S3Studium
    Numero 16
 

Paura e coraggio nell’economia
Renato Brunetta

La paura del cambiamento e l’azzardo morale sono come sistole e diastole ricorrenti nel cuore dell’economia. Ma, cambiando il contesto, il medesimo concetto economico può regredire da categoria scientifica a stereotipo privo di senso

 


Il coraggio e la paura nell’economia

In generale si può sostenere che la storia dell’uomo è la continua lotta per il controllo degli eventi naturali e sociali, degli imprevisti che ci minacciano ed ingenerano timore. La moderna scienza economica con la sua tendenza alla previsionalità, al razionale, nasce proprio per eliminare questa paura arcaica dell’incerto. Ad esempio, rispetto alla scarsità di risorse, agli eventi insicuri l’agire economico cerca di ottimizzare diversi fattori al fine di prevederne gli andamenti e di massimizzare il benessere. Si pensi alla metafora presente in Robison Crusoe, cioè l’inizio del governo dei cicli, delle stagioni.
Quando non c’è storia e consapevolezza, quali sono le proporzioni di accumulo o di consumo per essere sicuri di farcela, di sopravvivere anche nel ciclo successivo? L’economia è proprio questo: dettare le regole della riproduzione semplice e della riproduzione allargata, come dice Marx.
La scienza economica, con la sua ricerca di continuità, ha lo scopo di trovare degli equilibri nel singolo individuo alla ricerca di soluzioni egoistiche, a volte innovative e quindi imprevedibili. Una sorta di biodiversità degli egoismi individuali che, grazie all’analisi del mercato, diventano obblighi sociali.
Ma gli individui tendono anche ad adottare comportamenti stereotipati come difesa contro le incertezze, le crisi e le relative paure. Ripetendo gli stessi atti, le stesse sequenze rituali, si pensa, infatti, che si possa esorcizzare e tenere sotto controllo un evento. Nel caso dell’economia in particolare, la ripetizione di determinate politiche, che in situazioni precedenti avevano dato buoni risultati, ha lo scopo di raggiungere con probabilità gli stessi risultati anche in altre situazioni. Attraverso la sequenzialità e la ripetitività, di sopprimere quindi il rischio del nuovo, cioè di uccidere momentaneamente la storia.
Perciò, cercando nella letteratura accademica economica, le categorie paura e coraggio si trova ben poco o addirittura nulla. Non esiste infatti considerazione alcuna a tal proposito, mentre ve ne sono sui concetti di rischio, d’incertezza e di azzardo. Forse perché è la stessa economia come scienza e prassi ad essere, o a tentare di essere, il superamento la scomposizione e quindi il controllo della paura e del coraggio, attraverso i suoi strumenti logico-matematici, con le sue curve di domanda ed offerta, prezzo e quantità.

Economia tra passato e futuro

La regressione, che è andata e che va molto di moda nell’economia e tra gli economisti, è una tecnica matematica che pone lo sguardo sul passato per dedurre delle regole sul futuro. Ma una cosa è fare delle regressioni sulla fisica, altra cosa è farle sulla storia. Ora, nell’accezione negativa, il concetto di regressione è come un indietreggiare di fronte al nuovo e all’ignoto che il divenire, il cambiamento porta naturalmente con se. Sembra proprio questa una delle più forti ambiguità dell’agire economico, essere sempre in bilico tra passato ed innovazione, tra osservazione rassicurante e quindi prevedibile e proiezioni, azzardo, rischio di non stare alle regole; anzi di romperle.
Ma ad aiutarci a stare in equilibrio sul crinale dell’ambiguità, ci sono la ricerca e la soluzione dell’attesa razionale e di un senso pressoché continuo di sicurezza intellettuale, che ci consentono non soltanto di comprendere le cause naturali di un gran numero di eventi, ma anche di non preoccuparci troppo di fronte ad eventi di cui non abbiamo ancora acquisito una conoscenza definitiva tale da renderli prevedibili. Ad esempio, ancora non abbiamo una soluzione per l’AIDS. Per problemi simili abbiamo impiegato altrettanto; è dunque probabile che anche il problema dell’AIDS avrà bisogno delle stesso tempo per essere risolto.
Questo è un approccio, come sostenevo prima, tranquillizzante ed appagante, di attesa razionale.
L’ignoto in economia spaventa meno di un tempo, perché il contesto in cui l’uomo contemporaneo vive è intellettualizzato: siccome il problema è reso razionale, la soluzione si troverà con raziocinio. Da qui però può nascere il pericolo del conformismo, dell’appiattimento, e quindi la sicurezza della razionalità, della previsione basata sulla regressione, cioè sul passato, sull’eliminazione della diversità, sulla sequenzialità conformistica.
Secondo me gran parte dell’agire economico dovrebbe essere basato proprio su quest’ultimo concetto: il rischio catastrofico che una regressione continua porti al ripetersi all’infinito della storia. L’esempio più semplice per spiegare ciò è la procedura automatica di acquisto/vendita che si usa nel mercato borsistico. La conseguenza di tutto ciò è il paradosso concettuale per cui mettere tra parentesi la storia ci porta al rischio della catastrofe e, quindi, alla categoria di paura che noi abbiamo cercato di estromettere proprio con la razionalità previsionale.

L’azzardo morale e l’innovazione economica

Ma l’agire economico non è solo questo. E’ anche, per fortuna, dell’altro. Ecco il coraggio. L’innovazione del privato (ad esempio, nell’azzardo morale, in comportamenti opportunistici post-contrattuali; quindi in azioni o meglio in occasioni che trasgrediscono le regole, che rompono i contratti che, imbrogliando gli altri portano ad accumulare di più), è ciò che Marx spiegava già nella sua teoria della concorrenza. Quindi, azzardo morale, coraggio come qualità e valore. Queste azioni possono essere magari moralmente e penalmente disdicevoli, ma spesso creative: è il coraggio di fare la storia senza metterla tra parentesi; la rottura della sequenza rituale attraverso l’innovazione e la tecnologica. L’economia è stata nei suoi punti più alti nient’altro che questo, rottura ed innovazione.
E qui ritorna immancabilmente la distinzione tra conservatori e innovatori, nell’ azienda come nella politica economica e sociale. Quindi in quest’ottica sono anche da rivedere le categorie di riformatore e conservatore: in una azienda, nel governo, nelle decisioni di consumo o di investimento, nel locale o nella globalizzazione.

La concertazione: riformismo o paura del nuovo?

Concertazione è una parola magica scoperta tardi dalla sinistra comunista, combattuta dal primo centro-sinistra, quello vero, e negli anni Ottanta ai tempi della rottura del blocco della spinosa vicenda della scala mobile; Questo concetto diede poi origine anche ad un referendum, in cui la difficoltà era spiegare alla gente chiamata a votare si o no: volete la restituzione di 400.000 lire oppure volete tutelare il vostro salario reale? Ma la gente capì una cosa raffinatissima, cioè che era meglio avere una inflazione più bassa e un salario monetario più basso ma realmente più alto, e rispose no all’abrogazione (approvazione) della legge.
In quegli anni lo stereotipo socialmente forte era quello dell’indicizzazione. I lavoratori venivano tutelati dalla scala mobile, cioè dal fatto che i salari erano collegati ai prezzi. Il coraggio allora fu che alcune componenti politiche e alcune componenti sociali si unirono per dire no a questo stereotipo, cercando di spiegare alla gente cosa stesse accadendo.
Attraverso la concertazione si voleva la rottura della sequenza perversa prezzi-salari, con un processo decisionale capace di coinvolgere sia il governo che le parti sociali, finalizzato al perseguimento di obiettivi virtuosi il cui costo della messa tra parentesi del mercato e della libertà dei soggetti è più che compensato dal beneficio del raggiungimento di alcuni beni pubblici come lo sviluppo e la coesione sociale. Quindi la concertazione come strumento di innovazione, come coraggio del superamento degli stereotipi sociali.
Poi la componente di governo di centro-sinistra è andato alla ricerca di contenuti politico-economici e ha scoperto la concertazione, come sempre in ritardo, perché l’obiettivo del raggiungimento del bene pubblico attraverso quello strumento è stato centrato. Così la stessa concertazione è diventata uno stereotipo un luogo comune, un conformismo. Fare concertazione oggi, a regole cambiate, è un indietreggiare di fronte al nuovo. Uno strumento altamente riformista, in situazioni diverse, può diventare conservatore.
E qui si ritorna all’angoscia della storia che non si ripete. E proprio perché non si ripete, angoscia e fa paura. Ci si ritira come individui o soggetti collettivi nella rocca della metastoria che si ripete dentro di noi, nel nostro immaginario. Ma così si perde, si va verso la catastrofe, perché annullando l’inizio e la successione, ci si trova in un divenire apparente, ritornando sempre allo stesso punto.



Renato Brunetta è professore di Economia all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.



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