungo andare a vedere nei dettagli in cosa si caratterizza questo Occidente. Ricordo la famosa frase di Don Lorenzo Milani che diceva “l’obbedienza non è più una virtù”. E’ singolare che lo dicesse un prete e che lo dicesse un prete occidentale. Nessun prete orientale, di nessuna religione, compresa quella cristiana, sottoscriverebbe questo tipo di affermazione. I cristiani orientali da questo punto di vista sono più simili ai musulmani che ai loro correligionari occidentali, condividono con i musulmani un’antropologia, una concezione del mondo che si basa su altri presupposti. Quindi queste civiltà sono differenti.

Conoscere le diversità

Al di là di tutta la nostra buona volontà – che è preziosa – nel voler andare d’accordo, superando ciò che ci divide, noi non dobbiamo dimenticare che siamo diversi e queste diversità le dobbiamo riconoscere, conoscere e gestire. Ignorarle non serve, anzi alla lunga potrebbe essere controproducente, perché è un velleitarismo che alla fine non ci prepara al compito che ci attende. Il compito che ci attende è appunto quello di conoscerci. Una cosa interessante che possiamo fare per conoscerci è, come dice Paul Ricoeur3, “assumere in forma immaginativa o simpatetica la storia dell’altro attraverso i racconti che lo riguardano”. A questo proposito vi riporto un racconto emblematico di Antoine de Saint-Exupéry, tratto dal suo celebre testo Terra di uomini4, a volte la letteratura ha la capacità di spiegare con un’immagine ciò che mille saggi non riescono a rendere.

"Dunque, li portavamo a spasso, e accadde così che tre di loro visitassero quella Francia sconosciuta. Appartenevano alla stessa razza di quelli che, venuti una volta con me in Senegal, piansero scoprendo degli alberi. Allorché li ritrovai sotto le tende, glorificavano i teatri di varietà in cui donne nude danzavano tra i fiori. Erano uomini che non avevano mai veduto un albero o una fontana, né una rosa, uomini che conoscevano l'esistenza di giardini ove scorrono ruscelli solo dal Corano, poiché in tal modo esso definisce il paradiso. Ci si guadagna questo paradiso e le sue belle prigioniere con un'amara morte sulla sabbia, per la fucilata di un infedele, dopo trent'anni di stenti. Ma Dio li inganna poiché dai francesi, cui concede tali e tanti tesori, non esige né la taglia della sete né quella della morte. Perciò i vecchi capi ora sono pensosi. Perciò, osservando il Sahara che si estende, deserto, intorno alla loro tenda e che fino alla loro morte avrà da offrire piaceri così magri, si abbandonano alle confidenze.
- Sai... il Dio dei francesi... E' più generoso con i francesi che il Dio dei mauri con i mauri!
Erano stati portati in giro, alcune settimane prima, in Savoia. La guida li aveva condotti di fronte a una grossa cascata d'acqua, una specie di colonna ritorta e rombante:
- Assaggiate, - disse.
Ed era acqua dolce. Acqua! Quante giornate di cammino occorrono, qui, per raggiungere il pozzo più vicino, e, se lo si trova, quante ore, per scavare la sabbia che lo ha riempito, fino a una fanghiglia mista a urina di cammello? L'acqua! A Cap Juby, a Cisneros, a Port-Etienne, i bambini dei mauri non mendicano il denaro, bensì, con un barattolo di latta in mano, mendicano l'acqua:
- Da' un po' d'acqua, da'...
- Se fai il bravo.
L'acqua, che vale oro quanto pesa; l'acqua che, con la minima goccia, fa scaturire dalla sabbia la verde scintilla d'un filo d'erba. Se in qualche luogo ha piovuto, un grande esodo movimenta il Sahara. Le tribù lo risalgono, verso l'erba che spunterà a trecento chilometri di distanza... E quell'acqua, così avara, di cui a Port-Etienne non cadeva una sola goccia da dieci anni, rombava, là, come se, dalla rottura di una cisterna, si riversassero le riserve del mondo.
- Andiamo via, - diceva la guida. Ma non si muovevano:
- Lasciaci ancora... Tacevano, assistevano muti, con gravità, allo svolgersi di quel mistero augusto. Ciò che in tal modo sgorgava dal monte, era la vita, era lo stesso sangue degli uomini. Un solo secondo di quella portata d'acqua avrebbe risuscitato intere carovane che, ubriache di sete, erano affondate per sempre nell'infinito dei laghi di sale e dei miraggi. Qui si manifestava Dio: non si poteva voltargli le spalle. Dio apriva le sue cateratte e mostrava la sua potenza: i tre mauri restavano immobili.
- Che altro vedrete ancora? Venite...
- Bisogna aspettare.
- Aspettare che?
- La fine.
Volevano aspettare il momento in cui Dio si sarebbe stancato della propria follia. Fa presto a pentirsi, è avaro.
- Ma quest'acqua scorre da mille anni!...
Perciò, questa sera, non si soffermano a parlare della cascata. Val meglio passare sotto silenzio certi miracoli. Val meglio addirittura non stare troppo a pensarci, se no non si capisce più niente. Se no si dubita di Dio...
- Il Dio dei francesi, capisci..."

Questo atteggiamento di fronte ad un fatto naturale, mirabilmente narrato da un autore occidentale, ha un corrispettivo nella riflessione di un intellettuale, questa volta musulmano, che ci dice qual è il suo rapporto con la modernità. Si tratta di Dariush Shayegan, intellettuale iraniano che ha scritto in francese un libro molto interessante, Le regard mutilé5, che parla della schizofrenia culturale in questi termini:
“Le nuove idee che mi assalgono, e i nuovi oggetti che mi si parano davanti, intesi in tutto il loro spessore, mi sono estranei. Io non posseggo neppure le parole appropriate per comprenderli, né trovo nel mio spirito le rappresentazioni adeguate per poterlo fare. Sono qualcosa di insondabile, che si propone all’improvviso nel campo della mia conoscenza. E’ pur vero che io li vedo, che me ne servo, ma li subisco nel momento stesso in cui me ne impadronisco. Non ne conosco la genesi, non ho assistito alla loro nascita, non ho partecipato alle crisi successive che sono state il preludio della loro fabbricazione. Né ho preso parte alle modalità che li hanno resi possibili. Sono qualcosa di aberrante di cui tuttavia non posso fare a meno, disturbano le mie abitudini e mi si impongono ineluttabilmente. Eppure in essi c’è qualcosa che mi seduce, che mi attira, tanto che non posso evitare di fare i conti con essi, quand’anche ciò richiedesse di dar fondo a tutte le mie energie”.

La radice della crisi

E’ il grande dramma delle grandi civiltà che devono subire in qualche modo il prodotto della modernità come qualcosa che non scelgono, ma che gli si impone. Anche sotto questo aspetto è avvenuto un grande cambiamento, perché nell’epoca coloniale era un’imposizione deliberata che i popoli colonizzatori facevano rispetto agli altri. Oggi si tratta ormai di un meccanismo che funziona da sé, che è quasi sfuggito ad ogni controllo, si autoimpone e genera reazioni talvolta esasperate.
Quella che investe i rappresentanti della cultura araba e musulmana, in tal modo, non è una crisi di fede. Anche in questo caso, ancora una volta, non dobbiamo proiettare sugli altri il nostro modo di percepire, di vivere le cose. Noi abbiamo vissuto il problema della morte di Dio: questo non è assolutamente il problema dei musulmani. Che Dio ci sia viene considerata un’evidenza, non si pone la questione della sua esistenza. E’ una crisi di religione, cioè una crisi di sistema.
Questo sistema, l’Islam, globale, totalizzante, onnicomprensivo che ci ha portato ad essere una delle più grandi civiltà della storia, ad avere un ruolo prestigioso anche su scala internazionale (fino alla prima guerra mondiale l’impero ottomano era una grande superpotenza), oggi non funziona più.
Un intellettuale egiziano contemporaneo ha espresso molto bene tale disorientamento in questa frase: “Noi ci domandiamo come sia possibile che il mondo sia diventato l’inferno dei credenti e il paradiso dei miscredenti”. E’ questa la radice della crisi, uno shock al quale si risponde in vari modi da parte di fondamentalisti, riformisti e modernisti. Ma in qualche modo la loro crisi, il loro disorientamento di fronte a questo fenomeno ha un corrispettivo nella nostra consapevolezza. Noi siamo ben consapevoli che il nostro sistema funziona molto bene, fin troppo, ci dà benessere, potere, salute, progresso, ma siamo già da tempo consci del rovescio della medaglia. Nell’Orlando furioso, Ariosto racconta che l’archibugio viene gettato nelle profondità del mare perché è un’arma infernale e dice: “Mai più si vanti il rio per te valer”. La tecnologia è un’arma, è uno strumento che cela il valore di chi lo utilizza. Mentre il cavaliere medievale doveva sottoporsi ad un durissimo addestramento per usare le sue armi, e quindi era un prode, chi schiaccia un bottone, chi tira un grilletto, può essere anche molto inferiore rispetto alla persona che colpisce. Sto parlando dell’archibugio non solo come arma, ma come simbolo di ogni meccanismo che produce un effetto.

Quale via d’uscita

Come uscirne allora? Non pretendo di dare una risposta, sarei presuntuoso e arrogante. Quello che noi abbiamo spesso fatto consapevolmente, o che stiamo ancora facendo inconsapevolmente, è imporre a tutti i nostri modelli. Non necessariamente per malafede, perché vogliamo dominare gli altri, ma semplicemente perché i nostri modelli sono talmente ben congeniati ed efficaci...come facciamo a rinunciare a proporli? Si impongono da sé. Dovremmo resistere a questa tentazione, vigilare su questo meccanismo che si sta autoalimentando e generando da sé, per favorire dei processi piuttosto che imporre dei modelli.
Consapevoli e orgogliosi delle cose buone che abbiamo faticosamente conquistato, dobbiamo però avvertire che gli altri hanno il loro cammino, i loro passi da fare, ponendosi delle domande, procededendo attraverso dei passaggi che possono essere forse simili, ma non devono necessariamente essere identici a quelli che abbiamo conosciuto noi.
Si tratta, in altre parole, di accettare di vivere il carattere paradossale della condizione umana, che ho trovato espresso in modo straordinario nel già citato libro di Paul Ricoeur che riguarda la traduzione. E’ un saggio nel quale si ripercorre la storia della traduzione, delle teorie dei linguisti e alla fine ci si accorge di questo: dal punto di vista teorico, la traduzione è una cosa impossibile. Non è possibile tradurre da una lingua all’altra, si scrive un’altra cosa che non è e non sarà mai la perfetta traduzione dell’originale.
Eppure gli uomini questa cosa la fanno da sempre. Quindi la condizione umana è una costante concatenazione di cose che sono allo stesso tempo impossibili e inevitabili, cose che quotidianamente facciamo.
Si ricordava prima che la razionalità non può avere la pretesa di dominare, spiegare, governare tutto. Questo aspetto contraddittorio è tipico della natura umana: una natura connotata da una grande miseria e da una grandissima dignità. Anche nel Corano troviamo questo concetto. Quando Dio crea l’uomo, gli angeli lo osservano con un certo disagio e gli chiedono: “Vuoi metter sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà il sangue, mentre noi cantiamo le Tue lodi ed esaltiamo la Tua santità?”. Quindi l’uomo è un corruttore. Dio non risponde a questa domanda, o meglio risponde dando implicitamente ragione agli angeli, non li smentisce, ma dice loro: “Io so ciò che voi non sapete” (II, 30). Il destino dell’uomo è dunque qualcosa di paradossale, un mistero che non può essere spiegato. Non perché sia assurdo e del tutto incomprensibile: intendo per mistero non tanto una cosa che non si capisce, quanto una cosa che non si finisce mai di capire. Quindi qualcosa che è passibile di continui approfondimenti, di nuove interpretazioni, che ci porterà sempre più in là, ma non sarà mai esaurito.
Dentro questa prospettiva credo sia possibile anche il confronto tra le culture. Quando saremo capaci di rinunciare a fare le graduatorie, stabilendo chi è meglio e chi è peggio, chi deve imparare e chi deve insegnare, e accetteremo la nostra provvisorietà, consapevoli delle positività che ciascuno ha da portare, ma anche della relatività delle forme concrete che i suoi valori hanno saputo assumere nel corso del tempo, ammetteremo allora che l’altro possa fare percorsi differenti, pur senza rinunciare a proporgli la nostra esperienza. L’accettazione della diversità fa parte di tutte le grandi tradizioni religiose. Ricordo una frase di Tommaso Moro: “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare”. Vi potrà sembrare strano, ma queste cose non sono assenti neanche nel Corano, tanto spesso citato come testo che porta alla violenza, alla Guerra Santa, alla contrapposizione. E’ un testo che ha dentro di sé anche i germi di una grande tolleranza. Io mi sono divertito, dopo l’11 settembre, a Natale, a mandare agli amici questo versetto del Corano di cui tutti sono rimasti sbalorditi: “A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia” (5, 48).
E’ il manifesto della tolleranza universale. Qual è il problema? Il problema è che i musulmani, questo versetto, oggi non lo leggono e che la loro condizione storica e culturale li induce a preferire altri versetti che sono quelli dell’appartenenza, dell’identità, del confronto, dello scontro. La nostra responsabilità è quindi anche quella di creare le condizioni perché ciascuno sia stimolato ad estrarre dal proprio patrimonio questi tesori, e non soltanto i suoi incubi.


Paolo Branca è islamista e professore di Arabo all’Università Cattolica di Milano.
Il testo è stato rivisto dall’autore.


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