S3Studium
    Numero 16
 

Samuel Gompers: settant’anni della mia vita
Testi scelti e commentati da Aris Accornero

Anglo-americano dotato di grande genialità e di rara antipatia umana, Gompers fu un campione del sindacalismo di mestiere. Con più intensità difese l’aristocrazia operaia e svelò l’operaio-massa. Assertore dello “Stato minimo”, sarebbe piaciuto ieri a Taylor e piacerebbe oggi ai neo-liberisti

 



Samuel Gompers, (Londra, 1850, San Antonio-Texas, 1924) è stato probabilmente il leader sindacale più osannato in patria e più esecrato nel resto del mondo. Figlio di un sigaraio ebreo olandese che aveva dovuto cercare lavoro in Inghilterra, sperimentò l’esperienza dell’emigrazione quando la famiglia cercò fortuna negli Stati Uniti, dove sbarcò ancora giovane. Come scrive nell’autobiografia, passò dall’East Side London all’East Side New York con un tragitto all’insegna del proprio ceto sociale, quello del lavoratore di mestiere. Non era un poveraccio, uno di quegli immigrati che non sanno bene la lingua: alle scuole serali aveva perfino imparato qualcosa del Talmud. Infatti trovò presto un buon impiego, che lo perfezionò nel mestiere cui era già stato iniziato. Venne assunto presso la manifattura di sigari di David Hirsch, esule socialista tedesco di origine ebraica che impiegava una cinquantina di operai d’alta qualifica, per lo più socialisti tedeschi. Gompers imparò ad amare il proprio lavoro. “Mi beavo - scrive con orgoglio - della destrezza e della sicurezza con cui riuscivo a far crescere i sigari tra le mie dita senza sprecare una briciola di materiale”. Dalla sua qualifica professionale Gompers mosse per una carriera di organizzatore sindacale che lo portò a fondare nel 1886 e a guidare in modo ferreo, per 40 anni, la più grande confederazione dell’epoca, l’American Federation of Labor (oltre 4 milioni di iscritti), godendo di notorietà e di prestigio a livello mondiale.

Aristocrazia operaia

Sigarai, guantai, sarti, orefici avevano a New York organizzazioni professionali assai coese, con significative presenze socialiste e israelite. Quella prospera città conosceva il lusso grazie a quegli immigrati istruiti e politicizzati, fuggiti dalle povertà diffuse e, spesso, dai regimi illiberali dell’Europa settentrionale e centrale (anche per questo il tedesco era allora la seconda lingua parlata.). Gompers vanta appunto il passato professionale tipico delle aristocrazie operaie che avevano fondato i movimenti dei lavoratori e, benché invecchiato e contestato, riafferma l’importanza che l’Associazione Internazionale dei Lavoratori fondata da Karl Marx ebbe per lui a New York, dov’era stata trasferita a causa della reazione in Europa; dedica anzi il libro al compagno di lavoro che ne era stato il dirigente per la Scandinavia.
Tuttavia, nel crogiolo americano sembra che ogni cosa si ribalti. Mentre quella origine sociale spinge Gompers a lesinare un riconoscimento alle successive ondate di immigrati che, ignoranti o dequalificati, venivano dall’Europa orientale e meridionale (“Quando i boemi cominciarono ad arrivare a New York…”, scrive), quel background culturale ne fa un acerrimo avversario degli ideali socialisti che tanti lavoratori o emarginati si portavano dietro. Il Nuovo Mondo stava costruendo il proprio eccezionalismo anche con l’aiuto di Gompers: come per molti, la sua adesione all’America era innanzitutto un voltare le spalle all’Europa. Pietro Bairati, che curò la parziale traduzione di Settant’anni della mia vita per i tipi di Feltrinelli, ha scritto che con questa americanizzazione Gompers patrocinò “una sorta di redenzione sindacal-corporativa del marxismo”.
In effetti, la sua morale professionale ricorda quella che nell’orizzonte ottocentesco ha indotto Émile Durkheim a collegare l’ordine dei mestieri all’ordine socialista.

Organizzare e negoziare

Autocratico, vanitoso, personaggio “di rara antipatia umana” - così lo definì Bairati - Gompers fu un campione del sindacalismo di mestiere, quel modello associativo che intravide a Londra e che stabilizzò a New York. La sua autobiografia ne è un po’ l’ideologia. Alcune fra le pagine migliori sono dedicate all’attività organizzativa, che fu un caposaldo del suo contributo (fu il primo leader sindacale pagato a tempo pieno, in un’epoca in cui i colleghi di Washington rappresentavano gli altri sindacalisti ogni volta che si poteva, per risparmiare le spese di viaggio). Spiccano due tratti che parrebbero contraddittori: un’attenzione rigorosa quasi teutonica per i risvolti istituzionali tipici della tradizione nord-europea, e volontà di demarcazione e di competizione invero esasperata, almeno agli occhi europei. Ma per Gompers non v’era alcuna contraddizione fra il rispetto delle forme democratiche interne all’organizzazione, e le spregiudicate pratiche di affermazione esterna. La caccia alle adesioni e le dispute sulla rappresentanza erano infatti spietate. Del resto, il padronato e la magistratura osteggiavano con ogni mezzo gli scioperi e i sindacati, il che spingeva i sindacalisti a sostenere gli scioperi e a contendersi gli iscritti con ogni mezzo. Le ripercussioni che ciò ebbe sui rapporti di lavoro negli Stati Uniti offrono a Gompers una ricca episodica cui attinge per raccontare vertenze memorabili ed epiche lotte: “all’ultimo sangue”, scrive.
Per lui, le relazioni industriali erano quindi improntate a un assioma: il negoziato è uno scambio che sussiste quando l’imprenditore, legittimando il sindacato, ottiene la collaborazione degli operai. Tale posizione non configurava semplicemente un sindacalismo “pane e burro” o “puro e semplice” (good trade-unionism) - definizioni avallate da John Commons, cui si deve l’approccio istituzionalista ai problemi del lavoro - bensì ciò che Selig Perlman definì job consciousness, o coscienza del posto.

L’industria e la politica

“L’industria - affermò Gompers - è più potente della politica e troverà il modo di farsi servire”. Il sindacato doveva essere autonomo da tutto meno che dal mercato, giacché il mondo dell’economia era il mondo proprio al lavoro, e il lavoratore era un cittadino soltanto fuori dal lavoro. Quindi era per uno Stato minimo e contro l’arbitrato obbligatorio. Del resto nessuno era riuscito a convincere la magistratura che la legge sulle 8 ore, promulgata per iniziativa del presidente Johnson, andava fatta applicare agli imprenditori, e Gompers stesso non era riuscito a impedire che la legge Sherman, nata per combattere i trust, venisse impiegata contro i sindacati…
Gompers non era tuttavia un apolitico, anzi. Durante la prima guerra mondiale fu tra i protagonisti della mobilitazione industriale e le trattative di pace lo portarono poi al tavolo di Versailles. Nel dopoguerra si batté per l’amnistia a favore dei pacifisti (fra i quali c’erano leader comunisti come Eugene Debs e William Foster), e per il riconoscimento della contrattazione collettiva nazionale. Ma la Conferenza industriale promossa nel 1919 dal presidente Wilson fallì miseramente per la protervia degli imprenditori che – denunciò Gompers – “vogliono soltanto spadroneggiare”. Infatti volevano l’open shop per non dover trattare col sindacato sui luoghi di lavoro (sciopero in atto proprio allora nel trust US Steel fu definito dall’azienda un tentativo di “sovietizzare l’industria dell’acciaio”). Ciò nonostante, l’idea di un autogoverno industriale portò Gompers a patrocinare quell’alleanza tecnocratica fra sindacalisti e manager cui guardava Frederick W. Taylor quando sosteneva che lo Scientific management era un bene per i lavoratori. Ma intanto l’Afl si schierò con i benpensanti che volevano impedire ad ogni costo le vivacissime lotte degli Industrial Workers of the World, costituiti in realtà da lavoratori occasionali e migranti, privi di tutela e di diritti. Il fatto è che la visione “corporata” di Gompers era inadatta a fronteggiare il capitalismo del ‘900: lo evidenzia la sua filosofia economica, dalla quale stralciamo alcuni passi nella traduzione di Cristina Gioli.
Quando morì, era ormai alle porte anche negli Usa il sindacalismo industriale, radicato nei settori anziché nei mestieri, che nascerà negli anni ‘30 grazie al New Deal di Franklin D. Roosevelt con le sembianze del Congress of Industrial Organizations.

La mia filosofia economica da Settant’anni della mia vita
di Samuel Gompers

La prima teoria economica che mi venne sotto gli occhi sembrava fatta apposta per non farmi nutrire un concetto troppo alto degli economisti. Intuitivamente la mia mente rifiutò la ferrea legge dei salari, l’immutabile legge della domanda e dell’offerta, ed altre leggi, cosiddette “naturali”. Di fatto tali leggi non avevano nessun rapporto con la natura né con le forze economiche, e non erano leggi ma semplicemente teorie che cercavano di giustificare le pratiche esistenti. Dovunque, coloro che dirigevano le industrie cercavano di conseguire il controllo necessario ai loro scopi. Coloro che non partecipavano alle scelte di politica economica venivano trattati come prede industriali. Io trovavo rivoltante che degli esseri umani venissero usati senza alcuna considerazione per i loro bisogni e per le loro aspirazioni di individui. Io amo la gente, e mi sento ribollire il sangue quando la vedo trattata ingiustamente o costretta a rinunciare alla libertà che le compete. Visto che il controllo detenuto dai capitalisti si basava sulla superiorità economica, secondo me non c’era ragione perché anche gli operai non potessero mobilitarsi e, come contromossa, controllare il loro potere economico. La forza di una organizzazione economica di tal genere avrebbe costituito una barriera protettiva contro l’arbitrio di quei padroni che non riuscivano a capire che coloro che prestavano il loro lavoro nell’industria erano esseri umani, e avrebbe reso possibile lo sviluppo di metodi costruttivi.
L’organizzazione dei lavoratori mise insieme un potere economico in grado di imporre il dovuto riconoscimento degli interessi delle persone in gioco. Se il padrone si rifiutava di riconoscere i bisogni degli operai, ne nasceva un conflitto di forze. Finché non si arriva al riconoscimento dei reciproci diritti, il movimento sindacale è necessariamente un movimento militante, poiché, come ho spesso citato, “L’eterna vigilanza è il prezzo della libertà”. Sapendo quanto dipendeva dalla decisione e dalla costante efficienza della nostra forza economica organizzata, io ho diligentemente vigilato contro ogni mossa intesa a frenare o limitare l’azione economica.
Secondo me, lo spirito della militanza esprime la costante dedizione ad una nobile causa. Io mi sono sempre espresso contro l’assunzione di responsabilità che potessero indicare nel movimento operaio scopi diversi da quelli puramente umanitari. In molte occasioni, per cause in se stesse valide, il movimento operaio avrebbe potuto essere d’aiuto ma io ho sempre voluto che il movimento sindacale americano mantenesse il suo carattere di crociata per la giustizia. Conosco il mondo e lo amo, e so anche che lo sforzo per assicurare giustizia al paria deve essere una lotta. Inoltre mi tengo sempre pronto a combattere, mentalmente e spiritualmente. I miei nemici dicono che so incassare i colpi oltre che darli. Non mi arrendo mai, e non esito ad attaccare chiunque faccia proposte contrarie alla libertà degli operai. Ho combattuto molte battaglie per sostenere i principi delle istituzioni volontarie.
La mia incrollabile fedeltà ai principi del volontarismo riflette la mia avversione per ogni teoria di fatalismo economico. Dopo molti anni di studio, di osservazione, di lavoro, mi sono convinto che l’organizzazione economica si deve basare sulla conoscenza di tutti i fattori che compongono la produzione – materiali, energia e lavoro umano – e che la ricerca è l’unico modo per arrivare ad una maggiore informazione scientifica. L’esperienza mi ha mostrato la potenza dell’informazione nella direzione dello sviluppo economico. Io l’ho visto formarsi questo bagaglio di informazioni.
Durante il corso della mia vita c’è stata una serie di periodi nell’industria, caratterizzati da panico, depressione negli affari, vasta disoccupazione, seguiti poi da un periodo di recupero che lentamente portava ad un ritorno di “prosperità”, a salari migliori e alla piena occupazione. Il periodo di depressione veniva spesso definito un periodo di sovrapproduzione, mentre in realtà era un periodo di riduzione dei consumi per la gente che conoscevo, un periodo di grosse difficoltà. Quando arrivai negli Stati Uniti nel 1863 i prezzi stavano salendo a causa della guerra. Io ero troppo giovane e ancora troppo estraneo al paese per comprendere il significato di queste cose. Ma quando venne la crisi del 1873, vidi tremare l’intera struttura industriale, scossa dalle forze della contrazione. I piccoli sindacati di allora vennero ridotti in polvere da una forza, operante su scala nazionale, che sembrava impossibile controllare. I nostri salari continuarono a diminuire fino al 1877, quando decidemmo di agire in modo drastico per stabilizzare le nostre condizioni. Seguì un periodo di lenta ricostruzione. Poi venne il panico del 1893, seguito da quello del 1897 e dalla depressione del 1921 e 1922.
In un paese grande e fertile come il nostro, con tanti operai volenterosi che cercano solo l’occasione di rendersi utili, i periodi di disoccupazione che si accompagnano, nel ciclo economico, alla depressione, mi sono sembrati un’inutile macchia sulle istituzioni americane, una minaccia ai nostri diritti al progresso, all’umanità, alla civiltà.
Quando il panico del 1893 si abbatté su di noi, io occupavo, all’interno del movimento operaio, una posizione di responsabilità, ed ero pertanto al corrente dei tentativi per risolvere i problemi del momento. A New York i disagi della disoccupazione erano sentiti in modo molto acuto.
Quando alla fine dell’estate del 1893 l’anormale livello della disoccupazione divenne preoccupante, scrissi al governatore Roswell P. Flower chiedendogli di convocare le camere in seduta straordinaria per discutere della disoccupazione e decidere misure assistenziali. Ma il governatore – un banchiere – non vide con favore il mio suggerimento, e il grande stato industriale di New York non mise a punto nessuna politica costruttiva con cui fronteggiare l’emergenza. [...]
Fabbriche e miniere erano là; utensili e macchinari erano pronti all’uso, le materie prime aspettavano di essere convertite in beni di pubblica utilità; gli operai reclamavano il lavoro e la possibilità di guadagnarsi da vivere, ma una qualche terribile forza arrestava l’industria cosicché uomini, donne e bambini dovevano soffrire la fame. Tutto ciò era brutalmente stupido.
A causa di questa situazione mi sentivo invaso da una profonda rabbia. Se si fosse trattato di una calamità naturale, di quello che viene chiamato una punizione divina, non ci sarebbe stata ragione di criticare, lamentarsi o protestare. Ma in un paese come il nostro, tanto ricco, quando larghe masse di cittadini erano costretti a soffrire la fame a causa della disoccupazione, la mia protesta non aveva limiti.
[...]
I principi di libertà politica che si sono sviluppati nella nostra repubblica si basano sull’uguaglianza politica. Se i diritti di un qualunque individuo vengono calpestati, egli ha il diritto di essere assistito da un avvocato. Ma, laddove le condizioni politiche si fanno sentire nella vita quotidiana di una persona, poniamo una volta, le condizioni economiche si faranno sentire cinquanta volte. Pertanto, per assicurare la giustizia economica, io ritengo che rimanga valido il principio del diritto di consultarsi con un esperto. In campo economico questo significa un rappresentante, esperto delle faccende in questione, scelto con l’approvazione del singolo individuo. Pertanto l’organizzazione economica degli operai è basilare. Questa organizzazione economica, oltre ad avere un compito difensivo, è libera di sviluppare altre funzioni costruttive, non appena sia stata accettata dalla classe dirigente, e i suoi rappresentanti siano stati ammessi a quelle conferenze dove si discutono i vari problemi che riguardano il loro lavoro. In questo modo è possibile utilizzare l’esperienza e le informazioni dei lavoratori, che possono essere raccolte e sistematizzate solo tramite l’organizzazione. [...]
Molte volte i membri del Comitato senatoriale sull’apparato giudiziario mi hanno rivolto questa domanda: “Mr. Gompers, cosa possiamo fare per risolvere il problema degli scioperi che significano, per tutti indistintamente, disagi e sofferenze?” Io ho dovuto rispondere, “Niente.” La mia risposta è stata interpretata come un’espressione della politica del lasciar fare. Ciò è assolutamente contrario al mio pensiero. La mia prima preoccupazione era quella di dire agli uomini politici di tener giù le mani, per preservare le istituzioni volontarie e le opportunità di azione individuale e di gruppo, e non pregiudicare la possibilità di affrontare i problemi nel modo che l’esperienza e le condizioni dell’industria indicano come il migliore. Con la stessa decisione mi sono opposto all’idea di sottoporre ai tribunali le decisioni di politica industriale. Ma per gli avvocati è difficile capire che la migliore giustizia umana si raggiunge con mezzi diversi da quelli politici. La giustizia economica nascerà dall’organizzazione di organismi economici, dall’accresciuto equilibrio dei rapporti economici, in armonia con i principi evolutisi con l’esperienza, la formulazione di concreti criteri scientifici e con lo sviluppo dei principi e delle funzioni di coordinamento dell’attività manageriale, basati sull’interesse per il comune benessere. Dove ci porterà questo sforzo nessuno può dirlo; ma di una cosa sono certo, che significa progresso in direzione di un mondo migliore. Anche se spesso sono insofferente delle ingiustizie attuali, non sono mai insofferente verso quello che talvolta sembra il lento progresso del movimento sindacale.
La mia pazienza si basa sulla valutazione dei fatti, non certo su una mancanza di idealismo e di sentimento. Mi sono reso conto che, dal momento che il movimento sindacale è un organismo vivente, la sua crescita deve venire dall’interno. Essa può essere aiutata, guidata, ma non forzata. Come una pianta può essere coltivata e potata, curata in ogni modo, ma non può essere costretta a crescere e a fiorire, così il movimento sindacale non può essere manovrato e considerato come un oggetto. [...]
Tutte le volte che è stata ottenuta una conquista, io l’ho rivendicata per i lavoratori organizzati. Tutto ciò che viene fatto a beneficio dei lavoratori io lo posso ascrivere al movimento operaio organizzato. [...]


Aris Accornero è professore ordinario di Sociologia Industriale presso la facoltà di Sociologia all’Università di Roma “La Sapienza”.

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