S3Studium
    Numero 16
 

The National Interest
Rita di Leo

Dopo l’11 settembre, l’America, che identificava il proprio interesse nazionale con quello universale, e che si auto-interpretava come portatrice di libertà e democrazia, è finalmente venuta allo scoperto. Con “l’imperialismo compassionevole” di Bush, gli USA esplicitano la volontà di imporre il proprio tornaconto come motore del mondo

 



Bush: forza o chiacchiere

Questa nota è stata scritta a metà settembre 2002, ed è ispirata dall’intervento del presidente degli Stati Uniti all’ONU, una istituzione abitualmente bollata come superata e costosa. La sua improvvisata rilegittimazione da parte di Bush junior aveva lo scopo di ottenere il benestare internazionale per l’attacco all’Iraq. Ebbe infatti breve durata, il tempo intercorso tra la dichiarata disponibilità irachena ad accettare gli ispettori dell’ONU, la reazione positiva dell’ONU e la sprezzante reazione di Bush: “E’ venuto il momento di stabilire se sono le Nazioni Unite o la Lega delle Nazioni. È ora di capire se sono una forza del bene e della pace, oppure un’inutile società delle chiacchiere. Il Consiglio di Sicurezza deve fare i conti con Saddam e non farsi prendere in giro”.
E del resto i media non avevano mai smesso di descrivere gli scenari della terza “guerra intelligente”, dopo quelle del Kosovo e dell’Afganistan, e di disegnare l’Iraq del dopo Saddam. Il figlio non avrebbe commesso l’errore del padre, il quale, alla fine della guerra del Golfo, lasciò il raìs incolume con le mani libere sulla ricchezza dell’Iraq, il secondo produttore mondiale di petrolio.
Nel decennio trascorso da quell’errore, molti sono stati i cambiamenti nelle relazioni internazionali. Il più rilevante è che gli Stati Uniti si sono immedesimati nel ruolo di unica grande potenza senza più equivoci ideologici. Il new order di Bush senior, il new wilsonism di Clinton appaiono ormai giochi preliminari all’identificazione di sé come lo stato-nazione senza pari nella storia. Gli echi sono nell’annoso dibattito tra intellettuali e politici sull’eccezionalismo del paese.

Fukuyama: ideali e interessi

Nell’articolo dell’undici settembre 2002 sul Washington Post, Frances Fukuyama aveva ripetuto che “gli Americani sono convinti che le loro istituzioni democratiche abbiano una speciale legittimazione e credono veramente che esse siano l’incarnazione di valori universali che hanno un significato universale per tutta l’umanità. Ciò li induce a un coinvolgimento idealistico negli affari del mondo, ma anche a una tendenza a confondere il proprio interesse nazionale con quello universale”.
E così anche Henry Kissinger, con una punta di rimprovero su Los Angeles Times del 15 settembre 2002: “L’America non si è mai considerata una nazione tra tante, ma si sente investita di una causa universale, che identifica la diffusione della libertà e della democrazia come le chiavi della pace. La politica estera americana si trova più a suo agio con le categorie del bene e del male che con i calcoli di interesse nazionale cari alla diplomazia europea”.

Bulding democracy e big bussiness

Sulla base delle 33 pagine della “dottrina” Bush, il documento per il Congresso, pubblicato dal New York Tymes il 20 settembre, che esplicita la strategia del presidente, l’America di oggi non si merita più un tale rimprovero. Oggi il suo eccezionalismo significa una capacità strategico-militare eccezionale che alimenta una eccezionale volontà politica di fare dell’interesse nazionale Usa il motore del mondo. E l’interesse nazionale sta nel big business non nel building democracy dell’ideologia corrente durante la guerra fredda e negli anni di Clinton, quella sintetizzata nelle parole di Fukuyama e di tutti coloro che nelle aule delle università, sulle pagine delle riviste e dei libri, nei talk show, hanno diffuso l’immagine del più potente stato del mondo che andava su e giù nel pianeta per renderlo simile a sé e dunque migliore.
Le recentissime piccole guerre contro piccoli paesi “cattivi” ci hanno liberato di quella immagine. Come effetto collaterale di quelle guerre il risultato va salutato con entusiasmo.

Bambini e petrolio

Senza più l’ideologia dell’America naturalmente diversa dagli altri paesi, del grande fratello di là dal mare, nato dopo di noi ma cresciuto meglio di noi, noi europei potremo rivendicare le nostre diversità senza più complessi. Per esempio potremo essere meno reticenti sul fatto che dopo mille anni di guerre col marchio europeo, ne siamo finalmente stanchi e preferiamo la mediazione, i compromessi, il dialogo.
Siamo anche stanchi dell’ipocrisia di Bush junior, il quale il 16 settembre 2002, in un comizio elettorale nell’Iowa, ha dato quattro settimane di tempo all’ONU per premere sull’Iraq e ha dichiarato che “bisogna fare i conti con questo tiranno: per il bene dei nostri figli, dei nostri nipoti, e dei bambini di tutto il mondo”. E intanto, in contemporanea, il Washington Post era uscito con un servizio dove i leader dell’opposizione irachena anticipavano che “il rovesciamento di Saddam sarebbe una manna per le compagnie petrolifere americane, da molto tempo bandite dall’Iraq, e sarebbe la fine degli accordi tra Bagdad e la Russia, la Francia e altri paesi tra cui l’Italia”. E l’ex direttore della Cia James Woolsey, lui sì senza un filo d’ipocrisia, metteva i puntini sugli i: ”i paesi che possiedono diritto di veto all’ONU, hanno già firmato contratti per il greggio iracheno. Bisogna spiegare che, se ci aiutano, faremo del nostro meglio affinché il nuovo governo e le nostre compagnie petrolifere collaborino con loro. In caso contrario, no”.

Disaccordo USA-UE

È questo il linguaggio che preferiamo perché rispecchia la realtà di una contrapposizione tra l’Unione Europea e la leadership americana. Il dissenso ha cause prevalentemente economiche come per l’euro e i dazi sull’acciaio e ovviamente il petrolio. Sull’Economist del 20 settembre 2002, vi era una franca analisi sulle difficoltà europee e arabe per il crescente controllo americano degli stati produttori di petrolio, dalle repubbliche dell’Asia ex sovietica al Medio-Oriente. E la guerra irachena era inserita nelle strategie di mercato dei businessmen del petrolio.
Quanto poi ad altri motivi di disaccordo tra europei e americani, pesano le politiche in difesa dell’ambiente e il rigetto del tribunale internazionale per i cittadini americani, la pena di morte, la difesa dei diritti umani, Guantanamo. Più in generale, sono calate le disponibilità degli altri paesi, non solo dell’Europa, ad accettare le iniziative americane come insindacabili. Si è indebolito il pregiudizio favorevole al paese, che pure era così ampio nel Novecento.
Per gli europei la svolta risale alla guerra del Kosovo di due anni fa. C’era ancora Clinton, il quale era persino invitato ai seminari “sulla terza via” dei leader socialdemocratici europei, all’epoca al governo in Francia, Germania, Italia. Il segretario di stato di Clinton era la signora Madeleine Albright e fu lei a decidere e condurre la sua guerra quasi privata contro la Jugoslavia, senza prendere in considerazione il punto di vista europeo né prima né durante il conflitto. Disprezzo e sarcasmo era quello che ci meritavamo per non essere stati in grado di liberarci dell’ultimo comunista al potere su suolo europeo. Per farlo era stato necessario mandare l’esercito della Nato e dell’America. Il precedente del Kosovo è importante perché, dopo il trattato di Westfalia, è stata la prima guerra sferrata contro uno stato sovrano senza dichiararla; e perché, dopo la fine dell’Urss, ha avuto l’effetto di risvegliare l’unilateralismo made in Usa; e perché, infine, la marginalità europea è emersa con sin troppa evidenza.

Risentimento e impotenza

Per noi europei la guerra del Kosovo sa ancora di umiliazione e risentimento. Tuttavia, dopo due anni, Bruxelles non é stata ancora capace di far maturare un’adeguata, comune strategia di risposta. Le prime timide iniziative per la costituzione di un esercito comune europeo si sono arenate dopo l’undici settembre 2001. E il successivo rimescolamento nelle relazioni internazionali ha avuto effetti che ci hanno pesantemente riguardato come la caduta verticale dell’interesse americano per l’Europa, e un più nitido comportamento da grande potenza da parte degli Usa. Infatti la guerra contro i taleban ha avuto le medesime caratteristiche di quella del Kosovo. Sono cambiati solo gli obiettivi delle bombe intelligenti: caverne e villaggi tribali invece dei ponti secolari sul Danubio e di un’antica città europea. Ma a decidere dove, come e perché sganciare le bombe gli americani hanno voluto essere soli e sovrani.
È una sovranità da super potenza senza rivali, alleati, amici, che contempla solo clientes. E non tollera una parola di critica. Milosevic, Osama e i taleban, Saddam Hussein furono nel passato creature o riferimenti privilegiati della politica Usa di contenimento dei suoi nemici dell’epoca. Sono informazioni che si possono leggere persino sui quotidiani americani. Ma intanto quale leader europeo si sente oggi in grado di chiederne conto alla Casa Bianca?
Fa certo da freno la nostra marginalità, ribadita dagli uomini di Bush con asprezza in più di un’occasione. D’altra parte è proprio perché non siamo più indispensabili agli equilibri strategici Usa che possiamo ritagliarci una posizione di autonomia. Conviene farlo perché siamo una grande potenza economica con interessi in una gran parte del mondo. Una potenza che, per motivi storici e culturali, ha rinunciato a darsi il corrispondente tradizionale apparato di difesa militare ma che ha forti interessi economici da tutelare. Una potenza che si trova a fronteggiare la super potenza, tale perché si è dotata di una macchina bellica senza pari e la usa: politicamente, concretamente e sempre più spregiudicatamente. La “dottrina Bush” non lascia ombra di dubbio.
Il confronto tra Unione Europea e Stati Uniti è appena agli inizi, gli americani ne scrivono e parlano apertamente, gli europei sono molto più riservati.

Siamo ancora irriconoscenti?

A distanza di oltre mezzo secolo, l’accusa di irriconoscenza ha ancora qualche effetto su di noi. Ma se l’attacco all’Iraq andrà avanti e il business americano conquisterà il controllo di un territorio che va dalla Romania a Gerusalemme, e lo otterrà per iniziativa di tre anziani imprenditori della old economy, entrati alla Casa Bianca con il rango di vice presidente, di ministro della difesa e di ministro del tesoro, allora noi europei finiremo per accettare il confronto per quello che è. Una contesa sulle risorse energetiche, sui mercati, sui flussi finanziari, dove non contano il bene e il male, i meriti e le colpe del passato. Da una parte c’è l’interesse nazionale della super potenza e dall’altra le esigenze degli altri paesi, a cominciare dall’Unione Europea.
Le dissonanze non sono più limitate al protezionismo degli americani per questo o per quel loro prodotto, tanto in contraddizione con le loro belle parole sulla globalizzazione, ma si allargano a un protezionismo dell’interesse nazionale americano nel suo complesso. È una prospettiva che potrebbe contenere in sé il ridimensionamento dell’ONU, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, tutte istituzioni nate dopo la seconda guerra mondiale per assicurare una gestione multilaterale dei problemi internazionali.

O clientes, o nemici?

Il 23 settembre 2002 BusinessWeek, il più diffuso settimanale della comunità d’affari statunitense, spiegava: “Chiamalo unilateralismo, pax americana, o anche imperialismo compassionevole. Dietro al cambio di regime in Iraq e alle battaglie contro il terrorismo c’è il tentativo del Presidente Bush e di alcuni membri della sua Amministrazione di dare una svolta radicale alla politica estera Usa. Essi la chiamano una libertà d’azione unilaterale che non tiene conto delle regole dell’ordine politico internazionale”. E l’editoriale proseguiva preoccupato per le implicazioni politiche ed economiche di una tale svolta.
Secondo il documento di Bush, si tratta di un “distinctly American internationalism”, e ha di mira “coloro che odiano gli Stati Uniti”. Gli europei sono clientes o nemici?



Rita Di Leo insegna Politica Comparata presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

 



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