Scienza e tecnologia sono attualmente caratterizzati da contorni complessi
e articolati, data la loro dimensione globalizzata, e per questo spesso
convulsi perché le dinamiche sociali e politiche ne possano
definire limiti e prospettive una volta per tutte.
È pertanto fondamentale la diffusione di informazione adeguata
e di una radicale sensibilizzazione sociale dei reali contenuti dei
nostri contemporanei progressi scientifici, evitando così di
trovarsi impreparati culturalmente al progresso e di perdersi in contraddizioni
e paradossi.
In effetti viviamo in un contesto profondamente modulato sul progresso
tecnico e avvantaggiato, rispetto ai decenni precedenti, dagli influssi
di continue scoperte e dei relativi usi diretti delle novità
nella ingegneria, nell’informatica, così come nel campo
medico e genetico (solo per citare alcuni settori in maggiore crescita).
Paradossalmente la Comunità Scientifica deve riconoscere che
la cittadinanza Europea, immersa nelle tante, variegate e più
moderne componenti scientifiche e tecnologiche di cui vanta l’origine
e il possesso, non dispone tuttavia di una “cultura” scientifica
diffusa che la prepari ad un uso corretto e consapevole di questi
stessi prodotti. Tale consapevolezza sociale dovrebbe tra l’altro
porsi come indicatore rilevante del normale sviluppo democratico delle
società occidentali attuali più avanzate, evidenziandosi
cioè come punto di riferimento dal quale far partire le politiche
di gestione dei processi produttivi, l’implementazione dei piani
di sviluppo nazionali, oltre alla conseguente informatizzazione basilare
per una moderna società dei servizi.
Proprio a questo proposito, da ormai 25 anni, Comunità Scientifica
(tecnici, ricercatori ed esperti di settore) e pianificatori sociali
(oltre che amministratori locali e politici), stanno investigando
con attenzione, e con sempre più alta frequenza temporale,
le condizioni di socializzazione delle dinamiche scientifiche presso
le comunità locali, oltre che nazionali. Nel contesto europeo
lo studio in questione si propone di colmare il gap culturale tra
chi prepara, testa e controlla i prodotti scientifici di uso comune,
pur essendo tecnologicamente avanzati, e chi li adopera per consumi
che facilitino il vivere quotidiano.
È in questo senso che il pubblico che usufruisce del progresso,
implementandolo a piacimento con semplicità nei suoi aspetti
più diretti, spesso se ne appropria prescindendo dai suoi reali
contenuti. Ne vengono alterati i significati scientifici costitutivi
per cogliere, inconsapevolmente, soltanto le forme di uso simbolico;
si tratta cioè di valorizzarne gli aspetti più concreti,
appariscenti e pratici, trascendendo pericolosamente ogni eventuale
abuso, effetto collaterale o latente controindicazione.
Questo avviene tanto per ignoranza di base, ascritta a cittadinanze
troppo spesso distaccate e poco sensibili nei confronti dei progressi
scientifici e delle imprevedibili e complesse articolazioni che li
caratterizzano, quanto per la mancanza di strumenti informativi efficaci
e capillari sul territorio.
Le stesse reti informatiche trasmettono conoscenze che vengono assunte
in maniera referenziale e a volte troppo superficiale. Fondamentalmente
la scarsa preparazione (anche scolastica) delle vecchie generazioni
marcano il gap con i giovani più smaliziati all’uso dei
nuovi prodotti tecnologici, eppure questi ultimi hanno capacità
critica scarsamente qualificante, sono incapaci di maturare conoscenze
approfondite e chiavi di lettura corrette che non si diluiscano nella
ristretta quotidianità. Manca quindi una visione di insieme
del tutto, ci si limita ad una percezione particolare del progresso,
la cui trasmissione è sì appunto facilmente raggiungibile
con Internet, ma il cui uso viene settorializzato e personalizzato:
le informazioni sulle nuove tecnologie sono condivise in rete, ma
là dove non arrivano (o non si preoccupa di fare arrivare)
aggiornamenti o approfondimenti opportuni, ci si limita a consumi
individuali troppo spesso con poca cognizione di causa.
Il problema vero sta a monte, nella definizione di una alfabetizzazione
scientifica comune che non sia preda della mortificante routine quotidiana,
del “sentito dire” e dei linguaggi falsamente chiarificatori
e rassicuranti dei luoghi comuni.
Questo discorso, solo apparentemente anacronistico, ha un senso se
si considera che la più consistente impasse culturale nel mondo
occidentale si viene a creare già a partire dalla definizione
di “Cultura” scientifica: termine già di per sé
poco malleabile per essere circoscritto puntualmente in maniera univoca
data la pluralità delle discipline e degli ambiti di interesse
che concorrono a crearlo.
Considerando questa multidimensionalità è intuibile
che i fattori di disturbo per la comprensione pubblica dell’attività
scientifica in generale, sono altrettanto molteplici tanto quanto
gli strumenti per rilevarli, prevenirli o almeno mitigarli. In tutti
questi frangenti il riferimento corre a problematiche educative e
sociali, quindi anche politiche, che non possono comunque trascendere
da quelle economiche e scientifiche in senso più stretto, se
è vero, come si è ricordato in precedenza, che la “cultura”
scientifica di una popolazione è un indice inconfutabile della
sua maturazione civile.
Inchieste sulla percezione pubblica della cultura scientifica
A partire dal 1977 la Unione Europea ha finanziato inchieste annuali
e monitoraggi sul territorio per conoscere l’opinione pubblica
della cittadinanza dei nove paesi membri di allora circa il valore
della scienza e delle sue effettive applicazioni, per poi continuare
con importanti analisi comparative (tra i Paesi Europei, e tra questi
e Stati Uniti e Giappone) circa il radicamento sociale del progresso
scientifico.
Inizialmente le tematiche oggetto di rilevazione sono state quelle
relative alla robotica e ai processi di automazione spinta dei mezzi
di produzione, e quelle riguardanti i primi progressi in genetica
(studi sul DNA) e in medicina (per la cura di malattie come Cancro
e Aids).Le analisi sono state condotte anche per accertare la percezione
delle potenzialità dei prodotti scientifici per contribuire
ad un cambio positivo nelle condizioni di vita, come per gli eventuali
rischi che le sue implementazioni potessero arrecare alla cittadinanza.
A partire dalla fine degli anni ’70, fino a tutti gli anni ’80,
le inchieste finanziate dai singoli stati membri della Unione Europea
vertevano sugli aspetti più rilevanti che incidono sul livello
di impiego e le condizioni di lavoro di matrice postindustriale, dunque
automazione ed informatizzazione ad alti livelli.
Il ricambio del modello produttivo generalmente diffuso in campo economico
è stato oggi di interesse per studi che dessero conto tanto
degli usi di progressi in campo finanziario (relativi alla new economy)
e a quelli più strutturalmente scientifici relativi alla diffusione
di prodotti tecnologici e di ingegneria robotica ormai diventati di
dominio pubblico.
Parallelamente in questi 25 anni la biotecnologia ha sempre più
cominciato a prendere piede nella vita della popolazione Europea,
evolvendo con sé nuove problematiche che sono state al centro
di recenti dibattiti di natura etica-sociale e, sempre più
di frequente, anche politica, inserendosi a pieno titolo nel dibattito
in questione col termine di “nuova tecnologia”.
Il caso della Biotecnologia: evoluzione e diffusione di nuovi
problemi
L’evoluzione degli aspetti più controversi della biotecnologia
costituiscono eloquenti esempi dei diversi gradi di conoscenza e pregiudizio
che gran parte della popolazione Europea ha (tuttora) nei confronti
di alcune importanti forme di progresso scientifico.
In riferimento a questa disciplina si evidenzia come la percezione
pubblica del fenomeno sia la risultante di conoscenze scarsamente
aggiornate, pericolosamente allarmistiche ed inevitabilmente distaccate.
Relativamente al dibattito sociale cui si accennava poc’anzi
la questione è schematizzabile per tappe storiche a noi recenti:
- I primi critici espressero forti preoccupazioni circa le conseguenze
impreviste che potessero derivare dagli interventi di ingegneria genetica
sopra il Genoma e sugli organismi unicellulari. È per questo
che già dagli anni ’70 i più scettici (e profani)
citavano preoccupati la metafora del “mostro di Frankestein”;
- Negli anni ’80 le critiche si scaricarono contro l’uso
di cavie animali in laboratorio e i rischi per l’introduzione
di culture geneticamente modificate nel loro stesso habitat naturale;
- Negli ultimi anni invece le maggiori e più accese discussioni
si sono concentrate sui possibili effetti sulla salute dell’uomo
e dell’ambiente in generale degli alimenti geneticamente alterati.
Gli elementi considerati hanno alimentato paure e pregiudizi tra la
popolazione senza per questo giustificarne gli allarmismi, dettati
più dallo scetticismo e dalla concreta mancanza di informazioni
dettagliate in materia, che da perplessità razionalmente argomentate.
Le critiche tuttavia hanno avuto il pregio di problematizzare le emergenti
questioni di ingegneria genetica diffondendo un primo dibattito sociale
in merito che, fin dall’inizio, si caratterizzasse per la ricca
diversità dei temi sui quali verte la biotecnologia e che hanno
sempre fatto di questa disciplina una forma di tecnologia orizzontale
(potenzialmente includibile anche per tutti i settori dell’attività
economica), con carattere strategico (in grado di selezionare elementi
per migliorare prodotti e processi biologici), e sulla quale concorrono
molte tecniche e pratiche interdisciplinari. Conseguentemente una
tale complessità costitutiva della biotecnologia si riflette
su una opinione pubblica che, sentendosi interessata nel quotidiano
vissuto alimentare e della salute, è nello stesso tempo curiosa
e timorosa, entusiasta ma anche fin troppo scettica.
Le inchieste sulla biotecnologia in Europa
È stata proprio questa crescente importanza della biotecnologia
a fare in modo che le inchieste sull’opinione pubblica Europea,
e sulla percezione sociale del progresso scientifico, tralasciassero
in parte le tematiche concernenti l’informatica e la tecnologia
applicata al mondo del lavoro in generale, per focalizzarsi appunto
sulle crescenti perplessità che la gente ha iniziato ad esprimere
circa gli esperimenti biologici e i cosiddetti “Organismi Geneticamente
Modificati”.
Quattro sono state le inchieste “Eurobarometro” realizzate
sulle posizioni degli Europei di fronte agli svariati problemi presentati
dalla biotecnologia. La prima risale all’ottobre del 1991, per
poi aggiornarsi ed estendersi ad un folto campione di intervistati,
provenienti da tutti gli stati membri della Unione Europea, prima
nel 1993 e successivamente nel 1996. L’ultima inchiesta (Eurobarometro
52.1) è stata realizzata nell’ottobre del 1999 su un
campione di 16.082 cittadini europei, mentre i risultati definitivi
sono stati resi pubblici solo nel marzo del 2002: vengono riprese
e completate le inchieste precedenti, focalizzandosi sulla rilevazione
delle maggiori fonti di informazioni sulle tematiche riguardanti la
biotecnologia che la cittadinanza europea riteneva più facilmente
raggiungibili. Si è cercato inoltre di evidenziare le percezioni
soggettive degli intervistati riguardo le nuove tecnologie, più
che le effettive conoscenze aggiornate e approfondite di settore,
rilevando le tendenze personali, gli investimenti emotivi e valutando
anche gli atteggiamenti socialmente diffusi, anche se più latenti,
di fiducia o preoccupazione in merito.
I risultati ottenuti confermano il quadro complesso e multiforme delle
opinioni degli europei davanti al delicato tema in questione, evidenziando
comunque la marcata differenza che, da una analisi comparativa tra
i diversi stati membri, emerge a seconda di variabili culturali (livello
educativo e facilità di acceso alle informazioni) ed economiche
(diverso sviluppo industriale e diffusione dei servizi nel terziario).
Data la ormai confermata complessità delle posizioni dell’opinione
pubblica investigata, la ricerca del 1999 non ha saputo andare oltre
una lettura descrittiva del livello di informazione che la popolazione
ha dei progressi della biotecnologia, limitandosi ad un livello basso
di mera acculturazione giornalistica scarsamente specifica seppure
puntualmente aggiornata.
Questo dato è comune a tutti gli stati membri mentre altre
ipotesi, che potessero dare una lettura interpretativa dei risultati
dell’indagine, non possono essere ad oggi suffragate da regolarità
statistiche davvero rappresentative. In questo senso si sono fatti
sentire tanto il “deficit” cognitivo ed informativo basilare
circa la corretta interpretazione del fenomeno investigato, quanto,
parallelamente, la mancanza di una unica definizione da accettarsi
come “cultura scientifica”, spesso confusa dagli intervistati
come semplice informazione, interesse di base sufficiente per autodefinirsi
“al passo coi tempi” anche senza riconoscere il peso specifico
delle proprie effettive conoscenze.
Ci si riferisce comunque al dato di fondo per cui l’attitudine
più o meno favorevole al progresso nella biotecnologia veniva
considerata al grado di informazione (conoscenza o acculturazione)
della cittadinanza. Per questo il proposito principale in base al
quale la presente inchiesta era stata costruita era il confronto fra
le conoscenze basilari (etiche e personali, oltre che scientifiche
ed oggettivamente disponibili) sull’idea di “progresso”
scientifico e la generalizzata conoscenza e predisposizione maturata
nei confronti delle tematiche riferite alla biotecnologia.
Orientativamente alcuni dati interessanti confermano una valutazione
cauta della disciplina in analisi: è evidente l’imbarazzo
di chi vive in una fase di passaggio, quasi necessariamente (per autodifesa)
scettica e desiderosa di maggiori informazioni che rassicurino e tutelino
in anticipo rispetto ad eventuali sgraditi rivolgimenti inattesi e
sconosciuti.
Da analisi simili condotte negli Stati Uniti, è emerso che
la società nordamericana mostra un minor livello di cultura
e sensibilità tecnico scientifica delle società europee,
però le attitudini della prima nei confronti della biotecnologia
in particolare sono di gran lunga più positive e fiduciose.
Per fare un esempio eloquente, a questo proposito, basta considerare
il fatto che i paesi dell’Unione Europea più educati
sugli aspetti scientifici e tecnologici, come la Germania, la Scandinavia
e il Regno Unito, sono risultati i più scettici e negativi
rispetto al futuro della biotecnologia e alle sue applicazioni effettive
per migliorare la qualità della vita. Al contrario i paesi
con una popolazione che vanta un livello più basso di conoscenza
scientifica, come Spagna, Portogallo e Grecia, hanno evidenziato con
forza posizioni favorevoli e più entusiaste.
L’applicazione delle scoperte legate alla ingegneria genetica
è stato un elemento che ha segnato la linea esplicativa di
confine che distinguesse la cittadinanza Europea circa l’uso
finale di queste forme di progresso. Gli schieramenti contrapposti
si sono costituiti all’interno dei singoli stati più
che tra stati diversi, caratterizzati da opinioni che complessivamente
dividono la popolazione secondo i fronti cui si è fatto riferimento
in precedenza, definendoli però al loro interno per posizioni
più particolari e specifiche che spesso, paradossalmente, corrispondevano
con gli atteggiamenti delle “fazioni” opposte.
Le differenti argomentazioni hanno iniziato ad evidenziarsi già
a partire da questioni riguardo agli esperimenti in laboratorio e
alle cavie che dovevano essere usate dagli scienziati: generalmente
si preferiva che venissero usati i batteri piuttosto che le piante
per gli esperimenti di modificazioni genetiche, e le piante piuttosto
che gli animali. Questi e altri giudizi derivavano sostanzialmente
da differenze culturali e di matrice religiosa che tanto eloquenti
si sono dimostrate per la caratterizzazione particolare dei diversi
profili nazionali, e soprattutto sociali all’interno della stessa
nazione, della cittadinanza europea intesa nella sua dimensione disaggregata.
Come già accennato, altri importanti elementi di distinzione
tra gli stati membri, e conseguentemente tra le diverse popolazioni,
vanno ricercati nelle circoscritte regioni con differenti potenzialità
di sviluppo economico a lungo termine e relativo accesso diretto agli
strumenti tecnologicamente avanzati.
Un fatto interessante emerge dalla lettura dei paesi che puntano sulla
biotecnologia per il proprio sviluppo futuro e per le nuove prospettive
di avanzamento nei campi della medicina e della genetica: si pensi
per esempio che ad un paese come la Finlandia infatti si avvicinano
paesi con economia nettamente differente come quelli della Penisola
Iberica che pure hanno puntato il loro successo su turismo e servizi
piuttosto che sui progressi informatici e tecnologici come avvenuto
in generale in tutti i paesi del nord Europa.
Inoltre il grado di sviluppo ed applicazione degli studi di ingegneria
genetica in Finlandia è nettamente superiore all’investimento
economico e politico attuato dai paesi Mediterranei in genere, senza
dimenticare poi che paesi come l’Irlanda sono senza dubbio più
innovatori, da un punto di vista produttivo e tecnologico, della Spagna
e della Grecia, pur non considerandosi, per motivi di tradizione culturale
marcatamente cattolica, tra gli stati che maggiormente guardano con
favore alla biotecnologia.
Pertanto ancora una volta sembrerebbe logico ammettere quanto l’interpretazione
dei risultati sulle attitudini dell’opinione pubblica europea
relative alla biotecnologia sia difficile, o almeno insostenibile
per un’unica direzione esplicativa ed estraniata da uno specifico
contesto.
Piuttosto è proprio a partire da ciascun contesto di analisi
che gli attori sociali coinvolti (tecnici e non) devono impegnarsi
per una maggiore informatizzazione scientifica della popolazione,
perseguendo queste traiettorie di acculturazione della società
parallelamente al perseguimento del progresso tecnologico, in virtù
di interessi tanto particolari e scientifici che soprattutto collettivi
e generali nel rispetto dei propri valori etici, tradizionali e politici.
Attraverso questi elementi di investigazione si darà conto
del livello di cultura scientifica disponibile presso una comunità
civile, verificandone l’uso responsabile del contesto e degli
strumenti nel quale vive, la consapevole capacità di assumere
rischi e riconoscere i propri limiti, la cosciente stabilità
dei fondamenti di socializzazione e modernizzazione che gli consentano
un progresso maturo, sostenibile e a lungo termine.
Tratto da “La cultura cientifica, la percepcion publica y el
caso de la biotecnologia”
Grupo de Ciencia, Tecnologia y Sociedad (C.S.I.C., Unidad de Politicas
Comparadas, Madrid)
Rapporto presentato nel seminario “La cultura scientifica nella
società della informazione” (30 maggio 2002, Oviedo,
Spagna), organizzato per lo “Osservatorio della Cultura Scientifica”
dell’Università di Oviedo.
Alessandro Gentile è laureato in Sociologia del lavoro e collabora
con la S3.Studium