S3Studium
    Numero 16
 

Il disorientamento nella scienza
Giuseppe O. Longo

Avevamo creduto che la scienza ci avesse aperto le porte del paradiso, invece ce le ha fatte solo balenare. Vi è una diffusa diffidenza, se non un rifiuto, nei confronti di una razionalità che si è dimostrata troppo invadente

 



Su altri pianeti

Con entusiasmo e sgomento sentiamo nascere in noi e intorno a noi qualcosa di inaudito: una Creatura Planetaria di cui ogni essere umano, integrato di protesi bioinformatiche, sarà una cellula. Questo superorganismo già possiede una ribollente intelligenza collettiva e distillerà una sua torbida coscienza: chi è, che cosa vuole, quali domande si porrà, quali storie si racconterà questo essere molteplice e proteiforme?
Un giorno nella Creatura si accenderà una scintilla di volizione ed essa salperà verso le Pleiadi: come un'affilata astronave fenderà il cosmo per secoli e secoli di buio siderale. Dentro, ciascuno in un uovo di cristallo molato, uomini e donne dormiranno un sonno profetico, custodendo nel gelido corpo il sangue e lo sperma di una razza futura. Andrà l'astronave verso altri pianeti, più oscuri, dai laghi profondi, abitati da anonime stirpi inspiegate, popolati di azzurre città.
Su quei pianeti lontanissimi le donne non faranno più i figli col corpo, tra spruzzi e bollicine. S'inventerà un sistema più dignitoso ed esatto, in sintonia con la precisione della scienza. Le nostre insistenti preghiere saranno esaudite e ci trasformeremo in macchine: forti, dure, inossidabili.
Solo le donne di cera delle specole avranno le cavità gialle e rosse della riproduzione. Gli uteri finiranno nei musei, accanto alle lanterne magiche e ai dinosauri imbalsamati.
Divenuti macchine, saremo immortali. Creeremo un mondo preciso e puntuale, dove regnerà la demenza onnipotente degli automi. Onniscienti e insensati, ci dedicheremo a un'innocua e raffinata imitazione della vita.

La crisi della scienza

Questa premessa, del tutto immaginaria, potrebbe tornare utile per temperare un certo eccessivo ottimismo che mi sembra aleggi in alcuni settori tecnologici e tecnofili della nostra società. Scienza e tecnologia costituiscono dei portati culturali molto importanti del nostro tempo, ma non sono esenti da problemi.
Quando abbiamo perso l'orientamento nella scienza?
Intanto per essere disorientati, cioè per aver perso l'orientamento, bisogna averlo avuto. Il concetto di orientamento è tipico della contemporaneità, che vive nella consapevolezza. Questa consapevolezza, facilitata dalle discussioni, dagli incontri, dagli scambi di opinioni e dalla circolazione globale di quantità sempre maggiori di informazioni, si accompagna a un senso tragico della vita, derivante dalla responsabilità nei confronti dell'altro (le generazioni future, i popoli arretrati, gli animali): tragico perché sappiamo che le nostre decisioni possono portare a conseguenze irreversibili e irreparabili.
Per converso, c'è una categoria di scientisti che si trovano in uno stadio più primitivo, caratterizzato da una certa mancanza di riflessione consapevole, e quindi sono portati a osservare la regola che impone di fare tutto ciò che si può fare; in questo senso somigliano all'uomo primitivo, inconsapevole della sua capacità destabilizzante. Se è vero che per la sua natura finalistica l'uomo è destabilizzante, c'è comunque una grande differenza etica e pratica tra essere consapevoli ed essere inconsapevoli di questa caratteristica.
Torniamo alla scienza. All'inizio del Novecento era diffusa una vasta e appagante sensazione di pienezza. Almeno nelle scienze fisico-matematiche pareva di essere a un passo dalla meta finale: la rappresentazione, descrizione e spiegazione ‘vera’ del mondo. La ricerca scientifica celebrava i suoi trionfi: Marcelin Berthelot poteva dire che la chimica ormai non aveva più segreti e Max Planck era convinto che la fisica fosse ormai vicina all'irenico traguardo della completezza. Rimanevano sì alcuni particolari inspiegati, come la radiazione del corpo nero, che gli strumenti della fisica classica non riuscivano a giustificare, ma si trattava di inezie. Invece, di lì a pochi anni, quella che pareva una crepa superficiale si rivelava l'ingresso al regno inquietante di un nuovo mondo: pareva di aver misurato la grande cattedrale della scienza, invece ci si accorgeva di averne appena esplorato il pronao e per quell'oscuro pertugio del corpo nero si entrava in una cavità immensa armati solo della luce di una torcia. Baluginavano certi particolari: qui i piedi di una statua, laggiù la cornice di un quadro, in lontananza la base di un immenso pilastro che spariva verso il buio di un soffitto lontanissimo: ma l'architettura dell'insieme sfuggiva.
La scienza era entrata in una crisi che doveva portare a una grandiosa rivoluzione concettuale: da qui il disorientamento. Gli scienziati cominciavano a sospettare che la realtà fosse molto diversa, più ricca e complessa di quanto avessero immaginato.

La nascita della meccanica quantistica

Nei primi decenni del Novecento nasce la meccanica quantistica, che costituisce una trasformazione epocale, una rivoluzione di portata incredibile non soltanto nel campo della fisica, ma anche nel campo dell'epistemologia e della filosofia. Richard Feynman, il grande fisico americano, affermò che "non c'è nessuno che abbia veramente capito la meccanica quantistica" nel senso in cui si capiscono le cose del mondo, come si capisce il nostro essere qui, con quella immediatezza percettiva che prelude a ulteriori riflessioni.
Nella meccanica quantistica tutto è in un certo senso folle: l'oggetto e il soggetto non sono più separabili come nella fisica classica, il soggetto può preparare il sistema che sta studiando per fargli dare risposte in un certo senso dipendenti dalla sua presenza, prima della misura di una grandezza, quella grandezza non possiede un valore determinato. Sembra che il mondo sia un grande sistema unico, per cui se due particelle hanno interagito ‘qui e ora’ saranno legate per sempre a qualunque distanza si trovino e interagiranno fulmineamente, senza ritardo temporale.
Quanto sia rivoluzionario l'impianto concettuale di questa nuova visione della fisica è dimostrato dalla circostanza paradossale che uno dei padri della meccanica quantistica, Albert Einstein, non l'accettò mai fino in fondo.

Cause interne della trasformazione della scienza

Dunque la meccanica quantistica mette in crisi la scienza classica partendo dal suo interno. Un altro elemento di questa rivoluzione concettuale, ancora interno alla scienza, è la nascita della teoria dell'informazione, che colloca nel destinatario il senso e il significato dei messaggi. Quando l'informazione viene scambiata, essa si moltiplica per il numero dei partecipanti al gioco, al contrario di ciò che accade alle quantità fisiche fino ad allora considerate centrali nella spiegazione scientifica del mondo (materia ed energia), le quali si dividono per il numero dei partecipanti.
Inoltre, con la teoria dell'informazione, si precisa il concetto di codice, che consente di trasferire l'informazione da un supporto all'altro.
L'ultima, in ordine di tempo, grande causa interna di trasformazione della scienza, della fisica in particolare, è quella che va sotto il nome di teoria della complessità o del caos deterministico. Con questa teoria rientrano nel quadro della fisica il tempo irreversibile, l'imprecisione e la sensibilità alle condizioni iniziali.
Uno dei risultati più appariscenti, e preziosi, di queste rivoluzioni interne alla scienza è che non esistono leggi fisse, universali, deterministiche, quelle leggi che i fisici andavano cercando, nella convinzione di una soggiacente semplicità del mondo riassumibile in un'unica formula capace di darci accesso alla visione ultima di Dio o della Realtà. Abbiamo invece un coacervo di leggi statistiche, improntate all'incertezza e all'indeterminazione. Il caos non è dovuto alla nostra ignoranza, che un giorno sarà superata, come pensava Laplace: no, il caos fa intrinsecamente parte del mondo.
Voglio notare, in questa prospettiva, che proprio il computer ha contribuito, paradossalmente, a farci acquisire una visione indeterministica del mondo. Questa macchina, nella ingenua visione iniziale, doveva riportare ordine, semplicità e precisione nell'enorme massa di dati che si venivano accumulando, invece proprio per le sue grandiose capacità di calcolo, ha portato a una visione complessa, statistica e indeterminata della realtà. Dunque una macchina che era stata concepita per ordinare, ha di fatto disordinato la visione del mondo.
La rivoluzione della scienza non coinvolge soltanto l'ambito operativo, ma anche l'ambito concettuale: si passa da una visione statica del mondo, se vogliamo parmenidea o platonica, a una visione dinamica, eraclitea, in cui tutto è in divenire. In questo quadro tumultuoso il pensiero evoluzionistico di Darwin acquista un peso sempre più rilevante e si estende oltre i confini della biologia per improntare di sé tutta la scienza.
Come ho accennato, attraverso lo studio della complessità, della meccanica quantistica e dell'informazione, nella fisica rientra il tempo irreversibile: cioè rientra la storia, che i fisici si erano sforzati di espellere. Entra in crisi la fede nel tempo reversibile tipico della fisica classica, quella fede che spingeva Einstein a scrivere alla vedova del suo amico Besso: "Per noi che crediamo nelle leggi della fisica, la differenza tra passato e futuro è una tenace illusione". Oggi i fisici sanno che anche nella loro descrizione della realtà esiste un tempo irreversibile: il tempo reversibile della fisica classica è un tempo da operetta, finto, che serve per costruire il formalismo: è un'astrazione utile in prima approssimazione e in ambiti limitati.

Cause della trasformazione della scienza legate alla tecnologia Accanto a queste cause interne ci sono state anche importanti cause esterne che hanno portato a una modificazione della scienza e del nostro atteggiamento nei suoi confronti.
Un tempo la scienza preparava le invenzioni e gli strumenti tecnici, o almeno li giustificava e spiegava a posteriori, fornendone una teoria del funzionamento. Ma nel Novecento la tecnologia, per velocità di sviluppo, ha superato la scienza. Lo sviluppo impetuoso dell'innovazione tecnica impedisce alla scienza non solo di preparare il terreno alla costruzione delle macchine e dei sistemi, ma anche di spiegarne il funzionamento a posteriori. Quindi il tipo di conoscenza che abbiamo ereditato dai Greci, per cui si conosce qualcosa soltanto quando se ne sa costruire una teoria, oggi è sempre più in crisi.
Oggi la tecnologia ci offre degli oggetti, degli strumenti e dei sistemi che usiamo senza quasi mai sapere come funzionano e non ci interessa neppure sapere perché o come funzionano. Dal punto di vista epistemologico si tratta di un cambiamento straordinario: è un capovolgimento di quello che è stato per secoli l'intento fondamentale della scienza, cioè di far affiorare la complessità del mondo per affrontarla, esorcizzarla e ridurla a semplicità. La tecnologia invece nasconde la complessità dei suoi manufatti sotto interfacce amichevoli e socievoli, di uso elementare. Essa sovrappone al mondo naturale un mondo artificiale, che si presenta facile da usare, efficace ed efficiente, che non richiede spiegazioni, non le postula: e di questo mondo essenzialmente manipolativo noi siamo contenti.

Homo tecnologicus

Uno dei settori tecnologici più importanti del Novecento è ovviamente quello dell'informatica, dell'informazione, dei calcolatori e delle reti. In questo ambito nasce uno strumento per lo studio della realtà, naturale e artificiale, concettualmente diverso da quelli precedenti: lo strumento della simulazione. La simulazione non è teoria e non è esperimento, è una pratica che si colloca in una virtualità, in una sorta di cyberspazio.
Nella simulazione le categorie tradizionali della conoscenza, quelle fondamentali di tempo, di spazio e di causa-effetto, si confondono, diventano altro, subiscono una manipolazione forte e spesso subdola.
La tecnologia, quando è importante e pervasiva com'è quella dell'informazione, si insinua nella società che l'adotta e negli individui che la usano, cessa rapidamente di essere visibile e diventa trasparente.
Quando cominciamo a usare gli strumenti tecnologici con la stessa disinvoltura con cui usiamo gli strumenti del nostro corpo, la tecnologia comincia a produrre i suoi effetti e i suoi condizionamenti più importanti e sottili, perché sono inconsapevoli.
L'ibridazione e il meticciamento continui dell'uomo con i manufatti e con le macchine che costruisce e con cui interagisce portano a quello che ho chiamato homo tecnologicus, una specie di simbionte di macchine e uomo, di artificiale e biologico. In homo tecnologicus l'evoluzione biologica e l'evoluzione tecnologica tendono a fondersi insieme, il naturale e l'artificiale tendono a confondersi.
Le continue modificazioni dell'ambiente prodotte dall'uomo postulano una modificazione continua della specie che abita quest'ambiente. L'uomo, modificando l'ambiente, modifica sé stesso e questa modificazione continua si presenta sulla scena del mondo fin dai tempi di homo habilis, da quando cioè la nostra specie o protospecie comincia a maneggiare gli strumenti. Il meticciamento tra uomo e strumenti produce un effetto inatteso: l'accento della pressione selettiva si sposta di continuo, perché viene a operare su un'unità biotecnologica che è continuamente diversa. L'ibridazione porta a cambiamenti di tipo percettivo e attivo, poi si presentano cambiamenti di tipo culturale profondo e alla lunga si possono anche produrre cambiamenti di tipo genetico. Grazie alla presenza della cultura, e in particolare della scienza e della tecnica, ai lenti meccanismi darwiniani dell'evoluzione biologica si affiancano rapidi meccanismi di tipo lamarckiano, basati sull'eredità dei caratteri acquisiti. L'uomo possiede una grande capacità mimetica: la cultura, le idee e le mode si diffondono per imitazione e questa diffusione è molto rapida. Naturalmente, mentre i risultati dell'evoluzione biologica di tipo darwiniano sono lenti e robusti, quelli lamarckiani sono veloci e fragili. La fragilità è uno degli aspetti importanti della tecnologia e del mondo artificiale che abbiamo creato e, contrapposta alla robustezza della natura, non ci deve mai far dimenticare che viviamo sempre sul filo del rasoio, in una situazione di rischio che può precipitarci da un momento all'altro nella catastrofe.
Così la visione teorica ereditata dai Greci è oggi superata da queste pratiche tecnologiche, che somigliano molto al bricolage: internet è stata costruita da bricoleur molto abili che sono continuamente alla ricerca di perfezionare localmente, di emendare certi difetti, di abboracciare soluzioni estemporanee e temporanee che un domani saranno superate ma che oggi funzionano anche se non sono le migliori possibili sotto il profilo teorico. Anche coloro che operano nel settore delle biotecnologie fanno grandi operazioni di bricolage, non posseggono una teoria importante e profonda che spieghi e possa prevedere le conseguenze delle loro manipolazioni. Ciò naturalmente comporta molti rischi, anche per la fragilità dei sistemi tecnologici di cui ho parlato.

Cause sociali della trasformazione della scienza

Oltre alle cause interne e alle cause legate all'interazione con la tecnologia, la trasformazione che sta subendo la scienza ha anche altre componenti, radicate nel mutamento che ha subito la nostra immagine della scienza. Si tratta di cause che potremmo definire sociali.
La scienza, spesso, si è presentata come una religione. E' addirittura nata come sostituto della religione, ma non è in grado di risolvere i problemi che le religioni tradizionali risolvevano o tentavano di risolvere. Quindi l'immaginario collettivo ha coltivato nei confronti della scienza aspettative di tipo salvifico, che la scienza ha poi deluso. Ci siamo illusi di ottenere dalla scienza una spiegazione totale del mondo, che però né la fisica né l'intelligenza artificiale né le altre discipline sono riuscite a dare. Forse non ci riuscirà neanche la biologia. Certamente c'è stata una grande delusione. Ma questa delusione ha anche risvolti positivi, perché allontana forse il pericolo di un riduzionismo totale della vita alle sue dimensioni razional-computanti.
Vorrei citare alcune righe illuminanti di Konrad Lorenz, tratte dal suo libro Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: "Credere che faccia parte del patrimonio stabile dell'umanità soltanto ciò che è comprensibile per via razionale, o addirittura soltanto ciò che è scientificamente dimostrabile, è un errore che comporta conseguenze disastrose [...] che induce a gettare a mare l'ingente tesoro di conoscenze e di saggezza contenuto nelle tradizioni di tutte le antiche culture e nelle dottrine delle grandi religioni universali [e a] vivere nella convinzione che la scienza sia in grado di dar vita dal nulla, unicamente per via razionale, a una intera cultura, con tutto ciò che essa comporta". Se l'uomo non riesce a far filtrare attraverso la ragione le sue intuizioni e le sue emozioni, non le può quasi mai comunicare. Dunque la ragione è uno strumento d'importanza fondamentale, ma la razionalità è arrivata per ultima tra le facoltà dell'uomo; molto prima si sono sviluppati le percezioni, i sentimenti, le intuizioni, su cui si basano la sensazione e il senso del nostro essere qui nel mondo, legati a questo grande risonante circo in cui ci troviamo proiettati quando nasciamo. Non dobbiamo quindi sacrificare tutto alla sola razionalità, pena una devastante sofferenza.

Le conseguenze dell'avvento dell'informatica sulla cultura

L'introduzione del calcolatore e l'accesso al grande gioco manipolativo del cyberspazio, della simulazione e della rete hanno provocato tutta una serie di slittamenti culturali. Il significato di termini come tempo, spazio, memoria è cambiato quasi inavvertitamente: ne è cambiato il significato operativo e il riferimento epistemologico.
La tecnologia della stampa aveva annullato il tempo, consentendo di allargare smisuratamente il raggio d'azione del testo nel futuro e una propagazione senza precedenti della cultura. Oggi la rete opera lo stesso annullamento nei confronti dello spazio. Collegarsi in rete significa entrare in uno spazio virtuale, in un non-luogo, dove non ci sono più le distanze. E' allora inevitabile che certi concetti, certi punti di riferimento, si trasformino.
Quanto al tempo, è interessante che oggi, grazie alla tecnologia informatica, la storia, come momento di organizzazione e interpretazione del passato e di orientamento per il futuro, tenda ad essere annullata: appiattita in un eterno presente, scompare come dimensione cronologica. Le grandi memorie artificiali conservano con una freddezza implacabile tutti i dati allo stesso modo. Non c'è il chiaroscuro che alla memoria umana deriva dall'interazione tra memoria e oblio; nelle memorie artificiali non esiste il filtro delle emozioni, che fissa un ricordo più di un altro. Un dato c'è o non c'è: non si tinge di sfumature, di sentimento, di commozione. Viene così a mancare la coloritura ombreggiata della temporalità, quindi la prospettiva storica. Naturalmente chi interagisce con la rete se ne lascia condizionare e ne mutua certi atteggiamenti che potremmo definire astorici.
L'informatica ha anche effetti importanti su alcune discipline particolari. Da Euclide in poi la matematica si è basata sulla dimostrazione appunto euclidea, ma il computer mette in crisi questo concetto e l'intero edificio della matematica. Oggi alcuni matematici si spingono a dire che bisogna costruire una nuova matematica in cui la dimostrazione non sia più al centro della scena; altri cominciano a fornire dimostrazioni probabilistiche, in cui la tesi non viene più dimostrata con certezza assoluta ma solo con una certa probabilità. Si tratta di modificazioni profonde, che annunciano forse un cambiamento di paradigma radicale in quella che è considerata non soltanto come la regina delle scienze astratte, ma anche come un'immagine terrena dell'iperuranio. La matematica diventa anch'essa una disciplina storica, una disciplina sperimentale e viene contagiata dal morbo evolutivo. In fisica, come ho accennato, si è scoperta la complessità e l'indeterminazione. Nella linguistica e nelle scienze cognitive nascono miti straordinari: il mito del traduttore universale, il mito dell'intelligenza artificiale, il mito dell'onniscienza, perché la rete ci illude di onniscienza e onnipotenza. Ma tutti questi miti sono destinati a confrontarsi con la natura dell'uomo, che ha ancora bisogno di pane e di acqua.
Sotto il profilo epistemologico siamo di fronte a una sorta di riduzionismo, non più di tipo materialistico ma di tipo informazionale. La riduzione ad un solo principio converge verso l'informazione, ma come tutti i riduzionismi, anche questo impoverisce ciò che tocca.

Come nasce il disorientamento?

Il disorientamento nasce dalla rapidità sconvolgente dell'innovazione tecnologica e delle sue conseguenze non solo sulla vita di tutti i giorni ma anche sugli strati profondi del nostro essere. A questa rapidità dà una spinta erculea la globalizzazione, con le sue leve economiche e finanziarie. Quindi il disorientamento nasce da una situazione complessa, intrecciata di componenti che non sono solo di ordine tecnoscientifico e comunicativo, ma anche di natura economica e mercantile.
Una componente importante del disorientamento è rappresentata dalla delega tecnologica. La massa enorme e crescente delle informazioni prodotte e scambiate ci costringe a delegare alle macchine molte funzioni di elaborazione, di vaglio, di analisi e di trasmissione che in origine ci competevano. L'uomo ha sempre delegato ad altri certi compiti e certe responsabilità: agli animali domestici e ai suoi consimili, cioè agli specialisti: il fornaio, il medico, l'avvocato, il calzolaio. Poi, nel momento in cui le macchine hanno cominciato a possedere capacità meno rudimentali, abbiamo cominciato a delegare ad esse alcune nostre funzioni, capacità e responsabilità. Con la delega tecnologica il concetto di responsabilità viene a diluirsi, e nascono molti problemi non ancora affrontati: chi è responsabile delle azioni e delle decisioni quando l'uomo è completamente meticciato con la macchina? A chi affidare il compito di tutelare i diritti dei terzi nei confronti di coloro che commettono errori perché si sono fidati della macchina?
Tutto quello che ho detto fin qui si inquadra oggi in una diffusa reazione di diffidenza, se non di rifiuto, nei confronti di una razionalità che ha finito con l'essere troppo invadente; una reazione che si configura come un recupero di fumosità misticheggianti, di irrazionalità, di vaghi misticismi, che vengono deplorati dagli scienziati. Ma si tratta di un rifiuto della razionalità in sé o è una reazione al modo in cui la razionalità si è posta?
È chiaro che questo fenomeno storico che chiamiamo scienza occidentale ha caratteristiche e meriti importantissimi, ma ha anche qualche aspetto discutibile. In più non è detto che sia un fenomeno duraturo: può darsi che sotto l'urto della tecnologia e di nuove forme di acquisizione della conoscenza sia destinato a sparire o, per lo meno, a declinare. Ho l'impressione che soprattutto i giovani avvertano questo lento, o rapido, tramonto di un tipo particolare di scienza, basato sulla teoria e sul primato della mente rispetto al corpo. Infatti è calata in modo percettibile la propensione a iscriversi alle facoltà scientifiche.
E' un momento di forte disorientamento: avevamo creduto che la scienza ci avesse aperto le porte del paradiso, invece ce le ha fatte solo balenare.

Giuseppe O.Longo è professore di Teoria dell'informazione all'Università degli Studi di Trieste. Il testo è stato rivisto dall'autore.



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