Aggressiva e diretta, oppure soffusa e discreta.
Bianca abbagliante o colorata e allusiva. Intransigente e complice,
la luce si presenta in molti modi impalpabili. E’ questo l’oggetto
d’amore di Luceplan.
Utile e dilettevole
Fino all'800, quello che poi si chiamerà design non era altro
che la produzione artigianale di mobili e oggetti più dilettevoli
che utili, destinati all'aristocrazia: pezzi unici e preziosi per
un mercato tanto raro quanto opulento. Sarà l'avvento della
borghesia a creare una domanda molto più estesa di oggetti
d'uso quotidiano cui si chiederà di assicurare la maggiore
comodità possibile a un prezzo medio. Michael Thonet fu il
primo a intuire le potenzialità di questo nuovo mercato e a
soddisfare le sue esigenze di decoroso benessere attraverso centinaia
di pezzi, ciascuno originale nella forma, esteticamente bello, tecnicamente
impeccabile, ripetuto in milioni di esemplari e venduto attraverso
una catena internazionale di distribuzione. La mitica sedia n. 14,
che ancora oggi arreda la casa delle nostre vecchie zie, fu disegnata
nel 1848 e nel 1901 era stata già venduta in 50 milioni di
esemplari.
In Italia, fino al secondo dopo guerra, gran parte del design sarà
condizionato dalle scuole e dai maestri d'oltralpe. Solo dopo la ricostruzione
la pesantezza dei mobili e delle architetture fasciste, ispirate alle
linee dure dello stile decò piuttosto che a quelle morbide
del liberty, cederanno il passo alla leggerezza della formica, della
plastica e del tek. Di lì a poco il design italiano si svezzerà
dall'ipoteca estetica delle scuole straniere e avvierà la sua
grande originale avventura che lo porterà a primeggiare nel
mondo. A quel tempo, infatti, quegli architetti ai quali le condizioni
economiche, politiche e sociali del dopoguerra lasciavano poche possibilità
di operare in campo architettonico e urbanistico, diedero libero sfogo
alla loro creatività attraverso l'industrial design. Essi soddisfarono
il loro desiderio di espressione con oggetti che, ripetibili in moltissimi
esemplari, invasero ogni spazio della nostra vita, "estetizzandola"
direbbe Baudrillard.
Alla fine degli anni '60, mentre l'uomo andava sulla luna, i designer
italiani cominciavano ad avere i primi riconoscimenti internazionali
per l'espressione, nelle loro produzioni, delle esigenze di un mondo
nuovo e per la sperimentazione di nuovi materiali.
Arteluce
Il settore dell'illuminazione non poteva rimanere estraneo a un tale
fermento culturale. Già negli anni trenta alcuni avevano tentato
di collegare il settore alle tematiche del Movimento Moderno in architettura,
ma nessuno era ancora riuscito a dare concreta realizzazione, in termini
di prodotto, alle affascinanti teorizzazioni dell'epoca.
Uno dei pionieri del design in questo senso fu Gino Sarfatti, il primo
a occuparsi di illuminazione moderna in Italia, che fece di Arte Luce
la più famosa azienda di illuminazione degli anni '50 e '60.
Le lampade di quegli anni, per l'unione di fantasia e funzionalità,
definiranno le regole delle future generazioni di lampade.
Riccardo Sarfatti eredita dal padre il suo spirito imprenditoriale
e, una volta conseguita la laurea in architettura, insieme ai due
colleghi di Università Paolo Rizzatto e Sandra Severi, quando
a metà degli anni settanta Arteluce viene rilevata dal gruppo
Flos, decidono di costituire una nuova società.
Il manifesto programmatico di Luceplan
Racconta Sarfatti " I presupposti di fondo di Luceplan erano
due e ancora oggi non sono cambiati. Il primo era una critica al design
per come si era evoluto, ci sembrava che il design italiano per come
si era configurato, aveva in un certo senso tradito i presupposti
del Movimento per l'Architettura Moderna, quello che si era sviluppato
in Germania e che aveva come mission dichiarata: "case belle
per i più", cioè l'intento di creare oggetti e
strutture che servissero alla maggioranza delle persone e che fossero
economicamente accessibili. In Italia il design aveva certamente prodotto
cose belle, ma solo per pochi, per le élite. Noi avremmo fatto
lampade belle per i più. Il secondo presupposto partiva dall'idea
che non si può parlare di design se i suoi prodotti non possiedono
al loro interno una forte carica di innovazione. Il design deve essere
sperimentale, deve sviluppare complessità all'interno del prodotto,
in tutte le sue parti. E' essenzialmente una metodologia di progettazione
complessa nello sviluppo del prodotto. Se l'innovazione ricade solo
sulla componente estetica si finisce di fare solo stiling. Noi volevamo
fare design, dovevamo dunque investire in ricerca.
In una casa sul lago di Como abbiamo parlato e riflettuto a lungo
per capire come sviluppare il nostro progetto. I rischi erano enormi
e ci imponevano dei chiarimenti iniziali di fondo ben precisi".
Progetti di luce
Sarfatti: "Malgrado la notevole dose di entusiasmo, essendo totalmente
privi di risorse economiche, capimmo da subito che ci era impossibile
creare un'azienda di prodotti. La fine degli anni '70 fu uno dei periodi
più bui in termini di reperimento di risorse economiche in
Italia, i livelli di inflazione erano massimi e il costo del denaro
era del 30-32%, dovevamo trovare un'altra soluzione. In Italia le
aziende di illuminazione erano tante ma non esisteva ancora una azienda
che si ponesse sul mercato offrendo progetti di illuminazione per
gli ambienti, questa fu l'idea vincente che ci permise di cominciare.
L'aver lavorato per l'azienda di mio padre mi aveva consentito di
farmi conoscere in Europa. Alcuni architetti ci commissionarono per
le proprie architetture il progetto di illuminazione e ci chiesero
di sviluppare corpi illuminanti il linea con esse, i committenti ci
avrebbero fornito le risorse per produrli. Il Castello di Neersen
in Germania, il Goldhill Center di Singapore, la musikhochschule di
Karlsruhe, sono solo alcuni degli ambienti la cui illuminazione è
frutto dei nostri progetti.
Nel frattempo, per inserirci nel mercato italiano con un prodotto
commerciale, iniziammo a distribuire un prodotto del nord Europa molto
innovativo, si trattava di sistemi componibili costituiti da tubi
di plastica al cui interno portavano la linea elettrica e che quindi,
non richiedendo impianti, permettevano di portare la luce ovunque.
Grazie a questo prodotto riuscimmo a farci conoscere nel settore del
largo consumo anche se sapevamo benissimo che era un prodotto scarsamente
difendibile perché, essendo di grande mercato, presto sarebbero
insorti numerosi competitors.
Bisogna anche tenere conto del fatto che il settore dell'illuminazione
estremamente congestionato, l'azienda leader ha meno del 4% delle
quote di mercato e in una simile situazione mantenere l'innovazione
non è semplice".
I prodotti di industrial design
Sarfatti: "All'inizio degli anni '80 decidemmo di affrontare
il mercato come azienda produttrice di industial design. Il clima
culturale non era dei più favorevoli, le teorizzazioni in auge
in quel periodo erano decisamente in contro tendenza con la strada
che avevamo intrapreso. Erano gli anni del Postmodern, imperava una
rimessa in discussione di tutta una serie di problematiche legate
ai prodotti basate esclusivamente sull'analisi delle sue valenze estetiche.
Ciò aveva certamente determinato la rottura di certi modelli
e stilemi che si erano consolidati, vedi il funzionalismo dell'architettura
moderna che è troppo freddo e meccanicistico, ma ci si limitava
a una critica degli aspetti più superficiali e formali del
fare prodotto.
Anche il contesto commerciale non era favorevole. Noi volevamo uscire
con prodotti che avessero una forte componente innovativa e che costassero
almeno il 20-25% in meno dei prodotti analoghi presenti sul mercato.
Per questo motivo eravamo odiati commercialmente dai nostri concorrenti
che non hanno perso occasione per ostacolarci. Il rivenditore italiano
già è molto conservatore per natura e, prima di fare
entrare una azienda nuova, attende il consumatore in piazza che urla
per avere quel prodotto specifico, inoltre, a maggior ragione non
ti fa entrare nei negozi se i suoi fornitori primari gli dicono di
non farti entrare".
Le strategie vincenti
Sarfatti: "L'unico modo per abbassare i prezzi era industrializzare
i prodotti, passare da un settore artigianale a uno industriale lavorando
sulle economie di scala, solo così potevamo rimanere coerenti
ai nostri presupposti di fondo.
Erano necessari strumenti di produzione molto costosi, nell'83 abbiamo
cominciato produrre oggetti i cui impianti di produzione costavano
dai 400 milioni in su, così ci siamo inventati di acquisire
gli impianti in lising.
Per la progettazione ci avvalevamo anche dei nuovi software, da poco
presenti sul mercato, che consentivano di disegnare in forma tridimensionale
e di realizzare gli stampi direttamente dai disegni che godevano della
precisione del computer. Studiavamo e progettavamo, infine, anche
gli strumenti di produzione e di assemblaggio. In tutto ciò,
il controllo umano sul processo produttivo industriale ha sempre avuto
un ruolo fondamentale perché il prodotto di illuminazione è
molto complesso in quanto racchiude al suo interno tre problematiche
delicate che hanno a che fare con la sicurezza dell'individuo: la
corrente elettrica, la resistenza meccanica e il calore.
Infine, la chiave vincente è stata l'aver intuito che dovevamo
puntare sulla ricerca e sulla sperimentazione, infatti, a distanza
di tempo ci siamo resi conto che l'innovazione ottenuta è stata
effettivamente percepita dal consumatore. All'interno di un panorama
di oggetti sostanzialmente omologato, tutti più o meno uguali
o simili, quel quantum di innovazione in più ha reso i nostri
prodotti visibili sul mercato.
I Paesi in cui siamo stati maggiormente apprezzati sono stati l'Olanda,
il Belgio e la Germania. Probabilmente perché nel Nord Europa
i consumatori, per cultura, prestano maggiore attenzione alla qualità
intrinseca del prodotto piuttosto che al marchio e alle mode del momento.
Il fatto che i nostri primi mercati conquistati furono esteri ci favorì
notevolmente perché, in un periodo di svalutazione della lira,
vendere in valuta ci consentì di finanziare l'azienda".
I contributi esterni
Sarfatti: "Abbiamo attivato da alcuni anni delle collaborazioni
con designer esterni. Si tratta principalmente di giovani che provengono
dalla Royal Accademy e dal Politecnico di Milano, ma anche dalla Domus
Accademy e dall'Istututo Europeo del Design. Queste scuole hanno il
grande merito di avere creato delle figure professionali qualificate
da cui si possono ricevere contributi realmente interessanti. Ultimamente,
collaboriamo anche con designer francesi e questa è a tutti
gli effetti una novità. La Francia non ha mai avuto una grande
apertura nei confronti del design, soltanto recentemente mostra qualche
segnale di interesse e, proprio per questo, è attualmente l'unico
Paese che può consentire indici di sviluppo significativi.
Altri due settori importanti dai quali attingiamo stimoli e idee sono
l'arte e la scenografia, due mondi che non possono prescindere da
uno studio approfondito sulla luce".
Problematiche specifiche nel settore dell'illuminazione
Sarfatti: "Ho l'impressione che stiamo vivendo una crisi mondiale
profonda, ancora non del tutto emersa e in buona parte volontariamente
nascosta. Con la fine dell'anno 2000 si è concluso un ciclo,
durato qualche decennio, di grande espansione del mondo occidentale
in generale, ed europeo in particolare. Per tre decenni '70-'80-'90
abbiamo potuto contare sulla fortunata coincidenza di un forte sviluppo
interno associato a un forte sviluppo dell'export. Alla fine del 2000,
abbiamo invece assistito a un saturamento dei mercati e a una diminuzione
della carica innovativa. La caduta del muro nell'89, ha determinato
la fine dello scontro fra due modelli di sviluppo, la cui dialettica
favoriva delle occasioni di reciproca crescita. Oggi si dà
per scontato che uno dei due modelli sia stato vincente, ma non è
così. Concordo con la teoria di Habermas secondo cui "la
modernità è un deficit di razionalità".
Il problema della postmodernità diviene allora quello di colmare
questo deficit. Dobbiamo chiarire seriamente quali sono i modelli
di sviluppo possibili e chi li determinerà. Su queste domande
chiave si gioca anche il futuro del settore dell'illuminazione. Il
futuro quale modello di città presuppone? Che territorio? Che
casa? Temo che, poiché gli interessi su città, territorio
e casa sono enormi, le grandi multinazionali che producono sorgenti
di illuminazione influiranno pesantemente nel definire la tipologia
di sorgenti di illuminazione che entreranno a fare parte dei diversi
ambienti.
'La luce' è una componente della cultura dei popoli e non può
essere affrontata sotto la sola prospettiva dell'avanzamento tecnologico
della sorgente luminosa o degli interessi commerciali. Se i proprietari
delle aree, i costruttori degli edifici e i produttori di lampadine
decidono di consegnarci il manufatto con le luci già integrate
al suo interno, sicuramente venderanno miliardi di lampadine, ma si
creerà un tipo di luce totalmente omogenea incapace di creare
atmosfere e non inadeguata rispetto alle soggettive esigenze dell'individuo.
Non bisogna dimenticare che la luce appartiene alla sfera degli istinti
e incide sulla percezione del benessere psico-fisico.
Il rapporto casa-città è certamente destinato a trasformarsi
all'interno di questo secolo, ma in quale direzione avverrà
la trasformazione e da chi sarà controllata? Le possibilità
di inganno nei confronti delle persone sono numerosissime, soprattutto
se nascoste sotto teorizzazioni e ideologie apparentemente interessanti".
Quale concorrenza?
Sarfatti: "Il problema è ancora quello della creazione
di un mercato davvero libero all'interno del quale tutti possano davvero
accedere, forti e deboli.
Il settore dell'illuminazione italiano ha il 20% del mercato di riferimento
mondiale, è dunque un settore leader. I nostri competitors
sono tre: l'est asiatico che immette sul mercato prodotti a prezzi
eccessivamente bassi, Ikea che possiede strutture distributive di
grande dimensione e che gode di ingiustificate agevolazioni economiche,
come l'esenzione di alcuni dazi doganali e, infine, le multinazionali
che immettono le lampadine direttamente all'interno dei luoghi domestici.
Come evolverà questo mercato non è ancora chiaro, tutti
i processi sono in via di definizione".