Provocatoria e aggressivamente audace la scelta della copertina di
questo numero di Next, tanto quanto lo sono gli autoritratti di Frida
Kahlo per soggetto, contenuto e intenti. Se non si conosce la biografia
di questa pittrice messicana (1907-1954), uno dei personaggi mitici
dell’arte del ’900, è impossibile capirne il lavoro
artistico, che ne è la registrazione meticolosa e ossessiva.
Nata con la rivoluzione, protagonista vivace e anticonformista della
svolta democratica nel suo paese e attiva militante nel partito comunista,
nel 1925 fu vittima di uno spaventoso incidente: l’autobus sul
quale viaggiava venne investito da un tram e una sbarra di metallo
la trafisse fratturandole la spina dorsale. Gran parte del travaglio
che Frida visse lo riversò nella sua arte: dallo spargimento
di sangue della rivoluzione messicana alle trentadue operazioni subite
dal giorno dell’incidente fino alla morte. Divenne una delle
più grandi narratrici del dolore e, come il suo popolo era
spaccato in due da povertà, guerre, memoria e speranza, così
lei era spezzata, lacerata nel proprio corpo.
Fu una grande sostenitrice del folklore e della cultura messicane
e per tutta la vita indossò costumi e vistosi ornamenti popolari
ostentandoli come critica verso la società capitalistica statunitense
e verso il consumismo. Negli autoritratti i gioielli, le trecce, le
acconciature floreali accompagnati agli esotici costumi che nascondevano
il corpo tormentato da busti ortopedici, la fanno apparire come una
dea azteca. Tutta la sua arte abbonda di fiori, frutti, scimmie e
pappagalli (simboli della fertilità), mai isolati, ma sempre
intrecciati al suo corpo con nastri, viticci, vene, organi interni
e collane di spine che penetrano nella pelle, mostrandola sanguinante
come una divinità flagellata. Nel ritrarsi dilaniata da ferite
o in lacrime, Frida raccontava con inquietante crudeltà se
stessa, quasi a volersi assicurare che lo spettatore riconoscesse
la sua sofferenza.
Dotata anche di autoironia, amava raffigurarsi accentuando certi lievi
difetti e aumentando così il magnetismo del suo volto: le sopracciglia
formavano una linea continua che le attraversava la fronte, la bocca
sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi e lo sguardo penetrante
degli occhi scuri a forma di mandorla era capace di rivelarne lo stato
d’animo.
Esternamente però non soltanto non si diede mai per vinta,
ma puntò addirittura ad avere il massimo di tutto. Sfruttando
la sua strana bellezza esotica, si mescolò all’intellighenzia
locale e poi a quella internazionale, e da quando divenne la moglie
di Diego Rivera, celebre pittore autore di sterminati murales propagandistici,
i suoi amici si chiamarono Henry Ford e Nelson Rockefeller, Dolores
del Río e Pablo Neruda, Marcel Duchamp, Miró, Kandinskij,
Breton e Trotski (suo amante). In una lettera rivolta a Rivera, Picasso
disse di lei: “Né Derain, né tu, né io
siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”.