Il mercato degli assetti
Nell’analisi del disorientamento nell’economia focalizzerò
la mia attenzione su argomenti che riguardano i cosiddetti “mercati
degli assett”, ossia, i modi con cui viene conservata la ricchezza
di un paese o di una società. Mi riferisco in particolare alle
azioni, ai titoli, ai tassi di cambio, alla varietà di forme
con cui la ricchezza viene trasferita dal presente al futuro. E agli
effetti, nel mondo globalizzato, del disorientamento in queste forme
di possesso della ricchezza. Non, parlerò quindi, del mercato
del lavoro e degli effetti dei flussi migratori, dei cambiamenti tecnologici,
della perdita d’importanza di alcune professioni e di tutte
le questioni associate all’avviamento professionale delle nuove
generazioni in un mondo globalizzato.
La mia esperienza in campo accademico, finanziario e pubblico mi è
indispensabile per discutere gli effetti del disorientamento nei mercati
degli assett e nella formazione dei valori relativi alla ricchezza
e all’accumulo del risparmio.
I fondamenti dell’economia
Nel nostro immaginario collettivo c’è un’idea antica:
l’economia è un sotto-sistema separato dal resto della
società. I prezzi degli immobili, delle azioni, dei tassi di
cambio ovviamente fluttuano nel quotidiano a seconda degli eventi
ma, a lungo termine, tendono ad uno standard normale.
Nella cosiddetta economia del XIX secolo i classici definivano quest’idea
come stadio stazionario. Oggi, sui giornali, compare sotto forma di
fondamenti: si dice, ad esempio, che i prezzi sono alti o bassi, che
c'è molta volatilità, ma che a lungo termine i prezzi
tendono alla normalità, ad un valore di fondamento che rispecchierebbe
la vera realtà. Implicita in questo c'è l'idea che l'economia
sia un sottosistema relativamente isolato dalla politica e dagli eventi
della vita sociale. È ovvio che guerre, regolamentazioni, leggi
sono eventi che cambiano l'economia. Ma si considera tutto ciò
come qualcosa di esterno alla vita economica e si pensa che, prima
o poi, i prezzi ritorneranno al loro livello normale, inteso come
standard obiettivo e ragionevole.
Molto spesso gli economisti si riferiscono ai prezzi a lunga scadenza
come a dei “prezzi naturali”. Siamo abituati a pensare
che l'economia attraversi dei cicli, di conseguenza tendiamo a credere
che i prezzi oscillino intorno a un valore normale. È psicologicamente
molto gratificante credere che l'economia al momento può andare
male ma che migliorerà, o che, invece, può andare bene
ma potrebbe peggiorare e che, comunque, nella media i prezzi non si
possono allontanare più di tanto dal loro valore reale.
Questa convinzione ci orienta, ad esempio, quando organizziamo i nostri
risparmi individuali in gioventù per poter avere soldi in vecchiaia;
abbiamo sempre l'idea che comprando una casa o un’azione possediamo
un valore reale. Sarà vero? Di certo esiste un’enorme
discrepanza tra la nostra capacità di spiegare il passato e
la capacità di prevedere il futuro per quanto riguarda i prezzi.
È molto facile, dopo che c'è stato il crollo del Nasdaq,
spiegare che era una bolla speculativa e tracciare paralleli storici
per esempio con la prima grande bolla speculativa del capitalismo,
chiamata "tulipani d'Olanda". Ciò mostra che, spesso,
quello che chiamiamo fondamento è ciò di cui ci si accorge
solo dopo, ma che è molto difficile prevedere in anticipo.
L’aspettativa sui prezzi a lungo termine si forma attraverso
quello che si legge sui giornali e ciò che dicono gli analisti
e i commentatori, oppure osservando il modo in cui si muovono gli
investitori professionali, le tesorerie delle banche, i fondi di investimento,
ecc.
Se guardiamo il comportamento degli analisti, osserviamo che quando
il prezzo di un’azione è 100, alcuni analisti dicono
che vale 110 e altri che vale 90, ma il 90 o 95% degli analisti concentra
la variazione intorno al valore di mercato esistente. Se il prezzo
di mercato scende a 50, gli analisti diranno che vale 55 oppure 45,
ma di nuovo si presenta il compattamento delle aspettative intorno
al prezzo di mercato.
Insomma, l'orbita degli analisti circola intorno ad una certa varianza
sul prezzo di mercato, qualunque esso sia. Ci sono diverse spiegazioni
sociologiche per questo fenomeno e la più ovvia è che
è meglio sbagliare in gruppo che sbagliare da solo: gli analisti
preferiscono allontanarsi poco dalla media, perché allontanandosi
molto rischierebbero la loro reputazione.
Quindi l'analisi, così come presentata dai giornali e dagli
analisti, non ci fornisce una buona guida su come sarà il futuro.
Per esempio, in uno studio recente sul Nasdaq, quando il titolo era
a più di 5.000 punti, il 97% degli analisti riteneva fosse
troppo alto e che il prezzo di equilibrio fosse intorno a 3.500 punti.
Oggi è sceso a 1.400 e non è successo niente di sostanzialmente
nuovo nell'economia americana, il fondamento non è cambiato.
Insomma non esiste in nessun mercato finanziario, né in Europa
né negli Stati Uniti, un “vero fondamentalista”
che compra le azioni perché crede che il fondamento sia qualcosa
che mantiene quel valore indipendentemente dagli eventi del mercato.
Errori di valutazione dei mercati
L’argomento più forte contro la nozione di fondamento
di valore è la presenza di errori sistematici di valutazione
dei mercati.
Un esempio recente è costituito dalla crisi argentina. Cosa
è accaduto di sostanzialmente diverso in Argentina, rispetto
a un anno fa, dal punto di vista dei cosiddetti fondamenti dell'economia?
Nulla. L'economia argentina e i suoi fondamenti non sono oggi molto
diversi; semplicemente c'è stato un errore collettivo di percezione
del mercato: le perdite hanno superato di 4 o 5 volte quello che i
migliori esperti credevano si potesse perdere in caso di crisi.
Si potrebbero moltiplicare le analisi di questo tipo per la Thailandia
nel '97, per la Russia nel ‘98, per il caso del Nasdaq o per
l’Euro.
Di fronte a tante evidenze contrarie, perché ancora si crede
o si pensa che esista nel lungo termine un fondamento del valore che
possiede attributi quasi naturali e obiettivi che determinano il prezzo
di un’azione, di un immobile o di un tasso di cambio? In genere
si parte dal principio che l'economia abbia una complessità
straordinaria, che i fondamenti esistano, ma che non sia possibile
operare un’analisi di fronte alla complessità degli eventi
economici.
Tutti i tentativi matematici di modellare questa complessità
non hanno avuto successo, tanto che c’è stato un radicale
cambiamento nel modo di operare delle banche centrali di tutto il
mondo. Venti anni fa le banche centrali operavano con grandi modelli
matematici e innumerevoli equazioni, cercando di prevedere il comportamento
di ogni settore dell’economia; oggi operano sulla base di modelli
piccoli, forme ridotte e sintetiche di funzionamento dell’economia,
utilizzando variabili aleatorie che captano tutto ciò che non
si può conoscere. Queste variabili hanno tutte le stesse proprietà,
tipicamente tornano alla media. L’ipotesi è sempre la
stessa: l’economia può, a breve termine, essere lontana
da quella che è la sua normalità, ma a lungo termine
questa discrepanza si deve risolvere.
Non ci sono dubbi che l’economia abbia una complessità
eccessiva, ma fino a che punto questo giustifica l’ipotesi che
esista, di fatto, un fondamento a lungo termine che permette di sentirci
sostenuti nelle nostre decisioni di investimenti e risparmi?
La rivoluzione dei grandi computer
Il recente grande progresso nella teoria economica è avvenuto
a partire dall’introduzione dei cosiddetti mega computer. Questi,
per la teoria economica, hanno il ruolo che la scoperta del microscopio
ha avuto per la biologia, grazie alla capacità di trattare
quantità immense di dati in modo statisticamente significativo.
Con i mega computer oggi si riesce, contrariamente a dieci o quindici
anni fa, ad avere una visione di fenomeni economici diversi. Possiamo,
ad esempio, ottenere serie di dati con i tassi di cambio di 10/15
anni presi con misurazioni ogni trenta secondi. Sono quantità
fenomenali di dati che possono essere analizzati dal punto di vista
puramente statistico. Teoricamente questo consente una comprensione
dei fenomeni prima impossibile.
È ancora presto per pronosticare a cosa ci porterà questa
rivoluzione che sta iniziando ora nei processi di simulazione di grande
portata, ma già ci sono risultati ed evoluzioni molto sorprendenti.
Il primo è il ritorno al pensiero quasi induttivo: anziché
testare le teorie ci si può permettere il lusso di testare
ipotesi statistiche pure e semplici, verificare quali hanno maggiore
aderenza ai dati e, partendo da qui, pensare quali di esse possono
essere interpretate economicamente in una forma che abbia senso.
Dal punto di vista dei fondamenti si scoprono forme sempre più
complesse di determinazione dei fenomeni. Per esempio, le forme più
prossime di previsione dei prezzi agricoli sono modelli statistici
molto vicini a quelli che si usano per prevedere le pulsazioni delle
stelle. Mai si sarebbe pensato che la pulsazione di una stella potesse
avere a che fare con il prezzo agricolo, invece statisticamente si
tratta di processi molto simili. Più si va avanti con il tentativo
di capire la complessità dei fenomeni economici e più
si individua una pluralità di modelli statistici fondamentalmente
induttivi.
Tuttavia, l’introduzione di grandi computer non darà
sostanza all’ipotesi di un valore a lungo termine, che servirebbe
come polo di gravitazione per la borsa, per il valore degli immobili
o per il tasso di cambio. Pertanto non c’è fondamento
per i cosiddetti valori che compongono la ricchezza, nel senso di
qualcosa che si possa obiettivamente dire, determinare e calcolare.
L’unico prezzo che esiste è il prezzo presente, quello
della realtà del momento che riflette la migliore previsione
futura, ma null’altro oltre questo.
Tale riflessione è molto importante per la comprensione del
mondo moderno. Infatti l’idea che l’economia lavora in
modo separato dalla vita sociale è falsa. Se non c’è
un prezzo a lungo termine che si possa calcolare su una base puramente
economica, non si possono dunque considerare gli effetti della vita
sociale e della vita politica come influenze a breve termine, che
nel tempo tendono a scomparire. In ogni istante elementi della vita
politica e della vita sociale influenzano la vita economica. Non esiste
un processo puramente economico di gravitazione dei valori intorno
alle aspettative a lungo termine.
Di conseguenza, l’idea che si possa separare l’economia
dalla politica e che l’economia abbia una vita propria dal punto
di vista della formazione dei valori è priva di senso.
Questo ha due implicazioni. In primo luogo c’è una sensazione
di disorientamento e una perdita di sicurezza: per noi è molto
rassicurante credere che un immobile o le azioni in borsa abbiano
un valore intrinseco che prima o poi prevarrà, indipendentemente
dai governi e dalle regolamentazioni. Se, invece, crediamo che non
esista un valore intrinseco e che tutto dipenda dalla formazione delle
aspettative per il futuro (che subisce sempre l’incidenza di
eventi extra economici), sicuramente l’incertezza intorno alla
formazione del risparmio e al valore della ricchezza è maggiore
di quanto crediamo. Questo effetto, che diventerà sempre maggiore,
ha implicazioni dal punto di vista dei cicli di vita: le persone sentendosi
più insicure tendono a risparmiare di più e a lavorare
per più tempo del necessario, perché non hanno la certezza
che la ricchezza accumulata sarà sufficiente per la loro vecchiaia.
La seconda implicazione è relativa alla rivalorizzazione della
vita pubblica. Se l’economia non è un sottosistema relativamente
isolato dalla vita politica e dalla vita sociale, non è vero
che tutto quello che succede nella vita pubblica ha effetti di breve
termine sugli assett economici. In altre parole, il nostro atteggiamento,
non come cittadini, ma come operatori economici, deve necessariamente
avere un interesse per la vita pubblica. La nostra vita economica
si regolerà secondo la vita politica e sociale, come in un
tutt’uno.
Forme deboli di istituzionalizzazione
In base all’esperienza brasiliana mi rendo conto di quanto i
fondamenti dell’economia siano ancora presenti nella mentalità
delle persone, unitamente al disprezzo per la vita pubblica e alla
credenza dell’auto-regolazione della vita economica.
Se guardiamo il caso specificamente brasiliano e latinoamericano,
quello che vedremo è un processo di graduale perdita di valore
degli assett. Se, per esempio, confrontiamo i prezzi degli immobili
dell’America Latina e dell’Italia, vent’anni fa
e oggi, vediamo che c’è stato effettivamente un momento
straordinario per gli immobili in Italia e una perdita di valore degli
immobili in Brasile, come in tutta l’America Latina.
Le forme della ricchezza, chiamate riserve stabili di valore, stanno
chiaramente perdendo tutti i loro attributi di stabilità. Questo
contrasta con la prosperità e con la crescita dei valori nell’insieme,
in Europa sicuramente, ma ancor più negli Stati Uniti.
Tutto ciò è strettamente legato a questioni di governabilità.
I paesi dell’America Latina sono carenti di istituzioni relativamente
stabili e per questo sono soggetti a cambiamenti molto forti dal punto
di vista legale e istituzionale. Di conseguenza, non esistendo un
legame affettivo che giustifichi il valore di ogni assett, l’incertezza
associata alle oscillazioni della vita pubblica si ripercuote in modo
inesorabile sugli assett della vita economica.
Con le elezioni che ci saranno l’anno prossimo in Brasile non
cambierà solo il Presidente della Repubblica, ma anche il Ministro
del Tesoro, il Presidente della Banca Centrale, il Presidente della
Commissione dei valori mobiliari, il funzionamento della Segreteria
delle entrate federali e della raccolta delle tasse. Stiamo parlando
quindi di un Paese che non ha un senso dell’istituzionalizzazione.
Se vogliamo fare un parallelo con l’Italia, la caduta di un
governo non fa cambiare il funzionamento della Banca Centrale Italiana
o della burocrazia statale italiana, ossia, l’oscillazione politica
non si riflette immediatamente in modo radicale sul funzionamento
della vita economica, anche se è chiaro che ha i suoi effetti.
I paesi dell’America Latina, invece, sono paesi di debole istituzionalizzazione
e questo dà opportunità straordinarie ai buoni governi,
ma anche pessime opportunità ai cattivi governi. Non è
un caso che il Venezuela sia il paese con il maggior numero di costituzioni
nella storia del mondo e, anche senza questo caso isolato, è
frequente avere in America Latina nuove costituzioni.
Se non esiste il fondamento economico che rafforza il valore, è
ovvio che quanto più il funzionamento delle istituzioni è
debole e soggetto ai capricci elettorali del momento, tanto più
instabili sono le aspettative e quindi minori i valori. Perciò
attribuisco la perdita di valore degli assett in America Latina intrinsecamente
alla debolezza dell’istituzionalizzazione.
Cosa fare?
Chiedersi come avere una vita economica migliore significa anche chiedersi
come costruire forme di istituzionalizzazione più efficaci.
Nel Brasile di oggi la semplice aspettativa di una discontinuità
elettorale ha provocato effetti che lo hanno avvicinato al disastro
argentino. Anche se i canditati dicono che non faranno cambiamenti,
è sufficiente l’aspettativa che possa essere eletto un
Presidente che potrebbe alterare la politica economica, per avere
effetti radicali e profondi nella vita economica del paese. Per la
semplice aspettativa di un cambiamento, il Brasile ha oggi il più
alto il tasso di disoccupazione della sua storia.
Negli Stati Uniti quando un Presidente viene eletto, la sua capacità
di manovra interna è molto scarsa: potrà cambiare la
politica estera con facilità, ma incontrerà straordinarie
difficoltà nel modificare il bilancio. Inoltre, la Banca centrale
è indipendente da lui.
In Brasile, invece, tutti i presidenti hanno segnato la loro presenza
cambiando drammaticamente il modo di intervenire della banca centrale:
il presidente Sarney con il Piano Cruzado, il presidente Collor con
il cosiddetto Piano Collor, Fernando Henrique Cardoso con il Piano
Real nel primo mandato (al quale ho partecipato) e con la grande svalutazione
del cambio nel secondo mandato.
La forma di azione più rapida di un presidente, che gli permette
di lasciare il suo segno, non è la politica estera, frequentemente
irrilevante, ma l’azione nell’amministrazione degli interessi,
del cambio, del debito interno ed estero. È esattamente l’obiettivo
d’azione che fa sì che l’instabilità associata
ai prezzi degli assett sia al più alto livello possibile. Stiamo
parlando di un contesto istituzionale in cui non solo non vi è
un fondamento per i valori economici, ma anche in cui essi tendono
a deprezzarsi nel tempo, cosa che rende molto drammatica la vita.
La soluzione evidentemente è un processo di maturazione di
carattere politico e sociale molto più che di carattere economico.
Come si risolve il dramma monetario dell’Argentina? La soluzione
è disgraziatamente proprio nelle mani degli argentini stessi,
l’impasse è di nuovo di natura puramente istituzionale,
non è un’impasse economica.
Vi è un comune scenario di fondo tra i problemi che affronta
l’America Latina e quelli che affrontano l’Europa e gli
Stati Uniti. Non c’è alcuna piattaforma, non c’è
alcun prezzo a lungo termine. Nei mercati esiste solo un’unica
realtà che è il prezzo corrente e questa realtà
è formata dalle aspettative sul futuro, necessariamente incerto
e influenzato dalle percezioni riguardanti la vita pubblica e la politica.
Il dramma particolare dell’America Latina è che le forme
deboli di istituzionalizzazione fanno sì che i cambiamenti
politici abbiano un’ampiezza d’azione straordinariamente
grande.
Io sono stato testimone di questo nel caso del Piano Real: in nessun
altro paese al mondo si permetterebbe ad un accademico, che ha formulato
determinate teorie, di testarle su scala nazionale con una riforma
monetaria. Anche se i risultati sono stati positivi, questo è
tipico di un paese con poca istituzionalizzazione. La stessa mancanza
di istituzionalizzazione, che ha dato buoni risultati da una parte,
provoca cattivi risultati dall’altra.
L’incertezza è fatale dal punto di vista dell’accumulazione
della ricchezza. L’investimento è possibile e c’è
un buon clima economico, soltanto se ci sono condizioni ragionevoli
di sicurezza. Se la vita economica può cambiare radicalmente
ogni quattro anni o ad ogni elezione o, come è avvenuto in
numerosi paesi latinoamericani, in base a colpi di stato militari,
è chiaro che non c’è un ambiente propizio per
l’accumulo di capitale.
Il disorientamento economico è, nel suo insieme, il riflesso
di un’assenza d’illusione di un valore a lungo termine,
ma è anche il risultato dell’assenza di una forma di
istituzionalizzazione che dia un minimo di prevedibilità alla
vita economica.
Non è un caso che il paese dell’America Latina con risultati
migliori, dal punto di vista economico, sia il Cile che ha ottenuto,
per sue caratteristiche molto specifiche, forme molto stabili di istituzionalizzazione.
Infatti, la transizione complessa e molto dubbiosa dal regime militare
al regime civile, dal punto di vista delle forme d’attività
economica, ha mantenuto un’adeguata continuità.
La sfida per l’America Latina
Condizione fondamentale dello sviluppo dell’America Latina è
l’avvicinarsi a forme di istituzionalizzazione più stabili.
Potranno essere peggiori e più rigide, ma è meglio avere
una cattiva costituzione piuttosto che una che viene facilmente cambiata
o ricreata. È preferibile avere una Banca Centrale male amministrata
però stabile, piuttosto che buone amministrazioni che possono
essere rimosse politicamente in qualsiasi momento in base all’arbitrio
del Presidente della Repubblica.
La sfida, perciò, specifica per l’America Latina, è
una sfida di costruzione dell’istituzionalizzazione.
Oggi nelle facoltà di economia si insegna che l’economia
ha una vita propria. Da analisi di mercato e giornali economici si
sente parlare frequentemente di fondamenti che giustificano o non
giustificano qualcosa; ma queste analisi pensano all’economia
come ad un sottosistema separato dalla società. Questo è
un gigantesco equivoco che porta ad una certa apatia politica e ad
una incomprensione sulla natura delle autentiche sfide che dobbiamo
affrontare.
La costruzione di forme stabili di istituzionalizzazione è
una di queste sfide. E, a partire da questa maggiore stabilità,
sarà più facile pensare a come incentivare l’accumulo
di capitale e lo sviluppo.
Persio Arida è professore universitario in Brasile e negli Stati
Uniti, è stato presidente della Banca Centrale del Brasile, ha
lavorato in molte banche e, ancora oggi, ha una posizione attiva nel
sistema finanziario brasiliano. Il testo non è stato rivisto
dall’autore.