Samuel Gompers, (Londra, 1850, San Antonio-Texas, 1924) è stato
probabilmente il leader sindacale più osannato in patria e
più esecrato nel resto del mondo. Figlio di un sigaraio ebreo
olandese che aveva dovuto cercare lavoro in Inghilterra, sperimentò
l’esperienza dell’emigrazione quando la famiglia cercò
fortuna negli Stati Uniti, dove sbarcò ancora giovane. Come
scrive nell’autobiografia, passò dall’East Side
London all’East Side New York con un tragitto all’insegna
del proprio ceto sociale, quello del lavoratore di mestiere. Non era
un poveraccio, uno di quegli immigrati che non sanno bene la lingua:
alle scuole serali aveva perfino imparato qualcosa del Talmud. Infatti
trovò presto un buon impiego, che lo perfezionò nel
mestiere cui era già stato iniziato. Venne assunto presso la
manifattura di sigari di David Hirsch, esule socialista tedesco di
origine ebraica che impiegava una cinquantina di operai d’alta
qualifica, per lo più socialisti tedeschi. Gompers imparò
ad amare il proprio lavoro. “Mi beavo - scrive con orgoglio
- della destrezza e della sicurezza con cui riuscivo a far crescere
i sigari tra le mie dita senza sprecare una briciola di materiale”.
Dalla sua qualifica professionale Gompers mosse per una carriera di
organizzatore sindacale che lo portò a fondare nel 1886 e a
guidare in modo ferreo, per 40 anni, la più grande confederazione
dell’epoca, l’American Federation of Labor (oltre 4 milioni
di iscritti), godendo di notorietà e di prestigio a livello
mondiale.
Aristocrazia operaia
Sigarai, guantai, sarti, orefici avevano a New York organizzazioni
professionali assai coese, con significative presenze socialiste e
israelite. Quella prospera città conosceva il lusso grazie
a quegli immigrati istruiti e politicizzati, fuggiti dalle povertà
diffuse e, spesso, dai regimi illiberali dell’Europa settentrionale
e centrale (anche per questo il tedesco era allora la seconda lingua
parlata.). Gompers vanta appunto il passato professionale tipico delle
aristocrazie operaie che avevano fondato i movimenti dei lavoratori
e, benché invecchiato e contestato, riafferma l’importanza
che l’Associazione Internazionale dei Lavoratori fondata da
Karl Marx ebbe per lui a New York, dov’era stata trasferita
a causa della reazione in Europa; dedica anzi il libro al compagno
di lavoro che ne era stato il dirigente per la Scandinavia.
Tuttavia, nel crogiolo americano sembra che ogni cosa si ribalti.
Mentre quella origine sociale spinge Gompers a lesinare un riconoscimento
alle successive ondate di immigrati che, ignoranti o dequalificati,
venivano dall’Europa orientale e meridionale (“Quando
i boemi cominciarono ad arrivare a New York…”, scrive),
quel background culturale ne fa un acerrimo avversario degli ideali
socialisti che tanti lavoratori o emarginati si portavano dietro.
Il Nuovo Mondo stava costruendo il proprio eccezionalismo anche con
l’aiuto di Gompers: come per molti, la sua adesione all’America
era innanzitutto un voltare le spalle all’Europa. Pietro Bairati,
che curò la parziale traduzione di Settant’anni della
mia vita per i tipi di Feltrinelli, ha scritto che con questa americanizzazione
Gompers patrocinò “una sorta di redenzione sindacal-corporativa
del marxismo”.
In effetti, la sua morale professionale ricorda quella che nell’orizzonte
ottocentesco ha indotto Émile Durkheim a collegare l’ordine
dei mestieri all’ordine socialista.
Organizzare e negoziare
Autocratico, vanitoso, personaggio “di rara antipatia umana”
- così lo definì Bairati - Gompers fu un campione del
sindacalismo di mestiere, quel modello associativo che intravide a
Londra e che stabilizzò a New York. La sua autobiografia ne
è un po’ l’ideologia. Alcune fra le pagine migliori
sono dedicate all’attività organizzativa, che fu un caposaldo
del suo contributo (fu il primo leader sindacale pagato a tempo pieno,
in un’epoca in cui i colleghi di Washington rappresentavano
gli altri sindacalisti ogni volta che si poteva, per risparmiare le
spese di viaggio). Spiccano due tratti che parrebbero contraddittori:
un’attenzione rigorosa quasi teutonica per i risvolti istituzionali
tipici della tradizione nord-europea, e volontà di demarcazione
e di competizione invero esasperata, almeno agli occhi europei. Ma
per Gompers non v’era alcuna contraddizione fra il rispetto
delle forme democratiche interne all’organizzazione, e le spregiudicate
pratiche di affermazione esterna. La caccia alle adesioni e le dispute
sulla rappresentanza erano infatti spietate. Del resto, il padronato
e la magistratura osteggiavano con ogni mezzo gli scioperi e i sindacati,
il che spingeva i sindacalisti a sostenere gli scioperi e a contendersi
gli iscritti con ogni mezzo. Le ripercussioni che ciò ebbe
sui rapporti di lavoro negli Stati Uniti offrono a Gompers una ricca
episodica cui attinge per raccontare vertenze memorabili ed epiche
lotte: “all’ultimo sangue”, scrive.
Per lui, le relazioni industriali erano quindi improntate a un assioma:
il negoziato è uno scambio che sussiste quando l’imprenditore,
legittimando il sindacato, ottiene la collaborazione degli operai.
Tale posizione non configurava semplicemente un sindacalismo “pane
e burro” o “puro e semplice” (good trade-unionism)
- definizioni avallate da John Commons, cui si deve l’approccio
istituzionalista ai problemi del lavoro - bensì ciò
che Selig Perlman definì job consciousness, o coscienza del
posto.
L’industria e la politica
“L’industria - affermò Gompers - è più
potente della politica e troverà il modo di farsi servire”.
Il sindacato doveva essere autonomo da tutto meno che dal mercato,
giacché il mondo dell’economia era il mondo proprio al
lavoro, e il lavoratore era un cittadino soltanto fuori dal lavoro.
Quindi era per uno Stato minimo e contro l’arbitrato obbligatorio.
Del resto nessuno era riuscito a convincere la magistratura che la
legge sulle 8 ore, promulgata per iniziativa del presidente Johnson,
andava fatta applicare agli imprenditori, e Gompers stesso non era
riuscito a impedire che la legge Sherman, nata per combattere i trust,
venisse impiegata contro i sindacati…
Gompers non era tuttavia un apolitico, anzi. Durante la prima guerra
mondiale fu tra i protagonisti della mobilitazione industriale e le
trattative di pace lo portarono poi al tavolo di Versailles. Nel dopoguerra
si batté per l’amnistia a favore dei pacifisti (fra i
quali c’erano leader comunisti come Eugene Debs e William Foster),
e per il riconoscimento della contrattazione collettiva nazionale.
Ma la Conferenza industriale promossa nel 1919 dal presidente Wilson
fallì miseramente per la protervia degli imprenditori che –
denunciò Gompers – “vogliono soltanto spadroneggiare”.
Infatti volevano l’open shop per non dover trattare col sindacato
sui luoghi di lavoro (sciopero in atto proprio allora nel trust US
Steel fu definito dall’azienda un tentativo di “sovietizzare
l’industria dell’acciaio”). Ciò nonostante,
l’idea di un autogoverno industriale portò Gompers a
patrocinare quell’alleanza tecnocratica fra sindacalisti e manager
cui guardava Frederick W. Taylor quando sosteneva che lo Scientific
management era un bene per i lavoratori. Ma intanto l’Afl si
schierò con i benpensanti che volevano impedire ad ogni costo
le vivacissime lotte degli Industrial Workers of the World, costituiti
in realtà da lavoratori occasionali e migranti, privi di tutela
e di diritti. Il fatto è che la visione “corporata”
di Gompers era inadatta a fronteggiare il capitalismo del ‘900:
lo evidenzia la sua filosofia economica, dalla quale stralciamo alcuni
passi nella traduzione di Cristina Gioli.
Quando morì, era ormai alle porte anche negli Usa il sindacalismo
industriale, radicato nei settori anziché nei mestieri, che
nascerà negli anni ‘30 grazie al New Deal di Franklin
D. Roosevelt con le sembianze del Congress of Industrial Organizations.
La mia filosofia economica da Settant’anni della mia
vita
di Samuel Gompers
La prima teoria economica che mi venne sotto gli occhi sembrava fatta
apposta per non farmi nutrire un concetto troppo alto degli economisti.
Intuitivamente la mia mente rifiutò la ferrea legge dei salari,
l’immutabile legge della domanda e dell’offerta, ed altre
leggi, cosiddette “naturali”. Di fatto tali leggi non
avevano nessun rapporto con la natura né con le forze economiche,
e non erano leggi ma semplicemente teorie che cercavano di giustificare
le pratiche esistenti. Dovunque, coloro che dirigevano le industrie
cercavano di conseguire il controllo necessario ai loro scopi. Coloro
che non partecipavano alle scelte di politica economica venivano trattati
come prede industriali. Io trovavo rivoltante che degli esseri umani
venissero usati senza alcuna considerazione per i loro bisogni e per
le loro aspirazioni di individui. Io amo la gente, e mi sento ribollire
il sangue quando la vedo trattata ingiustamente o costretta a rinunciare
alla libertà che le compete. Visto che il controllo detenuto
dai capitalisti si basava sulla superiorità economica, secondo
me non c’era ragione perché anche gli operai non potessero
mobilitarsi e, come contromossa, controllare il loro potere economico.
La forza di una organizzazione economica di tal genere avrebbe costituito
una barriera protettiva contro l’arbitrio di quei padroni che
non riuscivano a capire che coloro che prestavano il loro lavoro nell’industria
erano esseri umani, e avrebbe reso possibile lo sviluppo di metodi
costruttivi.
L’organizzazione dei lavoratori mise insieme un potere economico
in grado di imporre il dovuto riconoscimento degli interessi delle
persone in gioco. Se il padrone si rifiutava di riconoscere i bisogni
degli operai, ne nasceva un conflitto di forze. Finché non
si arriva al riconoscimento dei reciproci diritti, il movimento sindacale
è necessariamente un movimento militante, poiché, come
ho spesso citato, “L’eterna vigilanza è il prezzo
della libertà”. Sapendo quanto dipendeva dalla decisione
e dalla costante efficienza della nostra forza economica organizzata,
io ho diligentemente vigilato contro ogni mossa intesa a frenare o
limitare l’azione economica.
Secondo me, lo spirito della militanza esprime la costante dedizione
ad una nobile causa. Io mi sono sempre espresso contro l’assunzione
di responsabilità che potessero indicare nel movimento operaio
scopi diversi da quelli puramente umanitari. In molte occasioni, per
cause in se stesse valide, il movimento operaio avrebbe potuto essere
d’aiuto ma io ho sempre voluto che il movimento sindacale americano
mantenesse il suo carattere di crociata per la giustizia. Conosco
il mondo e lo amo, e so anche che lo sforzo per assicurare giustizia
al paria deve essere una lotta. Inoltre mi tengo sempre pronto a combattere,
mentalmente e spiritualmente. I miei nemici dicono che so incassare
i colpi oltre che darli. Non mi arrendo mai, e non esito ad attaccare
chiunque faccia proposte contrarie alla libertà degli operai.
Ho combattuto molte battaglie per sostenere i principi delle istituzioni
volontarie.
La mia incrollabile fedeltà ai principi del volontarismo riflette
la mia avversione per ogni teoria di fatalismo economico. Dopo molti
anni di studio, di osservazione, di lavoro, mi sono convinto che l’organizzazione
economica si deve basare sulla conoscenza di tutti i fattori che compongono
la produzione – materiali, energia e lavoro umano – e
che la ricerca è l’unico modo per arrivare ad una maggiore
informazione scientifica. L’esperienza mi ha mostrato la potenza
dell’informazione nella direzione dello sviluppo economico.
Io l’ho visto formarsi questo bagaglio di informazioni.
Durante il corso della mia vita c’è stata una serie di
periodi nell’industria, caratterizzati da panico, depressione
negli affari, vasta disoccupazione, seguiti poi da un periodo di recupero
che lentamente portava ad un ritorno di “prosperità”,
a salari migliori e alla piena occupazione. Il periodo di depressione
veniva spesso definito un periodo di sovrapproduzione, mentre in realtà
era un periodo di riduzione dei consumi per la gente che conoscevo,
un periodo di grosse difficoltà. Quando arrivai negli Stati
Uniti nel 1863 i prezzi stavano salendo a causa della guerra. Io ero
troppo giovane e ancora troppo estraneo al paese per comprendere il
significato di queste cose. Ma quando venne la crisi del 1873, vidi
tremare l’intera struttura industriale, scossa dalle forze della
contrazione. I piccoli sindacati di allora vennero ridotti in polvere
da una forza, operante su scala nazionale, che sembrava impossibile
controllare. I nostri salari continuarono a diminuire fino al 1877,
quando decidemmo di agire in modo drastico per stabilizzare le nostre
condizioni. Seguì un periodo di lenta ricostruzione. Poi venne
il panico del 1893, seguito da quello del 1897 e dalla depressione
del 1921 e 1922.
In un paese grande e fertile come il nostro, con tanti operai volenterosi
che cercano solo l’occasione di rendersi utili, i periodi di
disoccupazione che si accompagnano, nel ciclo economico, alla depressione,
mi sono sembrati un’inutile macchia sulle istituzioni americane,
una minaccia ai nostri diritti al progresso, all’umanità,
alla civiltà.
Quando il panico del 1893 si abbatté su di noi, io occupavo,
all’interno del movimento operaio, una posizione di responsabilità,
ed ero pertanto al corrente dei tentativi per risolvere i problemi
del momento. A New York i disagi della disoccupazione erano sentiti
in modo molto acuto.
Quando alla fine dell’estate del 1893 l’anormale livello
della disoccupazione divenne preoccupante, scrissi al governatore
Roswell P. Flower chiedendogli di convocare le camere in seduta straordinaria
per discutere della disoccupazione e decidere misure assistenziali.
Ma il governatore – un banchiere – non vide con favore
il mio suggerimento, e il grande stato industriale di New York non
mise a punto nessuna politica costruttiva con cui fronteggiare l’emergenza.
[...]
Fabbriche e miniere erano là; utensili e macchinari erano pronti
all’uso, le materie prime aspettavano di essere convertite in
beni di pubblica utilità; gli operai reclamavano il lavoro
e la possibilità di guadagnarsi da vivere, ma una qualche terribile
forza arrestava l’industria cosicché uomini, donne e
bambini dovevano soffrire la fame. Tutto ciò era brutalmente
stupido.
A causa di questa situazione mi sentivo invaso da una profonda rabbia.
Se si fosse trattato di una calamità naturale, di quello che
viene chiamato una punizione divina, non ci sarebbe stata ragione
di criticare, lamentarsi o protestare. Ma in un paese come il nostro,
tanto ricco, quando larghe masse di cittadini erano costretti a soffrire
la fame a causa della disoccupazione, la mia protesta non aveva limiti.
[...]
I principi di libertà politica che si sono sviluppati nella
nostra repubblica si basano sull’uguaglianza politica. Se i
diritti di un qualunque individuo vengono calpestati, egli ha il diritto
di essere assistito da un avvocato. Ma, laddove le condizioni politiche
si fanno sentire nella vita quotidiana di una persona, poniamo una
volta, le condizioni economiche si faranno sentire cinquanta volte.
Pertanto, per assicurare la giustizia economica, io ritengo che rimanga
valido il principio del diritto di consultarsi con un esperto. In
campo economico questo significa un rappresentante, esperto delle
faccende in questione, scelto con l’approvazione del singolo
individuo. Pertanto l’organizzazione economica degli operai
è basilare. Questa organizzazione economica, oltre ad avere
un compito difensivo, è libera di sviluppare altre funzioni
costruttive, non appena sia stata accettata dalla classe dirigente,
e i suoi rappresentanti siano stati ammessi a quelle conferenze dove
si discutono i vari problemi che riguardano il loro lavoro. In questo
modo è possibile utilizzare l’esperienza e le informazioni
dei lavoratori, che possono essere raccolte e sistematizzate solo
tramite l’organizzazione. [...]
Molte volte i membri del Comitato senatoriale sull’apparato
giudiziario mi hanno rivolto questa domanda: “Mr. Gompers, cosa
possiamo fare per risolvere il problema degli scioperi che significano,
per tutti indistintamente, disagi e sofferenze?” Io ho dovuto
rispondere, “Niente.” La mia risposta è stata interpretata
come un’espressione della politica del lasciar fare. Ciò
è assolutamente contrario al mio pensiero. La mia prima preoccupazione
era quella di dire agli uomini politici di tener giù le mani,
per preservare le istituzioni volontarie e le opportunità di
azione individuale e di gruppo, e non pregiudicare la possibilità
di affrontare i problemi nel modo che l’esperienza e le condizioni
dell’industria indicano come il migliore. Con la stessa decisione
mi sono opposto all’idea di sottoporre ai tribunali le decisioni
di politica industriale. Ma per gli avvocati è difficile capire
che la migliore giustizia umana si raggiunge con mezzi diversi da
quelli politici. La giustizia economica nascerà dall’organizzazione
di organismi economici, dall’accresciuto equilibrio dei rapporti
economici, in armonia con i principi evolutisi con l’esperienza,
la formulazione di concreti criteri scientifici e con lo sviluppo
dei principi e delle funzioni di coordinamento dell’attività
manageriale, basati sull’interesse per il comune benessere.
Dove ci porterà questo sforzo nessuno può dirlo; ma
di una cosa sono certo, che significa progresso in direzione di un
mondo migliore. Anche se spesso sono insofferente delle ingiustizie
attuali, non sono mai insofferente verso quello che talvolta sembra
il lento progresso del movimento sindacale.
La mia pazienza si basa sulla valutazione dei fatti, non certo su
una mancanza di idealismo e di sentimento. Mi sono reso conto che,
dal momento che il movimento sindacale è un organismo vivente,
la sua crescita deve venire dall’interno. Essa può essere
aiutata, guidata, ma non forzata. Come una pianta può essere
coltivata e potata, curata in ogni modo, ma non può essere
costretta a crescere e a fiorire, così il movimento sindacale
non può essere manovrato e considerato come un oggetto. [...]
Tutte le volte che è stata ottenuta una conquista, io l’ho
rivendicata per i lavoratori organizzati. Tutto ciò che viene
fatto a beneficio dei lavoratori io lo posso ascrivere al movimento
operaio organizzato. [...]
Aris Accornero è professore ordinario di Sociologia Industriale
presso la facoltà di Sociologia all’Università
di Roma “La Sapienza”.