S3Studium
    Numero 15
 

Simone Weil: la condizione operaia
Testi scelti e commentati da Aris Accornero

 

Ora che di operai si parla sempre meno, ora che si è smarrito il “soggetto rivoluzionario” per eccellenza, riesce sorprendente l’avventura umana e sociologica di Simone, nostra sorella dolcissima

Simone Weil (Parigi 1909-Ashford 1943) è stata come una meteora che ha attraversato la cultura europea lasciando dietro di sé esperienze audaci, idee folgoranti, tracce inconfondibili. Fu operaia e insegnante, militante e filosofa, agnostica e religiosa. La sua erudizione era eccezionale e la sua trasandatezza estrema. Senza l’amore della madre e le fedeli amicizie avrebbe vissuto quasi come una barbona. Questa scostante negligenza di sé come persona era lo scotto pagato al proprio genio, all’unicità che la rende ancora più grande di Hanna Arendt. Non lasciò mai che la vita scegliesse per lei: l’unica cosa che ricevette fu una profonda ebraicità sotto traccia. E tuttavia, anche qui fu poi lei a scegliersi la fede, optando per una devozione cattolica a cui l’attrassero i canti e i salmi ancor più che i testi sacri. In qualche modo non accettò neppure il proprio sesso (un misterioso episodio, rimasto oscuro perfino alla sua grande amica e biografa, Simone Petrement, la tenne lontana ed estranea a ogni amore carnale).
Era figlia di una coppia fuori del comune per nobiltà d’animo e per spessore culturale. Il padre era un medico colto un po’ anarchico, radicale e agnostico, benché figlio di commercianti alsaziani ebrei osservanti. La madre era un’ebrea finissima ed erudita nata in Russia da facoltosi genitori d’origine galiziana, poi emigrati in Germania. Il fratello maggiore André, amatissimo, sarebbe diventato un matematico famoso; anch’egli era un po’ bislacco. Simone morì giovanissima in Inghilterra, dov’era riparata dopo che l’occupazione nazista l’aveva costretta a una fuga con i genitori a Marsiglia, e spinta a un espatrio negli Stati Uniti. Tornata in Europa, voleva convincere il generale Charles De Gaulle a fondare un corpo di infermiere e voleva essere inviata in Francia per una missione operativa. Intanto costringeva il proprio corpo macilento a nutrirsi con la razione dei concittadini rimasti in patria. Malnutrizione e tubercolosi ne minarono la resistenza, ma non è sbagliato dire che si è lasciata consumare.

Un’esistenza errante.
Al famoso liceo Henri IV, Simone fu allieva difficile ma prediletta del filosofo Alain, facendosi notare per la folgorante lucidità dei suoi ragionamenti e per l’eccessività del suo approccio alle persone e alle situazioni. Frequentò anche la Scuola Normale Superiore, come esterna. Dopo avere conseguito il titolo, chiese di insegnare in città industriali o portuali per vivere vicina ai lavoratori. Diventò una stravagante e umanissima professoressa di filosofia in un liceo femminile di provincia. Ma aveva interessi sociali e politici ben più appassionanti dell’insegnamento, per cui voleva impegnarsi nelle organizzazioni dei lavoratori e militare nell’estrema sinistra. “Una professoressa girovaga tra la classe operaia”, diceva di sé. Per molti era una rivoluzionaria e basta. A poco più di 20 anni aveva già iniziato un volontariato ante litteram, tutto suo, che la porterà a tenere corsi ai ferrovieri, a lavorare in fabbrica, a collaborare con i sindacati, ad arruolarsi come giornalista di guerra, a proporsi come crocerossina, a entrare nel servizio civile in esilio. E tutto ciò, assillata da tremendi mal di testa che la rendevano vulnerabile, e sempre continuando a leggere, a studiare, a ragionare, a scoprire, in un dialogo incessante, serrato e fecondo con Karl Marx e con i classici greci. La sua capacità di penetrazione era prodigiosa, quasi stregonesca: due brevi soggiorni le bastarono per individuare con acutezza il malessere sociale della Germania e le fratture etniche negli Stati Uniti.

Oppressione e libertà.
Simone aveva cominciato a riflettere sull’antinomia fra oppressione e libertà fin da quand’era liceale. Questo nodo della convivenza umana e degli assetti sociali restò al centro dei suoi pensieri, cui dedicò la dote per lei più alta, cioè quell’attenzione che aveva elevato a virtù antropologica. Potere, guerre, ingiustizie, ignoranza, diseguaglianze, “sventure” erano temi a cui Simone era sensibilissima. Il suo interesse non era soltanto emotivo, anzi. Come molti grandi umanisti, era attratta da una poesia della ragione che in lei diventava una fede vera e propria nella ragione. Nel suo tormentato itinerario intellettuale, infatti, andò sempre in cerca di un ordine razionale: nella fabbrica, nella società, nelle istituzioni, persino nel trascendente. Il bisogno di razionalità spiega la sua attenzione estrema per la scienza, la visione positiva della tecnologia, l’approccio equilibrato alle politiche sociali, il rispetto delle radici di ognuno. Spiega le sue esplorazioni terrene sul lavoro come geometria, sull’ordine della produzione, sul socialismo come giustizia. Il bisogno di razionalità spiega anche le sue delusioni, come quelle che le vennero dal lavoro di fabbrica, e persino la sua linea di fuga nel cristianesimo: lo sbocco mistico come nuova dimensione epistemologica.

Esperienze della vita di fabbrica.
Il brano che segue è tratto dal volume La condizione operaia, uscito in Italia giusto 50 anni fa per lodevole iniziativa delle edizioni di Comunità. Nella splendida e partecipe traduzione di Franco Fortini, fu così che i più vennero a conoscenza dello straordinario testo di un’autrice singolare. Esso riunisce lettere, articoli, conferenze e riflessioni che fanno da cornice al diario di fabbrica, forse l’opera più alta mai scritta sul lavoro operaio. In un articolo scritto a Marsiglia ad anni di distanza, e intitolato Esperienze della vita di fabbrica, Simone distilla le emozioni e sintetizza i pensieri che avevano accompagnato i mesi trascorsi alle presse dell’Alshtom e delle fonderie Carnaud et Forges, e poi alle fresatrici della Renault. Vi era entrata da professoressa dopo aver chiesto al ministero un congedo “per scrivere una tesi di filosofia sui rapporti tra la tecnica moderna, base della grande industria, e gli aspetti essenziali della nostra civiltà”. Aveva un assoluto bisogno esistenziale di conoscere la “sventura” operaia. L’impatto della fabbrica fu fortissimo e Simone lo registrò fedelmente in un diario, documentando quell’esperimento… su se stessa. Ciò che la colpì maggiormente fu la grigia durezza dei rapporti umani e della dipendenza meccanica, da cui veniva una “stanchezza che è più dell’anima che del corpo”. La sua descrizione delle inesorabili cadenze lavorative, delle rigide prassi operative e delle severe norme disciplinari resta il documento più definitivo sul lavoro di serie nella grande impresa fordista del ‘900. Rivolgendosi a un direttore di fabbrica che le proponeva di collaborare al giornale aziendale, Simone scrive il 31 marzo 1936: “Non manchi di vedere l’ultimo film di Charlot: ecco finalmente qualcuno che ha espresso una parte di quel che ho provato”.
Nel tornare a quella realtà, le Esperienze sono significative perché vi troviamo alcune istanze, potremmo dire riformiste, a cui il lavoro post-fordista dà qualche risposta: vedi “l’unione di uniformità e di varietà”, il “formare uomini capaci di comprendere l’insieme del lavoro a cui partecipano”, il “sentirsi almeno una volta a casa propria nell’officina”. Sebbene ci sia tuttora molto lavoro fordista anche fuori dall’industria, quelle istanze ricordano la polivalenza professionale, la conoscenza del prodotto e il coinvolgimento nei fini di cui oggi – quanto meno – si parla.

LA CONDIZIONE OPERAIA
di Simone Weil
Non c'è nulla nell’uomo che sia tanto potente quanto il bisogno di appropriarsi, non giuridicamente, ma con il pensiero, i luoghi e gli oggetti fra i quali passa la vita e spende la vita che ha in sé. Una donna di casa dice “la mia cucina”, un giardiniere dice “il mio prato”
ed è bene che sia così. La proprietà giuridica è solo uno dei mezzi
che procurano un tale sentimento e l'organizzazione sociale perfetta sarebbe quella che con l’uso di quel mezzo e di altri desse quel sentimento a tutti gli esseri umani. Un operaio, eccetto pochi casi rarissimi, non può appropriarsi nulla, in fabbrica, con il pensiero; le macchine non sono sue, ne serve l’una o l’altra a seconda degli ordini. Le serve, non se ne serve; non sono per lui il mezzo per far prendere una certa forma ad un pezzo di metallo, egli è per le macchine un mezzo per portar loro dei pezzi, un’operazione il cui rapporto con le operazioni precedenti e seguenti egli ignora.
I pezzi hanno la loro storia; passano da una fase della lavorazione ad un’altra; egli non entra per nulla in questa storia, non vi lascia il suo segno, non ne sa nulla. Se fosse curioso, la sua curiosità non sarebbe incoraggiata, e d’altronde quel medesimo dolore sordo e continuo che impedisce al pensiero di viaggiare nel tempo impedisce anche di viaggiare attraverso la fabbrica e lo inchioda in un punto dello spazio, come all’attimo presente. L’operaio non sa quel che produce e quindi non ha la coscienza di aver prodotto, ma di essersi sfinito a vuoto. Egli consuma nella fabbrica talora fino al limite estremo quel che ha di meglio in sé, la sua capacità di pensare, sentire, muoversi; le consuma, perché quando esce ne è vuotato; eppure non ha messo nulla di sé nel lavoro, né pensiero, né sentimento, e nemmeno, se non in una debole misura, movimenti determinati da lui, ordinati da lui in vista di un fine. La sua vita stessa esce da lui senza lasciargli intorno alcun segno. La fabbrica crea oggetti utili, non è lui a crearli (…).
La fabbrica come luogo di gioia
(…) L’operaio, benché indispensabile alla fabbricazione, non vi ha parte alcuna e questa è la ragione per cui ogni sofferenza fisica inutilmente imposta, ogni mancanza di riguardo, ogni brutalità, ogni umiliazione anche leggera paiono ricordare che non si conta nulla e che si è estranei. Si possono vedere donne aspettare dieci minuti davanti a una fabbrica sotto la pioggia battente, di fronte ad una porta aperta, dove passano i capi, finché non è suonata l’ora: sono operaie; quella porta è più straniera per loro di quella di qualsiasi casa sconosciuta dove con la massima naturalezza entrerebbero per ripararsi. Nessuna intimità lega gli operai ai luoghi e agli oggetti fra i quali si consuma la loro vita e l’officina fa di loro, nella loro stessa patria, degli stranieri, degli esiliati, degli sradicati. Le rivendicazioni, nell’occupazione delle fabbriche, hanno avuto meno importanza del bisogno di sentirsi almeno una volta a casa propria nell’officina. Bisogna ché la vita sociale sia proprio corrotta fino al midollo se gli operai si sentono in casa proprio nella fabbrica quando scioperano, ed estranei quando vi lavorano. Dovrebbe essere vero il contrario. Gli operai non si sentiranno veramente a casa nella loro patria, membri responsabili del paese se non quando si sentiranno a casa propria nella fabbrica e mentre vi lavorano (…).
La fabbrica dovrebbe essere un luogo di gioia, dove, anche se è inevitabile che il corpo e l’anima soffrano, tuttavia l’anima possa anche gustare la gioia, nutrirsi di gioia. Per questo bisognerebbe mutare, in un certo senso, poche cose, e, nell’altro, molte.
Tutti i sistemi di riforma o di transizione sociale sono inefficaci; se fossero realizzati lascerebbero intatto il male; mirano a mutare troppo e troppo poco; troppo poco quella che è la causa del male, troppo le circostanze che sono ad essa estranee. Taluni annunciano una diminuzione, tuttavia esagerata in modo ridicolo, della durata del lavoro; ma fare del popolo una massa di oziosi che sarebbe schiava due ore al giorno non è desiderabile, quand’anche fosse possibile, né possibile moralmente qualora materialmente lo fosse. Nessuno accetterebbe di essere schiavo per due ore, la schiavitù per essere accettata deve durare ogni giorno quanto basta per spezzare, dentro l’uomo, qualcosa. Se c’è un rimedio possibile, esso è d’altro ordine, è più difficile a concepirsi.
Esige uno sforzo d’invenzione. Occorre mutare la natura degli stimoli al lavoro, diminuire o abolire le cause del disgusto, trasformare il rapporto che intercorre fra ogni operaio e il funzionamento complessivo della fabbrica, il rapporto dell’operaio con la macchina, e il modo con il quale scorre il tempo durante il lavoro.
Non è bene né che la disoccupazione sia come uno spettro senza via d’uscita né che il lavoro sia ricompensato da un’onda di falso lusso a buon mercato che eccita i desideri senza soddisfare i bisogni. Questi due punti nessuno li contesta. Ma ne consegue che la paura del licenziamento e l’avidità del denaro debbono cessare di essere gli stimoli essenziali che occupano permanentemente il primo posto nell’anima degli operai, per agire ormai nel loro luogo naturale come stimoli secondari. In primo piano ci devono essere altri stimoli.
Uno dei più potenti, in ogni lavoro, è la coscienza che c’è qualcosa da fare e che uno sforzo deve essere compiuto. Questo stimolo, in una fabbrica, e soprattutto per l’operaio non qualificato che lavora alle macchine, manca spesso totalmente. Quando mette mille volte di seguito un pezzo in contatto con l’utensile di una macchina, egli si trova (con la fatica in più) nella situazione di un bambino cui si è ordinato, per farlo stare buono, di infilare delle perline (…).
Il senso del proprio operato
Le cose sarebbero diverse se l’operaio sapesse chiaramente, ogni giorno, ogni istante, quale luogo occupi, nella produzione della fabbrica, quel che sta facendo e quale posto occupi nella vita sociale la fabbrica nella quale lavora. Se un operaio fa cadere l’utensile di una pressa su un pezzo di lamiera che debba far parte di un dispositivo destinato al metrò, bisognerebbe che lo sapesse e che inoltre si rappresentasse quali saranno il luogo e la funzione di quel pezzo di lamiera in una vettura del metrò, quali operazioni ha già subite e deve ancora subire prima d’essere montato al suo posto. Non si tratta, beninteso, di fare, prima di ogni lavoro, una conferenza ad ogni operaio; ma è possibile far sì che a turno, di tanto in tanto ogni squadra di operai possa percorrere la fabbrica, durante alcune ore che dovrebbero essere pagate alla tariffa ordinaria; e che la visita fosse accompagnata da spiegazioni tecniche. Permettere agli operai, durante queste visite, di far venire le loro famiglie sarebbe anche meglio; è
naturale forse che una donna non possa mai vedere il luogo dove suo marito, tutti i giorni e per tutta la giornata, consuma il meglio di sé? Ogni operaio sarebbe felice e fiero di mostrare alla propria moglie e ai propri figli il luogo dove lavora. Sarebbe anche bene che ogni operaio, di tanto in tanto, veda finito l’oggetto alla cui fabbricazione ha avuto una parte, foss’anche minima; e che gli si facesse capire quale esattamente è stata la sua parte di lavoro.
Beninteso, il problema si pone diversamente per ogni fabbrica e per ogni lavorazione e, secondo i vari casi, è possibile trovare metodi infinitamente variati per stimolare e soddisfare la curiosità dei lavoratori verso il lavoro. Non ci vuole un grande sforzo d’immaginazione, a condizione di concepire chiaramente lo scopo: che è quello di lacerare il velo interposto dal denaro fra il lavoratore e il lavoro. Gli operai credono, con una sorta d’inesprimibile convinzione (se così fosse espressa sarebbe assurda, ma impregna nondimeno tutti i loro sentimenti), che la loro pena si trasformi in denaro del quale una piccola parte tocca a loro e una parte maggiore al padrone. Bisogna far capire loro, non con quella parte superficiale dell’intelligenza che noi applichiamo alle verità evidenti ? perché in questo modo lo capiscono già ? ma con tutta l’anima e per così dire con il corpo stesso, in tutti gli attimi della loro fatica, che stanno fabbricando oggetti richiesti dai bisogni sociali e che hanno un diritto limitato ma reale ad esserne fieri. È vero che fino a quando si limiteranno a ripetere una combinazione di cinque o sei gesti semplici, sempre identica, essi non fabbricheranno realmente degli oggetti. Ciò non deve più accadere. Finché sarà così, qualsiasi cosa si faccia, ci sarà sempre nel cuore della vita sociale un proletariato avvilito e pieno di odio. È vero che certi esseri umani, mentalmente arretrati, sono naturalmente atti a questo tipo di lavoro; ma non è vero che il loro numero sia eguale a quello degli esseri umani che in realtà lavorano così; e, anzi, ce ne corre. La prova è fornita dal fatto che su cento figli di famiglie borghesi la proporzione di coloro che da grandi eseguiranno solo compiti macchinali è assai minore di quella che si ha su cento figli di operai, benché la distribuzione delle attitudini sia in media verosimilmente la stessa. Il rimedio non è difficile a trovarsi almeno in un periodo normale, quando non mancano le materie prime. Ogni volta che una lavorazione esige che si ripeta la combinazione di un piccolo numero di movimenti semplici, questi movimenti possono essere eseguiti, senza eccezione, da una macchina automatica. Si preferisce impiegare un uomo perché l’uomo è una macchina che obbedisce alla voce e perché basta a un uomo ricevere un ordine per sostituire in un attimo una combinazione di movimenti con un’altra. Ma ci sono macchine automatiche ad usi multipli che è possibile far passare egualmente da una ad un’altra lavorazione, sostituendo una camma con un’altra. Questa specie di macchine è ancora recente e poco sviluppata; nessuno può prevedere fin dove sarà possibile svilupparla, se lo si vorrà fare. Potrebbero allora apparire cose che si chiamerebbero macchine, ma che, dal punto di vista dell'uomo che lavora, sarebbero esattamente l’opposto della maggior parte delle macchine attualmente in uso; non è raro che la medesima parola significhi realtà opposte. Un operaio non deve far altro che ripetere automaticamente i movimenti mentre la macchina che egli serve contiene, impressa e cristallizzata nel metallo, tutta quella parte di combinazioni e d’intelligenza che è richiesta dalla lavorazione in corso. Un tale rovesciamento è contro natura, è un delitto. Ma se un uomo ha come compito quello di regolare una macchina automatica e di fabbricare le camme corrispondenti ogni volta ai pezzi che debbono essere lavorati, egli assume una parte dello sforzo di riflessione e di combinazione e compie anche uno sforzo manuale che, come quello degli artigiani, richiede una vera e propria abilità. Un tale rapporto fra macchina e uomo è pienamente soddisfacente.
Il lavoro non è giuoco
Il tempo e il ritmo sono il fattore più importante del problema operaio. Certo; il lavoro non è il giuoco; è inevitabile e insieme opportuno che nel lavoro ci siano la monotonia e la noia; e poi non c’è nulla di grande a questo mondo, in nessun campo, senza una parte di monotonia e di noia. C’è più monotonia in una messa in gregoriano o in un concerto di Bach che in un’operetta. Questo mondo, nel quale siamo caduti, esiste realmente; noi siamo realmente carne; siamo stati gettati fuori dall’eternità; e dobbiamo realmente attraversare il tempo, penosamente, un minuto dopo l’altro. Questa pena è la nostra eredità e la monotonia del lavoro ne è solamente una forma. Ma non è vero che il nostro pensiero è fatto per dominare il tempo e che questa vocazione
deve essere preservata intatta in ogni essere umano. La successione assolutamente uniforme e insieme variata e continuamente sorprendente dei giorni, dei mesi, delle stagioni e degli anni conviene esattamente alla nostra sofferenza ed alla nostra grandezza.
Fra le cose umane, tutto quel che è, in qualche misura, bello e buono riproduce in qualche misura questa unione d’uniformità e di varietà: tutto quel che ne differisce è cattivo e degradante.
Il lavoro del contadino obbedisce per necessità a questo ritmo del mondo; il lavoro dell’operaio, per sua stessa natura, ne è largamente indipendente, ma potrebbe imitarlo. Nelle fabbriche accade il contrario. Anche nelle fabbriche si mescolano l’uniformità e la varietà. Ma questa mescolanza è l’opposto di quella che procurano il sole e gli astri; il sole e gli astri occupano le sedi del tempo con una varietà limitata e ordinata in regolari ritorni, sedi destinate a un’infinita varietà di eventi assolutamente imprevedibili e parzialmente privi di ordine; al contrario l’avvenire di chi lavora in una fabbrica è vuoto per l’impossibilità di prevedere, ed è più morto del passato per l’identità degli istanti che si succedono come il tic?tac di un orologio. Un’uniformità che imiti i movimenti degli orologi e non quelli delle costellazioni, una varietà che esclude ogni regola e quindi ogni previsione; ecco quel che produce un tempo inabitabile all’uomo, irrespirabile.
L’avvenire è nelle macchine
Solo la trasformazione delle macchine può impedire che il tempo degli operai somigli a quello degli orologi. Ma non basta; bisogna che l’avvenire si apra di fronte all’operaio con una certa possibilità di previsione, perché abbia il senso di avanzare nel tempo, di andare, ad ogni sforzo, verso un qualche compimento. Attualmente lo sforzo che sta compiendo non lo conduce in nessun posto, se non all’ora della fine del lavoro. Ma siccome un giorno di lavoro segue l’altro, il compimento di cui si parla non è altro che la morte; non può rappresentarsene uno diverso se non sottoforma di salario, nel caso di lavoro a cottimo; e ciò lo obbliga all’ossessione del denaro. Aprire, agli operai un avvenire nella rappresentazione del lavoro futuro, è un problema che si pone diversamente per ogni caso particolare. In senso generale la soluzione di questo problema implica, oltre la concessione ad ogni operaio di una certa conoscenza del funzionamento d’insieme della fabbrica, un'organizzazione della fabbrica che consenta una certa autonomia dei reparti rispetto all'insieme e di ogni operaio rispetto al suo reparto. Per quanto riguarda il futuro, ogni operaio dovrebbe sapere, per quanto possibile, quel che pressappoco gli toccherà fare negli otto o quindici giorni seguenti e avere anche una certa scelta per l’ordine di successione dei diversi compiti. In relazione all’avvenire lontano, dovrebbe essere in condizioni di progettare qualche lotto di lavori, in modo certo meno esteso e meno preciso del proprietario e del direttore, ma tuttavia in un certo senso, analogo. In questo modo senza che siano stati minimamente accresciuti i suoi diritti effettivi, egli proverà quel sentimento di proprietà del quale ha sete il cuore dell'uomo e che, senza diminuire la pena, abolisce il disgusto.

Aris Accornero è professore ordinario di Sociologia Industriale presso la facoltà di Sociologia dell’Università “La Sapienza” di Roma

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