In cerca di orientamento
Mai come negli ultimi tempi le nostre certezze sono divenute deboli
e inconsistenti. Abbiamo perso la bussola come individui e come cittadini.
È facile guardare le altre culture e gli altri popoli utilizzando
i nostri modi di analizzare e comprendere. Spesso ci dimentichiamo
che viviamo in un paese ricco e che condividiamo il benessere con
gli altri paesi industrializzati. Ma così facendo escludiamo
il resto del mondo.
Negli ultimi anni le nostre analisi dell’economia, della politica
e della società si sono concentrate soprattutto sulla comprensione,
spiegazione e anticipazione del mondo occidentale e del sistema capitalistico.
I temi del cambiamento, della complessità e dell’incertezza
sono stati affrontati cercando la via del (nostro!) futuro in termini
di nuovi paradigmi del business.
I cambiamenti in atto vengono spiegati con il declino delle tre dimensioni
con cui eravamo abituati a misurare l’universo – spazio,
tempo e massa – che lasciano il posto a tre nuove forze: velocità,
interconnessione e immaterialità. Queste tre forze ci costringono
a rivedere i nostri modi di percepire, analizzare e organizzare noi
stessi e i sistemi sociali.
La complessità, lungi dall’essere un ostacolo all’innovazione,
offre continui e molteplici input che rappresentano una fonte inesauribile
di nuove idee.
Infine, l’incertezza è considerata come un elemento comunque
governabile. Insomma, ci sentiamo infallibili.
Gli economisti vanno alla ricerca della soluzione di equilibrio, con
aspettative razionali.
Gli studiosi di organizzazione cercano di individuare una struttura
nel mondo apparentemente disorganizzato. E danno importanza sempre
crescente allo human talent e allo human capital, anche se la valorizzazione
delle risorse viene teorizzata e non praticata.
Diventiamo sempre più consapevoli della mancanza di credibilità
delle promesse dell’età moderna. A livello mondiale aumentano
sia la concentrazione della ricchezza che la diffusione della povertà.
Le disuguaglianze sociali ed economiche crescono, alimentando la conflittualità.
Piccole e grandi guerre si scatenano. Viene quindi meno la fiducia
in un mondo in cui non è facile vivere.
Touraine, in un suo recente saggio, entra nel vivo del dibattito,
andando alla ricerca delle possibili strade per affrontare i problemi
e risolverli. In Touraine c’è una fiducia nella possibilità
di una diversa concezione della convivenza civile e della società
postindustriale (che lui chiama “programmata”).
Ma, in mancanza di validi criteri per capire quello che cambia e come,
sempre più insistentemente ci si chiede: cosa è questo
stato di confusione in cui ci troviamo? che cosa ci disorienta? In
che cosa consiste il disorientamento nell’economia, nella politica,
nella società, nelle organizzazioni? quali sono le conseguenze
negative e quali le conseguenze positive? si intravedono nuovi paradigmi
e nuove esperienze con cui superare questo disorientamento? è
opportuno e possibile creare nuovi punti di riferimento e nuovi fattori
di certezza? quali? a chi spetta questo compito?
E’ per questo motivo che S3.Studium ha dedicato l’intero
Seminario d’Estate 2002 al disorientamento.
Il metodo e le questioni
Da ormai diciassette anni S3.Studium organizza il Seminario d’Estate
a Ravello, secondo una formula ben collaudata, che consiste in cinque
sessioni, in cui intervengono esperti di alto livello, italiani e
stranieri,
scelti tra i massimi studiosi delle materie trattate. Il seminario
è destinato ai manager, agli imprenditori, ai membri del Club
S3, agli studiosi di scienze organizzative e a tutti coloro che intendono
arricchire la propria cultura manageriale con temi capaci di ampliarla
in direzione della creatività.
Nelle cinque sessioni è stato analizzato il disorientamento
nell’organizzazione (Pasquale Gagliardi, Chris Meyer), nell’estetica
(Fulvio Carmagnola, Washington Olivetto), nell’economia (Persio
Arida, Antonio Calabrò), nella cultura (Giuseppe O. Longo,
Paolo Branca), nella politica (Cristovam Buarque, Massimo Cacciari).
Qui di seguito sintetizzo i problemi e i quesiti che i Relatori hanno
analizzato nelle cinque sessioni:
Il disorientamento nell’organizzazione
Il progresso tecnologico, la globalizzazione, la scolarizzazione hanno
messo in crisi l’organizzazione ereditata dalla società
industriale. Quali forme di disorientamento ne derivano per i mercati,
le imprese, i lavoratori? Con quali conseguenze negative e con quali
conseguenze positive? Si intravedono nuovi paradigmi e nuove esperienze
con cui superare questo disorientamento? E’ opportuno e possibile
creare nuovi punti di riferimento e nuovi fattori di certezza organizzativa?
Quali? A chi spetta questo compito?
Il disorientamento nell’estetica
La molteplicità di esperienze, proposte, paradigmi, entusiasmi
e rifiuti hanno disorientato ogni genuina propensione all’esperienza
estetica. Ormai l’opera d’arte, che Keats definiva ‘una
gioia creata per sempre’, non sempre è una gioia, non
sempre è per sempre, non sempre ci si presenta come opera d’arte.
Il disorientamento non riguarda solo il dubbio circa i confini tra
bello e brutto, ma anche le relazioni tra estetica, etica ed epistemologia.
Ulteriore disorientamento crea l’irruzione dell’estetica
nell’economia e il suo trasformarsi da donatrice di senso in
donatrice di valore. E’ opportuno e possibile creare nuovi punti
di riferimento e nuovi fattori di certezza estetica? Quali? A chi
spetta questo compito?
Il disorientamento nell’economia
E’ ormai difficile tracciare i confini tra locale e globale,
pubblico e privato, economico e finanziario, produzione e servizi.
Emergono nuovi soggetti economici mentre scompaiono soggetti prima
consolidati. Il mercato del lavoro è movimentato da flussi
migratori, da nuove professioni, da nuovi rapporti contrattuali. Ne
deriva un crescente disorientamento nelle imprese, nelle istituzioni,
nelle persone. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo disorientamento?
E' opportuno e possibile superarlo creando nuovi punti di riferimento
e nuovi fattori di certezza economica? Quali? A chi spetta questo
compito?
Il disorientamento nella cultura
Quali paradigmi consolidati si vanno sfaldando e quali nuovi paradigmi
stanno emergendo nella cultura? La globalizzazione e i problemi internazionali
quali riflessi vanno assumendo nelle culture locali? Quale disorientamento
deriva da queste dinamiche e dalla tensione tra cultura umanistica
e cultura scientifica, tra cultura accademico-professionale e cultura
antropologica? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo disorientamento?
E' opportuno e possibile superarlo creando nuovi punti di riferimento
e nuovi fattori di certezza culturale? Quali? A chi spetta questo
compito?
Il disorientamento nella politica
Nel corso della società industriale il fondamento del potere
economico e poi di quello politico consisteva nei rapporti con i mezzi
di produzione e nelle dinamiche sociali che ne derivavano. E nella
nostra società postindustriale? Che ruolo politico giocano
oggi i rapporti con i mezzi di ideazione e con i mezzi di informazione?
La crescente difficoltà di distinguere tra globale e locale,
tra destra e sinistra, tra nuovo imperialismo e nuove dipendenze crea
un disorientamento che si sta traducendo in un riassetto caotico dei
centri di potere. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo
disorientamento? E' opportuno e possibile superarlo creando nuovi
punti di riferimento e nuovi fattori di certezza politica? Quali?
A chi spetta questo compito?
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