Il tradimento degli intellettuali
Vorrei cominciare con una battuta di Flaiano: “Siamo in un periodo
di transizione, come sempre”. Detto questo, potrei concludere
la mia analisi sul disorientamento, perché stiamo discutendo
di una condizione normale dell’avventura, della storia, dell’economia
umana.
Inoltre, per capire meglio, mi aiuta l’introduzione del libro
di Bauman, Modalità liquida, che comincia con una frase di
Paul Valery: “Interruzione, incoerenza, sorpresa sono le normali
condizioni della nostra vita. Può dunque la mente umana dominare
ciò che ha creato?”
Un altro aiuto mi viene da una vignetta di Altan, dove c’è
un signore un po’ grasso, sfatto, con dei foglietti in mano
che dice: “Come intellettuale mi ritrovo lacerato, ignorante
e smarrito… e non so a chi chiedere i danni”. La cosa
più bella di Altan non è tanto nella confessione della
lacerazione, dello smarrimento, del disorientamento, ma in questa
accezione assolutamente servile dell’intellettuale, che cerca
qualcuno a cui far pagare il suo disorientamento. Se fosse ancora
vivo Benda probabilmente scriverebbe un altro Tradimento dei chierici,
adattandolo alle circostanze attuali, provando a indagare, esattamente
come aveva fatto negli anni Trenta, sul rapporto tra la produzione
intellettuale, il potere e il mercato. E probabilmente con il rigore
che aveva contraddistinto la prima ricerca scriverebbe che oggi c’è
un secondo tradimento dei chierici, che il mestiere dell’intellettuale
è legato agli orientamenti del mercato e di chi lo governa,
e che gli intellettuali non hanno nessuna capacità critica.
Giudizio un po’ troppo severo perché, se volessimo fare
i bastian contrari, potremmo andare in libreria e scoprire facilmente
una robusta produzione intellettuale che è assolutamente controcorrente,
molto critica, attenta, carica di dubbi e perplessità, disorientata
da un certo punto di vista, ma in cerca di orientamento. Alcuni titoli:
lo Stiglitz pubblicato da Donzelli sul mondo imperfetto (Stiglitz
ha vinto il Nobel, non a caso, proprio su questo), oppure gli ultimi
due libri di Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà e Globalizzazione
e libertà. Nel primo quel “è” ha la funzione
del verbo, facendo cioè coincidere i meccanismi della crescita
economica e dello sviluppo in generale, con i sistemi di libertà
in un gioco di interrelazione molto bello, ma anche assai critico.
Anche l’ex moglie di Sen, Martha Nussbaum, ha scritto un libro
molto interessante, Sviluppo sociale e dignità umana, insistendo
sul passaggio dal concetto di individuo a quello di persona, recuperando
così non soltanto un pezzo largo della cultura liberale ma
anche parte di quella cattolica, purtroppo finita da questo punto
di vista un po’ in un angolo.
Inoltre, penso a Daly che ci ricorda la differenza tra crescita economica
e sviluppo in generale, o anche agli ultimi due libri di Bauman. Ci
sono, insomma, molti contributi eccellenti a dimostrarci che è
in corso, da prima dell’11 settembre, cioè dalla metà
degli anni Novanta, una consistente riflessione critica e autocritica
del pensiero economico, del pensiero politico e del pensiero sociologico
su quali sono le condizioni del mondo in cui viviamo e su quali sono
le regole della trasformazione.
Non ho citato autori italiani, per non rischiare partigianerie fuori
luogo nel dibattito molto vivace sugli schieramenti intellettuali,
però mi piace ricordare un libro che aveva segnato la crescita
della consapevolezza del mondo economico rispetto ai fenomeni critici
della globalizzazione: Lo sguardo dell’altro. E’ pubblicato
da Il Mulino e raccoglie una serie di saggi commissionati dai giovani
imprenditori di Confindustria, in occasione del convegno di Santa
Margherita del 2001. Esso pose il problema della globalizzazione,
della governance della globalizzazione e di come le imprese possano
stare sul mercato tenendo conto della complessità dei fenomeni
in cui sono inserite. Lo sguardo dell’altro significa un’attenzione
particolarmente sollecita, non soltanto alle grandi categorie dell’economia,
ma anche all’insieme delle vicende legate a quel passaggio,
ricordato dalla Nussbaum, da individuo a persona, da soggetto economico
a titolare di diritti.
Parola chiave: governance
C’è una parola chiave in quella raccolta di saggi, che
ricorre un po’ dappertutto: governance. Governance non vuol
dire soltanto governo, è un ragionamento sulle regole ma anche
sui regolatori, cioè su tutti gli attori sociali che hanno
a che fare con i poteri, le istituzioni, il mercato. La parola governance
è quella che più di tutte ci aiuta a capire i fatti
che leggiamo ogni giorno sui quotidiani, se parliamo di deficit pubblico,
di crisi del Nasdaq, di Corte penale internazionale, di scontro commerciale
Europa-USA, di sviluppo sostenibile e così via. Questo discorso
sulla governance, sulle regole e i regolatori è fondamentale,
perché altrimenti non riusciremmo più a ragionare sui
meccanismi di sviluppo, ma potremmo al massimo parlare dei meccanismi
della crescita.
Ecco una differenza fondamentale che ci permette un ri-orientamento:
la crescita la misuriamo con il PIL, ma dentro la crescita non ci
sono una serie di cose importanti come, per esempio, le differenze
di sviluppo all’interno dei singoli paesi. Per capire meglio,
basta riprendere in mano una bella analisi di Bob Kennedy, della metà
degli anni Sessanta, in cui diceva che il Gdp (il prodotto interno
americano) misura molte cose, come la nostra capacità di essere
ricchi, ma che dentro il Gdp ci sono anche i proventi dell’industria
pornografica e dell’industria delle armi, insomma i risultati
di una serie di affari e di transazioni di cui non possiamo essere
fieri, mentre restano fuori dal Gdp proprio gran parte di quegli elementi
che – diceva appunto Kennedy – ci rendono orgogliosi di
essere americani. Una frase d’effetto, certo, ma che centrava
una questione fondamentale, d’estrema attualità ancora
adesso: proprio ciò che l’ONU chiama “sviluppo
umano” e il cui “indice” è stato definito
anche con il contributo di Sen e della Nussbaum.
Allora, come muoversi a proposito dello sviluppo e come affrontare
la questione della governance? Come affrontare, da questo punto di
vista, il tema del disorientamento?
La fine della storia
Per capire meglio bisogna fare un rapido passo indietro: all’89,
anno chiave delle trasformazioni. Cade il Muro di Berlino, finisce
l’equilibrio bipolare, si afferma come modello vincente la democrazia
liberale di mercato, il capitalismo tecnologico avanzato connesso
con gli strumenti di democrazia, unico modello vincente, perché
più forte, perché permette una crescita e uno sviluppo
maggiori, perché è quello che libera più energie
e fa da riferimento per le ambizioni, i sogni, le stesse proteste,
ma comunque i meccanismi di emulazione del resto del mondo. Quando
crolla il Muro e si definisce questo modello vincente, c’è
una grande festa da parte dei vincitori, però con un filo di
sgomento colto dagli osservatori più attenti: la fine del nemico
mette in crisi radicale l’identità.
In questa euforia si discute molto della fine della storia: finisce
la storia dei conflitti, quella che abbiamo conosciuto e inizia l’euforia
legata alla capacità spontanea dei mercati di creare ricchezza.
Il mercato può regolare tutto con la sua mano invisibile, il
mercato mette a posto le cose e la politica smette di avere importanza.
La politica, infatti, è il sistema di mediazione dei conflitti,
ma il conflitto radicale non c’è più. Quindi,
non ci serve la politica; non ci serve neanche la società civile.
Si recupera perfino la coda del pensiero thatcheriano secondo cui
la società civile non esiste e si registra il trionfo del mercato,
il trionfo dell’economia e, dunque, il trionfo della globalizzazione
che viene considerata come un fenomeno positivo, inarrestabile, produttore
di conseguenze buone per tutti, in tutto il mondo.
Siamo insomma, proprio nel momento in cui crollano le ideologie, di
fronte a una dimensione irenica dello sviluppo, cioè a una
riproposizione ideologica della funzione di elementi che però,
per loro stessa natura, tollerano poco l’ideologia: cioè
l’economia e il mercato.
E in questa condizione si va avanti per tutto il corso degli anni
Novanta dimenticando quattro cose fondamentali che riguardano l’economia
e la politica economica.
Le quattro regole
La prima dimensione è nota a qualunque studioso di economia
come regola fondamentale: non ci sono pasti gratis. Tutto ha un costo
e un prezzo.
La seconda cosa è che l’economia è ciclica. Negli
anni Novanta eravamo già sull’onda lunga della crescita
degli anni Ottanta, con i successi reaganiani e della Thatcher, e
per molti era quasi come se la ciclicità fosse scomparsa, insieme
alla storia. Ci sono generazioni che non hanno mai visto una recessione
e si è pensato che la modifica delle caratteristiche produttive
dell’economia – Internet, l’information technology
e la net-economy – fosse la fine di una condizione strutturale
dell’economia stessa, cioè la sua ciclicità. L’abbiamo
riscoperta adesso con lo sgonfiamento della bolla speculativa dei
mercati finanziari e con l’avvio della recessione americana.
Ma non avremmo mai dovuto dimenticarcela. Purtroppo, l’amnesia
diffusa è stata aiutata da alcuni degli elementi negativi della
comunicazione: l’eccesso di informazioni non bene selezionate,
l’attitudine ruffiana ad assecondare il pubblico, la tendenza
acritica nella lettura dei fenomeni e la fastidiosità con cui
vengono trattati tutti quelli che ti dicono “scusi, ma io veramente
non sono d’accordo”.
Il terzo elemento da ricordare è che i mercati hanno bisogno
di regole: un mercato non è l’arena della guerra, è
l’arena dello scambio, dunque della competizione tra gli attori
e della mediazione tra diverse posizioni e diversi interessi.
Le regole fanno sì che gli attori del mercato partano in condizioni
di non evidente svantaggio di molti a vantaggio di pochi: in caso
contrario, non avremmo un mercato ma un vero e proprio
“far west” se la competizione fosse senza regole e le
tendenze monopolistiche assecondate senza limiti. Il mercato, e lo
sosteneva con estrema chiarezza un padre del liberalismo come Adam
Smith, non è fenomeno naturale, è un fenomeno artificiale
fondato su un contratto che lega gli individui, inducendoli a comportarsi
in un certo modo piuttosto che in un altro. Il mercato senza regole
non è un mercato. Ma anche questa dimensione l’abbiamo
dimenticata nel momento stesso in cui abbiamo ideologizzato il mercato,
lo abbiamo svincolato da molte delle regole e gli abbiamo assegnato
il compito di produrre, spontaneamente, tanta ricchezza per tanti,
prescindendo dalle regole e dalla politica e dunque facendogli fare
un mestiere che non è il suo.
La quarta regola da ricordare è che il capitalismo è
la struttura produttiva e sociale più flessibile e più
riformabile che ci sia. La migliore che abbiamo conosciuto fino a
questo momento e che probabilmente conosceremo ancora a lungo, quella
che è stata capace storicamente di sopravvivere a tutti i suoi
avversari, che ha sconfitto chi stava dall’altra parte del muro
proprio perché è flessibile e riformabile. E qui si
introducono due concetti fondamentali: la flessibilità è
un problema di scelte, di politiche, e la riformabilità dipende
dagli orientamenti che vogliamo darci in un momento in cui tutte le
cose si trasformano molto rapidamente.
Queste quattro regole sono sempre state presenti nell’economia,
anche nell’economia primordiale, pur se ridotte all’osso,
con una differenza rispetto ad oggi, ossia la variante che ora ci
fa parlare di disorientamento e difficoltà d’interpretazione:
il tempo. I fenomeni sono molto più accelerati e rapidi. A
causa della velocità dei processi, delle interrelazioni e degli
scambi, la globalizzazione che viviamo adesso è diversa dalla
vecchia globalizzazione mediterranea, durata fino al 1492.
Il Mediterraneo era un grande mare di globalizzazione, in cui tutti
commerciavano con tutti. Ma la nostra globalizzazione è più
larga, più complicata, più carica di contrasti e contraddizioni:
dunque, ha più bisogno di governance. Se ci pensate bene, tutte
le guerre che hanno segnato il Mediterraneo erano guerre in cerca
di governance; l’impero romano è un grande autore di
governance, se letto da un certo punto di vista: l’estensione
della cittadinanza romana e la diffusione della “romanità”
hanno a che fare con le leggi e la lingua, dunque con due “strutture”
disciplinatorie.
Non ci sono pasti gratis
L’esperienza diretta di questi anni ci conferma come, in assenza
di politiche correttive, più aumenta la ricchezza e più
aumentano i divari. Abbiamo avuto, infatti, un consistente aumento
della ricchezza senza però aver affrontato in questi anni il
problema chiave della sua redistribuzione tra i diversi paesi e all’interno
delle stesse società più ricche e sofisticate. Quindi,
un doppio divario: interno ed esterno. Un’altra illusione consiste
nell’idea che ci possa sempre essere un qualche Eldorado da
andare a conquistare. Gli umani hanno sempre nutrito l’illusione
che ci fosse una ricchezza pronta per tutti: è una caratteristica
ineliminabile della nostra condizione umana. La fiducia nella capacità
di Internet di produrre infinita ricchezza è esattamente questo.
La crescita della globalizzazione incrementa questa ricchezza e porta
anche al di fuori della soglia di povertà e verso una migliore
condizione economica milioni di persone nei cosiddetti paesi del terzo
mondo o delle aree in via di sviluppo, che sono attori di processi
di crescita abbastanza avanzati.
C’è però un dato che nel corso di questi anni
è stato sottovalutato: stiamo parlando, nel processo di produzione
di ricchezza, di una società che rappresenta un quinto, il
20 per cento della popolazione mondiale. L’80 per cento rimane
fuori.
Se guardiamo l’Africa, ci sono 800 milioni di persone che vivono
in condizioni disperate, metà di loro ha meno di un dollaro
al giorno e aspettative di vita che raramente superano i 50 anni.
Tra le 50 nazioni più povere al mondo, 34 sono africane. Allora
l’Africa è un problema, e non soltanto per la nostra
coscienza. Sinceramente, credo poco alla coscienza, il buonismo è
uno dei peggiori mali dell’analisi economica e politica. Credo
molto, invece, alla lezione di Adam Smith sull’interesse.
La FAO dice “bisogna intervenire urgentemente sui paesi poveri”
e Massimo Livi Bacci su “la Repubblica” propone un conto
molto semplice, ricordando come, per dimezzare il numero delle persone
che muoiono di fame, basterebbero 24 milioni di dollari all’anno,
equivalenti al 2 % del PIL italiano. Per tutti, cioè, 11 centesimi
di euro al giorno. Una miseria!
Perché non li spendiamo? Un po’ perché siamo egoisti,
un po’ perché disattenti, un po’ perché
ci sfugge il rapporto strettissimo tra lo sviluppo delle aree deboli
del mondo e la nostra sicurezza. E soprattutto ci sfugge il rapporto
tra la nostra condizione di comodità di vita e le condizioni
di scomodità a cui condanniamo le aree più deboli del
mondo.
Predicano bene e razzolano male
Ancora un dato: i paesi dell’area OCSE spendono 347 miliardi
di dollari in sussidi agricoli, il doppio di quanto spendono per finanziare
gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Cioè le aree grasse
del mondo sovvenzionano agricolture che non hanno nessuno spazio produttivo
particolare e che vivono soltanto perché le barriere sono chiuse;
esiste il protezionismo ed esiste il sussidio, che è una forma
di protezionismo indiretto.
E qui si apre una contraddizione netta che viene immediatamente rilevata
dai paesi in via di sviluppo: “Chiudete le frontiere ai nostri
prodotti e ci impedite di crescere, ma poi ci predicate la necessità
di crescere. Come possiamo fare se proprio voi, i difensori dell’economia
di mercato, della globalizzazione e degli scambi, siete i primi a
chiudere i vostri mercati?” Un giudizio severo, dunque, su una
vera e propria contraddizione. Che si potrebbe denunciare un po’
per tutti i paesi dell’area OCSE ma che in particolare, in questo
momento, riguarda soprattutto la politica degli Stati Uniti in alcuni
settori: agricoltura e acciaio. Siamo cioè di fronte a una
delle questioni radicali dello sviluppo contemporaneo, a un problema,
appunto, di governance, delle regole cioè dei commerci internazionali,
dell’apertura reale dei mercati, della possibilità ai
paesi in via di sviluppo di commerciare per superare le loro condizioni
di sottosviluppo.
Non è questione di umanità. Ma anche, egoisticamente,
di sicurezza.
Riflettiamo sull’attacco terroristico agli Usa, sull’11
settembre 2001 e le Twin Towers. E ci troviamo subito di fronte ad
alcune questioni chiave. Vi ricordo una battuta data a caldo dal presidente
della Banca Mondiale: “Senza riuscire ad affrontare i temi della
povertà nel mondo, non riusciremo mai ad eliminare il terrorismo
internazionale”. Sappiamo tutti che Bin Laden non è un
difensore dei poveri e che esiste, però, comunque, un retroterra
di ostilità, di pregiudizio, di crisi, di mancato riconoscimento
delle “qualità” occidentali da parte dei paesi
più deboli. Sappiamo come questi cerchino di crescere nei confronti
dei paesi più ricchi che predicano bene e razzolano male. E
sappiamo inoltre come al cattivo esempio che viene dagli Usa, si potrebbe
aggiungere quello dell’Europa che tiene chiuse le sue frontiere
nei confronti di molti prodotti dei paesi della sponda araba del Mediterraneo,
sovvenzionando contemporaneamente la propria economia agricola sprecona,
assistenziale, in certi casi perfino un po’ truffatrice o comunque
disinvolta. Noi europei, insomma, abbiamo un problema aperto nei confronti
della sponda araba, che è un problema di sicurezza, ma non
muoviamo un dito per affrontare la questione fondamentale dell’utilizzo
delle risorse europee, come la politica agricola che si porta via
metà, e forse di più, delle risorse comunitarie. Predichiamo
ai paesi della sponda araba la crescita secondo le logiche del capitalismo
moderno, ma li aiutiamo pochissimo non con sovvenzioni, ma aprendo
loro i nostri mercati. Senza capire un dato essenziale: che meno crescono
economicamente e, dunque, socialmente e politicamente, più
rischiamo di alimentare fenomeni distorti come le migrazioni di massa
verso l’Occidente e la rancorosa ostilità fondamentalista
islamica.
Chi paga comanda
Come affrontare, dunque, realmente l’indispensabile questione
della lotta al terrorismo, senza limitarsi ai “venti di guerra”?
Qui tornano in primo piano le questioni di governance. O riusciamo
ad affrontare la riforma del Fondo Monetario Internazionale, della
Wto, della Banca Mondiale, di alcune istituzioni dell’ONU per
far crescere i paesi più poveri, o non usciremo mai da questa
trappola di una ricchezza concentrata e di un rancore che monta e
produce anche alibi perfino nei confronti di chi, come Bin Laden,
ha a che fare con la guerra per il petrolio e con i fatti interni
di casa reale saudita, e non con i poveri.
E sulla governance e sulle riforme bisogna ricordarsi di nuovo della
vecchia regola secondo cui non ci sono pasti gratis.
Prendiamo il caso del Fondo Monetario su cui si sono appuntate una
serie di critiche: risponde agli interessi degli americani, funziona
poco, ha sbagliato i conti sull’Argentina ecc. Mi chiedo, però:
i cosiddetti errori del Fondo Monetario sono legati all’incapacità
dei suoi analisti o a una serie di scelte che favoriscono certi interessi
al posto di altri? Una risposta interessante la si trova guardando
ai contributi al Fondo: il suo maggior contributore è il Tesoro
americano, che da solo si fa carico del 18 % delle erogazioni del
Fondo. Ora, chi paga comanda. E’ una vecchia regola economica.
Il Fondo non si muove come un organo equilibratore nel quadro di una
generica composizione di interessi internazionali, si muove soprattutto
sugli input degli interessi del Tesoro americano. Una scelta totalmente
legittima: ha ragione il Fondo e ha ragione il Tesoro americano. Se
tutto ciò non ci piace, poniamoci allora il problema, come
Europa, di quanto ci costa pagare un maggiore contributo per poter
avere voce in capitolo sugli interventi del Fondo. Di nuovo, se si
paga si comanda e si governa; se non si paga, no. Ma tale questione
dei divari ha a che fare anche con le politiche interne che permettono
la crescita dei singoli paesi, per esempio rispetto al rapporto tra
le nuove generazioni e il mercato. E’ legata, inoltre, ai profondi
sistemi di riforma per poter affrontare non soltanto le trasformazioni
economiche in corso, ma anche la condizione strutturale di incertezza
in cui stiamo vivendo.
Fear economy
Paul Krugman ha scritto di recente un libro molto affascinante, definendo
la stagione attuale dell’economia americana come fear economy,
economia della paura, e facendo un’interessante distinzione
tra la categoria del rischio, che è normale in economia (il
capitale è un fattore di rischio, si chiama anche “capitale
di rischio”) e l’incertezza.
Il rischio è misurabile, a differenza dell’incertezza.
Misurabile, certo, approssimativamente, ma misurabile. Qualunque buon
economista, qualunque abile imprenditore, qualunque analista finanziario
sa leggere un business plan e calcolare il margine di rischio possibile.
Mentre, invece, non c’è il margine di incertezza: strutturalmente
c’è l’incertezza che non è misurabile, verificabile.
Noi tutti siamo adesso in una condizione di incertezza che modifica
radicalmente non soltanto il calcolo del rischio, ma lo stesso gioco
delle aspettative che, per l’economia, è fondamentale.
E stiamo registrando in questa fear economy una caduta psicologica
nell’incertezza, conseguenza strutturale a una serie di scelte
che abbiamo fatto.
Faccio un esempio per capire il meccanismo. Anni Ottanta e Novanta,
liberalizzazioni avanzate, outsourcing, grandi concessioni al mercato.
Le compagnie aeree americane delegano all’esterno una quantità
di servizi, compresi i servizi di sicurezza. Chiunque conosca gli
aeroporti americani sa che il personale di sicurezza è molto
spesso nero o latino-americano di recente immigrazione, sottopagato,
con scarse prospettive professionali; si delega cioè un aspetto
delicato, costoso, quale quello della sicurezza, a strutture professionali
poco specializzate, poco sicure, a persone cui non importa dare in
cambio di quel salario una prestazione di alta qualità. Anche
qui, valgono le vecchie regole: a salari alti e incentivi chiari corrispondono
prestazioni elevate, ma non possono esserci prestazioni alte a salari
bassi.
Bisogna sempre tenere chiaro che la bellezza dell’economia è
di avere una sua robustissima solidità e concretezza. La dimensione
della sicurezza degli aeroporti americani ci dà il senso della
crisi interna a un processo di liberalizzazione che viene gestito
non secondo logiche di lungo periodo, ma speculativamente in termini
di breve periodo. Si è detto: “Tutto quello che è
di mercato, libero, aperto, competitivo, funziona”: non è
vero, non tutto, non sempre, a cominciare dalla sicurezza degli aeroporti.
Non a caso, all’indomani dell’attacco terroristico alle
Twin Towers, uno dei giornali più vicini alla business community
americana, “Business Week”, ha fatto una copertina molto
bella, il cui titolo era “Rethinking the economy”, ripensiamo
i paradigmi dell’economia. L’inchiesta di copertina insisteva
su una forte rivalutazione della politica, cioè di quello strumento
generale che governa – di nuovo la governace – i grandi
percorsi economici. Quel rethinking the economy, quella politica che
torna in primo piano sono dimensioni fondamentali per ritrovare un
orientamento. Conviene, quindi, spostare il dibattito dal disorientamento
nell’economia al disorientamento nella politica.
Crisi di fiducia
Un altro elemento di riflessione sono i mercati e le regole. A proposito
degli scandali finanziari, da Enron a Worldcom, il “Wall Street
Journal” ha scritto che dai tempi della grande recessione del
’29 non si vedevano tante regole infrante sui mercati americani.
L’elenco è lunghissimo. Il fior fiore delle grandi imprese
americane è toccata dall’onda degli scandali. E non possiamo
liquidare la faccenda parlando di manager disinvolti, corrotti e arruffoni.
C’è una crisi di modello, gigantesca, che rivela il mal
funzionamento dei sistemi di controllo, la corruzione diffusa, l’avidità,
gli effetti negativi della ideologizzazione della funzione dei manager
e la caduta degli idoli (ma gli idoli sono sempre destinati a cadere
e dunque giustamente ogni coscienza laica ne diffida profondamente).
Prendiamo di nuovo in mano “Business Week”: la questione
chiave – sostiene – non è economica, è politica.
Si tratta di restaurare la fiducia; non ci sono mercati che possono
crescere senza un dato fiduciario forte, non ci sono scambi possibili
se io non so che il mio interlocutore non è un mascalzone.
O, se lo è, viene sanzionato, bandito, messo fuori dalla comunità
degli scambi, dal mercato.
Questo bisogno di recupero della fiducia impone una capacità
di riforma: si può giocare quanto si vuole con i fatti economici,
ma poi le cose tornano ai nodi fondamentali, alla qualità.
E la qualità deve essere rispettata, non solo per i prodotti
finanziari o per i servizi internet, ma anche per i prodotti dei “brand”
più solidi, diffusi, ben radicati nelle abitudini di consumo.
La crisi di McDonald’s, per esempio, ha a che fare con la presa
di coscienza di una parte larga dei consumatori americani che quella
polpetta non è poi così buona come si racconta. Una
parte larga della crisi di Nike dipende dal fatto che quelle scarpe
hanno un forte contenuto immaginario, sono belle e funzionali, fanno
sognare, godono d’un robusto supporto comunicativo e pubblicitario,
peccato però che siano fatte dai bambini che lavorano in condizioni
disastrose. E l’etica, in economia, conta. Guai a non tenerne
conto. L’etica e i bilanci. La Walt Disney ha i conti non perfettamente
in regola e la Borsa di Wall Street la punisce.
L’economia, insomma, alla fine si vendica delle astrazioni fatte:
è un buon inizio di orientamento. Torniamo a ragionare di dimensioni
strutturali dell’economia. Ci rendiamo conto che il problema
della crescita americana ed europea è non soltanto quello di
rifare i conti con la concretezza delle cose, ma anche di cominciare
ad affrontare alcune questioni strutturali della crisi. Della crisi
di fiducia. E della crisi più strettamente economica e politica.
Il superdollaro
L’economia americana è stata fondata su uno squilibrio,
sanato provvisoriamente, tra una bilancia commerciale in deficit e
una bilancia valutaria fortemente in attivo; l’afflusso di capitali
colmava il deflusso di capitali per pagare le importazioni. La chiave
di tutto è stata, a lungo, il superdollaro, che corrispondeva
ad una politica estera americana da unica superpotenza. Ora, quello
squilibrio oggi rivela tutta la sua fragilità e l’economia
americana è in recessione, in reale condizione di grandissima
difficoltà, tanto da far temere a un attento osservatore come
George Soros un’ulteriore caduta, una scivolata del dollaro
rispetto alle altre valute e una continuazione della recessione. Il
buco della bilancia commerciale che gli americani hanno mascherato
fino a ieri, adesso è visibilissimo e allarmante. I buchi non
si eliminano, si possono mascherare per un po’, camuffare, compensare
provvisoriamente. Ma le realtà macroeconomiche prima o poi
impongono la propria verità. E bisogna avere il coraggio di
affrontarle.
Il superdollaro, dicevo, si sgonfia. E apre un’altra questione
– di nuovo politica – del riequilibrio delle politiche
internazionali rispetto alle politiche economiche.
Che cos’era il superdollaro? Non soltanto l’effetto della
distorsione di cui abbiamo parlato, della capacità di attrazione
di capitali internazionali da parte di un mercato finanziario in parte
funzionante e in parte sognante. Ma anche la riproposizione, sotto
forma valutaria, della funzione di dominio degli Usa sui processi
internazionali. Un dominio fondato non tanto e non solo sulla capacità
espansiva degli Usa, ma su una forte carenza di altri grandi attori,
di altri forti regolatori rispetto ai problemi del mondo.
Ebbene, gli Stati Uniti fanno da superpotenza internazionale per propria
tentazione ma anche per effetto naturale di un processo di compensazione
del vuoto altrui. E si ritrovano dunque esposti più degli altri
alle critiche e alle contestazioni, al centro di un meccanismo di
contraddizioni e rivendicazioni, come rivela l’11 settembre
e come si teme succederà ancora per lungo tempo. Di fronte
a simili tensioni, gli Usa non mostrano una chiara linea strategica
di comportamento. E oscillano tra l’intelligenza d’un
indispensabile equilibrio internazionale multilaterale (Usa, ma anche
Europa, Russia e Cina), nel quadro di una ricerca di sempre più
ampi consensi internazionali come ha confermato la politica estera
impostata da Bush nella campagna in Afghanistan; e la politica di
questi ultimi mesi, assolutamente chiusa e unilaterale: siamo gendarmi
del mondo, andiamo dove ci pare, facciamo quello che riteniamo più
utile per i nostri interessi, scavalcando in continuazione gli alleati,
decidiamo la lista dei paesi nemici e prepariamo la guerra, con o
senza il consenso degli altri, con o senza i nostri alleati. Posizione
pericolosa, naturalmente, che alla lunga può indebolire l’America
e, con lei, tutte le democrazie occidentali.
Questa oscillazione del pendolo tra multilateralismo e unilateralismo,
che è una costante della politica americana, non è mai
stata così accentuata nel breve periodo e così disorientata
e disorientante come in quest’ultimo periodo. È come
se la politica estera americana, o se vogliamo dirla in un altro modo,
la politica economica americana, fosse priva di un centro di riferimento
e di identità. La crisi ideologica rende poverissima la politica
degli Usa e fragilissimo il loro sistema di sicurezza. E pone anche
all’Europa numerose questioni: cos’è l’Unione
europea? Che politica ha? Che ruolo gioca come attore internazionale?
Cresce? O arretra? Insomma, come aiuta l’orientamento di noi
europei particolarmente disorientati?
Non c’è moneta senza spada
Noi europei abbiamo portato a termine, con successo, un processo straordinario,
che è l’euro, sia dal punto di vista delle valenze economiche
sia da quello delle logiche della politica: la moneta non è
solo uno strumento economico, la moneta è un simbolo. Ma qui
ci siamo fermati: tutto il dibattito sull’Europa è un
dibattito tra Paesi che, di fronte ad una serie di sfide tutte visibili
e individuabili, dopo la moneta unica, cominciano ad arretrare, non
sanno come muoversi. Discutono di passi avanti dell’integrazione,
di costituzione, di governo politico europeo. Ma poi, nelle scelte
concrete, frenano e rivalutano il potere dei vecchi Stati nazionali.
Ma la storia ci insegna che non c’è moneta senza spada,
non c’è politica economica possibile senza una politica
internazionale, un momento politico che dia gli obiettivi della propria
crescita su scala internazionale. Da questo punto di vista, l’Europa,
anche dopo aver fatto l’euro, è assolutamente carente.
Guardiamo il dibattito in corso sull’immigrazione: non si trova
una linea comune, nemmeno sul tema dell’allargamento ai paesi
dell’Est. Si tratta dei due temi fondamentali della nostra politica:
sicurezza e sviluppo. E invece siamo in presenza di un europeismo
compromissorio, da Stati Nazionali, residuali, che affermano la propria
vecchia sovranità senza riuscire a giocare con la doppia sovranità
necessaria all’Europa, nazionale e internazionale, il global
e il local. E per quel che riguarda le paure, temo molto che in questa
situazione di disorientamento prevalga, anche in Europa, una fear
economy, una politica che non sa affrontare le sue sfide fondamentali:
quella del welfare da riformare e quella dell’immigrazione.
Una questione che comunque c’è e va affrontata su molti
binari.
Ripensare la politica per governare l’economia
L’immigrazione non ci pone solo un problema di sicurezza, non
è qualcosa che deleghiamo a un ministro degli Interni o a un’autorità
di polizia efficiente e poi ce ne laviamo le mani. È una questione
che riguarda lo sviluppo su cui bisogna ragionare avendo di fronte
un quadro di grande complessità. Dire: “aiutiamo i paesi
in via di sviluppo a casa loro così non ci vengono a rompere
gli equilibri qui a casa nostra” è dire il falso. Qualunque
studio ben fatto sulle situazioni sociali e i flussi migratori ci
dimostra come alla crescita di condizioni economiche, scolastiche
e di salute nei paesi in via di sviluppo corrisponda un aumento dei
flussi di migrazione, e non una diminuzione. Ciò significa
riuscire a gestire politiche di stop and go da una parte, e politiche
bilaterali di gente che va e gente che viene; un mercato che funzioni
nella sua circolarità, avendo insieme logiche di sviluppo economico
locale, interscambi molto forti a livello internazionale, formazione
e utilizzo di risorse dei paesi da cui viene l’immigrazione
per fare crescere i nostri stessi paesi e poi avere lì meccanismi
costanti.
Queste sono le questioni che abbiamo da affrontare, costringendoci
a ripensare la politica per governare l’economia: di nuovo una
questione di governance.
Antonio Calabrò è Direttore editoriale de Il Sole24 Ore.
Il testo è stato rivisto dall’autore.