Chi ha subito una violenza diventerà violento.
Cosi insegna la psicanalisi, scienza inaugurata da un ebreo. E cosi
dimostra Sharon
Le cause del conflitto medio-orientale sono estranee a una gran parte
del mondo. Il conflitto, infatti, non tocca interessi economici globali.
Alla sua origine non vi sono contese tra anonime transnazionali corporation
per lo sfruttamento del petrolio, dell’uranio, dei diamanti
o di altre risorse naturali dei territori ex coloniali. Per gli abitanti
del Sud Est Asiatico, per i giapponesi, i cinesi, gli indiani si tratta
di una piccola contesa territoriale che sta mettendo in forse la capacità
degli Stati Uniti, global cop, di farsi rispettare nel suo protettorato
Israele. La pensano così anche gli arabi moderati, clienti-mercanti
sinora meno pretenziosi di Tel Aviv.
Sono gli intellettuali e i politici in Europa e una minoranza di intellettuali
negli Stati Uniti a sentirsi implicati in un dramma che riguarda sic
et simpliciter il comune passato europeo. Per molti europei il coinvolgimento
nel conflitto è inevitabile e divide le generazioni. Gli studenti,
i giovani manifestano a favore dei palestinesi proprio come nel passato
altri studenti e giovani fecero per i vietnamiti: fanno le loro prime
esperienze politiche schierandosi per le vittime del momento. Alla
loro età è più o meno quello che devono fare.
Sono i loro padri che stanno vivendo il trauma di vedere gli ebrei
di Israele nel ruolo di persecutori. Li vedono compiere i medesimi
atti che gli ebrei di Europa avevano subito nel loro secolare ruolo
di vittime inermi.
La psicanalisi, una scienza resa tale da ebrei, spiega che colui che
ha subito una violenza, diventerà un violento. Dunque nulla
di imprevedibile: Sharon era prevedibile. E del resto il generale
Sharon è ricomparso dopo altre guerre, forse altrettanto violente,
che all’epoca, però, non avevano avuto un impatto così
sconvolgente sull’opinione pubblica, semplicemente perché
l’opinione pubblica era stata poco e male informata.
Infatti il coinvolgimento attuale è la conseguenza di quello
che questa volta i mezzi di comunicazione di massa fanno vedere. Nel
passato non era accaduto. La copertura mediatica dei conflitti precedenti,
e anche delle altre Intifade era realizzata con qualche manipolazione
a favore di Israele. Per esempio, ebbe una fugace apparizione sui
quotidiani e sugli schermi l’immagine del soldato israeliano
che all’epoca della prima Intifada, spezzava il braccio del
ragazzo palestinese, catturato dopo un lancio di pietre. Altre immagini
erano certo disponibili ma nei raffinati documentari della BBC, non
nei telegiornali quotidiani. Quelli erano pieni dei colloqui di pace
tra i leader delle due parti, generosamente gestiti dagli Stati Uniti,
solo che gli incontri prima o poi fallivano e sempre per colpa dei
palestinesi. Sull’ultimo incontro a Camp David nel luglio 2000,
sono scorsi fiumi di rimproveri: il presidente Clinton, quasi già
ex presidente, s’era adoperato allo spasimo per convincere il
premier laburista Barak a concessioni straordinarie e all’ultimo
momento il presidente Arafat rifiuta: ha quasi ottenuto Gerusalemme
est e insiste a considerare prioritaria la questione del ritorno dei
profughi. La stampa occidentale sottolineò l’irresponsabilità
del capo palestinese. La vittoria elettorale del falco Sharon e gli
eventi politici successivi sono stati, poi, fatti ricadere in gran
parte su quel rifiuto.
Quando, però, é scoppiata di nuovo l’Intifada,
e di nuovo si sono avuti attentati palestinesi e rappresaglie israeliane,
l’Europa ha preso atto di quello che stava accadendo: il premier
Sharon aveva deciso di azzerare la forza e l’autorità
dell’amministrazione palestinese e la leadership di Arafat.
Le aspettative europee di pace in Medio Oriente erano vanificate dal
nuovo conflitto. Con determinazione l’esercito israeliano distruggeva
le infrastrutture amministrative dell’autorità palestinese
costruite, dopo gli accordi di Oslo del 1992, per iniziativa e a spese
dell’Unione Europea. Molte organizzazioni non governative europee
da anni operano nei campi profughi palestinesi e vi lavorano giovani
europei, figli e nipoti di altri europei che negli anni cinquanta
e sessanta del novecento erano andati nei kibbutz israeliani a dare
una mano a donne e anziani mentre gli uomini erano a combattere. La
situazione si è rovesciata con aspetti paradossali.
Nel 2002 mass media e telegiornali europei si sono messi a raccontare,
riprendere con le telecamere e commentare l’offensiva bellica
israeliana per come la vedevano i giornalisti sul posto. E gli europei
hanno potuta guardare in tv kamikaze e carri armati parallelamente
in azione: i giovani sono diventati filo palestinesi, i loro padri
sono entrati in crisi. In crisi piena è il rapporto tra l’Unione
Europea e l’attuale governo di Israele, il quale nella persona
di Sharon è pronto a dire ad alta voce quello che gli israeliani
di origine europea pensano da sempre sul ruolo dell’Europa.
Per saperlo basta rileggere “Le origini del totalitarismo”
di Hanna Arendt, una ebrea assimilata con molti dubbi sia sulla strategia
dell’assimilazione sia sulla scelta d’isolarsi in Palestina
dentro a uno stato di tipo europeo. Il leit motiv dell’opera
é il rifiuto dell’Europa verso il popolo di Spinoza,
Marx e Einstein, un rifiuto costante nel tempo sino all’epilogo
nazista. I rimproveri sono duri e ripetuti nel suo epistolario con
amici altrettanto importanti.
L’Europa ha preso tanto dagli ebrei e quando essi si sono decisi
a farsi europei li ha sterminati. Il rancore per gli europei si mischia
al dolore da parte di chi compie un grande gesto di coraggio e viene
punito. Il coraggio era stato quello di restringere la propria sfera
religiosa al privato e di comportarsi da laici nel mondo cristiano.
A farlo erano state le èlites uscite dai ghetti urbani e dai
villaggi di Singer, esse agivano come avanguardie di una secolarizzazione
ormai avviata e che fu invece stroncata dai nazisti e dai loro collaborazionisti
in ogni parte d’Europa. Da allora il processo che ogni ebreo
d’Europa si sente legittimato a fare all’Europa è
diviso in due metà, nella prima che riguarda l’epoca
delle prime persecuzioni, della cacciata dalla Spagna, della chiusura
nei ghetti le accuse sono oggettive, hanno a che fare con i diritti
dell’essere uomo. Nella seconda metà del processo che
riguarda l’epoca dopo Napoleone, e soprattutto i decenni ultimi
dell’ottocento e i primi del novecento, le accuse sono specifiche
e si riferiscono a tutto quello che gli ebrei europei hanno fatto
per i paesi in cui erano nati, e per cui avevano lavorato, inventato,
creato, combattuto e al risultato ottenuto. Porte in faccia e un pezzo
di Palestina, comprata dagli ebrei ricchi agli sceicchi arabi ricchi
e denominata dall’ONU, Stato di Israele.
Nel senso comune degli ebrei, di quelli andati in Israele e di quelli
rimasti, gli eventi attuali addebitabili agli israeliani hanno all’origine
il comportamento dell’Europa nei confronti degli ebrei europei
negli anni centrali del novecento. Il senso di esclusione dal paese
d’origine (tanto amato così come è descritto ne
“L’infanzia berlinese” di Walter Benjamin) è
stato pari a quello di estraniazione nel paese d’approdo, nel
deserto della Terra promessa. Stretti tra l’ostilità
araba e il primo protettorato inglese, gli ebrei si sono dovuti improvvisare
una propria identità di stato-nazione, un approccio sacrilego
rispetto ai propri testi sacri, un approccio che veniva dalla cultura
dei paesi in cui erano nati i primi leader israeliani, gli ebrei con
lineamenti polacchi, tedeschi, russi, austriaci. Anche Ariel Sharon
viene dall’Europa come il padre della patria Ben Gurion.
L’identità israeliana fu creata sul modello di quella
europea del periodo della fuga dall’Europa, uno dei periodi
peggiori della storia europea, ripudiato dagli europei nel mezzo secolo
successivo con la costruzione dell’Unione Europea. Intanto e
invece lo stato-nazione Israele si è consolidato secondo il
prototipo del passato europeo. La scelta era quasi obbligata perché
compiuta da uomini che si erano formati nelle università e
nei partiti europei. Si è trattato dunque di un’altra
assimilazione, nella prima il singolo aveva tentato di farsi accettare
dall’ambiente dominante ostile, nella seconda lo stato Israele
ha lottato per dominare l’ambiente ostile. Come era nel suo
dna europeo tracciò confini, creò discriminazioni tra
sé e gli altri, imparò a offendere i deboli, a fare
compromessi con i forti. I deboli erano e sono gli arabi, i forti
erano gli inglesi e sono oggi gli Stati Uniti. È stata ininterrotta
la sequenza di conflitti, attentati e guerre che hanno segnato sinora
l’integrazione di Israele in Palestina, decisa da europei e
americani come atto di riparazione verso i “loro” ebrei
e imposta agli arabi come l’ennesimo atto di arbitrio dei bianchi
imperialisti. Un arbitrio che aveva a sua legittimazione formale la
Bibbia e il comune padre Abramo. Nella sostanza lo Stato di Israele
è sempre stato considerato una testa di ponte degli interessi
bianchi nelle terre arabe. Ed è da qui che cominciano le incomprensioni
tra europei e israeliani.
Gli europei, quelli nati dopo lo sterminio nazista, e che magari erano
andati a lavorare nei kibbutz israeliani, ed erano in sintonia con
le esigenze di sicurezza degli ebrei in terra di Palestina, assistono
increduli alla riproposizione di un pezzo del proprio peggiore passato.
E si chiedono se era proprio prevedibile e inevitabile. È un
rospo terribile da ingoiare la realtà che vede lo Stato di
Israele a cinquanta anni dalla sua nascita, subire una situazione
per cui ragazzi palestinesi ammazzano ragazzi israeliani e poi ordinare
rappresaglie simili a quelle dei francesi in Algeria, degli inglesi
in Sudafrica, dei tedeschi in Europa. Solitamente la responsabilità
degli eventi va a chi è più istruito, più civile,
più ricco. Ed Israele è tutto questo ed è per
questo che poteva inventarsi qualcosa di meglio che imitare l’europeo
imperialista e razzista. Serviva una qualche invenzione politica strabiliante
perché gli ebrei scacciati dall’Europa riuscissero a
vivere in pace con gli arabi vittime anch’essi di coloro che
decidono le sorti del mondo. Serviva un’invenzione geniale e
da chi aspettarsela se non dal popolo più geniale della terra,
capace di scoprire la penicillina e di costruire la bomba atomica?
Serviva una strategia politica geniale dopo tanto genio profuso nelle
arti e nelle scienze. Non è venuta e gli ebrei israeliani sono
ricorsi alla normale violenza di uno normale stato che difende il
suo popolo dai suoi nemici. Che il suo popolo siano gli ebrei tornati
in Palestina dopo duemila anni e i suoi nemici siano i palestinesi
che non si erano mai mossi dalla Palestina è una vera e propria
cabala. Una cabala che l’Europa del passato ha in gran parte
voluto e che l’Unione Europea di oggi potrebbe tentare di affrontare
se gli israeliani glielo consentissero. Al momento Israele sta sbattendo
la porta in faccia agli europei come gli europei fecero con i “loro”
ebrei. Nel mezzo secolo trascorso molti sono stati i cambiamenti nei
paesi europei e per Israele tenerne conto è il recupero delle
proprie radici che sono ad Amsterdam, a Praga, a Vienna, non a Ramallah.
Sono le radici di Hanna Arendt, la quale sosteneva che la pace e il
futuro di Israele dipendevano dalla sua capacità di costruire
uno stato laico e all’avanguardia.
Rita Di Leo insegna Politica Comparata presso l’Università
“La Sapienza” di Roma