Ora che di operai si parla sempre meno, ora che si è smarrito
il “soggetto rivoluzionario” per eccellenza, riesce sorprendente
l’avventura umana e sociologica di Simone, nostra sorella dolcissima
Simone Weil (Parigi 1909-Ashford 1943) è stata come una meteora
che ha attraversato la cultura europea lasciando dietro di sé
esperienze audaci, idee folgoranti, tracce inconfondibili. Fu operaia
e insegnante, militante e filosofa, agnostica e religiosa. La sua
erudizione era eccezionale e la sua trasandatezza estrema. Senza l’amore
della madre e le fedeli amicizie avrebbe vissuto quasi come una barbona.
Questa scostante negligenza di sé come persona era lo scotto
pagato al proprio genio, all’unicità che la rende ancora
più grande di Hanna Arendt. Non lasciò mai che la vita
scegliesse per lei: l’unica cosa che ricevette fu una profonda
ebraicità sotto traccia. E tuttavia, anche qui fu poi lei a
scegliersi la fede, optando per una devozione cattolica a cui l’attrassero
i canti e i salmi ancor più che i testi sacri. In qualche modo
non accettò neppure il proprio sesso (un misterioso episodio,
rimasto oscuro perfino alla sua grande amica e biografa, Simone Petrement,
la tenne lontana ed estranea a ogni amore carnale).
Era figlia di una coppia fuori del comune per nobiltà d’animo
e per spessore culturale. Il padre era un medico colto un po’
anarchico, radicale e agnostico, benché figlio di commercianti
alsaziani ebrei osservanti. La madre era un’ebrea finissima
ed erudita nata in Russia da facoltosi genitori d’origine galiziana,
poi emigrati in Germania. Il fratello maggiore André, amatissimo,
sarebbe diventato un matematico famoso; anch’egli era un po’
bislacco. Simone morì giovanissima in Inghilterra, dov’era
riparata dopo che l’occupazione nazista l’aveva costretta
a una fuga con i genitori a Marsiglia, e spinta a un espatrio negli
Stati Uniti. Tornata in Europa, voleva convincere il generale Charles
De Gaulle a fondare un corpo di infermiere e voleva essere inviata
in Francia per una missione operativa. Intanto costringeva il proprio
corpo macilento a nutrirsi con la razione dei concittadini rimasti
in patria. Malnutrizione e tubercolosi ne minarono la resistenza,
ma non è sbagliato dire che si è lasciata consumare.
Un’esistenza errante.
Al famoso liceo Henri IV, Simone fu allieva difficile ma prediletta
del filosofo Alain, facendosi notare per la folgorante lucidità
dei suoi ragionamenti e per l’eccessività del suo approccio
alle persone e alle situazioni. Frequentò anche la Scuola Normale
Superiore, come esterna. Dopo avere conseguito il titolo, chiese di
insegnare in città industriali o portuali per vivere vicina
ai lavoratori. Diventò una stravagante e umanissima professoressa
di filosofia in un liceo femminile di provincia. Ma aveva interessi
sociali e politici ben più appassionanti dell’insegnamento,
per cui voleva impegnarsi nelle organizzazioni dei lavoratori e militare
nell’estrema sinistra. “Una professoressa girovaga tra
la classe operaia”, diceva di sé. Per molti era una rivoluzionaria
e basta. A poco più di 20 anni aveva già iniziato un
volontariato ante litteram, tutto suo, che la porterà a tenere
corsi ai ferrovieri, a lavorare in fabbrica, a collaborare con i sindacati,
ad arruolarsi come giornalista di guerra, a proporsi come crocerossina,
a entrare nel servizio civile in esilio. E tutto ciò, assillata
da tremendi mal di testa che la rendevano vulnerabile, e sempre continuando
a leggere, a studiare, a ragionare, a scoprire, in un dialogo incessante,
serrato e fecondo con Karl Marx e con i classici greci. La sua capacità
di penetrazione era prodigiosa, quasi stregonesca: due brevi soggiorni
le bastarono per individuare con acutezza il malessere sociale della
Germania e le fratture etniche negli Stati Uniti.
Oppressione e libertà.
Simone aveva cominciato a riflettere sull’antinomia fra oppressione
e libertà fin da quand’era liceale. Questo nodo della
convivenza umana e degli assetti sociali restò al centro dei
suoi pensieri, cui dedicò la dote per lei più alta,
cioè quell’attenzione che aveva elevato a virtù
antropologica. Potere, guerre, ingiustizie, ignoranza, diseguaglianze,
“sventure” erano temi a cui Simone era sensibilissima.
Il suo interesse non era soltanto emotivo, anzi. Come molti grandi
umanisti, era attratta da una poesia della ragione che in lei diventava
una fede vera e propria nella ragione. Nel suo tormentato itinerario
intellettuale, infatti, andò sempre in cerca di un ordine razionale:
nella fabbrica, nella società, nelle istituzioni, persino nel
trascendente. Il bisogno di razionalità spiega la sua attenzione
estrema per la scienza, la visione positiva della tecnologia, l’approccio
equilibrato alle politiche sociali, il rispetto delle radici di ognuno.
Spiega le sue esplorazioni terrene sul lavoro come geometria, sull’ordine
della produzione, sul socialismo come giustizia. Il bisogno di razionalità
spiega anche le sue delusioni, come quelle che le vennero dal lavoro
di fabbrica, e persino la sua linea di fuga nel cristianesimo: lo
sbocco mistico come nuova dimensione epistemologica.
Esperienze della vita di fabbrica.
Il brano che segue è tratto dal volume La condizione operaia,
uscito in Italia giusto 50 anni fa per lodevole iniziativa delle edizioni
di Comunità. Nella splendida e partecipe traduzione di Franco
Fortini, fu così che i più vennero a conoscenza dello
straordinario testo di un’autrice singolare. Esso riunisce lettere,
articoli, conferenze e riflessioni che fanno da cornice al diario
di fabbrica, forse l’opera più alta mai scritta sul lavoro
operaio. In un articolo scritto a Marsiglia ad anni di distanza, e
intitolato Esperienze della vita di fabbrica, Simone distilla le emozioni
e sintetizza i pensieri che avevano accompagnato i mesi trascorsi
alle presse dell’Alshtom e delle fonderie Carnaud et Forges,
e poi alle fresatrici della Renault. Vi era entrata da professoressa
dopo aver chiesto al ministero un congedo “per scrivere una
tesi di filosofia sui rapporti tra la tecnica moderna, base della
grande industria, e gli aspetti essenziali della nostra civiltà”.
Aveva un assoluto bisogno esistenziale di conoscere la “sventura”
operaia. L’impatto della fabbrica fu fortissimo e Simone lo
registrò fedelmente in un diario, documentando quell’esperimento…
su se stessa. Ciò che la colpì maggiormente fu la grigia
durezza dei rapporti umani e della dipendenza meccanica, da cui veniva
una “stanchezza che è più dell’anima che
del corpo”. La sua descrizione delle inesorabili cadenze lavorative,
delle rigide prassi operative e delle severe norme disciplinari resta
il documento più definitivo sul lavoro di serie nella grande
impresa fordista del ‘900. Rivolgendosi a un direttore di fabbrica
che le proponeva di collaborare al giornale aziendale, Simone scrive
il 31 marzo 1936: “Non manchi di vedere l’ultimo film
di Charlot: ecco finalmente qualcuno che ha espresso una parte di
quel che ho provato”.
Nel tornare a quella realtà, le Esperienze sono significative
perché vi troviamo alcune istanze, potremmo dire riformiste,
a cui il lavoro post-fordista dà qualche risposta: vedi “l’unione
di uniformità e di varietà”, il “formare
uomini capaci di comprendere l’insieme del lavoro a cui partecipano”,
il “sentirsi almeno una volta a casa propria nell’officina”.
Sebbene ci sia tuttora molto lavoro fordista anche fuori dall’industria,
quelle istanze ricordano la polivalenza professionale, la conoscenza
del prodotto e il coinvolgimento nei fini di cui oggi – quanto
meno – si parla.
LA CONDIZIONE OPERAIA
di Simone Weil
Non c'è nulla nell’uomo che sia tanto potente quanto
il bisogno di appropriarsi, non giuridicamente, ma con il pensiero,
i luoghi e gli oggetti fra i quali passa la vita e spende la vita
che ha in sé. Una donna di casa dice “la mia cucina”,
un giardiniere dice “il mio prato”
ed è bene che sia così. La proprietà giuridica
è solo uno dei mezzi
che procurano un tale sentimento e l'organizzazione sociale perfetta
sarebbe quella che con l’uso di quel mezzo e di altri desse
quel sentimento a tutti gli esseri umani. Un operaio, eccetto pochi
casi rarissimi, non può appropriarsi nulla, in fabbrica, con
il pensiero; le macchine non sono sue, ne serve l’una o l’altra
a seconda degli ordini. Le serve, non se ne serve; non sono per lui
il mezzo per far prendere una certa forma ad un pezzo di metallo,
egli è per le macchine un mezzo per portar loro dei pezzi,
un’operazione il cui rapporto con le operazioni precedenti e
seguenti egli ignora.
I pezzi hanno la loro storia; passano da una fase della lavorazione
ad un’altra; egli non entra per nulla in questa storia, non
vi lascia il suo segno, non ne sa nulla. Se fosse curioso, la sua
curiosità non sarebbe incoraggiata, e d’altronde quel
medesimo dolore sordo e continuo che impedisce al pensiero di viaggiare
nel tempo impedisce anche di viaggiare attraverso la fabbrica e lo
inchioda in un punto dello spazio, come all’attimo presente.
L’operaio non sa quel che produce e quindi non ha la coscienza
di aver prodotto, ma di essersi sfinito a vuoto. Egli consuma nella
fabbrica talora fino al limite estremo quel che ha di meglio in sé,
la sua capacità di pensare, sentire, muoversi; le consuma,
perché quando esce ne è vuotato; eppure non ha messo
nulla di sé nel lavoro, né pensiero, né sentimento,
e nemmeno, se non in una debole misura, movimenti determinati da lui,
ordinati da lui in vista di un fine. La sua vita stessa esce da lui
senza lasciargli intorno alcun segno. La fabbrica crea oggetti utili,
non è lui a crearli (…).
La fabbrica come luogo di gioia
(…) L’operaio, benché indispensabile alla fabbricazione,
non vi ha parte alcuna e questa è la ragione per cui ogni sofferenza
fisica inutilmente imposta, ogni mancanza di riguardo, ogni brutalità,
ogni umiliazione anche leggera paiono ricordare che non si conta nulla
e che si è estranei. Si possono vedere donne aspettare dieci
minuti davanti a una fabbrica sotto la pioggia battente, di fronte
ad una porta aperta, dove passano i capi, finché non è
suonata l’ora: sono operaie; quella porta è più
straniera per loro di quella di qualsiasi casa sconosciuta dove con
la massima naturalezza entrerebbero per ripararsi. Nessuna intimità
lega gli operai ai luoghi e agli oggetti fra i quali si consuma la
loro vita e l’officina fa di loro, nella loro stessa patria,
degli stranieri, degli esiliati, degli sradicati. Le rivendicazioni,
nell’occupazione delle fabbriche, hanno avuto meno importanza
del bisogno di sentirsi almeno una volta a casa propria nell’officina.
Bisogna ché la vita sociale sia proprio corrotta fino al midollo
se gli operai si sentono in casa proprio nella fabbrica quando scioperano,
ed estranei quando vi lavorano. Dovrebbe essere vero il contrario.
Gli operai non si sentiranno veramente a casa nella loro patria, membri
responsabili del paese se non quando si sentiranno a casa propria
nella fabbrica e mentre vi lavorano (…).
La fabbrica dovrebbe essere un luogo di gioia, dove, anche se è
inevitabile che il corpo e l’anima soffrano, tuttavia l’anima
possa anche gustare la gioia, nutrirsi di gioia. Per questo bisognerebbe
mutare, in un certo senso, poche cose, e, nell’altro, molte.
Tutti i sistemi di riforma o di transizione sociale sono inefficaci;
se fossero realizzati lascerebbero intatto il male; mirano a mutare
troppo e troppo poco; troppo poco quella che è la causa del
male, troppo le circostanze che sono ad essa estranee. Taluni annunciano
una diminuzione, tuttavia esagerata in modo ridicolo, della durata
del lavoro; ma fare del popolo una massa di oziosi che sarebbe schiava
due ore al giorno non è desiderabile, quand’anche fosse
possibile, né possibile moralmente qualora materialmente lo
fosse. Nessuno accetterebbe di essere schiavo per due ore, la schiavitù
per essere accettata deve durare ogni giorno quanto basta per spezzare,
dentro l’uomo, qualcosa. Se c’è un rimedio possibile,
esso è d’altro ordine, è più difficile
a concepirsi.
Esige uno sforzo d’invenzione. Occorre mutare la natura degli
stimoli al lavoro, diminuire o abolire le cause del disgusto, trasformare
il rapporto che intercorre fra ogni operaio e il funzionamento complessivo
della fabbrica, il rapporto dell’operaio con la macchina, e
il modo con il quale scorre il tempo durante il lavoro.
Non è bene né che la disoccupazione sia come uno spettro
senza via d’uscita né che il lavoro sia ricompensato
da un’onda di falso lusso a buon mercato che eccita i desideri
senza soddisfare i bisogni. Questi due punti nessuno li contesta.
Ma ne consegue che la paura del licenziamento e l’avidità
del denaro debbono cessare di essere gli stimoli essenziali che occupano
permanentemente il primo posto nell’anima degli operai, per
agire ormai nel loro luogo naturale come stimoli secondari. In primo
piano ci devono essere altri stimoli.
Uno dei più potenti, in ogni lavoro, è la coscienza
che c’è qualcosa da fare e che uno sforzo deve essere
compiuto. Questo stimolo, in una fabbrica, e soprattutto per l’operaio
non qualificato che lavora alle macchine, manca spesso totalmente.
Quando mette mille volte di seguito un pezzo in contatto con l’utensile
di una macchina, egli si trova (con la fatica in più) nella
situazione di un bambino cui si è ordinato, per farlo stare
buono, di infilare delle perline (…).
Il senso del proprio operato
Le cose sarebbero diverse se l’operaio sapesse chiaramente,
ogni giorno, ogni istante, quale luogo occupi, nella produzione della
fabbrica, quel che sta facendo e quale posto occupi nella vita sociale
la fabbrica nella quale lavora. Se un operaio fa cadere l’utensile
di una pressa su un pezzo di lamiera che debba far parte di un dispositivo
destinato al metrò, bisognerebbe che lo sapesse e che inoltre
si rappresentasse quali saranno il luogo e la funzione di quel pezzo
di lamiera in una vettura del metrò, quali operazioni ha già
subite e deve ancora subire prima d’essere montato al suo posto.
Non si tratta, beninteso, di fare, prima di ogni lavoro, una conferenza
ad ogni operaio; ma è possibile far sì che a turno,
di tanto in tanto ogni squadra di operai possa percorrere la fabbrica,
durante alcune ore che dovrebbero essere pagate alla tariffa ordinaria;
e che la visita fosse accompagnata da spiegazioni tecniche. Permettere
agli operai, durante queste visite, di far venire le loro famiglie
sarebbe anche meglio; è
naturale forse che una donna non possa mai vedere il luogo dove suo
marito, tutti i giorni e per tutta la giornata, consuma il meglio
di sé? Ogni operaio sarebbe felice e fiero di mostrare alla
propria moglie e ai propri figli il luogo dove lavora. Sarebbe anche
bene che ogni operaio, di tanto in tanto, veda finito l’oggetto
alla cui fabbricazione ha avuto una parte, foss’anche minima;
e che gli si facesse capire quale esattamente è stata la sua
parte di lavoro.
Beninteso, il problema si pone diversamente per ogni fabbrica e per
ogni lavorazione e, secondo i vari casi, è possibile trovare
metodi infinitamente variati per stimolare e soddisfare la curiosità
dei lavoratori verso il lavoro. Non ci vuole un grande sforzo d’immaginazione,
a condizione di concepire chiaramente lo scopo: che è quello
di lacerare il velo interposto dal denaro fra il lavoratore e il lavoro.
Gli operai credono, con una sorta d’inesprimibile convinzione
(se così fosse espressa sarebbe assurda, ma impregna nondimeno
tutti i loro sentimenti), che la loro pena si trasformi in denaro
del quale una piccola parte tocca a loro e una parte maggiore al padrone.
Bisogna far capire loro, non con quella parte superficiale dell’intelligenza
che noi applichiamo alle verità evidenti ? perché in
questo modo lo capiscono già ? ma con tutta l’anima e
per così dire con il corpo stesso, in tutti gli attimi della
loro fatica, che stanno fabbricando oggetti richiesti dai bisogni
sociali e che hanno un diritto limitato ma reale ad esserne fieri.
È vero che fino a quando si limiteranno a ripetere una combinazione
di cinque o sei gesti semplici, sempre identica, essi non fabbricheranno
realmente degli oggetti. Ciò non deve più accadere.
Finché sarà così, qualsiasi cosa si faccia, ci
sarà sempre nel cuore della vita sociale un proletariato avvilito
e pieno di odio. È vero che certi esseri umani, mentalmente
arretrati, sono naturalmente atti a questo tipo di lavoro; ma non
è vero che il loro numero sia eguale a quello degli esseri
umani che in realtà lavorano così; e, anzi, ce ne corre.
La prova è fornita dal fatto che su cento figli di famiglie
borghesi la proporzione di coloro che da grandi eseguiranno solo compiti
macchinali è assai minore di quella che si ha su cento figli
di operai, benché la distribuzione delle attitudini sia in
media verosimilmente la stessa. Il rimedio non è difficile
a trovarsi almeno in un periodo normale, quando non mancano le materie
prime. Ogni volta che una lavorazione esige che si ripeta la combinazione
di un piccolo numero di movimenti semplici, questi movimenti possono
essere eseguiti, senza eccezione, da una macchina automatica. Si preferisce
impiegare un uomo perché l’uomo è una macchina
che obbedisce alla voce e perché basta a un uomo ricevere un
ordine per sostituire in un attimo una combinazione di movimenti con
un’altra. Ma ci sono macchine automatiche ad usi multipli che
è possibile far passare egualmente da una ad un’altra
lavorazione, sostituendo una camma con un’altra. Questa specie
di macchine è ancora recente e poco sviluppata; nessuno può
prevedere fin dove sarà possibile svilupparla, se lo si vorrà
fare. Potrebbero allora apparire cose che si chiamerebbero macchine,
ma che, dal punto di vista dell'uomo che lavora, sarebbero esattamente
l’opposto della maggior parte delle macchine attualmente in
uso; non è raro che la medesima parola significhi realtà
opposte. Un operaio non deve far altro che ripetere automaticamente
i movimenti mentre la macchina che egli serve contiene, impressa e
cristallizzata nel metallo, tutta quella parte di combinazioni e d’intelligenza
che è richiesta dalla lavorazione in corso. Un tale rovesciamento
è contro natura, è un delitto. Ma se un uomo ha come
compito quello di regolare una macchina automatica e di fabbricare
le camme corrispondenti ogni volta ai pezzi che debbono essere lavorati,
egli assume una parte dello sforzo di riflessione e di combinazione
e compie anche uno sforzo manuale che, come quello degli artigiani,
richiede una vera e propria abilità. Un tale rapporto fra macchina
e uomo è pienamente soddisfacente.
Il lavoro non è giuoco
Il tempo e il ritmo sono il fattore più importante del problema
operaio. Certo; il lavoro non è il giuoco; è inevitabile
e insieme opportuno che nel lavoro ci siano la monotonia e la noia;
e poi non c’è nulla di grande a questo mondo, in nessun
campo, senza una parte di monotonia e di noia. C’è più
monotonia in una messa in gregoriano o in un concerto di Bach che
in un’operetta. Questo mondo, nel quale siamo caduti, esiste
realmente; noi siamo realmente carne; siamo stati gettati fuori dall’eternità;
e dobbiamo realmente attraversare il tempo, penosamente, un minuto
dopo l’altro. Questa pena è la nostra eredità
e la monotonia del lavoro ne è solamente una forma. Ma non
è vero che il nostro pensiero è fatto per dominare il
tempo e che questa vocazione
deve essere preservata intatta in ogni essere umano. La successione
assolutamente uniforme e insieme variata e continuamente sorprendente
dei giorni, dei mesi, delle stagioni e degli anni conviene esattamente
alla nostra sofferenza ed alla nostra grandezza.
Fra le cose umane, tutto quel che è, in qualche misura, bello
e buono riproduce in qualche misura questa unione d’uniformità
e di varietà: tutto quel che ne differisce è cattivo
e degradante.
Il lavoro del contadino obbedisce per necessità a questo ritmo
del mondo; il lavoro dell’operaio, per sua stessa natura, ne
è largamente indipendente, ma potrebbe imitarlo. Nelle fabbriche
accade il contrario. Anche nelle fabbriche si mescolano l’uniformità
e la varietà. Ma questa mescolanza è l’opposto
di quella che procurano il sole e gli astri; il sole e gli astri occupano
le sedi del tempo con una varietà limitata e ordinata in regolari
ritorni, sedi destinate a un’infinita varietà di eventi
assolutamente imprevedibili e parzialmente privi di ordine; al contrario
l’avvenire di chi lavora in una fabbrica è vuoto per
l’impossibilità di prevedere, ed è più
morto del passato per l’identità degli istanti che si
succedono come il tic?tac di un orologio. Un’uniformità
che imiti i movimenti degli orologi e non quelli delle costellazioni,
una varietà che esclude ogni regola e quindi ogni previsione;
ecco quel che produce un tempo inabitabile all’uomo, irrespirabile.
L’avvenire è nelle macchine
Solo la trasformazione delle macchine può impedire che il tempo
degli operai somigli a quello degli orologi. Ma non basta; bisogna
che l’avvenire si apra di fronte all’operaio con una certa
possibilità di previsione, perché abbia il senso di
avanzare nel tempo, di andare, ad ogni sforzo, verso un qualche compimento.
Attualmente lo sforzo che sta compiendo non lo conduce in nessun posto,
se non all’ora della fine del lavoro. Ma siccome un giorno di
lavoro segue l’altro, il compimento di cui si parla non è
altro che la morte; non può rappresentarsene uno diverso se
non sottoforma di salario, nel caso di lavoro a cottimo; e ciò
lo obbliga all’ossessione del denaro. Aprire, agli operai un
avvenire nella rappresentazione del lavoro futuro, è un problema
che si pone diversamente per ogni caso particolare. In senso generale
la soluzione di questo problema implica, oltre la concessione ad ogni
operaio di una certa conoscenza del funzionamento d’insieme
della fabbrica, un'organizzazione della fabbrica che consenta una
certa autonomia dei reparti rispetto all'insieme e di ogni operaio
rispetto al suo reparto. Per quanto riguarda il futuro, ogni operaio
dovrebbe sapere, per quanto possibile, quel che pressappoco gli toccherà
fare negli otto o quindici giorni seguenti e avere anche una certa
scelta per l’ordine di successione dei diversi compiti. In relazione
all’avvenire lontano, dovrebbe essere in condizioni di progettare
qualche lotto di lavori, in modo certo meno esteso e meno preciso
del proprietario e del direttore, ma tuttavia in un certo senso, analogo.
In questo modo senza che siano stati minimamente accresciuti i suoi
diritti effettivi, egli proverà quel sentimento di proprietà
del quale ha sete il cuore dell'uomo e che, senza diminuire la pena,
abolisce il disgusto.
Aris Accornero è professore ordinario di Sociologia Industriale
presso la facoltà di Sociologia dell’Università
“La Sapienza” di Roma