Un esperimento un po’ visionario degli anni
sessanta, abbandonato nei cassetti della facoltà di psicologia
sociale della Yale University, si ripropone nell’era della Rete
come una interessante net-provocazione
"Fred Jones di Peoria, Michigan, è seduto in un caffè
di Tunisi ed ha bisogno di accendere la sua sigaretta. Chiede del
fuoco all'uomo del tavolo accanto. Inizia a conversare; lo straniero
è un inglese che, viene a sapere, ha passato alcuni mesi a
Detroit per studiare i modi di produzione di una fabbrica di tappi.
"Lo so che è una domanda sciocca", dice Jones, "però
ha mica per caso incontrato un tipo di nome Ben Arkadian? E' un mio
vecchio amico, gestisce una catena di supermercati a Detroit..."
"Arkadian, Arkadian," ripete fra sè l'inglese. "A
dire il vero, penso proprio di si! Un tipo non molto alto, molto energetico,
ha fatto un casino che non le dico a proposito di una spedizione difettosa".
"Davvero!" esclama Jones stupito. "Santo cielo com'è
piccolo il mondo".
Questa esperienza è così sorprendente, eppure così
solita che abbiamo coniato una frase per descriverla: " Com'è
piccolo il mondo!"
Così scrive Milgram nel 1967. Stanley Milgram, psicologo sociale,
conosciuto soprattutto per i suoi esperimenti sull'obbedienza all'autorità,
condotti negli anni 1961-1962 presso la Yale University. Nel 1967
tratta un problema interessante: “Quanto è piccolo il
mondo?” Una ricerca che prende le mosse dalla considerazione
che tutti, ameno una volta, abbiamo espresso, ovvero
“Com’è piccolo il mondo”.
Attenzione, le due frasi non sono la stessa cosa. Dal punto di vista
matematico la prima assume la forma: “Qual è la probabilità
che due persone, scelte a caso nella popolazione mondiale, abbiano
un amico in comune?” La seconda invece risponde alla descrizione:
“Qual è la probabilità che incontriate uno degli
amici che avete conosciuto fino ad oggi oppure uno sconosciuto che
sia amico di uno degli amici che avete conosciuto fino ad oggi?”
Milgram affronta il primo problema e cerca la risposta con un ingegnoso
ed originale esperimento ideato per verificare un'ipotesi piuttosto
semplice: data una vasta rete sociale (nel caso in esame la popolazione
degli Stati Uniti), ognuno dei suoi membri è connesso ad un
qualunque altro membro mediante una breve catena di conoscenze intermedie.
Milgram svolge due esperimenti, simili fra loro. Recapita ad un paio
di centinaia di persone scelte a caso nel Kansas e nel Nebraska, regioni
assai decentrate e poco popolate degli USA, nel primo caso una lettera
e nel secondo un "Passaporto" – immaginate un libretto
formato passaporto con in copertina la scritta in caratteri d'oro
"Harvard University" – chiedendo loro di inviarlo
ad un soggetto "bersaglio" residente nell'area di Boston,
Massachussets, costa occidentale. Per recapitare l'oggetto, gli "invianti"
devono rispettare un vincolo aggiuntivo. Possono mandarlo solo a qualcuno/a
che conoscono sufficientemente bene da chiamarlo/a per nome di battesimo
e che reputano abbia maggiori possibilità delle loro di fare
avere l'oggetto al "bersaglio" finale. Per aiutarli a decidere,
Milgram fornisce agli “invianti” alcune informazioni sul
soggetto bersaglio: nome, cognome, indirizzo, occupazione. Per seguire
il percorso delle singoli spedizioni, chiede ai partecipanti, ovvero
tutti coloro che hanno avuto a che fare ad un certo punto con ciascuno
degli oggetti, di staccare da essi una delle etichette con il suo
indirizzo presso l'università di Harvard, dove insegna e di
inviargliela. Il tutto funzionò piuttosto bene.
Al punto che il risultato del suo esperimento è assurto a dogma
della sociologia: poiché, in media, l’oggetto viene recapitato
dopo sei passaggi, esistono sei gradi, sei livelli di separazione.
In altre parole, ognuno di noi, appartenente ad una vasta rete sociale,
è connesso ad ognuno degli altri per il tramite di sei persone.
Breve digressione. La frase "sei gradi di separazione" è
entrata a fare parte del bagaglio della cultura popolare grazie alla
commedia di Broadway del 1990 di John Guare che la prese come titolo.
Commedia degli equivoci, dove si racconta con sarcasmo ed ironia –pare
basandosi su una storia vera – di come un giovane gay, spacciandosi
con successo come il figlio di Sidney Poitier, riesca ad imbrogliare
Flanders (Flan) e Louisa (Ouisa) Kittredgela, rampanti mercanti d'arte
di scarso successo, disperatamente aggrappati al Manhattan lifestyle.
Passano gli anni e l'ipotesi del "Piccolo Mondo a Sei Livelli"
passa di moda. Milgram torna a dormire sogni tranquilli. Sono in tanti,
esperti di ogni ordine e grado e non, ad essere convinti che l'ipotesi
sia stata debitamente dimostrata e che il mondo sia davvero "piccolo".
Arriviamo al 1998. Per anni il problema del Piccolo Mondo è
stato un interessante gioco per matematici, descritto nei termini
che seguono: "Prese due persone qualunque nel Mondo, qual è
la probabilità che si conoscano?". Ithiel de Sola Pool
del MIT e Manfred Kochen dell'IBM mettono insieme a punto un modello
matematico del problema e per oltre venti anni hanno fatto circolare
fra i loro colleghi articoli mai pubblicati. Kochen nel 1989 dichiara
che non hanno mai cercato di farlo perché: non abbiamo mai
avuto la sensazione di avere "spezzato le reni del problema".
Onore al merito della serietà scientifica.
Sono sempre due matematici – specie sempre assai pericolosa
–, Watts e Stragatz (giuro che i nomi sono autentici), a pubblicare
su "Nature" un articolo nel quale, avvalendosi del concetto
di “connettori casuali nella rete”, offrono una spiegazione
matematica del fenomeno "Piccolo Mondo". L'elegante dimostrazione,
basata sull'affascinante Teoria dei Grafi, è suffragata però
da un solo esempio sociologico sperimentale. Definendo due attori
"connessi" se hanno recitato insieme in almeno un film,
i due autori hanno scoperto che i 225mila attori presenti nell'aprile
1997 nella banca dati "Internet Movie Database" sono separati
fra loro da soli quattro passaggi. Esempio interessante che può
essere una buona analogia, secondo Judith Kleinfeld, docente di psicologia
presso l'università dell'Alaska a Fairbanks, per altre reti
di professionisti, ad esempio scienziati o dirigenti aziendali. Tuttavia,
gli attori, che cambiano il contesto sociale ogni volta che girano
un film, non sono una valida analogia per la formulazione classica
del problema "Piccolo Mondo" che si può enunciare
nel modo che segue: "A che livello sono connesse, ovunque nel
mondo, le persone?” Siano essi un contadino indiano analfabeta
o uno dei miei figli, giovani tecnofili urbani, quanti passaggi ci
vogliono per connetterli?
Inutile dire che la pubblicazione dell'articolo ha portato ad un'esplosione
dell'interesse di specialisti e media. Yang e Shulman (1998) lo definiscono
una scoperta fondamentale con implicazioni che vanno dalla trasmissione
delle malattie alle neuroscienze alla diffusione degli incendi boschivi.
Racconta Watts in un articolo pubblicato dalla rivista Discover: "Sono
stato contattato da esperti di tutte le specializzazioni, con l'unica
eccezione della letteratura inglese. Ho ricevuto lettere da matematici,
fisici, biochimici, neurofisiologi, epidemiologi, economisti, sociologi
(come possono mancare.... NdA); da esperti di marketing, sistemi informativi
gestionali, ingegneri civili, e da un'azienda che utilizza il concetto
del "piccolo mondo" per definire architetture di rete su
Internet”.
Nota di colore o ironia della sorte, Stanley Milgram era uno psicologo
sociale. Eppure la lista di Watt non ne contempla neanche uno. Niente
di sorprendente. Il problema del "Piccolo Mondo" in psicologia
era finito nel dimenticatoio.
La già citata Kleinfeld lo ha tirato fuori ed ha cercato di
restituire alla psicologia la sua forza empirica, la sua attenzione
ai sistemi di credenze. Ha cercato di smontare la perversa combinazione
della forza della credenza popolare di quanto sia piccolo il mondo
e la debolezza dell'evidenza scientifica delle conclusioni di Milgram.
Eh già. L'ipotesi di Milgram è tutt'altro che dimostrata.
La Kleinfeld si è accuratamente letta gli appunti originali
di Milgram, conservati negli archivi della Yale University. I risultati
sono inquietanti. Il fenomeno "Piccolo Mondo" si basa su
fondazioni empiriche molto, molto deboli. Le prove che Milgram presenta
a supporto della sua ipotesi ammettono rivendicazioni molto più
ristrette di quelle normalmente riconosciute. Difficile considerare
universale il fenomeno "Piccolo Mondo", quando si dimostra
che sono stati utilizzati solo i dati di uno dei due "obiettivi"
e solo qualche decina di catene complete. Non solo. Ci sono dati –
quelli del Kansas – che Milgram non pubblica perché non
alimentano le sue ipotesi. Insomma i risultati sono assai fragili.
Non ci sono state ricerche per verificarle. Le sole verifiche completate
sono limitate, trattano insiemi di partecipanti troppo limitati come
numero o come contesto (all'interno di una sola università),
inferiori a quelli di Milgram. No, non è sorprendente che nessuno
abbia mai condotto uno studio a larga scala. Troppe volte vengono
citati autori e le loro idee senza che ci si sia presa la briga di
andarli a leggere. Vedere ad esempio quante cose sono state attribuite
a quel poveraccio di Taylor senza che lui si sia mai sognato di dirle
o scriverle... Lasciamo perdere.
Riassumiamo. Milgram svolge uno studio. Afferma che il mondo è
piccolo. In media sei passaggi e tutti sono connessi con tutti. Passano
gli anni. Una psicologa dell'Alaska inizia a spulciare le carte di
Milgram. Un po' perché messa sul chi vive da un articolo di
due matematici, un po’ perché, dovendo preparare un corso
sulle metodologie di ricerca, matura l'idea di replicarne l'esperimento
nell'era di Internet. L'esperimento di Milgram, infatti, non solo
porta a dei risultati elegantemente contro-intuitivi, ma può
insegnare qualcosa di veramente nuovo: Internet ha modificato il Mondo
come si dice? E' diventato davvero più piccolo e interconnesso?
Il modo con cui il virus "Lovebug" si è diffuso,
facendo chiudere metà delle aziende nel giro di ventiquattro
ore, è indicativo di qualcosa? e di cosa?
Judith Kleinfeld dopo le sue ricerche negli archivi di Yale formula
tre affermazioni. Pesanti.
La prima è che le scoperte empiriche di Milgram non giustificano
la sua famosa conclusione che si vive in un "Piccolo Mondo"
dove le persone sono separate in media da sei livelli.
La seconda è che il sorprendente grado di accettazione della
nozione che siamo tutti interconnessi è di per se un importante
fenomeno da investigare. Probabilmente abbiamo una forte necessità
emotiva di crederci perché "pensare che ci si tiene tutti
per mano da' sicurezza in un mondo che fa paura". Esiste una
forte credenza religiosa – anche fra chi si dichiara laico o
gentile – che gli incontri fortuiti non siano casuali ma l'evidenza
di un qualche disegno divino.
La terza e ultima rivendica alla psicologia la trattazione del problema
"Piccolo Mondo". Occorrono ricerche empiriche per rispondere
a quesiti del tipo: "Che significa essere intimi con un’altra
persona così da chiamarla per nome di battesimo?" "Che
significa essere connessi?" Un esempio: sono un ragazzo-padre
che riceve assistenza sociale da un dipendente dell'assessorato comunale
preposto e lo chiamo per nome di battesimo. Il dipendente fa lo stesso
con il suo dirigente che fa lo stesso con l'Assessore che fa lo stesso
con il sindaco, collega di partito e amico di lunga data del Primo
Ministro che è intimo del Presidente della Repubblica. E allora?
Quale è la tipologia delle persone altamente connesse e quale
quelle che non lo sono? Belle domande, non trovate?
Ce n'è abbastanza per sottoporre a verifica le conclusioni
di Milgram.
Duncan Watts, sociologo della Columbia University, insieme ad un team
di ricercatori, ha avviato un interessante progetto per verificare,
attraverso l'uso della posta elettronica, se la teoria dei sei gradi
di separazione sia verificata su scala mondiale. La speranza è
di capire come siano strutturate le reti sociali e se è possibile
tracciare dei paralleli fra le reti sociali umane e quelle progettate
dall'uomo, come le reti informatiche distribuite: tanti calcolatori
collegati fra di loro. Internet ad esempio.
Se volete farne parte, in qualità di "bersaglio"
o di "inviante", basta andare sul sito http://smallworld.sociology.columbia.edu
e presentare la propria candidatura.
Selezionate la voce giusta, inserite i vostri dati personali di base
ed il gioco è fatto.
Come partecipante all'esperimento vi sarà dato il nome del
vostro bersaglio insieme a qualche altra informazione pertinente.
Ovvio che io mi sono registrato. Sono troppo curioso e sono pur sempre
un fisico sperimentale.... Il mio "bersaglio" è un
signore norvegese, veterinario militare, che ha studiato ad Oslo.
Devo seguire le stesse regole del gioco di Milgram: posso rivolgermi
solo a persone che conosco abbastanza da chiamarle per nome; non posso
usare motori di ricerca e Internet per trovarlo subito.
Non conosco nessuno in Norvegia, però un mio caro amico –
lo chiamo per nome – lavora per una multinazionale svedese.
La Norvegia è lì accanto.... chissà che non funzioni.
Una volta che vi siete iscritti, potete verificare lo stato di avvicinamento
al vostro bersaglio andando all'indirizzo http://smallworld.sociology.columbia.edu/track.html
Non fatelo se non vi siete iscritti: per entrare vi servono la Password
e la Userid che vi saranno assegnati.
Se invece dovesse capitarvi di essere stati scelti per mandare avanti
il messaggio, il team di progetto vi farà sapere chi è
stato ad inviarvelo, ovvero l'anello della catena precedente al vostro.
Prima di inoltrare a qualcun altro il messaggio dovete confermare
al team di progetto che effettivamente conoscete la persona che ve
lo ha mandato. Come vedete hanno messo a punto tutte le possibili
sicurezze per evitare imbrogli...
Poi digitate il nome e la e-mail della persona a cui volete inviare
il messaggio ricevuto per avvicinarlo ancora di più al soggetto
"bersaglio". Se volete potete anche allegare un breve messaggio
di spiegazione o di saluto.
Dunque, è per me un piacere ed un onore invitarvi a fare parte
del progetto dei signori Prof. Duncan J. Watts, Dr. Peter Dodds e
Roby Muhamad del Department of Sociology and the Columbia Earth Institute;
Columbia University, 2960 Broadway, New York, NY 10027-6902, USA.
Non so voi, io non vedo l'ora di sapere come finisce...
Che la Rete sia con Voi.
Andrea Aparo è Professore di Strategie Aziendali all’Università
di Roma