S3Studium
    Numero 15
 

Il Club Med e l’immortalità
Guido Vitiello

 

Hortus conclusus sovranamente kitsch, il Club Med si struttura come un altrove paradossale, come un’utopia geografica destinata a placare lo stress col turismo di massa

Prologo in cielo
Che noia, il Paradiso. Santi e beati non fanno che guardare l’orologio; le vergini sferruzzano, come tricoteuses celesti; le coorti angeliche, al più, intonano qualche sbadigliante lauda per alleviare il tormento del Sommo Annoiato, che stava lì ben prima di loro. L’eternità è un ergastolo. Chi non sappia concepirla come un eterno presente – il nunc stans di Boezio, il merum hodie di Ireneo – non può che figurarsela come una processione interminabile di giorni, uno stillicidio di ore uguali e vuote: la musica delle sfere non sarà allora che il vano ronzare delle ruote di una metafisica Pendola. Forse ha ragione Vladimir Jankélévitch: “Non appena si pretende di soggiornarvi, i giardini dell’Eden divengono un misero orticello”. E sia. Ma chi rifiuterebbe di passarci un fine settimana? Chi non vorrebbe eludere, per qualche giorno appena, la sorveglianza di quel cherubino dalla spada fiammeggiante che il Giardiniere, dopo la cacciata, pose a guardia del paradiso terrestre per sbarrarci la via del ritorno?
“L’idea del Club Méditerranée è antica come il peccato originale”, recitava un vecchio pieghevole turistico scovato qualche anno fa dal sociologo tedesco Holger Rust. Il dépliant proseguiva, dopo aver citato i passi della Genesi che narrano della creazione del Giardino, tracciando una lignée genealogica che sulle prime può sembrare cervellotica, e impertinente perfino: “Conoscete senz’altro la bella e antica storia del Libro dei Libri. Da lì viene l’idea del Club Méditerranée”. Un paradiso in miniatura, hortus conclusus perfetto e sovranamente kitsch come quei panorametti innevati racchiusi nelle campane di vetro che incantavano Walter Benjamin e fanno storcere il naso alle sussiegose vestali del buon gusto. Immune, soprattutto, da quella che per Emil Cioran era la vera serpe celata tra il fitto fogliame dell’Eden: la monotonia, “scoglio del paradiso nella sua duplice forma: religiosa e utopistica”. Un paradiso dove non si abbia a trascorrere che una settimana non può consumarsi mai: è l’effimero, non l’eternità, la chiave dell’Eden.

Lo spirito dell’utopia
Dopo il primitivo Sfratto – o la Pedata originale – gli uomini si sono variamente industriati per allestire in terra qualche passabile surrogato del Giardino. C’è chi, come Ernst Bloch, si è messo perfino ad almanaccarli con l’accanimento e il puntiglio di un collezionista. È una storia millenaria, in cui non si può che smarrirsi. Ai suoi margini si affollano stravaganze d’ogni sorta: dal “mondo alla rovescia” dei carnevali ai panorami delle fiere ottocentesche, dalle Wunderkammern degli eruditi barocchi alle arti del giardino (il grande creatore di giardini spagnolo Rubió y Tudurí ha scritto un libro intero, Del Paraíso al jardín latino, per riscattare la sua arte dal limbo delle “arti minori” e riconsegnarla alla radice cosmogonica che le è propria). Ma non v’è dubbio che da un paio di secoli a questa parte la via maestra per riconquistare il paradiso è stata quella dell’utopia politico-millenaristica, della sanguinosa gestazione di un ordine venturo di giustizia.
Pochi lo ricordano, ma anche in questa storia affondano le radici del Club Méditerranée. Ha tentato di dissotterrarle il sociologo francese Alain Ehrenberg, nel suo libro Le culte de la performance. Di idee trotzkiste, anarco-comuniste – e più ancora di socialismo fourieriano – erano imbevuti i fondatori del Club Med. Gilbert Trigano, che del Club era quasi il simbolo, si formò all'ombra di Trotzkij e di Fourier e non recise mai queste sue radici paleosocialiste: nella sua visione originaria, i villaggi del Club Med avrebbero dovuto essere qualcosa come i falansteri del nostro tempo. E il sogno, ricorda ancora Ehrenberg, di una microsocietà libera ed egualitaria, un paradiso in terra retto dall'ozio e dall'abbondanza, dove le note discordi dell’odio di classe non sono che un’eco lontana e i rapporti umani sono affrancati dal medium gelido del denaro, sostituito da collanine di perle (le quali a loro volta si comprano in denaro, ma tant'è).
Seppellite le grandi incarnazioni storiche dell’utopia, la piccola utopia di Trigano sopravvive – pur avendo smarrito nel corso degli anni molto della sua vocazione originaria. E al suo fianco ne sono spuntate molte altre, in Europa e in Nordamerica. Tutto lascia pensare che sia scoccata finalmente l’ora di quelle che Edgar Morin, in un’appendice a L’esprit du temps, ha battezzato utopie concrete: “Isolotti d’armonia e di pienezza”, sottratti al tempestoso mare della società moderna. L’eroica abnegazione del militante rivoluzionario, pronto a sacrificare vita e averi nell’incerta speranza che i figli dei figli possano calpestare il suolo della Città Ideale, va censita tra le virtù in via di estinzione, così come si è spenta la retorica del per aspera ad astra, della “gallina domani” dell’utopia a cui immolare le preziose uova del presente.


Il tempo mutato in spazio
L’intera questione è racchiusa, come una gemma nel suo castone, nelle parole di Gurnemanz nel primo atto del Parsifal: Du siehst, mein Sohn, zum Raum wird hier die Zeit. “Tu vedi, figlio mio, il tempo qui diventa spazio”. Perché, seppure in forme dimesse e vacanziere, stiamo assistendo a un ritorno delle vecchie forme spaziali di utopia, risalenti a prima del Diciottesimo secolo, il genere di utopia inaugurato da Tommaso Moro. Ernst Bloch le chiamava “utopie geografiche”. La Città Ideale non è più domani: è altrove. Michel Foucault ha dedicato a questo passaggio cruciale un breve scritto che contiene una preziosa intuizione. Per definirla si è fatto onomaturgo, e ha coniato una “parola d’autore” filosofica che, seppur non bella, è forse destinata a una fortuna non passeggera: eterotopia. “Le utopie”, scrive Foucault, “sono spazi privi di un luogo reale”: vi si accede per via dell'immaginazione, o si tende ad esse per asintoto. In certo senso, le si tradisce ogni volta che si pretende di averle realizzate: la loro dimensione è il tempo, un tempo fuggitivo e irraggiungibile come la tartaruga di Achille. Le eterotopie sono invece spazi reali, “costituiscono una sorta di contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate”. Più precisamente, “luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto effettivamente localizzabili”. Foucault avanza l'idea che all'assillo ottocentesco per l'utilità e il danno della storia, per l'irreversibile, per il tempo che si accumula, faccia da contraltare a un’ossessione novecentesca per lo spazio, per la moltiplicazione dei luoghi, sicché si può dire che “viviamo nell'epoca del simultaneo, nell'epoca della giustapposizione, nell'epoca del vicino e del lontano, del fianco a fianco, del disperso”.
L'immaginazione del paradiso si presenta non già come sogno di una condizione ventura, ma come concepimento di un altrove paradossale, di uno spazio parallelo, di un “mondo possibile” pencolante sul duplice abisso della pura realtà e della pura immaginazione, l’una troppo dura e riottosa, l’altra evanescente e mendace. Il filosofo tedesco Norbert Bolz ha avanzato l’idea che tutto questo abbia oscuramente a che fare con l’avvento dei media, tanto che scrive, in Am Ende der Gutenberg-Galaxis: “Dal panorama al cyberspace, i viaggi, la scoperta e l'avventura si trasformano in un’allucinazione tecnicamente implementata. (...) Oettermann ha parlato a questo riguardo di una ‘spazializzazione (Verräumlichung) della rappresentazione del paradiso’ – si immagina la felicità non più nel futuro, ma al di là dell'orizzonte, che diviene così la linea di demarcazione del desiderio”. Ma seguire questa pista ci porterebbe troppo lontano.

Ironie del postcomunismo
Uno dei primi a tentare l’irriverente accostamento tra i militanti rivoluzionari e gli edificatori di paradisi turistici era stato, trent’anni or sono, il filosofo tedesco Ludwig Giesz in un saggio sul kitsch: “I dogmatici socialisti, i fanatici religiosi, i ‘devoti’ feticisti superstiziosi (lo erano già i crociati – ma anche i paradisi turistici, il luogo comune più sfruttato nella pubblicità internazionale!) vanno considerati come fenomeni affini da un punto di vista antropologico”. Oggi quest’affinità è confermata dal fatto che le due figure, cozzando, non producono stridii e scintille ma un’armonia purissima, come se si fossero scoperti gemelli da sempre. Basterà pensare a un astuto e a suo modo geniale tour operator noto come subcomandante Marcos, che nelle zone del Chiapas controllate dell’Ezln ospita sessioni di “turismo rivoluzionario”, a cui accorrono legioni di giovani e meno giovani per farsi istruire sull’organizzazione della vita quotidiana di un nucleo guerrigliero. Ma il caso davvero esemplare, così perfetto che la realtà vi pare pietrificata in un’allegoria, è quello di Cuba – l’isola sventurata che per anni e anni è stata il Club Med della sinistra europea, dove gli adepti della rivoluzione, tra daiquiri, palmizi e sigaroni, venivano a rosolarsi al Sol dell’avvenire. Per un’imperscrutabile astuzia della ragione, da qualche tempo il Club Med ha inaugurato un suo villaggio a Cuba, a Varadero. Nello spot televisivo che ne annunciava l’inaugurazione, l’effigie del Che campeggiava, se la memoria non m’inganna, su un bandierone rosso fremente al vento e al sole, come una delle tante attrazioni turistiche che fanno il color locale, il folklore, il kitsch del luogo.
Si potrebbe satireggiare a lungo sul neocapitalismo vittorioso che, novello Re Mida, trasforma in merce tutto quel che tocca. O sulla vocazione onnivora e mimetica del linguaggio pubblicitario, che svuota ogni simbolo della sua polpa storica e ne serve a tavola le bucce, come Apollo scorticatore di Marsia. Ma forse la nostra temeraria scorribanda nei regni dell’utopia dovrebbe portarci a tutt’altra conclusione. Scrive ancora Giesz, per spiegare la genesi del kitsch: “Le grandi aspirazioni e le grandi speranze del genere umano, quando perdono la loro seduzione d'infinito in seguito al tentativo sconsiderato di realizzarle, nella loro concretezza illusoria (come se “fossero già in nostro possesso”, vedi Paolo nella lettera ai Filippesi, 3, 12 e sg.) portano l'uomo a ingannarsi su se stesso e sulla vita”. Il kitsch non è che l’impronta, il segno visibile di quest’inganno, che è connaturale a ogni tentativo di rifare il paradiso in terra. E allora accantoniamo ogni umano rispetto, siamo pure buffoni, mettiamo la storia a testa in giù: forse, fin dall’epoca dei falansteri, l’utopia socialista – che lo sapesse o no – non ha vagheggiato altro che un villaggio turistico di massa.

Guido Vitello è redattore della rivista Internazionale

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