S3Studium
    Numero 15
 

Luceplan: progetti di luce di industrial design
Fabiana Cutrano

 

Aggressiva e diretta, oppure soffusa e discreta. Bianca abbagliante o colorata e allusiva. Intransigente e complice, la luce si presenta in molti modi impalpabili. E’ questo l’oggetto d’amore di Luceplan.

Utile e dilettevole
Fino all'800, quello che poi si chiamerà design non era altro che la produzione artigianale di mobili e oggetti più dilettevoli che utili, destinati all'aristocrazia: pezzi unici e preziosi per un mercato tanto raro quanto opulento. Sarà l'avvento della borghesia a creare una domanda molto più estesa di oggetti d'uso quotidiano cui si chiederà di assicurare la maggiore comodità possibile a un prezzo medio. Michael Thonet fu il primo a intuire le potenzialità di questo nuovo mercato e a soddisfare le sue esigenze di decoroso benessere attraverso centinaia di pezzi, ciascuno originale nella forma, esteticamente bello, tecnicamente impeccabile, ripetuto in milioni di esemplari e venduto attraverso una catena internazionale di distribuzione. La mitica sedia n. 14, che ancora oggi arreda la casa delle nostre vecchie zie, fu disegnata nel 1848 e nel 1901 era stata già venduta in 50 milioni di esemplari.
In Italia, fino al secondo dopo guerra, gran parte del design sarà condizionato dalle scuole e dai maestri d'oltralpe. Solo dopo la ricostruzione la pesantezza dei mobili e delle architetture fasciste, ispirate alle linee dure dello stile decò piuttosto che a quelle morbide del liberty, cederanno il passo alla leggerezza della formica, della plastica e del tek. Di lì a poco il design italiano si svezzerà dall'ipoteca estetica delle scuole straniere e avvierà la sua grande originale avventura che lo porterà a primeggiare nel mondo. A quel tempo, infatti, quegli architetti ai quali le condizioni economiche, politiche e sociali del dopoguerra lasciavano poche possibilità di operare in campo architettonico e urbanistico, diedero libero sfogo alla loro creatività attraverso l'industrial design. Essi soddisfarono il loro desiderio di espressione con oggetti che, ripetibili in moltissimi esemplari, invasero ogni spazio della nostra vita, "estetizzandola" direbbe Baudrillard.
Alla fine degli anni '60, mentre l'uomo andava sulla luna, i designer italiani cominciavano ad avere i primi riconoscimenti internazionali per l'espressione, nelle loro produzioni, delle esigenze di un mondo nuovo e per la sperimentazione di nuovi materiali.

Arteluce
Il settore dell'illuminazione non poteva rimanere estraneo a un tale fermento culturale. Già negli anni trenta alcuni avevano tentato di collegare il settore alle tematiche del Movimento Moderno in architettura, ma nessuno era ancora riuscito a dare concreta realizzazione, in termini di prodotto, alle affascinanti teorizzazioni dell'epoca.
Uno dei pionieri del design in questo senso fu Gino Sarfatti, il primo a occuparsi di illuminazione moderna in Italia, che fece di Arte Luce la più famosa azienda di illuminazione degli anni '50 e '60.
Le lampade di quegli anni, per l'unione di fantasia e funzionalità, definiranno le regole delle future generazioni di lampade.
Riccardo Sarfatti eredita dal padre il suo spirito imprenditoriale e, una volta conseguita la laurea in architettura, insieme ai due colleghi di Università Paolo Rizzatto e Sandra Severi, quando a metà degli anni settanta Arteluce viene rilevata dal gruppo Flos, decidono di costituire una nuova società.

Il manifesto programmatico di Luceplan
Racconta Sarfatti " I presupposti di fondo di Luceplan erano due e ancora oggi non sono cambiati. Il primo era una critica al design per come si era evoluto, ci sembrava che il design italiano per come si era configurato, aveva in un certo senso tradito i presupposti del Movimento per l'Architettura Moderna, quello che si era sviluppato in Germania e che aveva come mission dichiarata: "case belle per i più", cioè l'intento di creare oggetti e strutture che servissero alla maggioranza delle persone e che fossero economicamente accessibili. In Italia il design aveva certamente prodotto cose belle, ma solo per pochi, per le élite. Noi avremmo fatto lampade belle per i più. Il secondo presupposto partiva dall'idea che non si può parlare di design se i suoi prodotti non possiedono al loro interno una forte carica di innovazione. Il design deve essere sperimentale, deve sviluppare complessità all'interno del prodotto, in tutte le sue parti. E' essenzialmente una metodologia di progettazione complessa nello sviluppo del prodotto. Se l'innovazione ricade solo sulla componente estetica si finisce di fare solo stiling. Noi volevamo fare design, dovevamo dunque investire in ricerca.
In una casa sul lago di Como abbiamo parlato e riflettuto a lungo per capire come sviluppare il nostro progetto. I rischi erano enormi e ci imponevano dei chiarimenti iniziali di fondo ben precisi".

Progetti di luce
Sarfatti: "Malgrado la notevole dose di entusiasmo, essendo totalmente privi di risorse economiche, capimmo da subito che ci era impossibile creare un'azienda di prodotti. La fine degli anni '70 fu uno dei periodi più bui in termini di reperimento di risorse economiche in Italia, i livelli di inflazione erano massimi e il costo del denaro era del 30-32%, dovevamo trovare un'altra soluzione. In Italia le aziende di illuminazione erano tante ma non esisteva ancora una azienda che si ponesse sul mercato offrendo progetti di illuminazione per gli ambienti, questa fu l'idea vincente che ci permise di cominciare. L'aver lavorato per l'azienda di mio padre mi aveva consentito di farmi conoscere in Europa. Alcuni architetti ci commissionarono per le proprie architetture il progetto di illuminazione e ci chiesero di sviluppare corpi illuminanti il linea con esse, i committenti ci avrebbero fornito le risorse per produrli. Il Castello di Neersen in Germania, il Goldhill Center di Singapore, la musikhochschule di Karlsruhe, sono solo alcuni degli ambienti la cui illuminazione è frutto dei nostri progetti.
Nel frattempo, per inserirci nel mercato italiano con un prodotto commerciale, iniziammo a distribuire un prodotto del nord Europa molto innovativo, si trattava di sistemi componibili costituiti da tubi di plastica al cui interno portavano la linea elettrica e che quindi, non richiedendo impianti, permettevano di portare la luce ovunque. Grazie a questo prodotto riuscimmo a farci conoscere nel settore del largo consumo anche se sapevamo benissimo che era un prodotto scarsamente difendibile perché, essendo di grande mercato, presto sarebbero insorti numerosi competitors.
Bisogna anche tenere conto del fatto che il settore dell'illuminazione estremamente congestionato, l'azienda leader ha meno del 4% delle quote di mercato e in una simile situazione mantenere l'innovazione non è semplice".

I prodotti di industrial design
Sarfatti: "All'inizio degli anni '80 decidemmo di affrontare il mercato come azienda produttrice di industial design. Il clima culturale non era dei più favorevoli, le teorizzazioni in auge in quel periodo erano decisamente in contro tendenza con la strada che avevamo intrapreso. Erano gli anni del Postmodern, imperava una rimessa in discussione di tutta una serie di problematiche legate ai prodotti basate esclusivamente sull'analisi delle sue valenze estetiche. Ciò aveva certamente determinato la rottura di certi modelli e stilemi che si erano consolidati, vedi il funzionalismo dell'architettura moderna che è troppo freddo e meccanicistico, ma ci si limitava a una critica degli aspetti più superficiali e formali del fare prodotto.
Anche il contesto commerciale non era favorevole. Noi volevamo uscire con prodotti che avessero una forte componente innovativa e che costassero almeno il 20-25% in meno dei prodotti analoghi presenti sul mercato. Per questo motivo eravamo odiati commercialmente dai nostri concorrenti che non hanno perso occasione per ostacolarci. Il rivenditore italiano già è molto conservatore per natura e, prima di fare entrare una azienda nuova, attende il consumatore in piazza che urla per avere quel prodotto specifico, inoltre, a maggior ragione non ti fa entrare nei negozi se i suoi fornitori primari gli dicono di non farti entrare".

Le strategie vincenti
Sarfatti: "L'unico modo per abbassare i prezzi era industrializzare i prodotti, passare da un settore artigianale a uno industriale lavorando sulle economie di scala, solo così potevamo rimanere coerenti ai nostri presupposti di fondo.
Erano necessari strumenti di produzione molto costosi, nell'83 abbiamo cominciato produrre oggetti i cui impianti di produzione costavano dai 400 milioni in su, così ci siamo inventati di acquisire gli impianti in lising.
Per la progettazione ci avvalevamo anche dei nuovi software, da poco presenti sul mercato, che consentivano di disegnare in forma tridimensionale e di realizzare gli stampi direttamente dai disegni che godevano della precisione del computer. Studiavamo e progettavamo, infine, anche gli strumenti di produzione e di assemblaggio. In tutto ciò, il controllo umano sul processo produttivo industriale ha sempre avuto un ruolo fondamentale perché il prodotto di illuminazione è molto complesso in quanto racchiude al suo interno tre problematiche delicate che hanno a che fare con la sicurezza dell'individuo: la corrente elettrica, la resistenza meccanica e il calore.
Infine, la chiave vincente è stata l'aver intuito che dovevamo puntare sulla ricerca e sulla sperimentazione, infatti, a distanza di tempo ci siamo resi conto che l'innovazione ottenuta è stata effettivamente percepita dal consumatore. All'interno di un panorama di oggetti sostanzialmente omologato, tutti più o meno uguali o simili, quel quantum di innovazione in più ha reso i nostri prodotti visibili sul mercato.
I Paesi in cui siamo stati maggiormente apprezzati sono stati l'Olanda, il Belgio e la Germania. Probabilmente perché nel Nord Europa i consumatori, per cultura, prestano maggiore attenzione alla qualità intrinseca del prodotto piuttosto che al marchio e alle mode del momento. Il fatto che i nostri primi mercati conquistati furono esteri ci favorì notevolmente perché, in un periodo di svalutazione della lira, vendere in valuta ci consentì di finanziare l'azienda".

I contributi esterni
Sarfatti: "Abbiamo attivato da alcuni anni delle collaborazioni con designer esterni. Si tratta principalmente di giovani che provengono dalla Royal Accademy e dal Politecnico di Milano, ma anche dalla Domus Accademy e dall'Istututo Europeo del Design. Queste scuole hanno il grande merito di avere creato delle figure professionali qualificate da cui si possono ricevere contributi realmente interessanti. Ultimamente, collaboriamo anche con designer francesi e questa è a tutti gli effetti una novità. La Francia non ha mai avuto una grande apertura nei confronti del design, soltanto recentemente mostra qualche segnale di interesse e, proprio per questo, è attualmente l'unico Paese che può consentire indici di sviluppo significativi.
Altri due settori importanti dai quali attingiamo stimoli e idee sono l'arte e la scenografia, due mondi che non possono prescindere da uno studio approfondito sulla luce".

Problematiche specifiche nel settore dell'illuminazione
Sarfatti: "Ho l'impressione che stiamo vivendo una crisi mondiale profonda, ancora non del tutto emersa e in buona parte volontariamente nascosta. Con la fine dell'anno 2000 si è concluso un ciclo, durato qualche decennio, di grande espansione del mondo occidentale in generale, ed europeo in particolare. Per tre decenni '70-'80-'90 abbiamo potuto contare sulla fortunata coincidenza di un forte sviluppo interno associato a un forte sviluppo dell'export. Alla fine del 2000, abbiamo invece assistito a un saturamento dei mercati e a una diminuzione della carica innovativa. La caduta del muro nell'89, ha determinato la fine dello scontro fra due modelli di sviluppo, la cui dialettica favoriva delle occasioni di reciproca crescita. Oggi si dà per scontato che uno dei due modelli sia stato vincente, ma non è così. Concordo con la teoria di Habermas secondo cui "la modernità è un deficit di razionalità". Il problema della postmodernità diviene allora quello di colmare questo deficit. Dobbiamo chiarire seriamente quali sono i modelli di sviluppo possibili e chi li determinerà. Su queste domande chiave si gioca anche il futuro del settore dell'illuminazione. Il futuro quale modello di città presuppone? Che territorio? Che casa? Temo che, poiché gli interessi su città, territorio e casa sono enormi, le grandi multinazionali che producono sorgenti di illuminazione influiranno pesantemente nel definire la tipologia di sorgenti di illuminazione che entreranno a fare parte dei diversi ambienti.
'La luce' è una componente della cultura dei popoli e non può essere affrontata sotto la sola prospettiva dell'avanzamento tecnologico della sorgente luminosa o degli interessi commerciali. Se i proprietari delle aree, i costruttori degli edifici e i produttori di lampadine decidono di consegnarci il manufatto con le luci già integrate al suo interno, sicuramente venderanno miliardi di lampadine, ma si creerà un tipo di luce totalmente omogenea incapace di creare atmosfere e non inadeguata rispetto alle soggettive esigenze dell'individuo. Non bisogna dimenticare che la luce appartiene alla sfera degli istinti e incide sulla percezione del benessere psico-fisico.
Il rapporto casa-città è certamente destinato a trasformarsi all'interno di questo secolo, ma in quale direzione avverrà la trasformazione e da chi sarà controllata? Le possibilità di inganno nei confronti delle persone sono numerosissime, soprattutto se nascoste sotto teorizzazioni e ideologie apparentemente interessanti".

Quale concorrenza?
Sarfatti: "Il problema è ancora quello della creazione di un mercato davvero libero all'interno del quale tutti possano davvero accedere, forti e deboli.
Il settore dell'illuminazione italiano ha il 20% del mercato di riferimento mondiale, è dunque un settore leader. I nostri competitors sono tre: l'est asiatico che immette sul mercato prodotti a prezzi eccessivamente bassi, Ikea che possiede strutture distributive di grande dimensione e che gode di ingiustificate agevolazioni economiche, come l'esenzione di alcuni dazi doganali e, infine, le multinazionali che immettono le lampadine direttamente all'interno dei luoghi domestici. Come evolverà questo mercato non è ancora chiaro, tutti i processi sono in via di definizione".

 

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