Su altri pianeti
Con entusiasmo e sgomento sentiamo nascere in noi e intorno a noi
qualcosa di inaudito: una Creatura Planetaria di cui ogni essere umano,
integrato di protesi bioinformatiche, sarà una cellula. Questo
superorganismo già possiede una ribollente intelligenza collettiva
e distillerà una sua torbida coscienza: chi è, che cosa
vuole, quali domande si porrà, quali storie si racconterà
questo essere molteplice e proteiforme?
Un giorno nella Creatura si accenderà una scintilla di volizione
ed essa salperà verso le Pleiadi: come un'affilata astronave
fenderà il cosmo per secoli e secoli di buio siderale. Dentro,
ciascuno in un uovo di cristallo molato, uomini e donne dormiranno
un sonno profetico, custodendo nel gelido corpo il sangue e lo sperma
di una razza futura. Andrà l'astronave verso altri pianeti,
più oscuri, dai laghi profondi, abitati da anonime stirpi inspiegate,
popolati di azzurre città.
Su quei pianeti lontanissimi le donne non faranno più i figli
col corpo, tra spruzzi e bollicine. S'inventerà un sistema
più dignitoso ed esatto, in sintonia con la precisione della
scienza. Le nostre insistenti preghiere saranno esaudite e ci trasformeremo
in macchine: forti, dure, inossidabili.
Solo le donne di cera delle specole avranno le cavità gialle
e rosse della riproduzione. Gli uteri finiranno nei musei, accanto
alle lanterne magiche e ai dinosauri imbalsamati.
Divenuti macchine, saremo immortali. Creeremo un mondo preciso e puntuale,
dove regnerà la demenza onnipotente degli automi. Onniscienti
e insensati, ci dedicheremo a un'innocua e raffinata imitazione della
vita.
La crisi della scienza
Questa premessa, del tutto immaginaria, potrebbe tornare utile per
temperare un certo eccessivo ottimismo che mi sembra aleggi in alcuni
settori tecnologici e tecnofili della nostra società. Scienza
e tecnologia costituiscono dei portati culturali molto importanti
del nostro tempo, ma non sono esenti da problemi.
Quando abbiamo perso l'orientamento nella scienza?
Intanto per essere disorientati, cioè per aver perso l'orientamento,
bisogna averlo avuto. Il concetto di orientamento è tipico
della contemporaneità, che vive nella consapevolezza. Questa
consapevolezza, facilitata dalle discussioni, dagli incontri, dagli
scambi di opinioni e dalla circolazione globale di quantità
sempre maggiori di informazioni, si accompagna a un senso tragico
della vita, derivante dalla responsabilità nei confronti dell'altro
(le generazioni future, i popoli arretrati, gli animali): tragico
perché sappiamo che le nostre decisioni possono portare a conseguenze
irreversibili e irreparabili.
Per converso, c'è una categoria di scientisti che si trovano
in uno stadio più primitivo, caratterizzato da una certa mancanza
di riflessione consapevole, e quindi sono portati a osservare la regola
che impone di fare tutto ciò che si può fare; in questo
senso somigliano all'uomo primitivo, inconsapevole della sua capacità
destabilizzante. Se è vero che per la sua natura finalistica
l'uomo è destabilizzante, c'è comunque una grande differenza
etica e pratica tra essere consapevoli ed essere inconsapevoli di
questa caratteristica.
Torniamo alla scienza. All'inizio del Novecento era diffusa una vasta
e appagante sensazione di pienezza. Almeno nelle scienze fisico-matematiche
pareva di essere a un passo dalla meta finale: la rappresentazione,
descrizione e spiegazione ‘vera’ del mondo. La ricerca
scientifica celebrava i suoi trionfi: Marcelin Berthelot poteva dire
che la chimica ormai non aveva più segreti e Max Planck era
convinto che la fisica fosse ormai vicina all'irenico traguardo della
completezza. Rimanevano sì alcuni particolari inspiegati, come
la radiazione del corpo nero, che gli strumenti della fisica classica
non riuscivano a giustificare, ma si trattava di inezie. Invece, di
lì a pochi anni, quella che pareva una crepa superficiale si
rivelava l'ingresso al regno inquietante di un nuovo mondo: pareva
di aver misurato la grande cattedrale della scienza, invece ci si
accorgeva di averne appena esplorato il pronao e per quell'oscuro
pertugio del corpo nero si entrava in una cavità immensa armati
solo della luce di una torcia. Baluginavano certi particolari: qui
i piedi di una statua, laggiù la cornice di un quadro, in lontananza
la base di un immenso pilastro che spariva verso il buio di un soffitto
lontanissimo: ma l'architettura dell'insieme sfuggiva.
La scienza era entrata in una crisi che doveva portare a una grandiosa
rivoluzione concettuale: da qui il disorientamento. Gli scienziati
cominciavano a sospettare che la realtà fosse molto diversa,
più ricca e complessa di quanto avessero immaginato.
La nascita della meccanica quantistica
Nei primi decenni del Novecento nasce la meccanica quantistica, che
costituisce una trasformazione epocale, una rivoluzione di portata
incredibile non soltanto nel campo della fisica, ma anche nel campo
dell'epistemologia e della filosofia. Richard Feynman, il grande fisico
americano, affermò che "non c'è nessuno che abbia
veramente capito la meccanica quantistica" nel senso in cui si
capiscono le cose del mondo, come si capisce il nostro essere qui,
con quella immediatezza percettiva che prelude a ulteriori riflessioni.
Nella meccanica quantistica tutto è in un certo senso folle:
l'oggetto e il soggetto non sono più separabili come nella
fisica classica, il soggetto può preparare il sistema che sta
studiando per fargli dare risposte in un certo senso dipendenti dalla
sua presenza, prima della misura di una grandezza, quella grandezza
non possiede un valore determinato. Sembra che il mondo sia un grande
sistema unico, per cui se due particelle hanno interagito ‘qui
e ora’ saranno legate per sempre a qualunque distanza si trovino
e interagiranno fulmineamente, senza ritardo temporale.
Quanto sia rivoluzionario l'impianto concettuale di questa nuova visione
della fisica è dimostrato dalla circostanza paradossale che
uno dei padri della meccanica quantistica, Albert Einstein, non l'accettò
mai fino in fondo.
Cause interne della trasformazione della scienza
Dunque la meccanica quantistica mette in crisi la scienza classica
partendo dal suo interno. Un altro elemento di questa rivoluzione
concettuale, ancora interno alla scienza, è la nascita della
teoria dell'informazione, che colloca nel destinatario il senso e
il significato dei messaggi. Quando l'informazione viene scambiata,
essa si moltiplica per il numero dei partecipanti al gioco, al contrario
di ciò che accade alle quantità fisiche fino ad allora
considerate centrali nella spiegazione scientifica del mondo (materia
ed energia), le quali si dividono per il numero dei partecipanti.
Inoltre, con la teoria dell'informazione, si precisa il concetto di
codice, che consente di trasferire l'informazione da un supporto all'altro.
L'ultima, in ordine di tempo, grande causa interna di trasformazione
della scienza, della fisica in particolare, è quella che va
sotto il nome di teoria della complessità o del caos deterministico.
Con questa teoria rientrano nel quadro della fisica il tempo irreversibile,
l'imprecisione e la sensibilità alle condizioni iniziali.
Uno dei risultati più appariscenti, e preziosi, di queste rivoluzioni
interne alla scienza è che non esistono leggi fisse, universali,
deterministiche, quelle leggi che i fisici andavano cercando, nella
convinzione di una soggiacente semplicità del mondo riassumibile
in un'unica formula capace di darci accesso alla visione ultima di
Dio o della Realtà. Abbiamo invece un coacervo di leggi statistiche,
improntate all'incertezza e all'indeterminazione. Il caos non è
dovuto alla nostra ignoranza, che un giorno sarà superata,
come pensava Laplace: no, il caos fa intrinsecamente parte del mondo.
Voglio notare, in questa prospettiva, che proprio il computer ha contribuito,
paradossalmente, a farci acquisire una visione indeterministica del
mondo. Questa macchina, nella ingenua visione iniziale, doveva riportare
ordine, semplicità e precisione nell'enorme massa di dati che
si venivano accumulando, invece proprio per le sue grandiose capacità
di calcolo, ha portato a una visione complessa, statistica e indeterminata
della realtà. Dunque una macchina che era stata concepita per
ordinare, ha di fatto disordinato la visione del mondo.
La rivoluzione della scienza non coinvolge soltanto l'ambito operativo,
ma anche l'ambito concettuale: si passa da una visione statica del
mondo, se vogliamo parmenidea o platonica, a una visione dinamica,
eraclitea, in cui tutto è in divenire. In questo quadro tumultuoso
il pensiero evoluzionistico di Darwin acquista un peso sempre più
rilevante e si estende oltre i confini della biologia per improntare
di sé tutta la scienza.
Come ho accennato, attraverso lo studio della complessità,
della meccanica quantistica e dell'informazione, nella fisica rientra
il tempo irreversibile: cioè rientra la storia, che i fisici
si erano sforzati di espellere. Entra in crisi la fede nel tempo reversibile
tipico della fisica classica, quella fede che spingeva Einstein a
scrivere alla vedova del suo amico Besso: "Per noi che crediamo
nelle leggi della fisica, la differenza tra passato e futuro è
una tenace illusione". Oggi i fisici sanno che anche nella loro
descrizione della realtà esiste un tempo irreversibile: il
tempo reversibile della fisica classica è un tempo da operetta,
finto, che serve per costruire il formalismo: è un'astrazione
utile in prima approssimazione e in ambiti limitati.
Cause della trasformazione della scienza legate alla tecnologia Accanto
a queste cause interne ci sono state anche importanti cause esterne
che hanno portato a una modificazione della scienza e del nostro atteggiamento
nei suoi confronti.
Un tempo la scienza preparava le invenzioni e gli strumenti tecnici,
o almeno li giustificava e spiegava a posteriori, fornendone una teoria
del funzionamento. Ma nel Novecento la tecnologia, per velocità
di sviluppo, ha superato la scienza. Lo sviluppo impetuoso dell'innovazione
tecnica impedisce alla scienza non solo di preparare il terreno alla
costruzione delle macchine e dei sistemi, ma anche di spiegarne il
funzionamento a posteriori. Quindi il tipo di conoscenza che abbiamo
ereditato dai Greci, per cui si conosce qualcosa soltanto quando se
ne sa costruire una teoria, oggi è sempre più in crisi.
Oggi la tecnologia ci offre degli oggetti, degli strumenti e dei sistemi
che usiamo senza quasi mai sapere come funzionano e non ci interessa
neppure sapere perché o come funzionano. Dal punto di vista
epistemologico si tratta di un cambiamento straordinario: è
un capovolgimento di quello che è stato per secoli l'intento
fondamentale della scienza, cioè di far affiorare la complessità
del mondo per affrontarla, esorcizzarla e ridurla a semplicità.
La tecnologia invece nasconde la complessità dei suoi manufatti
sotto interfacce amichevoli e socievoli, di uso elementare. Essa sovrappone
al mondo naturale un mondo artificiale, che si presenta facile da
usare, efficace ed efficiente, che non richiede spiegazioni, non le
postula: e di questo mondo essenzialmente manipolativo noi siamo contenti.
Homo tecnologicus
Uno dei settori tecnologici più importanti del Novecento è
ovviamente quello dell'informatica, dell'informazione, dei calcolatori
e delle reti. In questo ambito nasce uno strumento per lo studio della
realtà, naturale e artificiale, concettualmente diverso da
quelli precedenti: lo strumento della simulazione. La simulazione
non è teoria e non è esperimento, è una pratica
che si colloca in una virtualità, in una sorta di cyberspazio.
Nella simulazione le categorie tradizionali della conoscenza, quelle
fondamentali di tempo, di spazio e di causa-effetto, si confondono,
diventano altro, subiscono una manipolazione forte e spesso subdola.
La tecnologia, quando è importante e pervasiva com'è
quella dell'informazione, si insinua nella società che l'adotta
e negli individui che la usano, cessa rapidamente di essere visibile
e diventa trasparente.
Quando cominciamo a usare gli strumenti tecnologici con la stessa
disinvoltura con cui usiamo gli strumenti del nostro corpo, la tecnologia
comincia a produrre i suoi effetti e i suoi condizionamenti più
importanti e sottili, perché sono inconsapevoli.
L'ibridazione e il meticciamento continui dell'uomo con i manufatti
e con le macchine che costruisce e con cui interagisce portano a quello
che ho chiamato homo tecnologicus, una specie di simbionte di macchine
e uomo, di artificiale e biologico. In homo tecnologicus l'evoluzione
biologica e l'evoluzione tecnologica tendono a fondersi insieme, il
naturale e l'artificiale tendono a confondersi.
Le continue modificazioni dell'ambiente prodotte dall'uomo postulano
una modificazione continua della specie che abita quest'ambiente.
L'uomo, modificando l'ambiente, modifica sé stesso e questa
modificazione continua si presenta sulla scena del mondo fin dai tempi
di homo habilis, da quando cioè la nostra specie o protospecie
comincia a maneggiare gli strumenti. Il meticciamento tra uomo e strumenti
produce un effetto inatteso: l'accento della pressione selettiva si
sposta di continuo, perché viene a operare su un'unità
biotecnologica che è continuamente diversa. L'ibridazione porta
a cambiamenti di tipo percettivo e attivo, poi si presentano cambiamenti
di tipo culturale profondo e alla lunga si possono anche produrre
cambiamenti di tipo genetico. Grazie alla presenza della cultura,
e in particolare della scienza e della tecnica, ai lenti meccanismi
darwiniani dell'evoluzione biologica si affiancano rapidi meccanismi
di tipo lamarckiano, basati sull'eredità dei caratteri acquisiti.
L'uomo possiede una grande capacità mimetica: la cultura, le
idee e le mode si diffondono per imitazione e questa diffusione è
molto rapida. Naturalmente, mentre i risultati dell'evoluzione biologica
di tipo darwiniano sono lenti e robusti, quelli lamarckiani sono veloci
e fragili. La fragilità è uno degli aspetti importanti
della tecnologia e del mondo artificiale che abbiamo creato e, contrapposta
alla robustezza della natura, non ci deve mai far dimenticare che
viviamo sempre sul filo del rasoio, in una situazione di rischio che
può precipitarci da un momento all'altro nella catastrofe.
Così la visione teorica ereditata dai Greci è oggi superata
da queste pratiche tecnologiche, che somigliano molto al bricolage:
internet è stata costruita da bricoleur molto abili che sono
continuamente alla ricerca di perfezionare localmente, di emendare
certi difetti, di abboracciare soluzioni estemporanee e temporanee
che un domani saranno superate ma che oggi funzionano anche se non
sono le migliori possibili sotto il profilo teorico. Anche coloro
che operano nel settore delle biotecnologie fanno grandi operazioni
di bricolage, non posseggono una teoria importante e profonda che
spieghi e possa prevedere le conseguenze delle loro manipolazioni.
Ciò naturalmente comporta molti rischi, anche per la fragilità
dei sistemi tecnologici di cui ho parlato.
Cause sociali della trasformazione della scienza
Oltre alle cause interne e alle cause legate all'interazione con la
tecnologia, la trasformazione che sta subendo la scienza ha anche
altre componenti, radicate nel mutamento che ha subito la nostra immagine
della scienza. Si tratta di cause che potremmo definire sociali.
La scienza, spesso, si è presentata come una religione. E'
addirittura nata come sostituto della religione, ma non è in
grado di risolvere i problemi che le religioni tradizionali risolvevano
o tentavano di risolvere. Quindi l'immaginario collettivo ha coltivato
nei confronti della scienza aspettative di tipo salvifico, che la
scienza ha poi deluso. Ci siamo illusi di ottenere dalla scienza una
spiegazione totale del mondo, che però né la fisica
né l'intelligenza artificiale né le altre discipline
sono riuscite a dare. Forse non ci riuscirà neanche la biologia.
Certamente c'è stata una grande delusione. Ma questa delusione
ha anche risvolti positivi, perché allontana forse il pericolo
di un riduzionismo totale della vita alle sue dimensioni razional-computanti.
Vorrei citare alcune righe illuminanti di Konrad Lorenz, tratte dal
suo libro Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: "Credere
che faccia parte del patrimonio stabile dell'umanità soltanto
ciò che è comprensibile per via razionale, o addirittura
soltanto ciò che è scientificamente dimostrabile, è
un errore che comporta conseguenze disastrose [...] che induce a gettare
a mare l'ingente tesoro di conoscenze e di saggezza contenuto nelle
tradizioni di tutte le antiche culture e nelle dottrine delle grandi
religioni universali [e a] vivere nella convinzione che la scienza
sia in grado di dar vita dal nulla, unicamente per via razionale,
a una intera cultura, con tutto ciò che essa comporta".
Se l'uomo non riesce a far filtrare attraverso la ragione le sue intuizioni
e le sue emozioni, non le può quasi mai comunicare. Dunque
la ragione è uno strumento d'importanza fondamentale, ma la
razionalità è arrivata per ultima tra le facoltà
dell'uomo; molto prima si sono sviluppati le percezioni, i sentimenti,
le intuizioni, su cui si basano la sensazione e il senso del nostro
essere qui nel mondo, legati a questo grande risonante circo in cui
ci troviamo proiettati quando nasciamo. Non dobbiamo quindi sacrificare
tutto alla sola razionalità, pena una devastante sofferenza.
Le conseguenze dell'avvento dell'informatica sulla cultura
L'introduzione del calcolatore e l'accesso al grande gioco manipolativo
del cyberspazio, della simulazione e della rete hanno provocato tutta
una serie di slittamenti culturali. Il significato di termini come
tempo, spazio, memoria è cambiato quasi inavvertitamente: ne
è cambiato il significato operativo e il riferimento epistemologico.
La tecnologia della stampa aveva annullato il tempo, consentendo di
allargare smisuratamente il raggio d'azione del testo nel futuro e
una propagazione senza precedenti della cultura. Oggi la rete opera
lo stesso annullamento nei confronti dello spazio. Collegarsi in rete
significa entrare in uno spazio virtuale, in un non-luogo, dove non
ci sono più le distanze. E' allora inevitabile che certi concetti,
certi punti di riferimento, si trasformino.
Quanto al tempo, è interessante che oggi, grazie alla tecnologia
informatica, la storia, come momento di organizzazione e interpretazione
del passato e di orientamento per il futuro, tenda ad essere annullata:
appiattita in un eterno presente, scompare come dimensione cronologica.
Le grandi memorie artificiali conservano con una freddezza implacabile
tutti i dati allo stesso modo. Non c'è il chiaroscuro che alla
memoria umana deriva dall'interazione tra memoria e oblio; nelle memorie
artificiali non esiste il filtro delle emozioni, che fissa un ricordo
più di un altro. Un dato c'è o non c'è: non si
tinge di sfumature, di sentimento, di commozione. Viene così
a mancare la coloritura ombreggiata della temporalità, quindi
la prospettiva storica. Naturalmente chi interagisce con la rete se
ne lascia condizionare e ne mutua certi atteggiamenti che potremmo
definire astorici.
L'informatica ha anche effetti importanti su alcune discipline particolari.
Da Euclide in poi la matematica si è basata sulla dimostrazione
appunto euclidea, ma il computer mette in crisi questo concetto e
l'intero edificio della matematica. Oggi alcuni matematici si spingono
a dire che bisogna costruire una nuova matematica in cui la dimostrazione
non sia più al centro della scena; altri cominciano a fornire
dimostrazioni probabilistiche, in cui la tesi non viene più
dimostrata con certezza assoluta ma solo con una certa probabilità.
Si tratta di modificazioni profonde, che annunciano forse un cambiamento
di paradigma radicale in quella che è considerata non soltanto
come la regina delle scienze astratte, ma anche come un'immagine terrena
dell'iperuranio. La matematica diventa anch'essa una disciplina storica,
una disciplina sperimentale e viene contagiata dal morbo evolutivo.
In fisica, come ho accennato, si è scoperta la complessità
e l'indeterminazione. Nella linguistica e nelle scienze cognitive
nascono miti straordinari: il mito del traduttore universale, il mito
dell'intelligenza artificiale, il mito dell'onniscienza, perché
la rete ci illude di onniscienza e onnipotenza. Ma tutti questi miti
sono destinati a confrontarsi con la natura dell'uomo, che ha ancora
bisogno di pane e di acqua.
Sotto il profilo epistemologico siamo di fronte a una sorta di riduzionismo,
non più di tipo materialistico ma di tipo informazionale. La
riduzione ad un solo principio converge verso l'informazione, ma come
tutti i riduzionismi, anche questo impoverisce ciò che tocca.
Come nasce il disorientamento?
Il disorientamento nasce dalla rapidità sconvolgente dell'innovazione
tecnologica e delle sue conseguenze non solo sulla vita di tutti i
giorni ma anche sugli strati profondi del nostro essere. A questa
rapidità dà una spinta erculea la globalizzazione, con
le sue leve economiche e finanziarie. Quindi il disorientamento nasce
da una situazione complessa, intrecciata di componenti che non sono
solo di ordine tecnoscientifico e comunicativo, ma anche di natura
economica e mercantile.
Una componente importante del disorientamento è rappresentata
dalla delega tecnologica. La massa enorme e crescente delle informazioni
prodotte e scambiate ci costringe a delegare alle macchine molte funzioni
di elaborazione, di vaglio, di analisi e di trasmissione che in origine
ci competevano. L'uomo ha sempre delegato ad altri certi compiti e
certe responsabilità: agli animali domestici e ai suoi consimili,
cioè agli specialisti: il fornaio, il medico, l'avvocato, il
calzolaio. Poi, nel momento in cui le macchine hanno cominciato a
possedere capacità meno rudimentali, abbiamo cominciato a delegare
ad esse alcune nostre funzioni, capacità e responsabilità.
Con la delega tecnologica il concetto di responsabilità viene
a diluirsi, e nascono molti problemi non ancora affrontati: chi è
responsabile delle azioni e delle decisioni quando l'uomo è
completamente meticciato con la macchina? A chi affidare il compito
di tutelare i diritti dei terzi nei confronti di coloro che commettono
errori perché si sono fidati della macchina?
Tutto quello che ho detto fin qui si inquadra oggi in una diffusa
reazione di diffidenza, se non di rifiuto, nei confronti di una razionalità
che ha finito con l'essere troppo invadente; una reazione che si configura
come un recupero di fumosità misticheggianti, di irrazionalità,
di vaghi misticismi, che vengono deplorati dagli scienziati. Ma si
tratta di un rifiuto della razionalità in sé o è
una reazione al modo in cui la razionalità si è posta?
È chiaro che questo fenomeno storico che chiamiamo scienza
occidentale ha caratteristiche e meriti importantissimi, ma ha anche
qualche aspetto discutibile. In più non è detto che
sia un fenomeno duraturo: può darsi che sotto l'urto della
tecnologia e di nuove forme di acquisizione della conoscenza sia destinato
a sparire o, per lo meno, a declinare. Ho l'impressione che soprattutto
i giovani avvertano questo lento, o rapido, tramonto di un tipo particolare
di scienza, basato sulla teoria e sul primato della mente rispetto
al corpo. Infatti è calata in modo percettibile la propensione
a iscriversi alle facoltà scientifiche.
E' un momento di forte disorientamento: avevamo creduto che la scienza
ci avesse aperto le porte del paradiso, invece ce le ha fatte solo
balenare.
Giuseppe O.Longo è professore di Teoria dell'informazione all'Università
degli Studi di Trieste. Il testo è stato rivisto dall'autore.