Bush: forza o chiacchiere
Questa nota è stata scritta a metà settembre 2002, ed
è ispirata dall’intervento del presidente degli Stati
Uniti all’ONU, una istituzione abitualmente bollata come superata
e costosa. La sua improvvisata rilegittimazione da parte di Bush junior
aveva lo scopo di ottenere il benestare internazionale per l’attacco
all’Iraq. Ebbe infatti breve durata, il tempo intercorso tra
la dichiarata disponibilità irachena ad accettare gli ispettori
dell’ONU, la reazione positiva dell’ONU e la sprezzante
reazione di Bush: “E’ venuto il momento di stabilire se
sono le Nazioni Unite o la Lega delle Nazioni. È ora di capire
se sono una forza del bene e della pace, oppure un’inutile società
delle chiacchiere. Il Consiglio di Sicurezza deve fare i conti con
Saddam e non farsi prendere in giro”.
E del resto i media non avevano mai smesso di descrivere gli scenari
della terza “guerra intelligente”, dopo quelle del Kosovo
e dell’Afganistan, e di disegnare l’Iraq del dopo Saddam.
Il figlio non avrebbe commesso l’errore del padre, il quale,
alla fine della guerra del Golfo, lasciò il raìs incolume
con le mani libere sulla ricchezza dell’Iraq, il secondo produttore
mondiale di petrolio.
Nel decennio trascorso da quell’errore, molti sono stati i cambiamenti
nelle relazioni internazionali. Il più rilevante è che
gli Stati Uniti si sono immedesimati nel ruolo di unica grande potenza
senza più equivoci ideologici. Il new order di Bush senior,
il new wilsonism di Clinton appaiono ormai giochi preliminari all’identificazione
di sé come lo stato-nazione senza pari nella storia. Gli echi
sono nell’annoso dibattito tra intellettuali e politici sull’eccezionalismo
del paese.
Fukuyama: ideali e interessi
Nell’articolo dell’undici settembre 2002 sul Washington
Post, Frances Fukuyama aveva ripetuto che “gli Americani sono
convinti che le loro istituzioni democratiche abbiano una speciale
legittimazione e credono veramente che esse siano l’incarnazione
di valori universali che hanno un significato universale per tutta
l’umanità. Ciò li induce a un coinvolgimento idealistico
negli affari del mondo, ma anche a una tendenza a confondere il proprio
interesse nazionale con quello universale”.
E così anche Henry Kissinger, con una punta di rimprovero su
Los Angeles Times del 15 settembre 2002: “L’America non
si è mai considerata una nazione tra tante, ma si sente investita
di una causa universale, che identifica la diffusione della libertà
e della democrazia come le chiavi della pace. La politica estera americana
si trova più a suo agio con le categorie del bene e del male
che con i calcoli di interesse nazionale cari alla diplomazia europea”.
Bulding democracy e big bussiness
Sulla base delle 33 pagine della “dottrina” Bush, il documento
per il Congresso, pubblicato dal New York Tymes il 20 settembre, che
esplicita la strategia del presidente, l’America di oggi non
si merita più un tale rimprovero. Oggi il suo eccezionalismo
significa una capacità strategico-militare eccezionale che
alimenta una eccezionale volontà politica di fare dell’interesse
nazionale Usa il motore del mondo. E l’interesse nazionale sta
nel big business non nel building democracy dell’ideologia corrente
durante la guerra fredda e negli anni di Clinton, quella sintetizzata
nelle parole di Fukuyama e di tutti coloro che nelle aule delle università,
sulle pagine delle riviste e dei libri, nei talk show, hanno diffuso
l’immagine del più potente stato del mondo che andava
su e giù nel pianeta per renderlo simile a sé e dunque
migliore.
Le recentissime piccole guerre contro piccoli paesi “cattivi”
ci hanno liberato di quella immagine. Come effetto collaterale di
quelle guerre il risultato va salutato con entusiasmo.
Bambini e petrolio
Senza più l’ideologia dell’America naturalmente
diversa dagli altri paesi, del grande fratello di là dal mare,
nato dopo di noi ma cresciuto meglio di noi, noi europei potremo rivendicare
le nostre diversità senza più complessi. Per esempio
potremo essere meno reticenti sul fatto che dopo mille anni di guerre
col marchio europeo, ne siamo finalmente stanchi e preferiamo la mediazione,
i compromessi, il dialogo.
Siamo anche stanchi dell’ipocrisia di Bush junior, il quale
il 16 settembre 2002, in un comizio elettorale nell’Iowa, ha
dato quattro settimane di tempo all’ONU per premere sull’Iraq
e ha dichiarato che “bisogna fare i conti con questo tiranno:
per il bene dei nostri figli, dei nostri nipoti, e dei bambini di
tutto il mondo”. E intanto, in contemporanea, il Washington
Post era uscito con un servizio dove i leader dell’opposizione
irachena anticipavano che “il rovesciamento di Saddam sarebbe
una manna per le compagnie petrolifere americane, da molto tempo bandite
dall’Iraq, e sarebbe la fine degli accordi tra Bagdad e la Russia,
la Francia e altri paesi tra cui l’Italia”. E l’ex
direttore della Cia James Woolsey, lui sì senza un filo d’ipocrisia,
metteva i puntini sugli i: ”i paesi che possiedono diritto di
veto all’ONU, hanno già firmato contratti per il greggio
iracheno. Bisogna spiegare che, se ci aiutano, faremo del nostro meglio
affinché il nuovo governo e le nostre compagnie petrolifere
collaborino con loro. In caso contrario, no”.
Disaccordo USA-UE
È questo il linguaggio che preferiamo perché rispecchia
la realtà di una contrapposizione tra l’Unione Europea
e la leadership americana. Il dissenso ha cause prevalentemente economiche
come per l’euro e i dazi sull’acciaio e ovviamente il
petrolio. Sull’Economist del 20 settembre 2002, vi era una franca
analisi sulle difficoltà europee e arabe per il crescente controllo
americano degli stati produttori di petrolio, dalle repubbliche dell’Asia
ex sovietica al Medio-Oriente. E la guerra irachena era inserita nelle
strategie di mercato dei businessmen del petrolio.
Quanto poi ad altri motivi di disaccordo tra europei e americani,
pesano le politiche in difesa dell’ambiente e il rigetto del
tribunale internazionale per i cittadini americani, la pena di morte,
la difesa dei diritti umani, Guantanamo. Più in generale, sono
calate le disponibilità degli altri paesi, non solo dell’Europa,
ad accettare le iniziative americane come insindacabili. Si è
indebolito il pregiudizio favorevole al paese, che pure era così
ampio nel Novecento.
Per gli europei la svolta risale alla guerra del Kosovo di due anni
fa. C’era ancora Clinton, il quale era persino invitato ai seminari
“sulla terza via” dei leader socialdemocratici europei,
all’epoca al governo in Francia, Germania, Italia. Il segretario
di stato di Clinton era la signora Madeleine Albright e fu lei a decidere
e condurre la sua guerra quasi privata contro la Jugoslavia, senza
prendere in considerazione il punto di vista europeo né prima
né durante il conflitto. Disprezzo e sarcasmo era quello che
ci meritavamo per non essere stati in grado di liberarci dell’ultimo
comunista al potere su suolo europeo. Per farlo era stato necessario
mandare l’esercito della Nato e dell’America. Il precedente
del Kosovo è importante perché, dopo il trattato di
Westfalia, è stata la prima guerra sferrata contro uno stato
sovrano senza dichiararla; e perché, dopo la fine dell’Urss,
ha avuto l’effetto di risvegliare l’unilateralismo made
in Usa; e perché, infine, la marginalità europea è
emersa con sin troppa evidenza.
Risentimento e impotenza
Per noi europei la guerra del Kosovo sa ancora di umiliazione e risentimento.
Tuttavia, dopo due anni, Bruxelles non é stata ancora capace
di far maturare un’adeguata, comune strategia di risposta. Le
prime timide iniziative per la costituzione di un esercito comune
europeo si sono arenate dopo l’undici settembre 2001. E il successivo
rimescolamento nelle relazioni internazionali ha avuto effetti che
ci hanno pesantemente riguardato come la caduta verticale dell’interesse
americano per l’Europa, e un più nitido comportamento
da grande potenza da parte degli Usa. Infatti la guerra contro i taleban
ha avuto le medesime caratteristiche di quella del Kosovo. Sono cambiati
solo gli obiettivi delle bombe intelligenti: caverne e villaggi tribali
invece dei ponti secolari sul Danubio e di un’antica città
europea. Ma a decidere dove, come e perché sganciare le bombe
gli americani hanno voluto essere soli e sovrani.
È una sovranità da super potenza senza rivali, alleati,
amici, che contempla solo clientes. E non tollera una parola di critica.
Milosevic, Osama e i taleban, Saddam Hussein furono nel passato creature
o riferimenti privilegiati della politica Usa di contenimento dei
suoi nemici dell’epoca. Sono informazioni che si possono leggere
persino sui quotidiani americani. Ma intanto quale leader europeo
si sente oggi in grado di chiederne conto alla Casa Bianca?
Fa certo da freno la nostra marginalità, ribadita dagli uomini
di Bush con asprezza in più di un’occasione. D’altra
parte è proprio perché non siamo più indispensabili
agli equilibri strategici Usa che possiamo ritagliarci una posizione
di autonomia. Conviene farlo perché siamo una grande potenza
economica con interessi in una gran parte del mondo. Una potenza che,
per motivi storici e culturali, ha rinunciato a darsi il corrispondente
tradizionale apparato di difesa militare ma che ha forti interessi
economici da tutelare. Una potenza che si trova a fronteggiare la
super potenza, tale perché si è dotata di una macchina
bellica senza pari e la usa: politicamente, concretamente e sempre
più spregiudicatamente. La “dottrina Bush” non
lascia ombra di dubbio.
Il confronto tra Unione Europea e Stati Uniti è appena agli
inizi, gli americani ne scrivono e parlano apertamente, gli europei
sono molto più riservati.
Siamo ancora irriconoscenti?
A distanza di oltre mezzo secolo, l’accusa di irriconoscenza
ha ancora qualche effetto su di noi. Ma se l’attacco all’Iraq
andrà avanti e il business americano conquisterà il
controllo di un territorio che va dalla Romania a Gerusalemme, e lo
otterrà per iniziativa di tre anziani imprenditori della old
economy, entrati alla Casa Bianca con il rango di vice presidente,
di ministro della difesa e di ministro del tesoro, allora noi europei
finiremo per accettare il confronto per quello che è. Una contesa
sulle risorse energetiche, sui mercati, sui flussi finanziari, dove
non contano il bene e il male, i meriti e le colpe del passato. Da
una parte c’è l’interesse nazionale della super
potenza e dall’altra le esigenze degli altri paesi, a cominciare
dall’Unione Europea.
Le dissonanze non sono più limitate al protezionismo degli
americani per questo o per quel loro prodotto, tanto in contraddizione
con le loro belle parole sulla globalizzazione, ma si allargano a
un protezionismo dell’interesse nazionale americano nel suo
complesso. È una prospettiva che potrebbe contenere in sé
il ridimensionamento dell’ONU, della Banca mondiale, del Fondo
monetario internazionale, tutte istituzioni nate dopo la seconda guerra
mondiale per assicurare una gestione multilaterale dei problemi internazionali.
O clientes, o nemici?
Il 23 settembre 2002 BusinessWeek, il più diffuso settimanale
della comunità d’affari statunitense, spiegava: “Chiamalo
unilateralismo, pax americana, o anche imperialismo compassionevole.
Dietro al cambio di regime in Iraq e alle battaglie contro il terrorismo
c’è il tentativo del Presidente Bush e di alcuni membri
della sua Amministrazione di dare una svolta radicale alla politica
estera Usa. Essi la chiamano una libertà d’azione unilaterale
che non tiene conto delle regole dell’ordine politico internazionale”.
E l’editoriale proseguiva preoccupato per le implicazioni politiche
ed economiche di una tale svolta.
Secondo il documento di Bush, si tratta di un “distinctly American
internationalism”, e ha di mira “coloro che odiano gli
Stati Uniti”. Gli europei sono clientes o nemici?
Rita Di Leo insegna Politica Comparata presso l’Università
“La Sapienza” di Roma.