Ogni impresa, divina o umana che sia, primordiale
o moderna, porta a un’identica conclusione: il project management
è una boiata
“Quattro editori m’han detto no, capisce? Un vero scandalo!
Ma io avrò la mia vendetta, lo pubblico in Francia, e con l’aria
che tira da quelle parti per il nostro bel paese sarà un vero
successo”.
“Ma perché tanto accanimento contro questo libro?”
“Invidia, invidia accademica: non mi perdonano di aver smontato
i loro miti, le loro certezze. Sono anni che campano vendendo fumo,
e io l’ho detto ad alta voce, a cominciare dal titolo ‘Project
mismanagement’, sotto titolo ‘il collasso prossimo venturo’
, il che li ha fatti andare in bestia”.
“Dunque, dovremo aspettare l’edizione francese, è
un vero peccato. Le chiedo troppo se la prego di anticiparmi qualcosa,
la struttura del libro, oppure due o tre passaggi che ritiene significativi…”
“Tutto il libro è significativo. La mia tesi è
che il project management è una bidonata. Anch’io per
anni ci ho creduto, ma poi con l’età sono rinsavito.
Nel libro racconto un buon numero di casi di project management che
si sono rivelati dei completi fallimenti. Ho fatto anche una statistica,
su cento nuovi tentativi ottanta sono stati un disastro subito, quindici
sono andati a pezzi poco dopo, cinque non superano oggi il decennio:
allora scrivo ‘perché continuare a raccontare balle?
Perché ingannare i poveri manager, già creduloni di
per sé? Diciamo la verità, e festa finita’: è
questo che non è andato giù ai miei colleghi”.
“Mi permetta di insistere: come è arrivato lei a questa
conclusione?”
“Stia a sentire, non le anticipo nulla del libro, ma rispondo
volentieri alla sua domanda, e le dico cose che ho scritto nella presentazione.
Sono arrivato alla mia tesi meditando. Ho cominciato dal mito greco,
poi sono passato alla religione cristiana, alle vicende degli imperi,
grandi e piccoli, per finire all’astrofisica…”
“Addirittura!…”
“Certamente, e proprio a quel livello c’è la conferma
della mia tesi. Ma andiamo per ordine. Le dicevo del mito greco. Zeus,
raccontano Esiodo e Platone, affidò al Titano Epimeteo il progetto
di dotare gli esseri di attributi e di capacità. Costui, come
dice il nome, era sciocco e confusionario, sicché ne venne
fuori un disastro che è tutt’ora sotto i nostri occhi:
perché i serpi non possono camminare? Che male han fatto i
vermi per essere condannati a vivere nel fango? E perché i
pesci non volano e gli uccelli non nidificano sott’acqua? Perché
i bovini hanno le corna, e gli equini no? Come vede, il lavoro di
Epimeteo come project manager solleva legittime valutazioni negative.
Ma non è finita. Lo sprovveduto si dimenticò dell’uomo,
che rimase nudo e indifeso. Suo fratello Prometeo, ‘colui che
pensa’ stando all’etimologia, quando si avvide dell’errore
rubò il fuoco e le arti dal tempio di Efesto e di Atena per
darli al genere umano. Ma che ti fa Zeus? Si arrabbia e lo incatena
a un sasso, con un’aquila che gli mangia il fegato in soprappiù.
E non si ferma lì. Su suo invito, Efesto e Atena confezionano
una splendida fanciulla di nome Pandora e la presentano ad una riunione
di soli maschi agghindata di splendide vesti e con un magnifico vaso
in dote. Prometeo, seppur inchiodato alla roccia, vede il pericolo
e avverte i mortali di non accettare doni dalla donna, ma quelli ammaliati
da lei le chiedono di aprire il vaso, da cui esce uno sciame di malattie
e di mali che ancora oggi circolano sulla terra. Domanda: poteva Zeus
concepire un progetto più insensato? E poteva mai affidarne
l’esecuzione a uno stolto come Epimeteo, che non viene punito,
si badi, mentre ne fa le spese colui che voleva rimediare all’incompetenza
del fratello e alle follie del re dell’Olimpo? E perché
infierire sui mortali, approfittando della loro vulnerabilità
erotica e della malsana curiosità?”
“Non v’è dubbio, sono domande pertinenti…”
“Mi creda: se il mito stupisce. la religione sconcerta. Stia
a sentire. Padreterno inventa l’uomo e la donna, i Progenitori,
li mette in un giardino di delizia, dà loro ogni ben di dio,
è il caso di dirlo, ma pone un veto: non toccate le mele. Ora,
mi domando, l’aveva fatta lui, la donna, la conosceva, e sapeva
anche che Adamo ubbidiva ad Eva come un cagnolino… Sappiamo
come va a finire, loro ‘peccano’, Padreterno si adira
e li caccia. Dunque, c’è qualcosa che non va nel progetto
fin dall’inizio. Ma non è finita: passa un po’
di tempo, ci ripensa, vuol far pace con l’umanità, e
allora prende il figlio e lo manda sulla terra, con una modalità
che lascia perplessi; comunque, il figlio arriva, va in giro a dire
cose piuttosto sensate, tra l’altro la verità, che è
figlio di dio, ma gli umani non vogliono saperne, lo imprigionano,
lo flagellano, lo incoronano con le spine e lo crocifiggono con due
ladroni. A questo punto, Padreterno dichiara ‘ho fatto pace
con gli uomini, l’umanità è redenta’. Vede
un senso nel progetto? Non poteva scegliere un percorso meno accidentato
per riconciliarsi con i terrestri peccatori?”
“Beh, la sua è una lettura un po’ osèe…”
“Creda a me, anche gli altri progetti religiosi lasciano perplessi,
ne avrei cose da raccontare. Nel libro ho invece fissato l’attenzione
sui progetti politici e militari. A questo proposito le cito un episodio
marginale della vita di Maometto, inventore della sua religione non
solo, ma anche condottiero di eserciti e costruttore di imperi. Un
giorno stava assediando una città tenuta dai greci di Costantinopoli,
e insisteva a sfondare in un certo punto delle mura fortificate. Per
arrivare sotto le mura con le macchine belliche occorreva superare
un ampio fossato. Ebbene, che ti fanno i generali di Maometto? Scatenano
le orde dei fedeli con lo scopo di farle falciare dalle frecce dei
greci appostati dietro i merli, e quindi colmare il fossato con oltre
ventimila cadaveri e consentire alle macchine di raggiungere le posizioni.
Operazione insensata perché a quel punto altri diecimila assalitori
vengono arrostiti dall’olio bollente gettato dagli assediati,
e le torri mobili bruciate. Il macello va avanti per un bel po’,
fino a quando un credente semplice scopre che su un altro lato della
città le mura sono basse, non c’è il fossato e
quindi è possibile tentare l’assalto. Riesce a raggiungere
Maometto, lo informa, lui stupisce, poi si convince, ordina la conversione
delle truppe sul punto indicato e, com’era prevedibile, prende
la città. A saccheggio ultimato fa decapitare il credente semplice,
perché non si sappia che l’idea è stata dell’infelice
suggeritore, e ne venga un’ onta per i suoi alti dirigenti.
Episodio banale, dirà lei, ma ricco di insegnamenti. A che
razza di project managers si affidava Maometto? Aveva un senso quel
incaponirsi sul punto più inaccessibile delle mura? Perché
non promuovere, invece di ucciderla, l’unica persona sensata
tra tanti stolti? Perché coprire l’insipienza dello stato
maggiore? C’è da stupirsi se con simili project managers
anche il suo impero sia andato a catafascio?”
“Sono sconcertato…”
“Voglio fargliela breve. Ho fatto uno studio sui grandi imperi,
progetti complessi, ne converrà, ed è la durata a dare
il senso della bontà dei progetti, della loro affidabilità.
Ebbene, un tempo duravano molti secoli, è il caso dell’impero
babilonese, di quello romano, dell’ottomano, ad esempio. Poi
sono calati a decenni, è il caso dell’impero inglese,
di quello sovietico, di quello italiano, sempre più corti:
sono come le lavatrici, un tempo duravano trent’anni, oggi si
rompono dopo tre. Non farà eccezione l’impero americano,
mi creda. Domanda: perché succede questo? Perché anche
i progetti aziendali, le vite delle aziende si accorciano? Quante
aziende centenarie avremo ancora tra un ventennio? Dieci, cinque?
Converrà che qualcosa si è rotto, proprio nella portata
del project management: non regge più. Ero giunto a questa
riflessione quando ho intuito che dovevo portarmi a un livello superiore
di ragionamento, rivolgermi non alla metafisica, e tanto meno alle
discipline cognitive, bensì a quella che considero la suprema
delle scienze, l’astrofisica. La conosce?”
“No…”
“Neppure io, ma una forza misteriosa mi spingeva in quell’area
del sapere. Ho avuto successo. Sono stato al Cern, e lì ho
saputo…”
“Al Cern?…A Ginevra?…”
“Sissignore. Ho un amico, mi ha confidato, e ne ho scritto nell’ultimo
capitolo del libro. Lì, con quelle macchine elettroniche che
fanno miracoli, hanno ricreato il progetto del mondo: lei non ci crederà,
il mondo è un unico grande progetto che è costruito
su un sistema di miliardi e miliardi di equazioni. Nel riprodurlo,
quelli del Cern hanno trovato l’inghippo, che spiega finalmente
perché il project management come categoria dello spirito non
funziona più, gli imperi e le imprese durano sempre meno, le
macchine si rompono, i Dna impazziscono. Oggi tutto è chiaro,
l’errore è a monte, è all’origine del sistema
planetario, è nel project iniziale, capisce, c’è
una percentuale sbagliata, proprio lei, l’hanno individuata,
la chiamano “the killer percentage”, in codice K%: che
posso dirle, una svista, un disguido primordiale che il mito e le
religioni hanno correttamente intuito e avevano attribuito alla follia
degli Zeus e dei Padreterni…”
“E’ una prospettiva terribile, la sua. Non c’è
scampo?…”
“No. Col tempo quel nodo viene al pettine, è cominciato
il count down… “the killer percentage” accelera
il mondo verso il collasso universale. Conto di pubblicare il mio
libro prima che sia troppo tardi”.
Mario Unnia è presidente della società Prospecta