S3Studium
    Numero 16
 

I miei danni alla Fiat…
Andrea Aparo

Quando un’azienda si incarta nella burocrazia, quando i miti degenerano in riti, anche la creatività si eclissa e i bilanci vanno in rosso. Inesorabilmente

 



Centro di Formazione Alte Direzioni FIAT di Marentino. Altresì chiamato dai vertici aziendali “Marenthausen”, circondato com’è da reti metalliche e filo spinato. LA sicurezza dice che sono dispositivi anti-intrusione. Chi c’è stato dice che sono anti-evasione. Aula Magna ad anfiteatro. Diligentemente seduti un paio di centinaia di Direttori di Alto Bordo del Gruppo FIAT: Sostanzialmente tutti uguali. Vestito grigio di buona fattura. Cravatta discreta, Camicia azzurrina. I più sportivi sono in Blazer blu e pantaloni grigio scuro. Atmosfera delle grandi occasioni. Silenzio totale.
L’Avvocato si alza dal suo posto in prima fila e sale sul podio. Appoggia le mani al leggio. Guarda i suoi uomini.
“Signori”, dice, “in questa azienda tutti sono utili ma nessuno è indispensabile.“
Pausa. Tutti sanno cosa sta per dire. Sta finendo un’era.
“Desidero salutare l’Ingegner Ghidella che da oggi lascia l’Azienda”.
Lo dice calcando la z, come sempre.
L’ingegnere Ghidella si alza, saluta l’Avvocato, prende la parola per ringraziare della collaborazione, scende dal podio e nel silenzio totale si avvia verso l’uscita. Solo. Nel silenzio. Non un applauso. Non uno di quelli che lui aveva contribuito a fare diventare Direttori si alza per ringraziarlo.
Signori, questa è la FiAT.

La porta si chiude alle spalle di Ghidella. Nello stesso istante un’altra porta si chiude dietro alla FIAT: quella di un un’epoca. Quella dove la FIAT aveva come interesse primario progettare, costruire, vendere, fare automobili.
Il combattimento fra Ghidella e Romiti termina con la vittoria di Romiti e della logica finanziaria. L’importante è crescere diversificando, acquisendo partecipazioni in quanti più settori possibili, soprattutto in Italia, così da essere potenti a tutti i livelli: sociale, economico e soprattutto politico.
Troppo facile oggi, a quasi venti anni da quel giorno, mettersi a fare dietrologia più o meno spinta per capire perché una grande impresa come la FIAT si trova ad annaspare, cercare le colpe di questo o dell’altro, imputare al contesto l’insuccesso delle strategie intese. C’è chi dice che il primo sbaglio lo ha fato proprio Ghidella, accettando la singolare tenzone con Romiti. Dicono che se avesse venduto quel capolavoro della Uno ad un prezzo più basso di quanto venne fissato, avrebbe potuto comunque macinare utili importanti ed evitare che altri costruttori entrassero in quel settore di mercato, di fatto inventato, creato con la Uno. Però Ghidella doveva fare vedere alla proprietà che l’auto faceva soldi, tanti soldi. E allora il prezzo venne fissato più in alto, la cassa così generata veniva portata a Corso Marconi, sede all’epoca della Capogruppo, invece di tenere i soldini in Corso Agnelli, sede della Fiat Auto, per essere reinvestiti in nuovi prodotti, nuove tecnologie, miglioramento della rete, rafforzamento delle relazioni con i fornitori di primo livello, ammodernamento degli stabilimenti, eccetera, eccetera…
Di certo nessuno è innocente. Quando si lavora in posizioni dirigenziali per un’azienda, nessuno, mai, si può chiamare fuori. Non si può dire “Io non sono d’accordo” e rimanere tranquillamente seduti alla propria scrivania e soprattutto intascare ogni mese il pingue stipendio. Se non si è d’accordo, si presentano le proprie dimissioni. Facile a dirsi, difficile a farsi quando lavori per la Fiat.
Esiste la leggenda della “Lista Nera”, detta anche la “Lista degli Intoccabili”. Pare che la Fiat sia fra i maggiori clienti in Italia dei cacciatori di teste. Da questa sua posizione dominante, la leggenda dice che fornisce ai suddetti Cacciatori una lista di dirigenti o manager qual dir si voglia, a cui non è concesso presentare offerte di lavoro presso altre aziende o organizzazioni. Sono i servi della gleba di alto bordo della Fiat. Vuoi andartene? Prego, accomodati… Però lo fai sapendo che la probabilità di trovare un altro lavoro è bassa, molto bassa. Se proprio non ne puoi più, l’unica cosa da fare è emigrare. Certo, un’emigrazione di lusso. Comunque però te ne devi andare all’estero. In Italia non è che non ti vogliono. Anzi. Però nessuno osa mettersi contro la Fiat.
Così finisce che diventa prevalente la logica del: “Va bin pareil”. Tradotto in italiano: “Va bene così”. Già. Va sempre bene così. Dicono che sia una caratteristica piemontese. L’importante è non cambiare. Tradizionalismo sabauda? Amore delle gerarchie militari su cui si basava l’antico regno?
Comunque, sia è uno dei motti taciti della Fiat, come ben sottolineò l’Ing. Michellone, all’epoca responsabile del Cnetro Ricerche Fiat, quando fece confezionare una serie speciale di Post-It, quei foglietti gialli autoadesivi, che riportavano queste frasi di saggezza e catastrofe Fiat. Perché “Va bin pareil” è la risposta canonica che si riceve quando si propongono novità ed innovazioni, non importa se riguardano il prodotto, i processi, l’organizzazione, la distribuzione o – altra parola di lessico familiare aziendale – “quant’altro”. Il tipico dialogo è più o meno quello che segue. Da un lato innovatore entusiasta. Dall’altro dirigente decisore, non necessariamente con il controllo del cordone della borsa:
“Si può mettere nell’automobile un tettuccio apribile ricoperto di celle fotovoltaiche. Quando si lascia la macchina al sole, la corrente elettrica prodotta fa girare la ventola dell’impianto di aerazione della vettura (tutte le automobili a Torino si chiamano “vetture”) così che l’abitacolo non si surriscalda”.
“No, non se ne parla”.
“Ma perché?”
“Perché va bin parej”. (Perché va bene così)
“Ma perché va bin parej?” (Ma perché va bene così)
“Perché l’uma sempre fait parej”. (Perché abbiamo sempre fatto così)
“Ma perché l’uma sempre fait parej?” (Ma perché abbiamo sempre fatto così)
“Perché va bin parej!” (Perché va bene così)
A questo punto o si uccide l’interlocutore, o ci ci si dimette, o si lascia perdere. Di solito si lascia perdere. Ci si dà una calmata. Ci si siede confortevolmente e si entra di diritto nel club dei “Bugia Nen”, ovvero di quelli che non si muovono.
Per troppi anni, troppe persone, troppe volte, hanno lasciato perdere. Per rispetto dell’autorità, della gerarchia, delle leggende Fiat. Già. Le leggende Fiat. I sacerdoti e numi tutelari sono i grandi personaggi della Direzione del Personale. Hanno tentato di chiamarla Direzione Risorse Umane. Nulla da fare. I salariati Fiat non sono risorse: trattasi di personale.
C’era una volta… Corso Agnelli. La cosiddetta “Palazzina”, ovvero gli uffici della Fiat Auto. Architettura dell’era fascista. Suoni ovattati. Un odore di antico, di chiuso. Corridoi interminabili su cui si affacciano porte di legno massello con inserti di vetro opaco. Tutte rigorosamente chiuse. Sempre. Accanto alla porta una targhetta. Sulla targhetta non ci sono nomi. Solo un codice: E27, B12…. La lettera corrisponde al piano. Il numero al progressivo della stanza. Ci fu chi osò l’inosabile…. Chiese gentilmente di avere il suo nome sulla targhetta. Così chi lo cercava non si perdeva nei meandri del palazzo, anzi palazzina. “No”, gli venne risposto. “Perché” chiese lui. La risposta già la sapete: “Perché va bin parej”. Solo che a lui non andava bin parej. Avendo notevoli capacità di coordinamento motorio, armato di una piccola chiave a brugola, svita la targhetta, ci mette il suo nome e – cosa mai vista o pensata – quella del suo angelo custode, ovvero segretaria ed assistente, rimonta il tutto e aspetta di vedere l’effetto che fa.
Poche ore dopo, rientrando dall’intervallo di colazione, davanti alla porta del suo ufficio, piano E, c’è un assembramento di persone che vocifera in modo eccitato. Il motivo? Semplice: C’è una targhetta con il nome… “Chi avrà mai osato? Come avrà fatto?” si chiedono i presenti.
“Semplice”, spiega l’eroe della storia, “basta una chiavetta a brugola ed un pezzetto di carta”. Poco dopo piomba in ufficio La Responsabile dell’Amministrazione dei Dirigenti di Sede, imponente signora dal notevole chignon che, in modo poco garbato, ingiunge il ripristino della targhetta alle condizioni iniziali perché non è consentito apporre il proprio nominativo.
“Non ci penso proprio”, dice l’eroe, “fatelo voi. Io poi rismonto il tutto e ci rimetto il mio nome. Non sono una sigla e voglio vedere il regolamento dove è scritto che non si può avere il proprio nome sulla porta”. Minacciando rappresaglie il feroce rappresentante se ne va. Nulla accade però. Passano i mesi.
Al ritorno della pausa estiva, leggi vacanze obbligatorie di Agosto, il nome non c’è più. Ricompare la micidiale sigla. Non si saprà mai chi è stato. La versione ufficiale racconta che sono stati gli addetti alla tinteggiatura del corridoio. Per lavorare hanno smontato tutte le targhette, nel rimetterle a posto il nome si è smarrito….
Da questo breve racconto si deduce che: 1. non possiede chiavi a brugola; 2. la Direzione del Personale non è mai riuscita a trovare il regolamento che imponeva le sigle. Inconvenienti di una cultura forte e molto, molto malata; 3. la colpa è sempre dell’operaio di turno.
L’eroe, che è duro a morire, ha trovato una spiegazione, forse un’altra leggenda nella leggenda. I nomi dei dirigenti vengono tolti dalle porte all’epoca del Terrorismo. Ce n’è motivo. I direttori Fiat vengono uccisi, azzoppati, minacciati. Per la loro sicurezza si eliminano i loro nomi dalle porte. Come troppo spesso accade in Fiat, quella che era una valida ragione, diventa con il tempo, un’ulteriore, inutile, zavorra.
No, non sono stati fatti degli sbagli. Anzi. Il comportamento dei vertici aziendali è sempre stato assolutamente professionale. Hanno lavorato tutti di concerto per ottenere i risultati che erano stati loro richiesti. Peccato che in questi risultati non era prevista la soddisfazione del cliente, l’accordo con la rete di distribuzione, il placet dei fornitori. Come disse una volta il “Dottore”: Lo scopo dell’azienda è fare profitto!”. Dimostrando di capire poco di strategie e di organizzazioni.
Ciò che è accaduto è molto più semplice e banale. E’ finito un amore. Anzi due. Quello che legava l’azienda al suo prodotto principale: l’auto; e quello che la legava al suo mercato principale: l’Italia.
C’era una volta quando dire che si lavorava alla FIAT era motivo di orgoglio. Quando si era fieri di dire che si era stati un Allievo FIAT, della scuola di formazione della FIAT. Quando l’azienda era molto, molto più avanti del Paese. C’erano asili nido, agevolazioni all’acquisto della casa, assistenza agli anziani, c’era l’assistenza malattia. Certo, ci sono stati anni in cui tutto ciò è stato visto come bieco paternalismo aziendale per sfruttare meglio le masse popolari… Rimane però valida la constatazione che lavorare in FIAT era meglio che lavorare altrove. Una volta.
C’era una volta un’azienda che era innamorata del suo prodotto. E si vedeva. Era capace di innovare, di inventare nuovi prodotti. Per il piacere di farlo, sapendo che si andava ad offrire al mercato – anni dopo lo si è chiamato il cliente – un prodotto di valore, capace di fare sognare al punto che il cliente creava la denominazione, vedi la Topolino. Se si facesse un’indagine statistica su quanti italiani hanno imparato a guidare su una FIAT, si rischia il plebiscito.
C’era una volta in cui ciò che contava era la logica industriale. Fare bene un prodotto nuovo ed innovativo ad un prezzo accettabile. Idee forse non abbastanza esoteriche per affascinare. Peccato che sono le uniche che contano. Il paradosso è che erano in vigore quando il mercato lo controllava il venditore, ovvero quando non erano così importanti, e sono cadute in disgrazia quando il mercato è diventato dell'acquirente, ovvero quando erano indispensabili.
C’era una volta quando la Fiat produceva dalla 500 alla 2300 sei cilindri. Berline, spider, coupè, berline, familiari, fuoristrada. Una gamma completa. Bella. Fino a pochi anni fa‘ cera poca roba in catalogo. La Croma non è stata rinnovata. Dire chela Marea è bella è alquanto audace. Si salva la familiare. Ricordate le Lancia regine dei Rallies? Solo da poco si è rivitalizzato il marchio Alfa. Certo, oggi la gamma prodotto è più estesa, comunque incompleta: manca la fuoristrada, mancano motori importanti, come il diesel da tre litri.
Sbaglia chi afferma che la Fiat non sa più fare automobili. Sa innovare e come. Basti pensare al Common Rail, la tecnologia che ha di fatto innovato drasticamente il motore diesel. Invenzione Fiat. Non ha avuto il coraggio, la voglia, i quattrini, le competenze, o una combinazione di questi fattori, di industrializzarla. Ha preferito darla in licenza alla Bosch…
Insomma, come sempre accade quando si ha a che fare con un soggetto dal grande fascino e lunga storia, di bellezza passata e non trascorsa, non si può non amare la Fiat. Soprattutto se l’hai vissuta dall’interno. Troppo facile oggi sparare sul pianista. Troppo facile criticare. Se la Fiat non mi inganna, ci si rimbocca le maniche e ancora una volta si esce dal pantano. E’ già successo, accadrà ancora. Fare impresa vuol dire semplicemente questo: non mollare quando va male e non eccitarsi quando va bene.
Va bin pareil…



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