Come nasce l'innovazione
“L'inerzia è una forma logora della disperazione” (Saint-Exupéry)
L'innovazione segue spesso percorsi non lineari e prevedibili; alle
volte nasce per caso o dopo una lunghissima gestazione, quasi un torpore.
Il sapone "che galleggia" Ivory (ideale per i lavaggi in tinozze verticali
di quel tempo) fu scoperto nel 1879 per caso, perché un tecnico dimenticò
accesa la macchina di miscelazione creò una schiuma piena d'aria.
Fu una vera rivoluzione: il sapone galleggiava, era bianco candido
(rispetto al tipico giallo), non irritava la pelle, non rovinava le
superfici lavabili e i tessuti. Nel caso delle foto istantanee, il
ricercatore chimico Edwin H.Land, dopo avere scattato una foto a sua
figlia, si sentì chiedere "me la fai vedere". Fu così che gli venne
in mente il futuro sistema Polaroid. Altre volte l’invenzione era
pensata per altri scopi: La radio nacque a fine '800 come telefono
punto - punto (in risposta al telegrafo), ma non ebbe molto successo
perché non si riuscivano a rendere private le telefonate. Edison,
dopo aver costruito il prototipo del registratore nel 1877, scrisse
un articolo in cui proponeva dieci possibili usi per il nuovo oggetto:
fissare per sempre le ultime parole dei moribondi, registrare libri
da far ascoltare ai ciechi, annunciare l'ora esatta, insegnare a scrivere
sotto dettato, e altro ancora. La riproduzione della musica sembrava
non interessarlo particolarmente. In altri casi l’invenzione sembra
che “dorma” nell’inventore fino a che un uomo con sensibilità di marketing
ne scopre le potenzialità: è questo il caso del comune DDT scoperto
da O.Ziegler nel 1874. Si dovettero aspettare 65 anni prima che il
chimico svedese Paul Müller, nel 1939, ne scoprisse le proprietà insetticide.
Ed è servito un altro notevole lasso di tempo per ammettere la sua
nocività. Infine alcune rivoluzioni, col tempo, sembrano addirittura
“illogiche” poiché si è dimenticato il contesto in cui sono nate.
La disposizione dei tasti della tastiera tipo qwerty fu disegnata
nel 1873 in modo da essere intenzionalmente irrazionale. Fu progettata
in modo da rallentare il lavoro di chi la usava, perché ad esempio
le lettere più comuni erano distanti fra loro e concentrate sul lato
sinistro. Questo fu fatto perché i modelli del 1873 si bloccavano
se due tasti adiacenti battuti in rapida successione, e così gli ingegneri
dovettero escogitare trucchi perché questo non accadesse. Quando il
progresso tecnico fece sparire il problema, si poté progettare una
tastiera più efficiente; nel 1932 ne fu presentata una che raddoppiava
la velocità e abbatteva del 95 per cento la fatica, ma venne rifiutata
dagli utenti. Oltre a ciò può capitare che le vere innovazioni “riducano”
le funzionalità, non le accrescano. Il giornalista e scrittore statunitense
Douglas Ruskoff, alla domanda "Quale è stata l'invenzione più importante
negli ultimi 2.000 anni ?" rispose causticamente "Gli strumenti per
cancellare". Nel mondo dei servizi, il tema si complica a causa del
determinante ruolo dell’utente, unico a stabilire il "vero utilizzo”.
Gli SMS, ad esempio, nacquero come sistema per trasferire informazioni
di controllo; nessuno ipotizzava che sarebbero diventati uno dei mezzi
di comunicazione preferiti dai giovani, arrivando addirittura a coniare
un nuovo linguaggio espressivo.
L'illusione positivista
“La vera questione non è se le macchine pensano,
ma se gli uomini pensano” (Federick B.Skinner)
A questa complessità nel definire o condizionare il processo
dell’innovazione, si aggiunge l'illusione della crescita positiva
"a tutti i costi". Risultano illuminanti – e particolarmente
attuali dopo lo sgonfiamento della bolla della e-economy e dopo i
casi di falsificazione dei bilanci – le riflessioni di Fritjof
Capra nel suo libro Il punto di svolta (1982). Il fisico austriaco
mette in luce quanto la filosofia di Cartesio abbia condizionato e
continui a condizionare il modo di pensare (e di agire) occidentale.
Il presupposto è avere una concezione dell'uomo (e della donna)
come dominatori della natura, la visione dell’uomo come “macchina”
composta di pezzi e la convinzione della superiorità della
mente razionale sull’istinto.
Questo atteggiamento comporta molti paradossi legati all’innovazione,
come per esempio il fatto che “siamo in grado di controllare
l'atteggiamento morbido di sonde spaziali su pianeti lontani, ma siamo
incapaci di controllare i gas inquinanti liberati dalle nostre automobili
e dalle nostre fabbriche”.
Un altro male da “eccesso di crescita”, sempre secondo
Capra, si ha nel caso della medicina. “L'uso eccessivo di alta
tecnologia nella cura medica è non solo antieconomico, ma causa
anche quantità evitabili di dolore e di sofferenze. In ospedale
si verificano oggi incidenti con una frequenza molto maggiore che
in qualsiasi altra industria, fatta eccezione per l'industria mineraria
e la costruzione di grattaceli. E' stato stimato che uno su cinque
pazienti ammessi in un ospedale di ricerca tipico contrarrà
una malattia iatrogena, conseguente in metà circa dei casi
a complicazioni indotte da farmaci e per un sorprendente 10 per cento
a procedimenti diagnostici”.
Questa metafisica positivista ha fortemente condizionato le aziende,
il loro modo di fare innovazione e le metriche per misurare il successo
o insuccesso delle aziende.
Come la psiche interagisce con la tecnologia
“La tecnica mutila ogni desiderio che soddisfa”(N.G.Dávila)
Dicevamo che l’ICT ha in qualche modo fatto esplodere alcune
delle caratteristiche del processo innovativo: maggiore tasso di innovazione,
maggiore difficoltà a prevedere il “corretto utilizzo”
e maggiore pervasività della tecnologia in tutti gli aspetti
della nostra vita: educazione, salute, divertimento, lavoro. Inoltre
la virtualità e polisensorialità intrinseca di queste
tecnologie assume la psiche come target primario.
Questa rivoluzione ha quindi due facce: una positiva e una –
meno discussa – negativa.
Sul fronte positivo vi è un complessivo potenziamento dell’agire
umano: una memoria estesa, maggiore tempestività nell’avere
informazioni e nell’agire, ubiquità di persone e informazioni
che ne aumenta la circolarità e presenza nel sistema, solo
per citare alcuni benefici legati alla rivoluzione elettronica. In
particolare, l’evoluzione della memoria sembra essere un tema
privilegiato. Vediamo alcune riflessioni sul tema: Internet è
un grande cervello formato da un web di informazioni interconnesse
(Tim Berners-Lee, inventore del WWW). Il principio dell'ipertestualità
permette di trattare il web come l'estensione dei contenuti della
propria mente. L'ipertesto trasforma la memoria di ognuno in quella
di tutti e rende il web la prima memoria mondiale (Derrick De Kerckhove).
Internet è una memoria che ricorda tutto, troppo. L'intelligenza
è altro: è saper distinguere (Umberto Eco).
Dal punto di vista psicologico, una caratteristica interessante del
cyberspazio consiste nella possibilità di usare delle maschere,
ossia di assumere identità virtuali attraverso le quali influenzare
la percezione che si ha degli altri, ma anche la concezione del sé:
protette dall'anonimato, le persone sono incoraggiate a esprimere
e sperimentare tratti della loro personalità che le inibizioni
e il controllo sociale indurrebbero a reprimere. Un altro aspetto
rilevante è il fatto che connettersi a Internet sfida la psicologia
dell'ego, fornendo un modo di considerare l'ego non come un'autorità
centrale, ma come un sistema emergente. Attraverso una lente "connessionista"
– per usare un’espressione dello psicoanalista David Olds
– l'ego può essere ricomposto come un sistema distribuito.
Infine il “virtuale di un individuo” che interagente con
Internet, non è altro che una ramificazione del proprio sé,
una parte del suo Io che esce allo scoperto, a prescindere dal fatto
che sia più o meno consapevole.
Ma concentriamoci di più sul lato negativo, non perché
sia più rilevante ma perché è meno esplorato.
Uno dei dati più evidente è lo straripamento dell’informazione.
Si è passati dal mito dell’ “informazione uguale
potere” alle angosce legate all’eccesso di informazione.
Qualche dato – preso dal recente libro di Giuliano da Empoli
sul tema – mette in luce questo fenomeno. 5,5 miliardi di documenti
prodotti, ogni anno, dalle sole aziende americane. La libraire particulière
del re di Francia Carlo V nel 1368 conteneva 917 volumi (tutto lo
scibile umano dell'uomo tardo medioevale). Circa 600 anni dopo (nel
1997) il presidente Chirac ha inaugurato la nuova biblioteca nazionale
francese, con 400 km di scaffali che contengono 10 milioni di volumi,
350.000 periodici, 76.000 microfilm, .... A fine 2001 Internet ha
550 miliardi di pagine che crescono al ritmo di 7,3 milioni al giorno.
Nel 2002 si prevedono 200 miliardi di SMS nel mondo.
Questa situazione sta creando nuove patologie. Una delle più
note è il cosiddetto “Attention Deficit Disorder”
- un disturbo direttamente ricollegabile all'overdose informativa
che, in presenza di stimoli continui, preclude ai bambini che ne vengono
colpiti una qualsiasi capacità di concentrazione. Questa malattia
è in forte aumento. Oggi si calcola che quasi un bambino su
tre soffra, negli USA, di questo disturbo, che tende a colpire soggetti
più intelligenti della media, molto ricettivi rispetto agli
stimoli esterni. Ciò è legato anche al fatto che, mentre
una trasmissione televisiva o un libro sono delimitati da un inizio
e da una fine, la navigazione su internet non ha confini.
Altre patologie emergenti sono per esempio l’ansia da scollegamento
– la gente ha paura nel non essere più collegato, di
non vivere gli eventi, di perdere informazioni rilevanti; ciò
sta spingendo i giovani a diventare sempre più “iper-presenti”
e, alla fine, ritenere che non esista un futuro.
Ma le criticità non nascono tutte con l’avvento della
Rete. Basta ricordare che – come sottolineato da una recente
ricerca di Eurisko – i bambini guardano dalle 2 alle 7 ore al
giorno la TV (media 3,5). La TV diviene il vero faro normativo, insieme
agli shopping centers (le 2 grandi "realtà omologanti").
La pubblicità diviene l'universo normativo dei consumi "giusti",
particolarmente pericoloso per i bambini, che sono senza filtri culturali.
L’innovazione sostenibile
“Think: actors, not consumer” (John Thackara)
Bisogna adottare un modello antropologico dell’uomo per disegnare
l’innovazione sostenibile, l’innovazione giusta. Ritornando
alle riflessioni di Capra, si dovrebbe adottare una visione del mondo
caratterizzata da parole come organica, olistica ed
ecologica, in contrasto con la concezione meccanicista cartesiana
del mondo.
L' universo non verrebbe visto più come una macchina composta
da una moltitudine di oggetti, ma dovrebbe essere raffigurato come
un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente
interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo
cosmico.
"Ogni invenzione o tecnologia è un'estensione o un'auto-amputazione
del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra
gli altri organi e le altre estensioni del corpo" (McLuhan ).
Servono "autorità", nel senso di autorevoli riferimenti
positivi e visibili, per abbattere le barriere al cambiamento. Ogni
cambiamento, si sa, fa paura (soprattutto a chi ha privilegi) e richiede
un sacrificio del principio di piacere per benefici futuri che spesso
deve essere imposto.
La ricontestualizzazione della tecnologia deve partire dall’uomo
e dal suo “essere sociale” e deve usare i metodi tipici
del design: una collezione multidisciplinare di metodologie e di speciali
accorgimenti che consideri in maniera solistica tutto ciò che
influisce sugli human factors.
Solo in questo modo si può generare innovazione sana. Ciò
non vuol dire solo inventare cose nuove, ma anche utilizzare correttamente
cose note. Per esempio, il cinema con il suo linguaggio consente,
nell'ambito dell'insegnamento e della ricerca, una rappresentazione
di condizioni psico-patologiche, che non possono venire illustrate
da nessun filmato didattico, da nessuna registrazione diretta di pazienti,
da nessuna illustrazione verbale.
Il design deve disegnare interfacce amichevoli per anestetizzare la
paura della tecnologia. La polisensorialità si sta affermando
nelle nuove tecnologie (i profumi, l'uso della luce, il tatto/vibrazioni,
ecc.); l’IDI (l’Interaction Design Institute di Ivrea),
ad esempio, sta sperimentando il cosiddetto “abbraccio telematico”,
la possibilità cioè di inviare, con un messaggio telefonico,
un abbraccio virtuale a chi indossa un certo tipo di maglietta.
Anche l’uso di una metodologia classica nel mondo delle aziende
– il competitive benchmarking – che ha l’obiettivo
di identificare le realtà più innovative per copiarne
gli aspetti salienti, richiede, particolare cautela nel mondo dei
servizi ICT. Vanno infatti affiancate alle classiche valutazioni di
marketing, anche riflessioni più squisitamente antropologiche.
Per esempio se consideriamo le applicazioni innovative e di estremo
successo fatte da DoCoMo in Giappone sui telefonini, il loro semplice
“trapianto” in Europa può essere particolarmente
rischioso. Bisogna infatti valutare che il Giappone è una cultura
intrisa di rituali e di valori (rispetto dell'altro, rispetto della
natura, ecc.). Per esempio, il Manga è molto di più
che un fumetto: è una fuga dalla realtà (nella quale
il giapponese ha scarsa individualità in quanto membro di un
team) dove egli sogna e diventa super-eroe.
Molti giapponesi passano 2-3 ore al giorno stipati in treni a fare
commutino e al di fuori di questo hanno pochissimo tempo disponibile.
Il giapponese ha un senso estetico e del colore (basta pensare ai
piatti di sushi) quasi unico. Le case dei giapponesi sono spesso molto
piccole e con pochi mobili. Spesso non c'è spazio per i PC.
Il terminale I-mode diventa quindi l'UNICO terminale ICT e diventa
il Web.
Non è affatto facile prevedere cosa potrà accadere in
Europa nell’assimilare e utilizzare nuove tecnologie simili
all’I-mode. L’individualismo e le numerose sfaccettature
delle culture europee lascerebbero supporre una estrema difficoltà
a creare spazio per un tipo di innovazione alla DoCoMo giapponese.
Tuttavia, tutto quello che potrà accadere nell’utilizzazione
del nuovo accadrà, e troverà il suo sviluppo tecnologicamente
sostenibile, solo se sarà inventato e disegnato presupponendo
il modello antropologico dell’uomo.
Andrea Granelli è amministratore delegato di Telecom Italia
Lab