Il coraggio e la paura nell’economia
In generale si può sostenere che la storia dell’uomo
è la continua lotta per il controllo degli eventi naturali
e sociali, degli imprevisti che ci minacciano ed ingenerano timore.
La moderna scienza economica con la sua tendenza alla previsionalità,
al razionale, nasce proprio per eliminare questa paura arcaica dell’incerto.
Ad esempio, rispetto alla scarsità di risorse, agli eventi
insicuri l’agire economico cerca di ottimizzare diversi fattori
al fine di prevederne gli andamenti e di massimizzare il benessere.
Si pensi alla metafora presente in Robison Crusoe, cioè l’inizio
del governo dei cicli, delle stagioni.
Quando non c’è storia e consapevolezza, quali sono le
proporzioni di accumulo o di consumo per essere sicuri di farcela,
di sopravvivere anche nel ciclo successivo? L’economia è
proprio questo: dettare le regole della riproduzione semplice e della
riproduzione allargata, come dice Marx.
La scienza economica, con la sua ricerca di continuità, ha
lo scopo di trovare degli equilibri nel singolo individuo alla ricerca
di soluzioni egoistiche, a volte innovative e quindi imprevedibili.
Una sorta di biodiversità degli egoismi individuali che, grazie
all’analisi del mercato, diventano obblighi sociali.
Ma gli individui tendono anche ad adottare comportamenti stereotipati
come difesa contro le incertezze, le crisi e le relative paure. Ripetendo
gli stessi atti, le stesse sequenze rituali, si pensa, infatti, che
si possa esorcizzare e tenere sotto controllo un evento. Nel caso
dell’economia in particolare, la ripetizione di determinate
politiche, che in situazioni precedenti avevano dato buoni risultati,
ha lo scopo di raggiungere con probabilità gli stessi risultati
anche in altre situazioni. Attraverso la sequenzialità e la
ripetitività, di sopprimere quindi il rischio del nuovo, cioè
di uccidere momentaneamente la storia.
Perciò, cercando nella letteratura accademica economica, le
categorie paura e coraggio si trova ben poco o addirittura nulla.
Non esiste infatti considerazione alcuna a tal proposito, mentre ve
ne sono sui concetti di rischio, d’incertezza e di azzardo.
Forse perché è la stessa economia come scienza e prassi
ad essere, o a tentare di essere, il superamento la scomposizione
e quindi il controllo della paura e del coraggio, attraverso i suoi
strumenti logico-matematici, con le sue curve di domanda ed offerta,
prezzo e quantità.
Economia tra passato e futuro
La regressione, che è andata e che va molto di moda nell’economia
e tra gli economisti, è una tecnica matematica che pone lo
sguardo sul passato per dedurre delle regole sul futuro. Ma una cosa
è fare delle regressioni sulla fisica, altra cosa è
farle sulla storia. Ora, nell’accezione negativa, il concetto
di regressione è come un indietreggiare di fronte al nuovo
e all’ignoto che il divenire, il cambiamento porta naturalmente
con se. Sembra proprio questa una delle più forti ambiguità
dell’agire economico, essere sempre in bilico tra passato ed
innovazione, tra osservazione rassicurante e quindi prevedibile e
proiezioni, azzardo, rischio di non stare alle regole; anzi di romperle.
Ma ad aiutarci a stare in equilibrio sul crinale dell’ambiguità,
ci sono la ricerca e la soluzione dell’attesa razionale e di
un senso pressoché continuo di sicurezza intellettuale, che
ci consentono non soltanto di comprendere le cause naturali di un
gran numero di eventi, ma anche di non preoccuparci troppo di fronte
ad eventi di cui non abbiamo ancora acquisito una conoscenza definitiva
tale da renderli prevedibili. Ad esempio, ancora non abbiamo una soluzione
per l’AIDS. Per problemi simili abbiamo impiegato altrettanto;
è dunque probabile che anche il problema dell’AIDS avrà
bisogno delle stesso tempo per essere risolto.
Questo è un approccio, come sostenevo prima, tranquillizzante
ed appagante, di attesa razionale.
L’ignoto in economia spaventa meno di un tempo, perché
il contesto in cui l’uomo contemporaneo vive è intellettualizzato:
siccome il problema è reso razionale, la soluzione si troverà
con raziocinio. Da qui però può nascere il pericolo
del conformismo, dell’appiattimento, e quindi la sicurezza della
razionalità, della previsione basata sulla regressione, cioè
sul passato, sull’eliminazione della diversità, sulla
sequenzialità conformistica.
Secondo me gran parte dell’agire economico dovrebbe essere basato
proprio su quest’ultimo concetto: il rischio catastrofico che
una regressione continua porti al ripetersi all’infinito della
storia. L’esempio più semplice per spiegare ciò
è la procedura automatica di acquisto/vendita che si usa nel
mercato borsistico. La conseguenza di tutto ciò è il
paradosso concettuale per cui mettere tra parentesi la storia ci porta
al rischio della catastrofe e, quindi, alla categoria di paura che
noi abbiamo cercato di estromettere proprio con la razionalità
previsionale.
L’azzardo morale e l’innovazione economica
Ma l’agire economico non è solo questo. E’ anche,
per fortuna, dell’altro. Ecco il coraggio. L’innovazione
del privato (ad esempio, nell’azzardo morale, in comportamenti
opportunistici post-contrattuali; quindi in azioni o meglio in occasioni
che trasgrediscono le regole, che rompono i contratti che, imbrogliando
gli altri portano ad accumulare di più), è ciò
che Marx spiegava già nella sua teoria della concorrenza. Quindi,
azzardo morale, coraggio come qualità e valore. Queste azioni
possono essere magari moralmente e penalmente disdicevoli, ma spesso
creative: è il coraggio di fare la storia senza metterla tra
parentesi; la rottura della sequenza rituale attraverso l’innovazione
e la tecnologica. L’economia è stata nei suoi punti più
alti nient’altro che questo, rottura ed innovazione.
E qui ritorna immancabilmente la distinzione tra conservatori e innovatori,
nell’ azienda come nella politica economica e sociale. Quindi
in quest’ottica sono anche da rivedere le categorie di riformatore
e conservatore: in una azienda, nel governo, nelle decisioni di consumo
o di investimento, nel locale o nella globalizzazione.
La concertazione: riformismo o paura del nuovo?
Concertazione è una parola magica scoperta tardi dalla sinistra
comunista, combattuta dal primo centro-sinistra, quello vero, e negli
anni Ottanta ai tempi della rottura del blocco della spinosa vicenda
della scala mobile; Questo concetto diede poi origine anche ad un
referendum, in cui la difficoltà era spiegare alla gente chiamata
a votare si o no: volete la restituzione di 400.000 lire oppure volete
tutelare il vostro salario reale? Ma la gente capì una cosa
raffinatissima, cioè che era meglio avere una inflazione più
bassa e un salario monetario più basso ma realmente più
alto, e rispose no all’abrogazione (approvazione) della legge.
In quegli anni lo stereotipo socialmente forte era quello dell’indicizzazione.
I lavoratori venivano tutelati dalla scala mobile, cioè dal
fatto che i salari erano collegati ai prezzi. Il coraggio allora fu
che alcune componenti politiche e alcune componenti sociali si unirono
per dire no a questo stereotipo, cercando di spiegare alla gente cosa
stesse accadendo.
Attraverso la concertazione si voleva la rottura della sequenza perversa
prezzi-salari, con un processo decisionale capace di coinvolgere sia
il governo che le parti sociali, finalizzato al perseguimento di obiettivi
virtuosi il cui costo della messa tra parentesi del mercato e della
libertà dei soggetti è più che compensato dal
beneficio del raggiungimento di alcuni beni pubblici come lo sviluppo
e la coesione sociale. Quindi la concertazione come strumento di innovazione,
come coraggio del superamento degli stereotipi sociali.
Poi la componente di governo di centro-sinistra è andato alla
ricerca di contenuti politico-economici e ha scoperto la concertazione,
come sempre in ritardo, perché l’obiettivo del raggiungimento
del bene pubblico attraverso quello strumento è stato centrato.
Così la stessa concertazione è diventata uno stereotipo
un luogo comune, un conformismo. Fare concertazione oggi, a regole
cambiate, è un indietreggiare di fronte al nuovo. Uno strumento
altamente riformista, in situazioni diverse, può diventare
conservatore.
E qui si ritorna all’angoscia della storia che non si ripete.
E proprio perché non si ripete, angoscia e fa paura. Ci si
ritira come individui o soggetti collettivi nella rocca della metastoria
che si ripete dentro di noi, nel nostro immaginario. Ma così
si perde, si va verso la catastrofe, perché annullando l’inizio
e la successione, ci si trova in un divenire apparente, ritornando
sempre allo stesso punto.
Renato Brunetta è professore di Economia all’Università
degli Studi di Roma “Tor Vergata”.