S3Studium
    Numero 15
 

Il collasso universale (the killer percentage)
Mario Unnia

 

Ogni impresa, divina o umana che sia, primordiale o moderna, porta a un’identica conclusione: il project management è una boiata


“Quattro editori m’han detto no, capisce? Un vero scandalo! Ma io avrò la mia vendetta, lo pubblico in Francia, e con l’aria che tira da quelle parti per il nostro bel paese sarà un vero successo”.
“Ma perché tanto accanimento contro questo libro?”
“Invidia, invidia accademica: non mi perdonano di aver smontato i loro miti, le loro certezze. Sono anni che campano vendendo fumo, e io l’ho detto ad alta voce, a cominciare dal titolo ‘Project mismanagement’, sotto titolo ‘il collasso prossimo venturo’ , il che li ha fatti andare in bestia”.
“Dunque, dovremo aspettare l’edizione francese, è un vero peccato. Le chiedo troppo se la prego di anticiparmi qualcosa, la struttura del libro, oppure due o tre passaggi che ritiene significativi…”
“Tutto il libro è significativo. La mia tesi è che il project management è una bidonata. Anch’io per anni ci ho creduto, ma poi con l’età sono rinsavito. Nel libro racconto un buon numero di casi di project management che si sono rivelati dei completi fallimenti. Ho fatto anche una statistica, su cento nuovi tentativi ottanta sono stati un disastro subito, quindici sono andati a pezzi poco dopo, cinque non superano oggi il decennio: allora scrivo ‘perché continuare a raccontare balle? Perché ingannare i poveri manager, già creduloni di per sé? Diciamo la verità, e festa finita’: è questo che non è andato giù ai miei colleghi”.
“Mi permetta di insistere: come è arrivato lei a questa conclusione?”
“Stia a sentire, non le anticipo nulla del libro, ma rispondo volentieri alla sua domanda, e le dico cose che ho scritto nella presentazione. Sono arrivato alla mia tesi meditando. Ho cominciato dal mito greco, poi sono passato alla religione cristiana, alle vicende degli imperi, grandi e piccoli, per finire all’astrofisica…”
“Addirittura!…”
“Certamente, e proprio a quel livello c’è la conferma della mia tesi. Ma andiamo per ordine. Le dicevo del mito greco. Zeus, raccontano Esiodo e Platone, affidò al Titano Epimeteo il progetto di dotare gli esseri di attributi e di capacità. Costui, come dice il nome, era sciocco e confusionario, sicché ne venne fuori un disastro che è tutt’ora sotto i nostri occhi: perché i serpi non possono camminare? Che male han fatto i vermi per essere condannati a vivere nel fango? E perché i pesci non volano e gli uccelli non nidificano sott’acqua? Perché i bovini hanno le corna, e gli equini no? Come vede, il lavoro di Epimeteo come project manager solleva legittime valutazioni negative. Ma non è finita. Lo sprovveduto si dimenticò dell’uomo, che rimase nudo e indifeso. Suo fratello Prometeo, ‘colui che pensa’ stando all’etimologia, quando si avvide dell’errore rubò il fuoco e le arti dal tempio di Efesto e di Atena per darli al genere umano. Ma che ti fa Zeus? Si arrabbia e lo incatena a un sasso, con un’aquila che gli mangia il fegato in soprappiù. E non si ferma lì. Su suo invito, Efesto e Atena confezionano una splendida fanciulla di nome Pandora e la presentano ad una riunione di soli maschi agghindata di splendide vesti e con un magnifico vaso in dote. Prometeo, seppur inchiodato alla roccia, vede il pericolo e avverte i mortali di non accettare doni dalla donna, ma quelli ammaliati da lei le chiedono di aprire il vaso, da cui esce uno sciame di malattie e di mali che ancora oggi circolano sulla terra. Domanda: poteva Zeus concepire un progetto più insensato? E poteva mai affidarne l’esecuzione a uno stolto come Epimeteo, che non viene punito, si badi, mentre ne fa le spese colui che voleva rimediare all’incompetenza del fratello e alle follie del re dell’Olimpo? E perché infierire sui mortali, approfittando della loro vulnerabilità erotica e della malsana curiosità?”
“Non v’è dubbio, sono domande pertinenti…”
“Mi creda: se il mito stupisce. la religione sconcerta. Stia a sentire. Padreterno inventa l’uomo e la donna, i Progenitori, li mette in un giardino di delizia, dà loro ogni ben di dio, è il caso di dirlo, ma pone un veto: non toccate le mele. Ora, mi domando, l’aveva fatta lui, la donna, la conosceva, e sapeva anche che Adamo ubbidiva ad Eva come un cagnolino… Sappiamo come va a finire, loro ‘peccano’, Padreterno si adira e li caccia. Dunque, c’è qualcosa che non va nel progetto fin dall’inizio. Ma non è finita: passa un po’ di tempo, ci ripensa, vuol far pace con l’umanità, e allora prende il figlio e lo manda sulla terra, con una modalità che lascia perplessi; comunque, il figlio arriva, va in giro a dire cose piuttosto sensate, tra l’altro la verità, che è figlio di dio, ma gli umani non vogliono saperne, lo imprigionano, lo flagellano, lo incoronano con le spine e lo crocifiggono con due ladroni. A questo punto, Padreterno dichiara ‘ho fatto pace con gli uomini, l’umanità è redenta’. Vede un senso nel progetto? Non poteva scegliere un percorso meno accidentato per riconciliarsi con i terrestri peccatori?”
“Beh, la sua è una lettura un po’ osèe…”
“Creda a me, anche gli altri progetti religiosi lasciano perplessi, ne avrei cose da raccontare. Nel libro ho invece fissato l’attenzione sui progetti politici e militari. A questo proposito le cito un episodio marginale della vita di Maometto, inventore della sua religione non solo, ma anche condottiero di eserciti e costruttore di imperi. Un giorno stava assediando una città tenuta dai greci di Costantinopoli, e insisteva a sfondare in un certo punto delle mura fortificate. Per arrivare sotto le mura con le macchine belliche occorreva superare un ampio fossato. Ebbene, che ti fanno i generali di Maometto? Scatenano le orde dei fedeli con lo scopo di farle falciare dalle frecce dei greci appostati dietro i merli, e quindi colmare il fossato con oltre ventimila cadaveri e consentire alle macchine di raggiungere le posizioni. Operazione insensata perché a quel punto altri diecimila assalitori vengono arrostiti dall’olio bollente gettato dagli assediati, e le torri mobili bruciate. Il macello va avanti per un bel po’, fino a quando un credente semplice scopre che su un altro lato della città le mura sono basse, non c’è il fossato e quindi è possibile tentare l’assalto. Riesce a raggiungere Maometto, lo informa, lui stupisce, poi si convince, ordina la conversione delle truppe sul punto indicato e, com’era prevedibile, prende la città. A saccheggio ultimato fa decapitare il credente semplice, perché non si sappia che l’idea è stata dell’infelice suggeritore, e ne venga un’ onta per i suoi alti dirigenti. Episodio banale, dirà lei, ma ricco di insegnamenti. A che razza di project managers si affidava Maometto? Aveva un senso quel incaponirsi sul punto più inaccessibile delle mura? Perché non promuovere, invece di ucciderla, l’unica persona sensata tra tanti stolti? Perché coprire l’insipienza dello stato maggiore? C’è da stupirsi se con simili project managers anche il suo impero sia andato a catafascio?”
“Sono sconcertato…”
“Voglio fargliela breve. Ho fatto uno studio sui grandi imperi, progetti complessi, ne converrà, ed è la durata a dare il senso della bontà dei progetti, della loro affidabilità. Ebbene, un tempo duravano molti secoli, è il caso dell’impero babilonese, di quello romano, dell’ottomano, ad esempio. Poi sono calati a decenni, è il caso dell’impero inglese, di quello sovietico, di quello italiano, sempre più corti: sono come le lavatrici, un tempo duravano trent’anni, oggi si rompono dopo tre. Non farà eccezione l’impero americano, mi creda. Domanda: perché succede questo? Perché anche i progetti aziendali, le vite delle aziende si accorciano? Quante aziende centenarie avremo ancora tra un ventennio? Dieci, cinque? Converrà che qualcosa si è rotto, proprio nella portata del project management: non regge più. Ero giunto a questa riflessione quando ho intuito che dovevo portarmi a un livello superiore di ragionamento, rivolgermi non alla metafisica, e tanto meno alle discipline cognitive, bensì a quella che considero la suprema delle scienze, l’astrofisica. La conosce?”
“No…”
“Neppure io, ma una forza misteriosa mi spingeva in quell’area del sapere. Ho avuto successo. Sono stato al Cern, e lì ho saputo…”
“Al Cern?…A Ginevra?…”
“Sissignore. Ho un amico, mi ha confidato, e ne ho scritto nell’ultimo capitolo del libro. Lì, con quelle macchine elettroniche che fanno miracoli, hanno ricreato il progetto del mondo: lei non ci crederà, il mondo è un unico grande progetto che è costruito su un sistema di miliardi e miliardi di equazioni. Nel riprodurlo, quelli del Cern hanno trovato l’inghippo, che spiega finalmente perché il project management come categoria dello spirito non funziona più, gli imperi e le imprese durano sempre meno, le macchine si rompono, i Dna impazziscono. Oggi tutto è chiaro, l’errore è a monte, è all’origine del sistema planetario, è nel project iniziale, capisce, c’è una percentuale sbagliata, proprio lei, l’hanno individuata, la chiamano “the killer percentage”, in codice K%: che posso dirle, una svista, un disguido primordiale che il mito e le religioni hanno correttamente intuito e avevano attribuito alla follia degli Zeus e dei Padreterni…”
“E’ una prospettiva terribile, la sua. Non c’è scampo?…”
“No. Col tempo quel nodo viene al pettine, è cominciato il count down… “the killer percentage” accelera il mondo verso il collasso universale. Conto di pubblicare il mio libro prima che sia troppo tardi”.

Mario Unnia è presidente della società Prospecta


 

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