Nuovi fattori di certezza organizzativa
Il XVII ‘Seminario d’Estate’ di Ravello ci invita
a riflettere sulla opportunità e la possibilità di creare
nuovi punti di riferimento e nuovi fattori di certezza organizzativa,
dando per scontato che nelle organizzazioni vi sia ‘disorientamento’.
Questa premessa è condivisibile, pur tuttavia con qualche cautela.
Le organizzazioni – intese come forme utilitaristiche di aggregazione
sociale, volte al raggiungimento di fini specifici e governate tendenzialmente
da razionalità strumentale – hanno svolto e continuano
a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione dell’ordine
sociale delle società occidentali evolute, anche se si sono
prodotte alcune crepe vistose in una tendenza lineare che pareva inarrestabile.
In quelle società, l’identità organizzativa ha
assunto un’importanza cruciale nella definizione dell’identità
sociale e dell’immagine di sé: il fatto di appartenere
a una determinata organizzazione può infatti influenzare il
prestigio sociale e l’autostima più del fatto di possedere
una particolare competenza.
L’allarmismo crescente degli esponenti della cosiddetta sociologia
critica costituisce a mio avviso una riprova della diffusione di questo
fenomeno. Questi studiosi, mossi da interessi che Habermas ha definito
emancipatòri, concepiscono le organizzazioni come strumenti
di dominio e ritengono deprecabile l’identificazione dei dipendenti
con gli obiettivi delle organizzazioni per le quali lavorano. Per
questi studiosi è come se vi fossero identità sociali
legittime (quelle che si acquisiscono nella famiglia, nella scuola,
nella comunità occupazionale o di vita) e condizioni, come
quella lavorativa, che si vorrebbe fossero sempre l’oggetto
di una scelta consapevole e strumentale di un soggetto che non iscrive
quella condizione tra i fondamenti del sé. E invece, come si
è detto, assai spesso l’identità organizzativa
gioca un ruolo essenziale nella costruzione complessiva dell’identità
personale: l’organizzazione per cui lavori può contare
quanto e più del lavoro che fai. Perché? Solo se riflettiamo
sulle ragioni per cui le organizzazioni sono state – e continuano
ad essere – fattori di certezza, autentiche bussole per la ricerca
del senso (di se stessi e del mondo nel quale si trovano catapultati
milioni di individui), possiamo capire le ragioni del disorientamento,
le ragioni di quelle crepe sempre più avvertibili, e discutere
di nuovi fattori di certezza.
La gabbia di ferro
Non v’è dubbio che i sistemi di cooperazione ispirati
a criteri di razionalità strumentale caratterizzino in modo
inconfondibile il paesaggio sociale della modernità. A questi
sistemi, prioritariamente, la società assegna il compito di
tradurre valori, desideri e propositi collettivi in azione sociale,
e le organizzazioni sostituiscono progressivamente o contaminano forme
comunitarie di aggregazione (naturali, spontanee o modellate dalla
tradizione): le chiese non contano più solo sulla Provvidenza
o sulla spontanea generosità dei fedeli per procurarsi sussidi
ma adottano tecniche di marketing, un club sportivo che si rispetti
– anche dilettantistico – non può non avere un
manager, le associazioni di volontariato reclutano professionisti,
comunità utopistiche si sforzano di tradurre visioni idealistiche
in piani e obiettivi operativi. Da questo punto di vista, sembra compiutamente
avverarsi la predizione di Max Weber che il modello di amministrazione
burocratico, fondato su princìpi di razionalità strumentale,
legalità e certezza, avrebbe gradualmente sostituito altri
modelli di amministrazione grazie alla sua intrinseca superiorità
tecnica, e l’ordine della razionalizzazione avrebbe imprigionato
l’umanità in una ‘gabbia di ferro’, cancellando
le differenze culturali e producendo quello che Max Weber definiva
il “disincantamento del mondo”.
Come è noto, la teoria della gabbia di ferro è stata
oggetto di revisioni critiche, da parte di almeno due correnti di
pensiero. In primo luogo, Powell e Di Maggio, nel loro celebre saggio
fondativo del neo-istituzionalismo organizzativo, non negarono né
l’omologazione delle strutture né l’ingabbiamento
delle condotte individuali, ma attribuirono entrambi gli effetti –
piuttosto che alla adozione universale dell’ordine della razionalizzazione
– alla tendenza delle organizzazioni ad adottare cerimonialmente
forme organizzative incarnanti miti collettivi. D’altro lato,
i fondatori della cosiddetta antropologia organizzativa non hanno
negato l’effetto di ingabbiamento ma hanno contestato l’omologazione
culturale, attribuendo l’uniformità locale delle condotte
alla adozione di paradigmi culturali idiosincratici. Questa è
la tesi che sosterrò. Le organizzazioni orientano la vita individuale
e sociale – e ne condizionano la qualità – non
in virtù della logica universale della razionalità ma
in virtù di dinamiche culturali locali. Ma sono alcune caratteristiche
essenziali dell’idealtipo burocratico che rendono le organizzazioni
particolarmente adatte ad essere culture bearing milieux (‘terreni
di cultura’, nel significato letterale e metaforico dell’espressione),
ed è il venir meno di queste caratteristiche che – rendendo
le organizzazioni meno adatte ad essere terreni di cultura –
ne riduce indirettamente la forza orientatrice.
Caratteristiche e smagliature
Quali sono le caratteristiche fondamentali – da questo punto
di vista – dell’idealtipo burocratico? L’organizzazione
classica è:
1) un sistema inevitabilmente gerarchico, fondato cioè su relazioni
univoche di supremazia e subordinazione;
2) questo sistema opera in un territorio circoscrivibile, all’interno
del quale si addensano le interazioni tra i membri dell’organizzazione;
3) ha confini definiti (in senso letterale o metaforico: si sa chi
è dentro e chi è fuori dell’organizzazione) ed
è pertanto ‘individuabile’ all’interno del
contesto nel quale è situato;
4) concetti come alto (livello) e basso (livello), centro e periferia
descrivono spazialmente il sistema ma riflettono al tempo stesso criteri
di divisione dei compiti basati tendenzialmente su dicotomie (progettazione/esecuzione,
innovazione/routine, strategia/operazioni);
5) soprattutto, l’organizzazione classica deve la sua forza
alla stabilizzazione delle pratiche e alla impersonalità dei
ruoli (le persone passano, l’organizzazione resta), e questa
visione costituisce una premessa e una promessa d’immortalità.
Una rapida rassegna dei principali modelli organizzativi che si sono
affermati nel corso del tempo permette di identificare le principali
smagliature che essi hanno introdotto nella ‘gabbia di ferro’.
L’organizzazione staff-line incrina presto il principio di autorità
e introduce la dimensione ambigua dell’autorevolezza; l’organizzazione
divisionale, la delega e la gestione per obiettivi superano la dicotomia
decisione-esecuzione e problematizzano la relazione centro/periferia;
l’organizzazione a matrice moltiplica le dipendenze, le appartenenze
e i criteri di valutazione dell’azione; nella forma N(etwork)
i confini non sono più barriere ma membrane che collegano morbidamente
l’impresa focale ad un sistema operativo più vasto; la
così detta impresa virtuale – un’impresa, in effetti,
del tutto reale, che semplicemente esplode il potenziale comunicativo
e interattivo delle nuove tecnologie informatiche – toglie all’interazione
faccia a faccia il tradizionale primato, svincolando l’organizzazione
dal territorio.
Tuttavia, fino a tempi relativamente recenti, non erano stati messi
in discussione tre principi di fondo:
1) l’azienda resta l’unità chiave dell’azione
economica, perché è un soggetto distinguibile dal contesto
e, di conseguenza, responsabile (anche quando adotta la forma N: non
a caso, gli studiosi del network parlano di doppia rete – esterna/interna
– e di unità di confine);
2) le organizzazioni formali restano intrinsecamente gerarchiche:
per quanto temperata da meccanismi di partecipazione che mirano a
farne delle democrazie, è pur sempre la gerarchia che connota
le organizzazioni come meccanismo di governo delle transazioni alternativo
al mercato;
3) le organizzazioni sono fatte per durare: la loro efficienza sta
nella capacità di stabilizzare e ottimizzare routine e il loro
fascino nella possibilità di sopravvivere agli individui che
le compongono.
Questi tre principi più degli altri (che erano stati presto
erosi dalle ondate di ristrutturazione organizzativa che si sono succedute
a ritmo sempre più accelerato nella seconda metà del
Novecento) concorrono – con modalità e per ragioni diverse
– a fare delle organizzazioni degli eccellenti terreni di cultura,
perché favoriscono lo svolgersi del processo che Selznick ha
definito istituzionalizzazione. La macchina organizzativa progettata
razionalmente perde progressivamente la sua purezza: nessuna pratica
produttiva rimane esclusivamente tale ma diventa anche col tempo una
pratica simbolica, un modo di manifestare la propria visione del mondo.
La stabilizzazione delle routine consente ed esige la definizione
di sistemi di significato accettati come premesse e condizioni dell’azione
collettiva; la distribuzione ineguale del controllo delle risorse
accelera i processi intersoggettivi di negoziazione di tali sistemi
di senso; la individuabilità dell’azienda la rende un
possibile oggetto di identificazione emotiva; la promessa di immortalità
favorisce la idealizzazione del compito – che da task diventa
mission – e rende desiderabile l’identificazione possibile.
Orbene, anche questi tre principi di fondo, che parevano immodificabili,
vengono oggi contraddetti – in vario modo – dalle forme
organizzative che le imprese tendono ad adottare per affrontare le
straordinarie incertezze derivanti dal rapidissimo tasso di innovazione
delle tecnologie combinato con i processi continui di ri-definizione
dei settori e ri-segmentazione dei mercati su scala regionale e globale.
Questi processi sono più evidenti in settori come la microelettronica,
le biotecnologie, la comunicazione digitale, ma riguardano tendenzialmente
tutte le imprese che operano in ambienti caratterizzati da elevata
incertezza e volatilità dei mercati. Alcuni studiosi di organizzazione
hanno definito queste forme emergenti, idoenee a consentire la flessibilità
e la rapidità di azione che il dinamismo dei contesti richiede,
eterarchie, per sottolinearne il principale tratto distintivo: la
minimizzazione della gerarchia come meccanismo di governo delle transazioni.
L’eterarchia
L’eterarchia – che per certi versi può essere vista
come una evoluzione o una versione radicale della forma N(etwork)
– esprime una logica organizzatrice nuova, che non è
quella del mercato né quella della gerarchia. Laddove il mercato
implica relazioni di indipendenza e la gerarchia relazioni di dipendenza,
l’eterarchia implica relazioni orizzontali di interdipendenza.
In queste forme l’innovazione è decentrata e riguarda
virtualmente qualunque unità organizzativa; cade la distinzione
tra chi produce nuova conoscenza e chi sfrutta la conoscenza esistente,
l’intelligenza è distribuita, e il compito di esplorare
(nuovi mercati, nuovi prodotti, nuove combinazioni produttive) non
è più appannaggio di funzioni specializzate ma è
diffuso in tutta l’organizzazione; le risorse vengono costantemente
ricombinate e impiegate per una pluralità di scopi diversi.
Questi sviluppi accrescono l’interdipendenza tra le unità
e i gruppi di lavoro, ma l’interdipendenza non viene gestita
gerarchicamente attraverso meccanismi convenzionali di coordinamento,
sia per la complessità delle relazioni sia perché le
tecnologie informatiche consentono di connettere virtualmente tutte
le unità coinvolte nella rete senza la mediazione di controlli
centralizzati: in misura crescente, quindi, non si riferisce (riporta,
risponde) a un superiore ma a un altro gruppo, in una condizione di
dipendenza mutua e circolare.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’idea –
in gran voga fino a qualche anno fa – dei mercati interni, in
cui ogni unità considera ogni altra unità un cliente.
L’eterarchia, infatti, rifiuta l’idea che il confine dell’impresa,
e i confini delle unità che la compongono, siano definibili
in base a parametri dati: l’impresa si reinventa costantemente,
e il compito del management è quello di creare gli spazi e
le condizioni organizzative di questa continua reinvenzione. La possibilità
di contare sulle capacità creative di clienti e fornitori viene
drammaticamente accresciuta dalle tecnologie digitali: i clienti possono
diventare fornitori e, in alcuni casi (come nelle comunità
online) generare essi stessi il prodotto, rendendo impossibile identificare
e separare ciò che è dentro e ciò che è
fuori dell’organizzazione: l’intelligenza è distribuita
quindi non solo all’interno dell’insieme approssimativamente
identificabile – secondo i criteri tradizionali – con
l’azienda, ma attraverso quelli che eravamo abituati a considerare
i confini dell’azienda. E l’autorità distribuita
non implica solo che le diverse unità debbano render conto
l’una all’altra, ma anche che possano coesistere nello
stesso spazio sociale criteri di legittimazione e valutazione delle
prestazioni molteplici e talora contraddittori, riflettenti diversi
regimi di giustificazione.
Per sottolineare queste caratteristiche di eterogeneità, dinamismo
e ambiguità delle nuove forme, e il carattere ricorsivo dei
processi che le strutturano, si utilizzano – come è sempre
accaduto nella storia dell’organizzazione – immagini e
metafore tratte da esperienze quotidiane: si parla di moebius strip
organizations (alludendo a oggetti che producono un effetto ottico
che impedisce di distinguere il dentro e il fuori), di bricolage (una
modalità di risoluzione dei problemi che non ricorre a teorie
precedenti ma si basa sui mezzi disponibili al momento, e riutilizza
creativamente ‘avanzi’ di routine, procedure e sistemi
organizzativi), di collage, di piattaforme , piuttosto che di forme
organizzative (per indicare che esiste un insieme di risorse umane,
procedurali e tecnologiche riconfigurabili a seconda delle circostanze)
e così via.
L’organizzazione per progetti
Se l’eterarchia – come versione radicale della forma N(etwork)
– rinnega la gerarchia e confonde i confini, essa non rinuncia
al principio della persistenza e all’illusione dell’immortalità,
ma lo rinforza: se l’impresa può sopravvivere agli individui,
la rete può sopravvivere alle singole imprese. Come è
stato osservato, in particolare, da chi ha studiato forme eterarchiche
nell’Asia Orientale, le imprese vanno e vengono, nascono e muoiono,
la rete resta. Ma il principio della persistenza viene per definizione
negato da un’altra importante forma organizzativa emergente:
l’organizzazione per progetto, che nasce come impresa collettiva
temporanea, destinata per definizione a morire. Al carattere episodico
del progetto si deve la sua forza e la sua debolezza. Nell’organizzazione
per progetto la creatività non è vincolata dalla tradizione,
e l’assenza di un futuro da preparare consente e costringe a
concentrare le energie sul presente, ma occorre inventare di volta
in volta le condizioni della partecipazione (della motivazione, identificazione
e coesione dei membri) e sviluppare una riflessività pragmatica,
adattandosi agli eventi e imparando dall’esperienza (presente,
perché non esiste passato), soprattutto quando il progetto
nasce per fronteggiare un’emergenza. Questa evenienza –
si noti – è sempre più frequente. Esiste oggi
una crescente interdipendenza tra fenomeni naturali, assetti sociali
e programmi d’azione che la tecnologia consente di delegare
a soggetti non-umani o a ibridi uomo-macchina: questo accresce la
complessità, e quindi la vulnerabilità e il rischio
di collasso dei sistemi socio-tecnici. Per questo motivo lo studio
delle catastrofi e della gestione delle emergenze è divenuto
uno dei territori più promettenti della ricerca empirica e
della riflessione teorica sulle organizzazioni: quelle situazioni
rappresentano infatti versioni estreme di eventi e processi che, dal
punto di vista concettuale, non sono diversi da quelli che molte imprese
affrontano o attivano quotidianamente.
La rinascente supremazia delle professioni
Che si tratti di eterarchie o di progetti, queste nuove entità
economiche pongono problemi nuovi, che non attengono solo alla razionalità
strumentale dei modelli – e quindi non riguardano solo gli studiosi
di organizzazione – ma hanno implicazioni sociali, politiche
e giuridiche rilevanti. Basti pensare alla necessità di conciliare
flessibilità e responsabilità: se la nuova unità
di azione non è né l’individuo né l’azienda
– intesa come soggetto dotato di personalità giuridica
– ma l’insieme fluido e precario che abbiamo descritto,
dove si colloca la responsabilità? Chi e come deve rendere
conto, a chi, e secondo quali criteri? E’ possibile, e come,
rendere distinguibile e responsabile una eterarchia? Ma torniamo al
nostro tema: il disorientamento. Se questi insiemi fluidi e precari
non consentono la costruzione di stabili sistemi di senso, chi ci
aiuterà a costruire (per usare una efficace espressione di
Di Chiara ) le corazze – ingombranti ma indispensabili –
con le quali difenderci dalla nostra ignoranza del mondo? La mia opinione
è che l’enfasi tornerà sulle professioni, e il
pendolo segnalerà una rinascente supremazia delle comunità
occupazionali sulle comunità organizzative.
Questa tendenza si è già manifestata in tutta la sua
evidenza nell’area del project management. Anche quando questa
pratica viene svolta nell’alveo di grandi organizzazioni, i
project managers tendono a identificarsi con la professione più
che con l’azienda per la quale allestiscono e gestiscono le
organizzazioni temporanee delle quali sono responsabili; esigono le
certificazioni del Project Management Institute (l’istituzione
internazionale che codifica e custodisce le norme tecniche e deontologiche
della professione), pagano spesso personalmente la propria formazione
professionale.
Un altro sintomo della rinascente supremazia delle professioni è
lo stupefacente sviluppo delle comunità professionali virtuali,
rese possibili dalle tecnologie di rete. L’aspetto paradossale
è che definiamo virtuali comunità che, grazie alla rete,
diventano finalmente reali. Intendo dire che, tradizionalmente, la
comunità professionale è un gruppo di riferimento ideale,
al quale si sente di appartenere, ma per la maggior parte dei membri
il sentimento di appartenenza non è sostenuto da interazioni
sociali di intensità paragonabile a quella delle interazioni
che si stabiliscono tra i membri di una comunità organizzativa.
Si leggono le stesse riviste, qualcuno partecipa alle attività
delle associazioni professionali se sono formalmente costituite, l’occasione
più frequente d’incontro sono i programmi di formazione
destinati alla categoria professionale da istituti specializzati.
Oggi la rete offre finalmente un contesto che moltiplica le occasioni
di comunicazione, di confronto, di scambio tra persone che esercitano
la stessa professione in diverse organizzazioni, ed è più
probabile (o, forse, è finalmente possibile) che l’appartenenza
ad una comunità occupazionale e la propensione a condividerne
i codici tecnici ed etici prevalga sull’appartenenza a una organizzazione
e sulla propensione a idealizzarne il ruolo e gli scopi.
Vorrei concludere – come avevo iniziato – con una cautela.
Abbiamo parlato di forme organizzative emergenti e di erosione marginale
di istituzioni che hanno radici antiche e solidamente ramificate.
E non finirà mai di stupirci la capacità della storia
di smentire le nostre previsioni sul futuro. Tuttavia, non possiamo
resistere alla tentazione di immaginarlo.
Pasquale Gagliardi è Amministratore Delegato dell’Istud,
docente di Sociologia dell’Organizzazione alla Facoltà
di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano,
Segretario Generale dell’Associazione Giorgio Cini. Il testo
è stato rivisto dall’autore.