L’arte fuori luogo
L’estetica ha già da qualche tempo perduto alcuni dei
suoi contenuti storici che la definivano, divenendo impura. Infatti,
mentre l’estetica pura era quella forma di produzione che aveva
come modello chiave la contemplazione e, dunque, era essenzialmente
finalità senza scopo, l’estetica impura implica il disorientamento
come componente fondamentale del nostro modo di vivere i fenomeni
estetici che sono in realtà contaminati da altre pratiche di
tipo sia cognitivo che commerciale. In questo momento la merce, i
prodotti, gli oggetti comprati e venduti, che corrispondono alla logica
del valore economico, sono uno dei mezzi principali di manifestazione,
produzione e fruizione dell’estetica. Si può respingere
questa situazione in nome della purezza o di una presunta universalità
dell’estetica o si può invece tentare di capire e spiegare
questa nuova circostanza storica che caratterizza la cultura contemporanea.
A me sembra che, piuttosto che contrastare il disorientamento proponendo
modelli di ordine, sia più interessante passarci attraverso.
Per parlare di estetica utilizzerò, quindi, una serie di immagini,
su cui ragionare e discutere.
C’è troppa arte
L’opera di Ben Vautier al Museo di Nizza “c’è
troppa arte” illustra una sorta di ironico “grido di dolore".
Noi siamo abituati a pensare che l’arte e la bellezza siano
soggette a minaccia e che vadano preservate. Quest’opera dice
il contrario: “Il y a trop d’art”, “c’è
troppa arte”. Questo è un punto di vista interessante
su cui ragionare e discutere.
Una delle origini del disorientamento consiste nel fatto che c’è
una fuoriuscita dell’estetico dalla sua sede naturale o meglio
culturale, cioè dalla sede in cui le nostre abitudini culturali
l’hanno confinata. "L’arte ovunque" provoca
confusione e disorientamento, entropia. La cosa singolare è
che apparentemente sono gli artisti a ritirarsi dall’estetico,
mentre lo stesso terreno viene invaso da qualcun altro, da altre pratiche.
Sono gli artisti che dicono basta con l’arte e con la bellezza
(che non sono la stessa cosa ma sono confondibili). Allora il disorientamento
è una situazione caratterizzata innanzi tutto da perdita di
dimestichezza. Non ci si trova più a proprio agio in termini
cognitivo-antropologici: i frame di riferimento dell'evento a cui
si assiste sono in disordine. Il disorientamento è anche caratterizzato
dalla percezione di una violazione, di una scorrettezza e di un avvenuto
inceppamento.
Il termine breakdown, in uso presso gli psicologi e scienziati cognitivi,
significa interruzione, crollo dal punto di vista psichico. Nel contesto
estetico significa interruzione, blocco delle consuetudini che ci
permettono di far circolare e fluire il senso delle nostre pratiche
culturali. Ciò produce una sensazione di non sapere, di non
trovarsi al posto giusto, di disorientamento.
Potremmo dire che esistono due tonalità di disorientamento:
la prima è un disorientamento che nasce per discontinuità,
un evento improvviso, incomprensibile, delirante, che interrompe un
reticolo di conoscenze date per scontate; la seconda è un disorientamento
che deriva da una sorta di rumore di fondo, da un brusio continuo
che ci impedisce di trovare una dimensione di comprensione. La prima
situazione è caratterizzata da grandi eventi che distruggono
i nostri frame di comprensione, la seconda è invece qualcosa
di più ansiogeno che ci perseguita costantemente.
Nella nostra epoca entrambe queste dimensioni sono estremamente frequenti.
Per comprendere il disorientamento estetico dobbiamo allora cercare
di capire quanto ci siamo allontanati da quei luoghi che hanno fondato
la nostra idea di cosa è il bello, di cosa è l’estetica.
De Chirico e Dolce e Gabbana
Mettiamo a confronto un quadro di De Chirico (“Natura silente”,
1959, collezione Spajani, Bergamo) con una fotografia della vetrina
di Dolce e Gabbana in Via della Spiga a Milano, durante il periodo
natalizio di qualche anno fa. Mentre guardiamo il quadro di De Chirico
i nostri frame sono stabili. Se osserviamo invece la fotografia della
vetrina di Dolce e Gabbana, scopriamo la quasi perfetta capacità
che il fashion system ha di citare i luoghi tradizionali che orientano
la nostra percezione del bello e dell’arte. Questo è
un caso di disorientamento. Ciò che colpisce è come
l’instabilità dei nostri quadri di attribuzione di significato
di ciò che vediamo deriva dal fatto che le cose non stanno
ferme e che le immagini passano da un territorio all’altro,
da quello “alto” dell’arte a quello ”basso”
delle culture mediali e che sviano continuamente le nostre possibilità
di situarli in un punto preciso, di dare loro un’attribuzione
precisa.
Quando nasce e come evolve l’estetica
Possiamo trarre a questo punto qualche ulteriore considerazione su
che cos’era l’estetica e che cosa è diventata.
L’estetica è un periodo singolarmente breve della nostra
storia.
Osserviamo alcune date: nasce intorno alla metà del 1700, viene
canonizzata intorno al 1790 con la Critica del Giudizio di Kant e
la sua ulteriore sistematizzazione si ha con l’Estetica di Hegel
nei primi decenni dell’Ottocento. Singolarmente breve dunque,
perché i punti di riferimento che fissano e formalizzano i
canoni dell’estetica moderna cessano di avere validità
per la comprensione dei fenomeni estetici del presente più
o meno intorno alla seconda guerra mondiale, o al massimo una decina
d’anni più tardi, all’incirca quando cominciano
i fermenti della pop-art. Ma anche se è finito, noi continuiamo
a pensare a ciò che risponde ai canoni dell’estetica
e dell’arte inventati allora.
Kant, alla fine del Settecento, ha avuto il grandissimo merito di
avere dato una definizione del bello e di averci reso consapevoli
della nostra facoltà di interpretarlo, attraverso il gusto.
Il gusto è la capacità di discernere in ciò che
vediamo nel regno del sensibile (l’estetico in senso lato) qualcosa
che possiede alcune caratteristiche difficilmente codificabili: il
gusto è universale ma non può essere concettualizzato,
deve valere per ciascuno ma non può valere indifferentemente
per tutti.
Kant osserva che la capacità di giudicare il bello deve essere
resa indipendente sia dalla capacità cognitiva che da quella
etica, e con questa operazione libera la bellezza e il gusto, e nello
stesso tempo costruisce intorno ai fenomeni estetici una sorta di
recinto. Egli parla prevalentemente di bello naturale e non di opera
d’arte, ma a tutti gli effetti codifica per la prima volta la
facoltà di discernere il bello.
Hegel, invece, a distanza di 35 anni, parla di opera d’arte
e dice però una cosa sconvolgente: l’arte è già
morta.
Quando, dunque, noi parliamo di estetica continuiamo ad usare quadri
creati ed inventati in una certa situazione storica e culturale, come
se questa situazione fosse immutata. Abbiamo ereditato un insieme
di punti di vista potenti che sono stati creati in quel luogo della
storia e che sono diventati trans-storici, si sono eternizzati.
L'accoppiata bellezza-estetica è uno dei nostri miti ed è
il mito di un territorio elevato sottratto al quotidiano, laterale,
intangibile, libero, dominato da qualcosa di non concettuale, da una
nube di nozioni quali bellezza, simbolo, immaginazione, che non funziona
più ma che continuiamo ad utilizzare come se funzionasse.
Il filosofo americano Arthur Danto esprime questa situazione storica
con un termine molto interessate, usa la parola enfranchisement, che
significa appunto “affrancamento”: affrancamento dalle
norme del vero e del bene, che però nello stesso tempo indica
anche una sorta di recinto, di spazio separato dell’estetica.
Una sorta di riserva indiana.
Le direzioni che ha preso la nostra cultura estetica sono fortemente
centrifughe rispetto a questi canoni; i nostri quadri concettuali
quando non crollano oscillano: l'arte li tradisce, la pubblicità
li conferma e le merci li coltivano.
Un esempio di direzione centrifuga: il visibile non basta a se stesso.
Quando vediamo la vetrina di Dolce e Gabbana non funziona più
il meccanismo di attribuzione di senso, o di frame o di contesto immediato,
cioè, dato un visibile, non siamo in grado di assegnarlo necessariamente
ad un dominio. Avvengono dunque fenomeni di ibridazione, estensione,
intrusione e delocalizzazione dell’estetico che producono squilibrio.
Estetizzazione del mondo della vita
Parliamo da anni di estetizzazione del mondo della vita. L’estetica
non sta al suo posto, non rimane nel territorio libero ma recintato
che la modernità aveva predisposto per lei. L’intrusione
dell’estetico nel mondo quotidiano e delle merci ha alcuni grandi
grimaldelli: il sistema della moda, del design e in generale il sistema
delle merci. Questo è uno dei sistemi più interessanti,
veramente confusivi del presente. Dall’altra parte succede che
noi abbiamo coltivato questa associazione: il regno dell’estetico
per eccellenza è il regno dell’arte, che è una
dimensione sempre più specialistica, affermatasi in un certo
periodo della modernità. Ora si dà il caso che l’arte
non è più questo territorio privilegiato e fuoriesce
dalla propria autonomia. L’artefatto artistico non presenta
più i caratteri tipici dell’esteticità, semmai
ne presenta altri.
L’economia del simbolico
L'estetizzazione del mondo della vita riguarda anche l’economia.
La sfera dell’economico è allargata al simbolico, all’elemento
estetico. In altre parole, la presenza fisica degli oggetti, dei prodotti
o la quota di immaginario che i prodotti tengono in se stessi è
una fonte di valorizzazione. L’economia da un lato diventa gestione
dell’immateriale, dei processi immateriali di produzione del
valore, dall’altro invade il territorio dell’estetica,
della presenza fisica degli artefatti. Il feticismo è una fonte
di creazione del significato, è l'attribuzione a un oggetto
di qualcosa di più che il suo valore d’uso, è
un sistema di valori dell’immaginario che sono economicamente
valutabili, che entrano nei reticoli di valorizzazione e che producono
forme di economia che possiamo chiamare economia del simbolico.
L'economia del simbolico è una circostanza culturale per la
quale la produzione e la fruizione di simboli e immagini passano dal
piano espressivo, libero e indipendente, al piano dei processi di
valorizzazione economica. L'estetico diventa una componente strutturale
della merce, permea orizzontalmente il nostro universo del quotidiano
e ciò è fonte di grande disorientamento.
Studiare il mondo della moda e del design è molto rilevante
per capire come sistemi di forme e significati evadono dai loro luoghi
d’origine e vanno a posizionarsi in questi altri luoghi incerti,
spuri, impuri.1
Ci sono diversi atteggiamenti da prendere verso questa questione:
per esempio si può dire che il mondo della bellezza è
mercificato e quindi per questo respingerlo; si può assumere
un atteggiamento critico e che porta ad un allontanamento; oppure
si può assumere un atteggiamento “postmoderno”
e dire “a questo bisogna buttarcisi in mezzo”, "ficchiamoci
dentro il mondo delle merci, esaltiamo il feticismo della merce e
immergiamoci senza alcuna distanza critica" (gli anni ottanta
da questo punto di vista sono stati molto importanti). Sarebbe però
meglio assumere un atteggiamento di comprensione e di fruizione critica
di questa circostanza: l’economia del simbolico produce occasioni
di senso e significato. Allora passare attraverso la frequentazione
della merce senza necessariamente cadere preda del feticismo pieno
è una occasione per produrre e preservare il senso.
Frame e breakdown
Il filosofo francese Jean-Luc Nancy scrive: “il corso del senso
deve essere sospeso perché il senso abbia luogo”. Che
cos’è il corso del senso? E’ la situazione dei
frame consueti, il corso delle cose che stanno bene al loro posto
e che quindi capiamo, comprendiamo e all’interno delle quali
stiamo pacificati. Il lavoro del senso, consiste proprio nella sospensione,
nel disorientamento programmatico di questo corso pacifico: il senso
(inteso come senso comune) deve essere sospeso, interrotto, messo
in mora perché il nuovo senso venga prodotto, perché
qualche cosa di nuovo, per differenza, scostamento o contrapposizione,
possa essere prodotto. Il prodursi del senso è dunque per eccellenza
un fenomeno di discontinuità, di disorientamento, un breakdown
appunto.
Credo che l’arte faccia questo da molto tempo, dal tempo delle
avanguardie, anche se si può discutere come lo faccia. La cosa
singolare, però, è notare che anche la merce, anche
la comunicazione legata alla merce, come la pubblicità, è
in grado di creare breakdown, lavorando sulla sospensione del corso
del senso. Abbiamo quindi un panorama trasversale in cui questa confusione
di domini può essere vissuta come una definitiva appropriazione
del mondo della bellezza da parte del mondo del capitale, delle merci,
oppure come un allargamento interessante e disorientante della nozione
tradizionale di estetica.
Che lo si veda come scenario apocalittico o meno, ormai la situazione
è molto complessa: il senso circola continuamente in una dimensione
al contempo orizzontale e verticale, nei vari domini che vanno dal
mondo “alto” della cultura e dell’arte a quello
“basso” delle merci e circolando continuamente, produce
continuamente ibridazioni, produce pensiero, ci da a pensare.
Motel Vilina Vlas
Per sottolineare quanto siamo distanti dal punto da cui siamo partiti,
l’estetica della modernità, vorrei commentare un’opera
d’arte recente.
Si tratta di un’opera di Dennis Del Favero, “Motel Vilina
Vlas” (1999) che mostra come l’oggetto artistico, da un
lato, possa inglobare letteralmente un testo e quindi sia intrinsecamente
logos e figura visibile, e, dall’altro lato, mostra che l’opera
stessa non funzionerebbe se non ci fosse questo testo.
Il titolo dell’opera si riferisce a un luogo della Bosnia dove
sono state incarcerate alcune decine di donne bosniache. L’opera
era presentata in questo modo: in un salone grande, con pareti bianche,
ci sono dodici fotografie in cibachrome, dimensioni circa 70 x 100
cm, virate in blu di Prussia. Rappresentano particolari di corpi umani,
ma sono tutto tranne che pornografiche o rappresentative. Possono
essere pezzi di pelle, ma sono particolari non percepibili, voi non
capite che parte di corpo è. Sotto ciascuna di queste dodici
fotografie c’è un testo, una frase. Lo spettatore legge
le frasi e qui si produce lo choc che rende significativo il visibile:
si tratta infatti nella confessione di uno degli stupratori tratta
dalla deposizione durante il processo.
Il testo delle dodici frasi recita :
- Avevamo attaccato la città per intere settimane (primo quadro)
- Quella sera finalmente la catturammo (secondo quadro)
- Le donne prese prigioniere furono portate al Motel Vilina Vlas (terzo
quadro)
- Tra di esse c’era anche la mia fidanzata, Nina (quarto quadro)
- Il comandante passò in rassegna le donne (quinto quadro)
- Fu detto loro che noi avevamo uno speciale codice, antico di secoli,
nei nostri geni (sesto quadro)
- Esse erano state scelte come veicoli per purificare la nostra madrepatria
(settimo quadro)
- Malgrado le mie preghiere, mio fratello si rifiutava di partecipare
(ottavo quadro)
- Fu castrato e poi fucilato (nono quadro)
- Io fui l’ultimo a prendere Nina (decimo quadro)
- Mi allontanai da lei barcollando (undicesimo quadro)
- Il mio cuore si trasformò in pietra (dodicesimo quadro)
Contaminazione e disorientamento
Vorrei sottolineare alcune caratteristiche che ci fanno riflettere.
I quadri visivi sono non-evidenti, violano una delle condizioni di
evidenza dell’opera: si vedono pezzi di corpo ma mai la forma,
ovvero la integrità di una figura percepibile ictu oculi, completa.
Per inciso, questa condizione di incompleta visibilità corrisponde
a una delle condizioni estreme dell’estetico che era già
stata intuita dallo stesso Kant, e precisamente la condizione del
sublime. Il sublime rappresenta il disastro dell’immaginazione,
la nostra impossibilità di ricondurre i frammenti del visibile
all’unità della forma, la dimostrazione di qualcosa di
esorbitante, di terribile.
In secondo luogo, il testo (linguistico) è parte fondamentale
dello choc (poetico) e quindi entra a far parte dell’estetico
ma si insinua nel visibile a disorientarlo. La condizione estetica
diventa impura, si contamina ma si arricchisce anche perché
sconfina nel cognitivo, mentre la bellezza, la serenità dell’opera,
che ne era la dominante nella sua condizione tradizionale, scompare.
Questa è la condizione di produzione e di esercizio dell’estetica
oggi. Impura. Debordante. Confusa da un lato con il dominio delle
merci e dall’altro con il mondo più astratto dei concetti.
Condizione di disorientamento ma anche di maggiore ricchezza, dove
l’artefatto è occasione complessa di comprensione del
presente.
Fulvio Carmagnola è Professore di Educazione Estetica all’Università
Bicocca di Milano. Il testo non è stato rivisto dall’autore.