S3Studium
    Numero 16
 

Il meglio dalla Spagna
La percezione sociale del progresso scientifico
Alessandro Gentile

L’ignoranza si sconta con la paura. In Europa i paesi meno secolarizzati e meno informati sono anche quelli più diffidenti verso il progresso tecnologico e soprattutto dell’ingegneria genetica

 



Scienza e tecnologia sono attualmente caratterizzati da contorni complessi e articolati, data la loro dimensione globalizzata, e per questo spesso convulsi perché le dinamiche sociali e politiche ne possano definire limiti e prospettive una volta per tutte.
È pertanto fondamentale la diffusione di informazione adeguata e di una radicale sensibilizzazione sociale dei reali contenuti dei nostri contemporanei progressi scientifici, evitando così di trovarsi impreparati culturalmente al progresso e di perdersi in contraddizioni e paradossi.
In effetti viviamo in un contesto profondamente modulato sul progresso tecnico e avvantaggiato, rispetto ai decenni precedenti, dagli influssi di continue scoperte e dei relativi usi diretti delle novità nella ingegneria, nell’informatica, così come nel campo medico e genetico (solo per citare alcuni settori in maggiore crescita).
Paradossalmente la Comunità Scientifica deve riconoscere che la cittadinanza Europea, immersa nelle tante, variegate e più moderne componenti scientifiche e tecnologiche di cui vanta l’origine e il possesso, non dispone tuttavia di una “cultura” scientifica diffusa che la prepari ad un uso corretto e consapevole di questi stessi prodotti. Tale consapevolezza sociale dovrebbe tra l’altro porsi come indicatore rilevante del normale sviluppo democratico delle società occidentali attuali più avanzate, evidenziandosi cioè come punto di riferimento dal quale far partire le politiche di gestione dei processi produttivi, l’implementazione dei piani di sviluppo nazionali, oltre alla conseguente informatizzazione basilare per una moderna società dei servizi.
Proprio a questo proposito, da ormai 25 anni, Comunità Scientifica (tecnici, ricercatori ed esperti di settore) e pianificatori sociali (oltre che amministratori locali e politici), stanno investigando con attenzione, e con sempre più alta frequenza temporale, le condizioni di socializzazione delle dinamiche scientifiche presso le comunità locali, oltre che nazionali. Nel contesto europeo lo studio in questione si propone di colmare il gap culturale tra chi prepara, testa e controlla i prodotti scientifici di uso comune, pur essendo tecnologicamente avanzati, e chi li adopera per consumi che facilitino il vivere quotidiano.
È in questo senso che il pubblico che usufruisce del progresso, implementandolo a piacimento con semplicità nei suoi aspetti più diretti, spesso se ne appropria prescindendo dai suoi reali contenuti. Ne vengono alterati i significati scientifici costitutivi per cogliere, inconsapevolmente, soltanto le forme di uso simbolico; si tratta cioè di valorizzarne gli aspetti più concreti, appariscenti e pratici, trascendendo pericolosamente ogni eventuale abuso, effetto collaterale o latente controindicazione.
Questo avviene tanto per ignoranza di base, ascritta a cittadinanze troppo spesso distaccate e poco sensibili nei confronti dei progressi scientifici e delle imprevedibili e complesse articolazioni che li caratterizzano, quanto per la mancanza di strumenti informativi efficaci e capillari sul territorio.
Le stesse reti informatiche trasmettono conoscenze che vengono assunte in maniera referenziale e a volte troppo superficiale. Fondamentalmente la scarsa preparazione (anche scolastica) delle vecchie generazioni marcano il gap con i giovani più smaliziati all’uso dei nuovi prodotti tecnologici, eppure questi ultimi hanno capacità critica scarsamente qualificante, sono incapaci di maturare conoscenze approfondite e chiavi di lettura corrette che non si diluiscano nella ristretta quotidianità. Manca quindi una visione di insieme del tutto, ci si limita ad una percezione particolare del progresso, la cui trasmissione è sì appunto facilmente raggiungibile con Internet, ma il cui uso viene settorializzato e personalizzato: le informazioni sulle nuove tecnologie sono condivise in rete, ma là dove non arrivano (o non si preoccupa di fare arrivare) aggiornamenti o approfondimenti opportuni, ci si limita a consumi individuali troppo spesso con poca cognizione di causa.
Il problema vero sta a monte, nella definizione di una alfabetizzazione scientifica comune che non sia preda della mortificante routine quotidiana, del “sentito dire” e dei linguaggi falsamente chiarificatori e rassicuranti dei luoghi comuni.
Questo discorso, solo apparentemente anacronistico, ha un senso se si considera che la più consistente impasse culturale nel mondo occidentale si viene a creare già a partire dalla definizione di “Cultura” scientifica: termine già di per sé poco malleabile per essere circoscritto puntualmente in maniera univoca data la pluralità delle discipline e degli ambiti di interesse che concorrono a crearlo.
Considerando questa multidimensionalità è intuibile che i fattori di disturbo per la comprensione pubblica dell’attività scientifica in generale, sono altrettanto molteplici tanto quanto gli strumenti per rilevarli, prevenirli o almeno mitigarli. In tutti questi frangenti il riferimento corre a problematiche educative e sociali, quindi anche politiche, che non possono comunque trascendere da quelle economiche e scientifiche in senso più stretto, se è vero, come si è ricordato in precedenza, che la “cultura” scientifica di una popolazione è un indice inconfutabile della sua maturazione civile.

Inchieste sulla percezione pubblica della cultura scientifica

A partire dal 1977 la Unione Europea ha finanziato inchieste annuali e monitoraggi sul territorio per conoscere l’opinione pubblica della cittadinanza dei nove paesi membri di allora circa il valore della scienza e delle sue effettive applicazioni, per poi continuare con importanti analisi comparative (tra i Paesi Europei, e tra questi e Stati Uniti e Giappone) circa il radicamento sociale del progresso scientifico.
Inizialmente le tematiche oggetto di rilevazione sono state quelle relative alla robotica e ai processi di automazione spinta dei mezzi di produzione, e quelle riguardanti i primi progressi in genetica (studi sul DNA) e in medicina (per la cura di malattie come Cancro e Aids).Le analisi sono state condotte anche per accertare la percezione delle potenzialità dei prodotti scientifici per contribuire ad un cambio positivo nelle condizioni di vita, come per gli eventuali rischi che le sue implementazioni potessero arrecare alla cittadinanza.
A partire dalla fine degli anni ’70, fino a tutti gli anni ’80, le inchieste finanziate dai singoli stati membri della Unione Europea vertevano sugli aspetti più rilevanti che incidono sul livello di impiego e le condizioni di lavoro di matrice postindustriale, dunque automazione ed informatizzazione ad alti livelli.
Il ricambio del modello produttivo generalmente diffuso in campo economico è stato oggi di interesse per studi che dessero conto tanto degli usi di progressi in campo finanziario (relativi alla new economy) e a quelli più strutturalmente scientifici relativi alla diffusione di prodotti tecnologici e di ingegneria robotica ormai diventati di dominio pubblico.
Parallelamente in questi 25 anni la biotecnologia ha sempre più cominciato a prendere piede nella vita della popolazione Europea, evolvendo con sé nuove problematiche che sono state al centro di recenti dibattiti di natura etica-sociale e, sempre più di frequente, anche politica, inserendosi a pieno titolo nel dibattito in questione col termine di “nuova tecnologia”.

Il caso della Biotecnologia: evoluzione e diffusione di nuovi problemi

L’evoluzione degli aspetti più controversi della biotecnologia costituiscono eloquenti esempi dei diversi gradi di conoscenza e pregiudizio che gran parte della popolazione Europea ha (tuttora) nei confronti di alcune importanti forme di progresso scientifico.
In riferimento a questa disciplina si evidenzia come la percezione pubblica del fenomeno sia la risultante di conoscenze scarsamente aggiornate, pericolosamente allarmistiche ed inevitabilmente distaccate. Relativamente al dibattito sociale cui si accennava poc’anzi la questione è schematizzabile per tappe storiche a noi recenti:
- I primi critici espressero forti preoccupazioni circa le conseguenze impreviste che potessero derivare dagli interventi di ingegneria genetica sopra il Genoma e sugli organismi unicellulari. È per questo che già dagli anni ’70 i più scettici (e profani) citavano preoccupati la metafora del “mostro di Frankestein”;
- Negli anni ’80 le critiche si scaricarono contro l’uso di cavie animali in laboratorio e i rischi per l’introduzione di culture geneticamente modificate nel loro stesso habitat naturale;
- Negli ultimi anni invece le maggiori e più accese discussioni si sono concentrate sui possibili effetti sulla salute dell’uomo e dell’ambiente in generale degli alimenti geneticamente alterati.
Gli elementi considerati hanno alimentato paure e pregiudizi tra la popolazione senza per questo giustificarne gli allarmismi, dettati più dallo scetticismo e dalla concreta mancanza di informazioni dettagliate in materia, che da perplessità razionalmente argomentate.
Le critiche tuttavia hanno avuto il pregio di problematizzare le emergenti questioni di ingegneria genetica diffondendo un primo dibattito sociale in merito che, fin dall’inizio, si caratterizzasse per la ricca diversità dei temi sui quali verte la biotecnologia e che hanno sempre fatto di questa disciplina una forma di tecnologia orizzontale (potenzialmente includibile anche per tutti i settori dell’attività economica), con carattere strategico (in grado di selezionare elementi per migliorare prodotti e processi biologici), e sulla quale concorrono molte tecniche e pratiche interdisciplinari. Conseguentemente una tale complessità costitutiva della biotecnologia si riflette su una opinione pubblica che, sentendosi interessata nel quotidiano vissuto alimentare e della salute, è nello stesso tempo curiosa e timorosa, entusiasta ma anche fin troppo scettica.

Le inchieste sulla biotecnologia in Europa

È stata proprio questa crescente importanza della biotecnologia a fare in modo che le inchieste sull’opinione pubblica Europea, e sulla percezione sociale del progresso scientifico, tralasciassero in parte le tematiche concernenti l’informatica e la tecnologia applicata al mondo del lavoro in generale, per focalizzarsi appunto sulle crescenti perplessità che la gente ha iniziato ad esprimere circa gli esperimenti biologici e i cosiddetti “Organismi Geneticamente Modificati”.
Quattro sono state le inchieste “Eurobarometro” realizzate sulle posizioni degli Europei di fronte agli svariati problemi presentati dalla biotecnologia. La prima risale all’ottobre del 1991, per poi aggiornarsi ed estendersi ad un folto campione di intervistati, provenienti da tutti gli stati membri della Unione Europea, prima nel 1993 e successivamente nel 1996. L’ultima inchiesta (Eurobarometro 52.1) è stata realizzata nell’ottobre del 1999 su un campione di 16.082 cittadini europei, mentre i risultati definitivi sono stati resi pubblici solo nel marzo del 2002: vengono riprese e completate le inchieste precedenti, focalizzandosi sulla rilevazione delle maggiori fonti di informazioni sulle tematiche riguardanti la biotecnologia che la cittadinanza europea riteneva più facilmente raggiungibili. Si è cercato inoltre di evidenziare le percezioni soggettive degli intervistati riguardo le nuove tecnologie, più che le effettive conoscenze aggiornate e approfondite di settore, rilevando le tendenze personali, gli investimenti emotivi e valutando anche gli atteggiamenti socialmente diffusi, anche se più latenti, di fiducia o preoccupazione in merito.
I risultati ottenuti confermano il quadro complesso e multiforme delle opinioni degli europei davanti al delicato tema in questione, evidenziando comunque la marcata differenza che, da una analisi comparativa tra i diversi stati membri, emerge a seconda di variabili culturali (livello educativo e facilità di acceso alle informazioni) ed economiche (diverso sviluppo industriale e diffusione dei servizi nel terziario).
Data la ormai confermata complessità delle posizioni dell’opinione pubblica investigata, la ricerca del 1999 non ha saputo andare oltre una lettura descrittiva del livello di informazione che la popolazione ha dei progressi della biotecnologia, limitandosi ad un livello basso di mera acculturazione giornalistica scarsamente specifica seppure puntualmente aggiornata.
Questo dato è comune a tutti gli stati membri mentre altre ipotesi, che potessero dare una lettura interpretativa dei risultati dell’indagine, non possono essere ad oggi suffragate da regolarità statistiche davvero rappresentative. In questo senso si sono fatti sentire tanto il “deficit” cognitivo ed informativo basilare circa la corretta interpretazione del fenomeno investigato, quanto, parallelamente, la mancanza di una unica definizione da accettarsi come “cultura scientifica”, spesso confusa dagli intervistati come semplice informazione, interesse di base sufficiente per autodefinirsi “al passo coi tempi” anche senza riconoscere il peso specifico delle proprie effettive conoscenze.
Ci si riferisce comunque al dato di fondo per cui l’attitudine più o meno favorevole al progresso nella biotecnologia veniva considerata al grado di informazione (conoscenza o acculturazione) della cittadinanza. Per questo il proposito principale in base al quale la presente inchiesta era stata costruita era il confronto fra le conoscenze basilari (etiche e personali, oltre che scientifiche ed oggettivamente disponibili) sull’idea di “progresso” scientifico e la generalizzata conoscenza e predisposizione maturata nei confronti delle tematiche riferite alla biotecnologia.
Orientativamente alcuni dati interessanti confermano una valutazione cauta della disciplina in analisi: è evidente l’imbarazzo di chi vive in una fase di passaggio, quasi necessariamente (per autodifesa) scettica e desiderosa di maggiori informazioni che rassicurino e tutelino in anticipo rispetto ad eventuali sgraditi rivolgimenti inattesi e sconosciuti.
Da analisi simili condotte negli Stati Uniti, è emerso che la società nordamericana mostra un minor livello di cultura e sensibilità tecnico scientifica delle società europee, però le attitudini della prima nei confronti della biotecnologia in particolare sono di gran lunga più positive e fiduciose. Per fare un esempio eloquente, a questo proposito, basta considerare il fatto che i paesi dell’Unione Europea più educati sugli aspetti scientifici e tecnologici, come la Germania, la Scandinavia e il Regno Unito, sono risultati i più scettici e negativi rispetto al futuro della biotecnologia e alle sue applicazioni effettive per migliorare la qualità della vita. Al contrario i paesi con una popolazione che vanta un livello più basso di conoscenza scientifica, come Spagna, Portogallo e Grecia, hanno evidenziato con forza posizioni favorevoli e più entusiaste.
L’applicazione delle scoperte legate alla ingegneria genetica è stato un elemento che ha segnato la linea esplicativa di confine che distinguesse la cittadinanza Europea circa l’uso finale di queste forme di progresso. Gli schieramenti contrapposti si sono costituiti all’interno dei singoli stati più che tra stati diversi, caratterizzati da opinioni che complessivamente dividono la popolazione secondo i fronti cui si è fatto riferimento in precedenza, definendoli però al loro interno per posizioni più particolari e specifiche che spesso, paradossalmente, corrispondevano con gli atteggiamenti delle “fazioni” opposte.
Le differenti argomentazioni hanno iniziato ad evidenziarsi già a partire da questioni riguardo agli esperimenti in laboratorio e alle cavie che dovevano essere usate dagli scienziati: generalmente si preferiva che venissero usati i batteri piuttosto che le piante per gli esperimenti di modificazioni genetiche, e le piante piuttosto che gli animali. Questi e altri giudizi derivavano sostanzialmente da differenze culturali e di matrice religiosa che tanto eloquenti si sono dimostrate per la caratterizzazione particolare dei diversi profili nazionali, e soprattutto sociali all’interno della stessa nazione, della cittadinanza europea intesa nella sua dimensione disaggregata.
Come già accennato, altri importanti elementi di distinzione tra gli stati membri, e conseguentemente tra le diverse popolazioni, vanno ricercati nelle circoscritte regioni con differenti potenzialità di sviluppo economico a lungo termine e relativo accesso diretto agli strumenti tecnologicamente avanzati.
Un fatto interessante emerge dalla lettura dei paesi che puntano sulla biotecnologia per il proprio sviluppo futuro e per le nuove prospettive di avanzamento nei campi della medicina e della genetica: si pensi per esempio che ad un paese come la Finlandia infatti si avvicinano paesi con economia nettamente differente come quelli della Penisola Iberica che pure hanno puntato il loro successo su turismo e servizi piuttosto che sui progressi informatici e tecnologici come avvenuto in generale in tutti i paesi del nord Europa.
Inoltre il grado di sviluppo ed applicazione degli studi di ingegneria genetica in Finlandia è nettamente superiore all’investimento economico e politico attuato dai paesi Mediterranei in genere, senza dimenticare poi che paesi come l’Irlanda sono senza dubbio più innovatori, da un punto di vista produttivo e tecnologico, della Spagna e della Grecia, pur non considerandosi, per motivi di tradizione culturale marcatamente cattolica, tra gli stati che maggiormente guardano con favore alla biotecnologia.
Pertanto ancora una volta sembrerebbe logico ammettere quanto l’interpretazione dei risultati sulle attitudini dell’opinione pubblica europea relative alla biotecnologia sia difficile, o almeno insostenibile per un’unica direzione esplicativa ed estraniata da uno specifico contesto.
Piuttosto è proprio a partire da ciascun contesto di analisi che gli attori sociali coinvolti (tecnici e non) devono impegnarsi per una maggiore informatizzazione scientifica della popolazione, perseguendo queste traiettorie di acculturazione della società parallelamente al perseguimento del progresso tecnologico, in virtù di interessi tanto particolari e scientifici che soprattutto collettivi e generali nel rispetto dei propri valori etici, tradizionali e politici.
Attraverso questi elementi di investigazione si darà conto del livello di cultura scientifica disponibile presso una comunità civile, verificandone l’uso responsabile del contesto e degli strumenti nel quale vive, la consapevole capacità di assumere rischi e riconoscere i propri limiti, la cosciente stabilità dei fondamenti di socializzazione e modernizzazione che gli consentano un progresso maturo, sostenibile e a lungo termine.

Tratto da “La cultura cientifica, la percepcion publica y el caso de la biotecnologia”
Grupo de Ciencia, Tecnologia y Sociedad (C.S.I.C., Unidad de Politicas Comparadas, Madrid)
Rapporto presentato nel seminario “La cultura scientifica nella società della informazione” (30 maggio 2002, Oviedo, Spagna), organizzato per lo “Osservatorio della Cultura Scientifica” dell’Università di Oviedo.

Alessandro Gentile è laureato in Sociologia del lavoro e collabora con la S3.Studium



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