Il lavoro, ridotto ormai ad un settimo appena
della nostra vita adulta, rappresenta tuttavia per le donne il principale
strumento di visibilità e di riscatto sociale
Negli ultimi decenni ci sono stati almeno due eventi che hanno cambiato
la fisionomia delle imprese nel mondo del lavoro: la nuova partecipazione
delle donne al mercato del lavoro e l’impiego delle tecnologie
della comunicazione e dell’informazione. Il libro che qui sintetizzo
si sofferma sulla prima tematica (senza sottovalutare i numerosi punti
di intersezione con la seconda).
L’attenzione principale è rivolta a esaminare il massiccio
afflusso dell’offerta di lavoro femminile, dietro il quale vi
sono ragioni storiche e sociali che determinano comportamenti e atteggiamenti
inediti, ma anche nuove visioni del mondo con cui fare i conti. Allora
il punto focale è quanto questa partecipazione possa modificare
le relazioni di genere che dentro le organizzazioni si perpetuano
da secoli, cioè quanto essa possa concorrere a riscrivere un
altro sistema di regole che metta da parte l’imperativo basato
sul taste for discrimination, acutamente enucleato da Gary S. Becker.
Un altro terreno di confronto tra uomini e donne riguarda l’avvento
della net-economy, dove si profila un paesaggio del tutto nuovo per
gestire le cosiddette net-imprese e il lavoro che si muove sulla Rete.
In questo ambito le regole del lavoro sono ancora da definire nei
loro lineamenti essenziali, per cui sembrano esserci spazi significativi
da parte delle donne nel contribuire, quanto gli uomini, a fissare
le regole nei settori innovativi dell’economia. Un ambito ancora
fluido e magmatico, ma certamente sensibile ad alcune competenze/qualità
come quelle di comunicare e mediare.
In sintesi, lo scopo del libro è presentare una serie di “prove”
volte a dimostrare il radicamento della componente femminile nel mercato
del lavoro, sotto il profilo della partecipazione e dell’occupazione,
ma anche sotto il profilo della disoccupazione (intesa come propensione
crescente a cercare un lavoro retribuito e per il mercato) e della
segregazione occupazionale (assunta come un fenomeno in declino).
L’ipotesi più convincente, quindi, è quella di
vedere il “bicchiere mezzo pieno” respingendo la prospettiva
opposta, ovvero “il bicchiere mezzo vuoto”.
Nel primo caso le donne che lavorano hanno sì uno svantaggio
differenziale rispetto agli uomini, ma i progressi compiuti consentono
di gareggiare alla pari in tanti settori e in tante professioni. La
popolazione femminile, peraltro, è più adatta a fronteggiare
le trasformazioni del lavoro, poiché i processi di frammentazione
e/o flessibilità si coniugano meglio con percorsi di vita più
movimentati e meno stabili. L’espansione quantitativa dell’offerta
femminile inoltre comporta la probabilità statistica di raggiungere
posizioni di maggiore responsabilità nelle organizzazioni di
appartenenza. Nel secondo caso, invece, il bicchiere è mezzo
vuoto perché tutto sommato si afferma che i progressi delle
donne nel mercato del lavoro non intaccano sostanzialmente la loro
condizione storica rispetto all’altro sesso. Detto in altri
termini, ciò che connota la loro condizione non riguarda la
crescente disponibilità di spazi nelle imprese, ma semplicemente
i vincoli organizzativi che pure non possono essere trascurati.
Sulla base dell’approccio esplicativo appena enunciato, il libro
è suddiviso in due parti:
a) nella prima la tematica di genere viene esaminata alla luce della
partecipazione, delle trasformazioni, dell’occupazione e della
segregazione;
b) nella seconda parte sono raccolte 13 testimonianze autorevoli di
un gruppo di donne – imprenditrici e dirigenti nelle organizzazioni
industriali e dei servizi – che dal loro punto di osservazione
si confrontano costantemente con la tematica in questione e hanno
più informazioni di altre per valutare il “posto delle
donne” nei prossimi decenni.
I nodi tematici
Gli ultimi quarant’anni di storia del nostro paese mostrano,
sia pure tra incertezze e contraddizioni, la straordinaria partecipazione
femminile al mercato del lavoro. Trasformazioni significative consentono
di rovesciare l’immagine della forza lavoro femminile: i caratteri
di “debolezza e di “minore produttività”
perdono la loro pregnanza esplicativa, mentre si afferma un “nuovo
modello di partecipazione femminile al mercato del lavoro” che
respinge le vecchie norme culturali tipiche della società industriale
e, nello stesso tempo, si afferma l’emancipazione delle donne
attraverso l’ingresso duraturo nel mondo delle imprese. Il matrimonio
e la nascita dei figli condizionano sempre meno i loro destini, di
contro i livelli d’istruzione che crescono sospingono a cercare
un’occupazione e a rimodellare le relazioni con l’altro
sesso. In sostanza, i percorsi socio-professionali tra uomini e donne
tendono a essere meno differenziati che in passato e i modelli culturali
ad avvicinarsi.
Le trasformazioni sociali sono di gran lunga prevalenti rispetto alle
costanti storiche. Le statistiche mostrano che nei paesi industrialmente
avanzati è aumentato il tempo che le donne dedicano al lavoro
retribuito e per il mercato, mentre è diminuito quello degli
uomini. Nonostante il fatto che alle donne è richiesto uno
“sforzo addizionale” per ottenere gli stessi risultati
degli uomini, i lavori postfordisti determinano una reciproca convenienza
tra le modalità con cui il genere femminile si presenta sul
mercato e le istanze delle imprese, fondate sulla discontinuità
e la flessibilità nel rapporto di lavoro.
I tassi di attività, di disoccupazione e di occupazione rappresentano,
dati alla mano, lo svantaggio differenziale dell’offerta di
lavoro femminile. Ma anche da questa angolazione, che è quella
dell’analisi quantitativa, è possibile cogliere elementi
di un certo interesse. In 11 importanti paesi aderenti all’OECD,
i tassi di attività delle donne aumentano sistematicamente.
Tra il 1979 e il 1998, per esempio, in Italia i tassi in esame crescono
dal 37,4 al 44,5. Negli stessi paesi e nello stesso periodo di tempo,
i tassi di attività maschili diminuiscono ovunque, tranne che
in un caso (l’Olanda). La stessa cosa dicasi per i tassi di
occupazione che, nel caso dell’offerta femminile, crescono,
mentre quelli dell’offerta maschile rimangono costanti o addirittura
declinano.
L’ultimo nodo tematico trattato nel libro riguarda la segregazione
occupazionale, sia orizzontale che verticale. Nel primo caso le invasioni
di campo delle donne nelle attività “tipicamente maschili”
configurano un processo di de-segregazione irreversibile che è
ben visibile a tutti. Nel secondo caso, per converso, resta il problema
dell’accessibilità delle donne ai vertici delle imprese.
Poiché sono le “ultime arrivate”, ancora resiste
l’assioma sociale secondo il quale le donne non possono sostituirsi
agli uomini nel comando delle organizzazioni. Chi si trova in una
posizione decisionale sceglie secondo il criterio delle “affinità
elettive”, ovvero favorisce chi sente affine per cultura, formazione
e linguaggio.
La ricerca
Dall’esame delle interviste raccolte nel corso della ricerca
si ricava una molteplicità di risposte che, in estrema sintesi,
è possibile riassumere nel modo che segue. Per tante donne
il lavoro per il mercato costituisce il mezzo principale di affermazione
e di riposizionamento nella vita sociale e nelle relazioni con l’altro
genere, siano essa familiari che extrafamiliari.
Sebbene il lavoro non conferisca più identità così
cogenti come in passato, sta di fatto che se le donne non avessero
combattuto la battaglia per il lavoro stesso non sarebbero tanto forti
come lo sono oggi.
Sentiamo direttamente che cosa dicono.
Ispirandosi alla logica antagonista, un’intervistata afferma
che “l’uomo è il principale ostacolo”. Non
si tratta di un vecchio retaggio di matrice femminista, perché
questa affermazione nasce dal fatto che sono ancora gli uomini a detenere
le leve del potere, gestito come un fine e non come un mezzo. Per
gli uomini il potere è un traguardo imprescindibile, quasi
genetico. Nella loro vita sopra ogni cosa c’è sempre
stato prima il lavoro e poi il resto. Se nel passato questa propensione
aveva un significato preciso, oggi essa rappresenta soltanto un limite
intellettuale e professionale, che determina una sorta di mentalità
“monotematica”, come asserisce la nostra intervistata.
Come darle torto? I cambiamenti intervenuti nella gerarchia dei tempi
sociali assegnano una posizione di rilievo al tempo libero, che non
può essere più considerato un tempo residuale rispetto
a quello che ognuno di noi decide di dedicare alla propria professione.
Chi non coglie queste novità è come se vivesse in un’epoca
che appartiene al passato, senza accorgersi delle potenzialità
offerte dal futuro.
Un’altra imprenditrice intervistata poggia la sua argomentazione
sulla necessità di “cambiare le regole non scritte”
che vigono nelle imprese. Queste sono le regole che si tramandano
di uomo in uomo, da amministratore delegato ad amministratore delegato.
Sono regole appunto che non puoi leggere da nessuna parte, in quanto
appartengono alla tradizione e alla cultura di genere che da lungo
tempo prevale nella scelta dei capi. La letteratura sull’argomento
ha mostrato molto bene che le “affinità elettive”
rappresentano il substrato fiduciario su cui si basa la progressione
di carriera. Al di là delle competenze necessarie per occupare
un posto di responsabilità, ciò che conta è usare
gli stessi linguaggi, gli stessi comportamenti e, nello stesso tempo,
appartenere alla stessa “cordata”. Per fare carriera spesso
è più importante andare alla cena giusta e rimanere
in ufficio fino a tardi, piuttosto che avere un Master all’MIT
o disporre delle conoscenze appropriate per gestire quel progetto.
A ben vedere, nel codice delle regole non scritte rientra anche quello
che Rosabeth Moss Kanter definisce il tetto di cristallo (glass ceiling).
Siccome si tratta di un vincolo non visibile, ma comunque insormontabile,
esso appartiene alla organizzazione informale del lavoro. Sulla carta
entrambi i generi presenti nell’impresa hanno le stesse opportunità
di promozione socio-professionale, ma di fatto le donne sono ancora
penalizzate per almeno due ragioni. La prima riguarda il fatto che
– come riconoscono, peraltro, quasi tutte testimonianze raccolte
– le donne che lavorano “devono dimostrare di valere di
più degli uomini”. Poiché la loro strada è
in salita si fanno largo a suon di titoli di studio e di competenze.
La seconda ragione attiene ai pregiudizi sociali che ruotano intorno
alla capacità di una donna di essere un “capo”
e di gestire un team di lavoro, senza considerare le resistenze, e
non di rado l’imbarazzo, degli uomini di essere diretti da una
figura femminile che spiega loro come orientare le scelte strategiche,
concede permessi e stabilisce ricompense.
Una giovane dirigente del Nord, con una buona esperienza alle spalle,
è convinta che “nel mondo della Rete ripartiamo tutti
da zero”, così da avere tutti le stesse possibilità
di affermazione. La chiave di lettura che suggerisce risulta convincente,
soprattutto in relazione al fatto le regole delle organizzazioni non
siano ancora state “scritte” e le condotte dei soggetti
non ancora codificate. Per queste ragioni la net-economy offre più
spazi di presenza alle donne, specie per quelle professioni di alto
profilo ove occorre mettere in campo molta creatività e molta
capacità nella comunicazione. Il mondo che si sta costruendo
intorno alla Rete rivoluziona il sistema di norme tipico dell’industria
e offre inedite opportunità di penetrazione ai soggetti che
sanno adattarsi meglio ai nuovi requisiti del lavoro. Questo mondo
esige nuove abilità e nuovi skills, ma anche una buona dose
di ottimismo e di inventiva nel campo delle iniziative imprenditoriali.
Le nuove tecnologie, in definitiva, configurano assetti organizzativi
più fluidi dove fare carriera è molto meno difficile
rispetto alla old economy, strutturata intorno a un management tutto
maschile (o mascolinizzato). Così, l’esigenza di dimostrare
di valere più degli uomini inizia a perdere un po’ della
sua pregnanza sociologica.
Suggestiva ed efficace l’osservazione di una manager del Sud
quando sostiene che le donne hanno una visione “multimediale”.
Che cosa vuol dire? Significa che le donne hanno maggiore capacità
d’associazione, nel senso che sono capaci di fare più
link con la realtà circostante. Detto in altri termini, il
genere femminile riesce a mediare, cooperare, comunicare meglio del
genere maschile. Queste abilità nascono dalla posizione che
le donne hanno assunto e assumono nel reticolo familiare come nodo
strategico attraverso il quale passano e vengono elaborate le comunicazioni
di ogni tipo, che riguardano i componenti la famiglia stessa. Data
questa posizione, d’altra parte, le donne sono in qualche misura
indotte ad assumere una visione multimediale: la “doppia presenza”
comporta una molteplicità di link con il mondo interno e con
quello esterno alla cerchia familiare. In questo senso la doppia presenza
costituisce una risorsa da spendere in periodi d’incertezza
e variabilità come questo, perché le donne sono più
abituate ad entrare ed uscire dal mercato del lavoro secondo i dettami
della flessibilità. E, per giunta, la doppia presenza può
essere intesa come una sorta di allenamento ad reinventarsi continue
strategie di sopravvivenza nei periodi di transizione: basterebbe
ripensare ai risultati della classica ricerca di Jahoda, Lazarsfeld
e Zeisel, I disoccupati di Marienthal.
In sostanza, quello degli uomini è uno stile di vita che risponde
meglio a una scansione temporale tipica della società industriale,
mentre quello delle donne (e delle famiglie che gestiscono) è
uno stile di vita basato su numerose attività “non razionalizzabili”.
Da qui la maggiore adattabilità alle trasformazioni e la capacità
di rivestire al contempo più ruoli sociali.
Ponendo attenzione ai mutamenti nel mercato del lavoro, una importante
imprenditrice del Nord-Est afferma che c’è “un
disperato bisogno di donne”. Questa affermazione non deriva
da una interpretazione ottimistica della realtà, né
da una ottica di parte, ma dalla constatazione che nel prossimo futuro
le risorse umane saranno un bene ancora più prezioso delle
tecnologie e del denaro, per cui si pone il problema di valorizzare
risorse relativamente nuove, come quelle rappresentate dalle donne.
In questo senso il massiccio afflusso di figure femminili nel mercato
del lavoro risponde a una felice convergenza: da una parte le donne
cercano e trovano lavoro come non mai nelle epoche precedenti, dall’altra
le trasformazioni del lavoro favoriscono profili socio-professionali
più duttili e più inclini ad affrontare le conseguenze
dei processi di flessibilità. Ma non è tutto. Ancora
più nello specifico, la crescente domanda di lavori “tipicamente
femminili” (come le insegnanti, infermiere, commesse, cameriere,
ecc.) si salda con la propensione delle donne a oltrepassare il muro
delle attività “tipicamente maschili” (inutili
ricordarle: le conosciamo tutti).
Il disperato bisogno di donne, dunque, rimette in discussione il sex-typing
dei mestieri e delle professioni. Come a dire: in questo periodo storico
nei settori in espansione dell’economia crescono le attività
che sono appannaggio delle donne, ma soprattutto le donne invadono
campi di competenza che finora erano di esclusiva pertinenza degli
uomini. Da qui due conseguenze: il sex-typing varia a seconda dell’epoca
(e dell’area territoriale) di riferimento assegnando il genere
dominante questa o quell’occupazione in relazione agli equilibri
culturali e politici che si determinano di volta in volta tra gli
uomini e le donne; la distribuzione dei lavori in una società
poi riguarda molto di più la cultura che la natura o la biologia
dell’uno e dell’altro sesso. In definitiva, il potere
nelle organizzazioni non ha sesso, ma di certo nell’immaginario
collettiva non viene assimilato a quello femminile.
Una giovane imprenditrice del Centro incalza affermando che “la
valanga rosa deve ancora arrivare”. Essa deve ancora arrivare
perché i relativi successi ottenuti nel tempo indurranno un
numero crescente di donne a entrare nel mercato del lavoro, non di
meno ad avere più coraggio, più fiducia e maggiore stima
di se stesse, come più o meno notano tutte le interpellate.
Naturalmente anche nelle nuove generazioni, dove il livello di autostima
è più alto, rimane il vincolo associato al lavoro di
cura e alla responsabilità della famiglia, che quasi sempre
è di stretta competenza delle donne (anche nei casi più
acculturati e progrediti). Ciò testimonia che l’evoluzione
degli usi e dei costumi nella società postindustriale ha intaccato
molto di più relazioni ed equilibri di genere nei luoghi del
lavoro retribuito e per il mercato che nella cerchia familiare. I
più ritengono ancora che l’uomo è colui che deve
avere il lavoro principale e garantire il reddito sicuro per la famiglia.
Per questa ragione non pochi reputano che i lavori flessibili si addicano
di più alla componente femminile della manodopera. Comunque
sia, se un uomo svolge un lavoro part-time è considerato un
“precario”, mentre se lo fa una donna è ritenuta
“una che lavora” in grado di conciliare anche agli impegni
familiari.
Nelle sue parole una brillante imprenditrice del Centro pone l’attenzione
sul fatto che occorre “collaborare insieme, uomini e donne”.
E’ la visione “romantica” delle relazioni di genere
adagiata sull’idea che la competizione con l’altro sesso
non può che essere dannosa per lo sviluppo delle imprese e
per l’armonia dell’organizzazione familiare. L’ostacolo
principale non può essere l’uomo perché stare
in famiglia non è una “rinuncia” alla libertà,
ma una richiesta naturale del “tuo uomo” e dei “tuoi
figli”. Quindi le donne lavorano soprattutto per necessità
ma, nello stesso tempo, hanno raggiunto traguardi apprezzabili, pur
in presenza del fatto che ai vertici delle aziende ci sono più
uomini che donne. Da quando le donne hanno “varcato l’uscio
di casa” sono riuscite bene in tante occupazioni, mentre potranno
affermarsi ancora di più perseguendo la logica della collaborazione
ed evitando quella della sfida, che ostacola la piena affermazione
nel mondo delle imprese.
L’ultima testimonianza è quella di una schietta dirigente
del settore pubblico, non più giovanissima. Sintetizzo così
la sua testimonianza: “la mia generazione, perseguitata da un
senso di colpa”. Nelle sue parole c’è tutta la
fatica di una generazione che funge da “rompighiaccio”
proponendo nuovi modelli di comportamento e di atteggiamento dell’offerta
di lavoro femminile. Il senso di colpa si sostanzia nel ritenere di
essere state nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’impressione
è quella di aver sottratto certe volte qualcosa alla vita familiare
e altre volte qualcosa alla vita di lavoro. Nelle nuove generazioni
invece i progetti esistenziali appaiono più definiti e meno
ambivalenti, nel senso che la vita privata non può ostacolare
la vita di lavoro, per la quale ci si è preparati a lungo prima
sui banchi di scuola e poi nelle aule universitarie (qualche volta
persino nei corsi di formazione all’estero). In questo senso
le distanze generazionali sembrano più ampie di quanto si possa
ritenere, anche se le affermazioni delle nuove generazioni di donne
come sempre nascono dal passato, cioè dai cambiamenti di rotta
che le donne oggi vicine alla pensione hanno saputo imprimere al loro
progetto di vita. Per entrambe le generazioni il lavoro, o meglio
i lavori, rappresentano il principale strumento per conquistare visibilità
nel sistema sociale e per recuperare antichi svantaggi rispetto al
genere maschile.
Renato Fontana insegna Sociologia Industriale alla Facoltà
di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma
“La Sapienza”. Questo articolo è una sintesi del
volume, Il lavoro di genere. Le donne tra vecchia e nuova economia,
Roma, Carocci, 2002.