S3Studium
    Numero 16
 

La governance del disorientamento
Antonio Calabró

Dal disorientamento nell’economia al disorientamento nella politica. La crisi di fiducia nell’onnipotenza del mercato costringe a ripensare l’una e l’altra, guardando ai tempi lunghi e all’equilibrio globale

 



Il tradimento degli intellettuali

Vorrei cominciare con una battuta di Flaiano: “Siamo in un periodo di transizione, come sempre”. Detto questo, potrei concludere la mia analisi sul disorientamento, perché stiamo discutendo di una condizione normale dell’avventura, della storia, dell’economia umana.
Inoltre, per capire meglio, mi aiuta l’introduzione del libro di Bauman, Modalità liquida, che comincia con una frase di Paul Valery: “Interruzione, incoerenza, sorpresa sono le normali condizioni della nostra vita. Può dunque la mente umana dominare ciò che ha creato?”
Un altro aiuto mi viene da una vignetta di Altan, dove c’è un signore un po’ grasso, sfatto, con dei foglietti in mano che dice: “Come intellettuale mi ritrovo lacerato, ignorante e smarrito… e non so a chi chiedere i danni”. La cosa più bella di Altan non è tanto nella confessione della lacerazione, dello smarrimento, del disorientamento, ma in questa accezione assolutamente servile dell’intellettuale, che cerca qualcuno a cui far pagare il suo disorientamento. Se fosse ancora vivo Benda probabilmente scriverebbe un altro Tradimento dei chierici, adattandolo alle circostanze attuali, provando a indagare, esattamente come aveva fatto negli anni Trenta, sul rapporto tra la produzione intellettuale, il potere e il mercato. E probabilmente con il rigore che aveva contraddistinto la prima ricerca scriverebbe che oggi c’è un secondo tradimento dei chierici, che il mestiere dell’intellettuale è legato agli orientamenti del mercato e di chi lo governa, e che gli intellettuali non hanno nessuna capacità critica. Giudizio un po’ troppo severo perché, se volessimo fare i bastian contrari, potremmo andare in libreria e scoprire facilmente una robusta produzione intellettuale che è assolutamente controcorrente, molto critica, attenta, carica di dubbi e perplessità, disorientata da un certo punto di vista, ma in cerca di orientamento. Alcuni titoli: lo Stiglitz pubblicato da Donzelli sul mondo imperfetto (Stiglitz ha vinto il Nobel, non a caso, proprio su questo), oppure gli ultimi due libri di Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà e Globalizzazione e libertà. Nel primo quel “è” ha la funzione del verbo, facendo cioè coincidere i meccanismi della crescita economica e dello sviluppo in generale, con i sistemi di libertà in un gioco di interrelazione molto bello, ma anche assai critico. Anche l’ex moglie di Sen, Martha Nussbaum, ha scritto un libro molto interessante, Sviluppo sociale e dignità umana, insistendo sul passaggio dal concetto di individuo a quello di persona, recuperando così non soltanto un pezzo largo della cultura liberale ma anche parte di quella cattolica, purtroppo finita da questo punto di vista un po’ in un angolo.
Inoltre, penso a Daly che ci ricorda la differenza tra crescita economica e sviluppo in generale, o anche agli ultimi due libri di Bauman. Ci sono, insomma, molti contributi eccellenti a dimostrarci che è in corso, da prima dell’11 settembre, cioè dalla metà degli anni Novanta, una consistente riflessione critica e autocritica del pensiero economico, del pensiero politico e del pensiero sociologico su quali sono le condizioni del mondo in cui viviamo e su quali sono le regole della trasformazione.
Non ho citato autori italiani, per non rischiare partigianerie fuori luogo nel dibattito molto vivace sugli schieramenti intellettuali, però mi piace ricordare un libro che aveva segnato la crescita della consapevolezza del mondo economico rispetto ai fenomeni critici della globalizzazione: Lo sguardo dell’altro. E’ pubblicato da Il Mulino e raccoglie una serie di saggi commissionati dai giovani imprenditori di Confindustria, in occasione del convegno di Santa Margherita del 2001. Esso pose il problema della globalizzazione, della governance della globalizzazione e di come le imprese possano stare sul mercato tenendo conto della complessità dei fenomeni in cui sono inserite. Lo sguardo dell’altro significa un’attenzione particolarmente sollecita, non soltanto alle grandi categorie dell’economia, ma anche all’insieme delle vicende legate a quel passaggio, ricordato dalla Nussbaum, da individuo a persona, da soggetto economico a titolare di diritti.

Parola chiave: governance

C’è una parola chiave in quella raccolta di saggi, che ricorre un po’ dappertutto: governance. Governance non vuol dire soltanto governo, è un ragionamento sulle regole ma anche sui regolatori, cioè su tutti gli attori sociali che hanno a che fare con i poteri, le istituzioni, il mercato. La parola governance è quella che più di tutte ci aiuta a capire i fatti che leggiamo ogni giorno sui quotidiani, se parliamo di deficit pubblico, di crisi del Nasdaq, di Corte penale internazionale, di scontro commerciale Europa-USA, di sviluppo sostenibile e così via. Questo discorso sulla governance, sulle regole e i regolatori è fondamentale, perché altrimenti non riusciremmo più a ragionare sui meccanismi di sviluppo, ma potremmo al massimo parlare dei meccanismi della crescita.
Ecco una differenza fondamentale che ci permette un ri-orientamento: la crescita la misuriamo con il PIL, ma dentro la crescita non ci sono una serie di cose importanti come, per esempio, le differenze di sviluppo all’interno dei singoli paesi. Per capire meglio, basta riprendere in mano una bella analisi di Bob Kennedy, della metà degli anni Sessanta, in cui diceva che il Gdp (il prodotto interno americano) misura molte cose, come la nostra capacità di essere ricchi, ma che dentro il Gdp ci sono anche i proventi dell’industria pornografica e dell’industria delle armi, insomma i risultati di una serie di affari e di transazioni di cui non possiamo essere fieri, mentre restano fuori dal Gdp proprio gran parte di quegli elementi che – diceva appunto Kennedy – ci rendono orgogliosi di essere americani. Una frase d’effetto, certo, ma che centrava una questione fondamentale, d’estrema attualità ancora adesso: proprio ciò che l’ONU chiama “sviluppo umano” e il cui “indice” è stato definito anche con il contributo di Sen e della Nussbaum.
Allora, come muoversi a proposito dello sviluppo e come affrontare la questione della governance? Come affrontare, da questo punto di vista, il tema del disorientamento?

La fine della storia

Per capire meglio bisogna fare un rapido passo indietro: all’89, anno chiave delle trasformazioni. Cade il Muro di Berlino, finisce l’equilibrio bipolare, si afferma come modello vincente la democrazia liberale di mercato, il capitalismo tecnologico avanzato connesso con gli strumenti di democrazia, unico modello vincente, perché più forte, perché permette una crescita e uno sviluppo maggiori, perché è quello che libera più energie e fa da riferimento per le ambizioni, i sogni, le stesse proteste, ma comunque i meccanismi di emulazione del resto del mondo. Quando crolla il Muro e si definisce questo modello vincente, c’è una grande festa da parte dei vincitori, però con un filo di sgomento colto dagli osservatori più attenti: la fine del nemico mette in crisi radicale l’identità.
In questa euforia si discute molto della fine della storia: finisce la storia dei conflitti, quella che abbiamo conosciuto e inizia l’euforia legata alla capacità spontanea dei mercati di creare ricchezza. Il mercato può regolare tutto con la sua mano invisibile, il mercato mette a posto le cose e la politica smette di avere importanza.
La politica, infatti, è il sistema di mediazione dei conflitti, ma il conflitto radicale non c’è più. Quindi, non ci serve la politica; non ci serve neanche la società civile. Si recupera perfino la coda del pensiero thatcheriano secondo cui la società civile non esiste e si registra il trionfo del mercato, il trionfo dell’economia e, dunque, il trionfo della globalizzazione che viene considerata come un fenomeno positivo, inarrestabile, produttore di conseguenze buone per tutti, in tutto il mondo.
Siamo insomma, proprio nel momento in cui crollano le ideologie, di fronte a una dimensione irenica dello sviluppo, cioè a una riproposizione ideologica della funzione di elementi che però, per loro stessa natura, tollerano poco l’ideologia: cioè l’economia e il mercato.
E in questa condizione si va avanti per tutto il corso degli anni Novanta dimenticando quattro cose fondamentali che riguardano l’economia e la politica economica.

Le quattro regole

La prima dimensione è nota a qualunque studioso di economia come regola fondamentale: non ci sono pasti gratis. Tutto ha un costo e un prezzo.
La seconda cosa è che l’economia è ciclica. Negli anni Novanta eravamo già sull’onda lunga della crescita degli anni Ottanta, con i successi reaganiani e della Thatcher, e per molti era quasi come se la ciclicità fosse scomparsa, insieme alla storia. Ci sono generazioni che non hanno mai visto una recessione e si è pensato che la modifica delle caratteristiche produttive dell’economia – Internet, l’information technology e la net-economy – fosse la fine di una condizione strutturale dell’economia stessa, cioè la sua ciclicità. L’abbiamo riscoperta adesso con lo sgonfiamento della bolla speculativa dei mercati finanziari e con l’avvio della recessione americana. Ma non avremmo mai dovuto dimenticarcela. Purtroppo, l’amnesia diffusa è stata aiutata da alcuni degli elementi negativi della comunicazione: l’eccesso di informazioni non bene selezionate, l’attitudine ruffiana ad assecondare il pubblico, la tendenza acritica nella lettura dei fenomeni e la fastidiosità con cui vengono trattati tutti quelli che ti dicono “scusi, ma io veramente non sono d’accordo”.
Il terzo elemento da ricordare è che i mercati hanno bisogno di regole: un mercato non è l’arena della guerra, è l’arena dello scambio, dunque della competizione tra gli attori e della mediazione tra diverse posizioni e diversi interessi.
Le regole fanno sì che gli attori del mercato partano in condizioni di non evidente svantaggio di molti a vantaggio di pochi: in caso contrario, non avremmo un mercato ma un vero e proprio
“far west” se la competizione fosse senza regole e le tendenze monopolistiche assecondate senza limiti. Il mercato, e lo sosteneva con estrema chiarezza un padre del liberalismo come Adam Smith, non è fenomeno naturale, è un fenomeno artificiale fondato su un contratto che lega gli individui, inducendoli a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Il mercato senza regole non è un mercato. Ma anche questa dimensione l’abbiamo dimenticata nel momento stesso in cui abbiamo ideologizzato il mercato, lo abbiamo svincolato da molte delle regole e gli abbiamo assegnato il compito di produrre, spontaneamente, tanta ricchezza per tanti, prescindendo dalle regole e dalla politica e dunque facendogli fare un mestiere che non è il suo.
La quarta regola da ricordare è che il capitalismo è la struttura produttiva e sociale più flessibile e più riformabile che ci sia. La migliore che abbiamo conosciuto fino a questo momento e che probabilmente conosceremo ancora a lungo, quella che è stata capace storicamente di sopravvivere a tutti i suoi avversari, che ha sconfitto chi stava dall’altra parte del muro proprio perché è flessibile e riformabile. E qui si introducono due concetti fondamentali: la flessibilità è un problema di scelte, di politiche, e la riformabilità dipende dagli orientamenti che vogliamo darci in un momento in cui tutte le cose si trasformano molto rapidamente.
Queste quattro regole sono sempre state presenti nell’economia, anche nell’economia primordiale, pur se ridotte all’osso, con una differenza rispetto ad oggi, ossia la variante che ora ci fa parlare di disorientamento e difficoltà d’interpretazione: il tempo. I fenomeni sono molto più accelerati e rapidi. A causa della velocità dei processi, delle interrelazioni e degli scambi, la globalizzazione che viviamo adesso è diversa dalla vecchia globalizzazione mediterranea, durata fino al 1492.
Il Mediterraneo era un grande mare di globalizzazione, in cui tutti commerciavano con tutti. Ma la nostra globalizzazione è più larga, più complicata, più carica di contrasti e contraddizioni: dunque, ha più bisogno di governance. Se ci pensate bene, tutte le guerre che hanno segnato il Mediterraneo erano guerre in cerca di governance; l’impero romano è un grande autore di governance, se letto da un certo punto di vista: l’estensione della cittadinanza romana e la diffusione della “romanità” hanno a che fare con le leggi e la lingua, dunque con due “strutture” disciplinatorie.

Non ci sono pasti gratis

L’esperienza diretta di questi anni ci conferma come, in assenza di politiche correttive, più aumenta la ricchezza e più aumentano i divari. Abbiamo avuto, infatti, un consistente aumento della ricchezza senza però aver affrontato in questi anni il problema chiave della sua redistribuzione tra i diversi paesi e all’interno delle stesse società più ricche e sofisticate. Quindi, un doppio divario: interno ed esterno. Un’altra illusione consiste nell’idea che ci possa sempre essere un qualche Eldorado da andare a conquistare. Gli umani hanno sempre nutrito l’illusione che ci fosse una ricchezza pronta per tutti: è una caratteristica ineliminabile della nostra condizione umana. La fiducia nella capacità di Internet di produrre infinita ricchezza è esattamente questo.
La crescita della globalizzazione incrementa questa ricchezza e porta anche al di fuori della soglia di povertà e verso una migliore condizione economica milioni di persone nei cosiddetti paesi del terzo mondo o delle aree in via di sviluppo, che sono attori di processi di crescita abbastanza avanzati.
C’è però un dato che nel corso di questi anni è stato sottovalutato: stiamo parlando, nel processo di produzione di ricchezza, di una società che rappresenta un quinto, il 20 per cento della popolazione mondiale. L’80 per cento rimane fuori.
Se guardiamo l’Africa, ci sono 800 milioni di persone che vivono in condizioni disperate, metà di loro ha meno di un dollaro al giorno e aspettative di vita che raramente superano i 50 anni. Tra le 50 nazioni più povere al mondo, 34 sono africane. Allora l’Africa è un problema, e non soltanto per la nostra coscienza. Sinceramente, credo poco alla coscienza, il buonismo è uno dei peggiori mali dell’analisi economica e politica. Credo molto, invece, alla lezione di Adam Smith sull’interesse.
La FAO dice “bisogna intervenire urgentemente sui paesi poveri” e Massimo Livi Bacci su “la Repubblica” propone un conto molto semplice, ricordando come, per dimezzare il numero delle persone che muoiono di fame, basterebbero 24 milioni di dollari all’anno, equivalenti al 2 % del PIL italiano. Per tutti, cioè, 11 centesimi di euro al giorno. Una miseria!
Perché non li spendiamo? Un po’ perché siamo egoisti, un po’ perché disattenti, un po’ perché ci sfugge il rapporto strettissimo tra lo sviluppo delle aree deboli del mondo e la nostra sicurezza. E soprattutto ci sfugge il rapporto tra la nostra condizione di comodità di vita e le condizioni di scomodità a cui condanniamo le aree più deboli del mondo.

Predicano bene e razzolano male

Ancora un dato: i paesi dell’area OCSE spendono 347 miliardi di dollari in sussidi agricoli, il doppio di quanto spendono per finanziare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Cioè le aree grasse del mondo sovvenzionano agricolture che non hanno nessuno spazio produttivo particolare e che vivono soltanto perché le barriere sono chiuse; esiste il protezionismo ed esiste il sussidio, che è una forma di protezionismo indiretto.
E qui si apre una contraddizione netta che viene immediatamente rilevata dai paesi in via di sviluppo: “Chiudete le frontiere ai nostri prodotti e ci impedite di crescere, ma poi ci predicate la necessità di crescere. Come possiamo fare se proprio voi, i difensori dell’economia di mercato, della globalizzazione e degli scambi, siete i primi a chiudere i vostri mercati?” Un giudizio severo, dunque, su una vera e propria contraddizione. Che si potrebbe denunciare un po’ per tutti i paesi dell’area OCSE ma che in particolare, in questo momento, riguarda soprattutto la politica degli Stati Uniti in alcuni settori: agricoltura e acciaio. Siamo cioè di fronte a una delle questioni radicali dello sviluppo contemporaneo, a un problema, appunto, di governance, delle regole cioè dei commerci internazionali, dell’apertura reale dei mercati, della possibilità ai paesi in via di sviluppo di commerciare per superare le loro condizioni di sottosviluppo.
Non è questione di umanità. Ma anche, egoisticamente, di sicurezza.
Riflettiamo sull’attacco terroristico agli Usa, sull’11 settembre 2001 e le Twin Towers. E ci troviamo subito di fronte ad alcune questioni chiave. Vi ricordo una battuta data a caldo dal presidente della Banca Mondiale: “Senza riuscire ad affrontare i temi della povertà nel mondo, non riusciremo mai ad eliminare il terrorismo internazionale”. Sappiamo tutti che Bin Laden non è un difensore dei poveri e che esiste, però, comunque, un retroterra di ostilità, di pregiudizio, di crisi, di mancato riconoscimento delle “qualità” occidentali da parte dei paesi più deboli. Sappiamo come questi cerchino di crescere nei confronti dei paesi più ricchi che predicano bene e razzolano male. E sappiamo inoltre come al cattivo esempio che viene dagli Usa, si potrebbe aggiungere quello dell’Europa che tiene chiuse le sue frontiere nei confronti di molti prodotti dei paesi della sponda araba del Mediterraneo, sovvenzionando contemporaneamente la propria economia agricola sprecona, assistenziale, in certi casi perfino un po’ truffatrice o comunque disinvolta. Noi europei, insomma, abbiamo un problema aperto nei confronti della sponda araba, che è un problema di sicurezza, ma non muoviamo un dito per affrontare la questione fondamentale dell’utilizzo delle risorse europee, come la politica agricola che si porta via metà, e forse di più, delle risorse comunitarie. Predichiamo ai paesi della sponda araba la crescita secondo le logiche del capitalismo moderno, ma li aiutiamo pochissimo non con sovvenzioni, ma aprendo loro i nostri mercati. Senza capire un dato essenziale: che meno crescono economicamente e, dunque, socialmente e politicamente, più rischiamo di alimentare fenomeni distorti come le migrazioni di massa verso l’Occidente e la rancorosa ostilità fondamentalista islamica.

Chi paga comanda

Come affrontare, dunque, realmente l’indispensabile questione della lotta al terrorismo, senza limitarsi ai “venti di guerra”? Qui tornano in primo piano le questioni di governance. O riusciamo ad affrontare la riforma del Fondo Monetario Internazionale, della Wto, della Banca Mondiale, di alcune istituzioni dell’ONU per far crescere i paesi più poveri, o non usciremo mai da questa trappola di una ricchezza concentrata e di un rancore che monta e produce anche alibi perfino nei confronti di chi, come Bin Laden, ha a che fare con la guerra per il petrolio e con i fatti interni di casa reale saudita, e non con i poveri.
E sulla governance e sulle riforme bisogna ricordarsi di nuovo della vecchia regola secondo cui non ci sono pasti gratis.
Prendiamo il caso del Fondo Monetario su cui si sono appuntate una serie di critiche: risponde agli interessi degli americani, funziona poco, ha sbagliato i conti sull’Argentina ecc. Mi chiedo, però: i cosiddetti errori del Fondo Monetario sono legati all’incapacità dei suoi analisti o a una serie di scelte che favoriscono certi interessi al posto di altri? Una risposta interessante la si trova guardando ai contributi al Fondo: il suo maggior contributore è il Tesoro americano, che da solo si fa carico del 18 % delle erogazioni del Fondo. Ora, chi paga comanda. E’ una vecchia regola economica. Il Fondo non si muove come un organo equilibratore nel quadro di una generica composizione di interessi internazionali, si muove soprattutto sugli input degli interessi del Tesoro americano. Una scelta totalmente legittima: ha ragione il Fondo e ha ragione il Tesoro americano. Se tutto ciò non ci piace, poniamoci allora il problema, come Europa, di quanto ci costa pagare un maggiore contributo per poter avere voce in capitolo sugli interventi del Fondo. Di nuovo, se si paga si comanda e si governa; se non si paga, no. Ma tale questione dei divari ha a che fare anche con le politiche interne che permettono la crescita dei singoli paesi, per esempio rispetto al rapporto tra le nuove generazioni e il mercato. E’ legata, inoltre, ai profondi sistemi di riforma per poter affrontare non soltanto le trasformazioni economiche in corso, ma anche la condizione strutturale di incertezza in cui stiamo vivendo.

Fear economy

Paul Krugman ha scritto di recente un libro molto affascinante, definendo la stagione attuale dell’economia americana come fear economy, economia della paura, e facendo un’interessante distinzione tra la categoria del rischio, che è normale in economia (il capitale è un fattore di rischio, si chiama anche “capitale di rischio”) e l’incertezza.
Il rischio è misurabile, a differenza dell’incertezza. Misurabile, certo, approssimativamente, ma misurabile. Qualunque buon economista, qualunque abile imprenditore, qualunque analista finanziario sa leggere un business plan e calcolare il margine di rischio possibile. Mentre, invece, non c’è il margine di incertezza: strutturalmente c’è l’incertezza che non è misurabile, verificabile. Noi tutti siamo adesso in una condizione di incertezza che modifica radicalmente non soltanto il calcolo del rischio, ma lo stesso gioco delle aspettative che, per l’economia, è fondamentale. E stiamo registrando in questa fear economy una caduta psicologica nell’incertezza, conseguenza strutturale a una serie di scelte che abbiamo fatto.
Faccio un esempio per capire il meccanismo. Anni Ottanta e Novanta, liberalizzazioni avanzate, outsourcing, grandi concessioni al mercato. Le compagnie aeree americane delegano all’esterno una quantità di servizi, compresi i servizi di sicurezza. Chiunque conosca gli aeroporti americani sa che il personale di sicurezza è molto spesso nero o latino-americano di recente immigrazione, sottopagato, con scarse prospettive professionali; si delega cioè un aspetto delicato, costoso, quale quello della sicurezza, a strutture professionali poco specializzate, poco sicure, a persone cui non importa dare in cambio di quel salario una prestazione di alta qualità. Anche qui, valgono le vecchie regole: a salari alti e incentivi chiari corrispondono prestazioni elevate, ma non possono esserci prestazioni alte a salari bassi.
Bisogna sempre tenere chiaro che la bellezza dell’economia è di avere una sua robustissima solidità e concretezza. La dimensione della sicurezza degli aeroporti americani ci dà il senso della crisi interna a un processo di liberalizzazione che viene gestito non secondo logiche di lungo periodo, ma speculativamente in termini di breve periodo. Si è detto: “Tutto quello che è di mercato, libero, aperto, competitivo, funziona”: non è vero, non tutto, non sempre, a cominciare dalla sicurezza degli aeroporti.
Non a caso, all’indomani dell’attacco terroristico alle Twin Towers, uno dei giornali più vicini alla business community americana, “Business Week”, ha fatto una copertina molto bella, il cui titolo era “Rethinking the economy”, ripensiamo i paradigmi dell’economia. L’inchiesta di copertina insisteva su una forte rivalutazione della politica, cioè di quello strumento generale che governa – di nuovo la governace – i grandi percorsi economici. Quel rethinking the economy, quella politica che torna in primo piano sono dimensioni fondamentali per ritrovare un orientamento. Conviene, quindi, spostare il dibattito dal disorientamento nell’economia al disorientamento nella politica.

Crisi di fiducia

Un altro elemento di riflessione sono i mercati e le regole. A proposito degli scandali finanziari, da Enron a Worldcom, il “Wall Street Journal” ha scritto che dai tempi della grande recessione del ’29 non si vedevano tante regole infrante sui mercati americani. L’elenco è lunghissimo. Il fior fiore delle grandi imprese americane è toccata dall’onda degli scandali. E non possiamo liquidare la faccenda parlando di manager disinvolti, corrotti e arruffoni. C’è una crisi di modello, gigantesca, che rivela il mal funzionamento dei sistemi di controllo, la corruzione diffusa, l’avidità, gli effetti negativi della ideologizzazione della funzione dei manager e la caduta degli idoli (ma gli idoli sono sempre destinati a cadere e dunque giustamente ogni coscienza laica ne diffida profondamente).
Prendiamo di nuovo in mano “Business Week”: la questione chiave – sostiene – non è economica, è politica. Si tratta di restaurare la fiducia; non ci sono mercati che possono crescere senza un dato fiduciario forte, non ci sono scambi possibili se io non so che il mio interlocutore non è un mascalzone. O, se lo è, viene sanzionato, bandito, messo fuori dalla comunità degli scambi, dal mercato.
Questo bisogno di recupero della fiducia impone una capacità di riforma: si può giocare quanto si vuole con i fatti economici, ma poi le cose tornano ai nodi fondamentali, alla qualità. E la qualità deve essere rispettata, non solo per i prodotti finanziari o per i servizi internet, ma anche per i prodotti dei “brand” più solidi, diffusi, ben radicati nelle abitudini di consumo. La crisi di McDonald’s, per esempio, ha a che fare con la presa di coscienza di una parte larga dei consumatori americani che quella polpetta non è poi così buona come si racconta. Una parte larga della crisi di Nike dipende dal fatto che quelle scarpe hanno un forte contenuto immaginario, sono belle e funzionali, fanno sognare, godono d’un robusto supporto comunicativo e pubblicitario, peccato però che siano fatte dai bambini che lavorano in condizioni disastrose. E l’etica, in economia, conta. Guai a non tenerne conto. L’etica e i bilanci. La Walt Disney ha i conti non perfettamente in regola e la Borsa di Wall Street la punisce.
L’economia, insomma, alla fine si vendica delle astrazioni fatte: è un buon inizio di orientamento. Torniamo a ragionare di dimensioni strutturali dell’economia. Ci rendiamo conto che il problema della crescita americana ed europea è non soltanto quello di rifare i conti con la concretezza delle cose, ma anche di cominciare ad affrontare alcune questioni strutturali della crisi. Della crisi di fiducia. E della crisi più strettamente economica e politica.

Il superdollaro

L’economia americana è stata fondata su uno squilibrio, sanato provvisoriamente, tra una bilancia commerciale in deficit e una bilancia valutaria fortemente in attivo; l’afflusso di capitali colmava il deflusso di capitali per pagare le importazioni. La chiave di tutto è stata, a lungo, il superdollaro, che corrispondeva ad una politica estera americana da unica superpotenza. Ora, quello squilibrio oggi rivela tutta la sua fragilità e l’economia americana è in recessione, in reale condizione di grandissima difficoltà, tanto da far temere a un attento osservatore come George Soros un’ulteriore caduta, una scivolata del dollaro rispetto alle altre valute e una continuazione della recessione. Il buco della bilancia commerciale che gli americani hanno mascherato fino a ieri, adesso è visibilissimo e allarmante. I buchi non si eliminano, si possono mascherare per un po’, camuffare, compensare provvisoriamente. Ma le realtà macroeconomiche prima o poi impongono la propria verità. E bisogna avere il coraggio di affrontarle.
Il superdollaro, dicevo, si sgonfia. E apre un’altra questione – di nuovo politica – del riequilibrio delle politiche internazionali rispetto alle politiche economiche.
Che cos’era il superdollaro? Non soltanto l’effetto della distorsione di cui abbiamo parlato, della capacità di attrazione di capitali internazionali da parte di un mercato finanziario in parte funzionante e in parte sognante. Ma anche la riproposizione, sotto forma valutaria, della funzione di dominio degli Usa sui processi internazionali. Un dominio fondato non tanto e non solo sulla capacità espansiva degli Usa, ma su una forte carenza di altri grandi attori, di altri forti regolatori rispetto ai problemi del mondo.
Ebbene, gli Stati Uniti fanno da superpotenza internazionale per propria tentazione ma anche per effetto naturale di un processo di compensazione del vuoto altrui. E si ritrovano dunque esposti più degli altri alle critiche e alle contestazioni, al centro di un meccanismo di contraddizioni e rivendicazioni, come rivela l’11 settembre e come si teme succederà ancora per lungo tempo. Di fronte a simili tensioni, gli Usa non mostrano una chiara linea strategica di comportamento. E oscillano tra l’intelligenza d’un indispensabile equilibrio internazionale multilaterale (Usa, ma anche Europa, Russia e Cina), nel quadro di una ricerca di sempre più ampi consensi internazionali come ha confermato la politica estera impostata da Bush nella campagna in Afghanistan; e la politica di questi ultimi mesi, assolutamente chiusa e unilaterale: siamo gendarmi del mondo, andiamo dove ci pare, facciamo quello che riteniamo più utile per i nostri interessi, scavalcando in continuazione gli alleati, decidiamo la lista dei paesi nemici e prepariamo la guerra, con o senza il consenso degli altri, con o senza i nostri alleati. Posizione pericolosa, naturalmente, che alla lunga può indebolire l’America e, con lei, tutte le democrazie occidentali.
Questa oscillazione del pendolo tra multilateralismo e unilateralismo, che è una costante della politica americana, non è mai stata così accentuata nel breve periodo e così disorientata e disorientante come in quest’ultimo periodo. È come se la politica estera americana, o se vogliamo dirla in un altro modo, la politica economica americana, fosse priva di un centro di riferimento e di identità. La crisi ideologica rende poverissima la politica degli Usa e fragilissimo il loro sistema di sicurezza. E pone anche all’Europa numerose questioni: cos’è l’Unione europea? Che politica ha? Che ruolo gioca come attore internazionale? Cresce? O arretra? Insomma, come aiuta l’orientamento di noi europei particolarmente disorientati?

Non c’è moneta senza spada

Noi europei abbiamo portato a termine, con successo, un processo straordinario, che è l’euro, sia dal punto di vista delle valenze economiche sia da quello delle logiche della politica: la moneta non è solo uno strumento economico, la moneta è un simbolo. Ma qui ci siamo fermati: tutto il dibattito sull’Europa è un dibattito tra Paesi che, di fronte ad una serie di sfide tutte visibili e individuabili, dopo la moneta unica, cominciano ad arretrare, non sanno come muoversi. Discutono di passi avanti dell’integrazione, di costituzione, di governo politico europeo. Ma poi, nelle scelte concrete, frenano e rivalutano il potere dei vecchi Stati nazionali.
Ma la storia ci insegna che non c’è moneta senza spada, non c’è politica economica possibile senza una politica internazionale, un momento politico che dia gli obiettivi della propria crescita su scala internazionale. Da questo punto di vista, l’Europa, anche dopo aver fatto l’euro, è assolutamente carente.
Guardiamo il dibattito in corso sull’immigrazione: non si trova una linea comune, nemmeno sul tema dell’allargamento ai paesi dell’Est. Si tratta dei due temi fondamentali della nostra politica: sicurezza e sviluppo. E invece siamo in presenza di un europeismo compromissorio, da Stati Nazionali, residuali, che affermano la propria vecchia sovranità senza riuscire a giocare con la doppia sovranità necessaria all’Europa, nazionale e internazionale, il global e il local. E per quel che riguarda le paure, temo molto che in questa situazione di disorientamento prevalga, anche in Europa, una fear economy, una politica che non sa affrontare le sue sfide fondamentali: quella del welfare da riformare e quella dell’immigrazione. Una questione che comunque c’è e va affrontata su molti binari.

Ripensare la politica per governare l’economia

L’immigrazione non ci pone solo un problema di sicurezza, non è qualcosa che deleghiamo a un ministro degli Interni o a un’autorità di polizia efficiente e poi ce ne laviamo le mani. È una questione che riguarda lo sviluppo su cui bisogna ragionare avendo di fronte un quadro di grande complessità. Dire: “aiutiamo i paesi in via di sviluppo a casa loro così non ci vengono a rompere gli equilibri qui a casa nostra” è dire il falso. Qualunque studio ben fatto sulle situazioni sociali e i flussi migratori ci dimostra come alla crescita di condizioni economiche, scolastiche e di salute nei paesi in via di sviluppo corrisponda un aumento dei flussi di migrazione, e non una diminuzione. Ciò significa riuscire a gestire politiche di stop and go da una parte, e politiche bilaterali di gente che va e gente che viene; un mercato che funzioni nella sua circolarità, avendo insieme logiche di sviluppo economico locale, interscambi molto forti a livello internazionale, formazione e utilizzo di risorse dei paesi da cui viene l’immigrazione per fare crescere i nostri stessi paesi e poi avere lì meccanismi costanti.
Queste sono le questioni che abbiamo da affrontare, costringendoci a ripensare la politica per governare l’economia: di nuovo una questione di governance.


Antonio Calabrò è Direttore editoriale de Il Sole24 Ore. Il testo è stato rivisto dall’autore.


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