Hortus conclusus sovranamente kitsch, il Club
Med si struttura come un altrove paradossale, come un’utopia
geografica destinata a placare lo stress col turismo di massa
Prologo in cielo
Che noia, il Paradiso. Santi e beati non fanno che guardare l’orologio;
le vergini sferruzzano, come tricoteuses celesti; le coorti angeliche,
al più, intonano qualche sbadigliante lauda per alleviare il
tormento del Sommo Annoiato, che stava lì ben prima di loro.
L’eternità è un ergastolo. Chi non sappia concepirla
come un eterno presente – il nunc stans di Boezio, il merum
hodie di Ireneo – non può che figurarsela come una processione
interminabile di giorni, uno stillicidio di ore uguali e vuote: la
musica delle sfere non sarà allora che il vano ronzare delle
ruote di una metafisica Pendola. Forse ha ragione Vladimir Jankélévitch:
“Non appena si pretende di soggiornarvi, i giardini dell’Eden
divengono un misero orticello”. E sia. Ma chi rifiuterebbe di
passarci un fine settimana? Chi non vorrebbe eludere, per qualche
giorno appena, la sorveglianza di quel cherubino dalla spada fiammeggiante
che il Giardiniere, dopo la cacciata, pose a guardia del paradiso
terrestre per sbarrarci la via del ritorno?
“L’idea del Club Méditerranée è antica
come il peccato originale”, recitava un vecchio pieghevole turistico
scovato qualche anno fa dal sociologo tedesco Holger Rust. Il dépliant
proseguiva, dopo aver citato i passi della Genesi che narrano della
creazione del Giardino, tracciando una lignée genealogica che
sulle prime può sembrare cervellotica, e impertinente perfino:
“Conoscete senz’altro la bella e antica storia del Libro
dei Libri. Da lì viene l’idea del Club Méditerranée”.
Un paradiso in miniatura, hortus conclusus perfetto e sovranamente
kitsch come quei panorametti innevati racchiusi nelle campane di vetro
che incantavano Walter Benjamin e fanno storcere il naso alle sussiegose
vestali del buon gusto. Immune, soprattutto, da quella che per Emil
Cioran era la vera serpe celata tra il fitto fogliame dell’Eden:
la monotonia, “scoglio del paradiso nella sua duplice forma:
religiosa e utopistica”. Un paradiso dove non si abbia a trascorrere
che una settimana non può consumarsi mai: è l’effimero,
non l’eternità, la chiave dell’Eden.
Lo spirito dell’utopia
Dopo il primitivo Sfratto – o la Pedata originale – gli
uomini si sono variamente industriati per allestire in terra qualche
passabile surrogato del Giardino. C’è chi, come Ernst
Bloch, si è messo perfino ad almanaccarli con l’accanimento
e il puntiglio di un collezionista. È una storia millenaria,
in cui non si può che smarrirsi. Ai suoi margini si affollano
stravaganze d’ogni sorta: dal “mondo alla rovescia”
dei carnevali ai panorami delle fiere ottocentesche, dalle Wunderkammern
degli eruditi barocchi alle arti del giardino (il grande creatore
di giardini spagnolo Rubió y Tudurí ha scritto un libro
intero, Del Paraíso al jardín latino, per riscattare
la sua arte dal limbo delle “arti minori” e riconsegnarla
alla radice cosmogonica che le è propria). Ma non v’è
dubbio che da un paio di secoli a questa parte la via maestra per
riconquistare il paradiso è stata quella dell’utopia
politico-millenaristica, della sanguinosa gestazione di un ordine
venturo di giustizia.
Pochi lo ricordano, ma anche in questa storia affondano le radici
del Club Méditerranée. Ha tentato di dissotterrarle
il sociologo francese Alain Ehrenberg, nel suo libro Le culte de la
performance. Di idee trotzkiste, anarco-comuniste – e più
ancora di socialismo fourieriano – erano imbevuti i fondatori
del Club Med. Gilbert Trigano, che del Club era quasi il simbolo,
si formò all'ombra di Trotzkij e di Fourier e non recise mai
queste sue radici paleosocialiste: nella sua visione originaria, i
villaggi del Club Med avrebbero dovuto essere qualcosa come i falansteri
del nostro tempo. E il sogno, ricorda ancora Ehrenberg, di una microsocietà
libera ed egualitaria, un paradiso in terra retto dall'ozio e dall'abbondanza,
dove le note discordi dell’odio di classe non sono che un’eco
lontana e i rapporti umani sono affrancati dal medium gelido del denaro,
sostituito da collanine di perle (le quali a loro volta si comprano
in denaro, ma tant'è).
Seppellite le grandi incarnazioni storiche dell’utopia, la piccola
utopia di Trigano sopravvive – pur avendo smarrito nel corso
degli anni molto della sua vocazione originaria. E al suo fianco ne
sono spuntate molte altre, in Europa e in Nordamerica. Tutto lascia
pensare che sia scoccata finalmente l’ora di quelle che Edgar
Morin, in un’appendice a L’esprit du temps, ha battezzato
utopie concrete: “Isolotti d’armonia e di pienezza”,
sottratti al tempestoso mare della società moderna. L’eroica
abnegazione del militante rivoluzionario, pronto a sacrificare vita
e averi nell’incerta speranza che i figli dei figli possano
calpestare il suolo della Città Ideale, va censita tra le virtù
in via di estinzione, così come si è spenta la retorica
del per aspera ad astra, della “gallina domani” dell’utopia
a cui immolare le preziose uova del presente.
Il tempo mutato in spazio
L’intera questione è racchiusa, come una gemma nel suo
castone, nelle parole di Gurnemanz nel primo atto del Parsifal: Du
siehst, mein Sohn, zum Raum wird hier die Zeit. “Tu vedi, figlio
mio, il tempo qui diventa spazio”. Perché, seppure in
forme dimesse e vacanziere, stiamo assistendo a un ritorno delle vecchie
forme spaziali di utopia, risalenti a prima del Diciottesimo secolo,
il genere di utopia inaugurato da Tommaso Moro. Ernst Bloch le chiamava
“utopie geografiche”. La Città Ideale non è
più domani: è altrove. Michel Foucault ha dedicato a
questo passaggio cruciale un breve scritto che contiene una preziosa
intuizione. Per definirla si è fatto onomaturgo, e ha coniato
una “parola d’autore” filosofica che, seppur non
bella, è forse destinata a una fortuna non passeggera: eterotopia.
“Le utopie”, scrive Foucault, “sono spazi privi
di un luogo reale”: vi si accede per via dell'immaginazione,
o si tende ad esse per asintoto. In certo senso, le si tradisce ogni
volta che si pretende di averle realizzate: la loro dimensione è
il tempo, un tempo fuggitivo e irraggiungibile come la tartaruga di
Achille. Le eterotopie sono invece spazi reali, “costituiscono
una sorta di contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate”.
Più precisamente, “luoghi che si trovano al di fuori
di ogni luogo, per quanto effettivamente localizzabili”. Foucault
avanza l'idea che all'assillo ottocentesco per l'utilità e
il danno della storia, per l'irreversibile, per il tempo che si accumula,
faccia da contraltare a un’ossessione novecentesca per lo spazio,
per la moltiplicazione dei luoghi, sicché si può dire
che “viviamo nell'epoca del simultaneo, nell'epoca della giustapposizione,
nell'epoca del vicino e del lontano, del fianco a fianco, del disperso”.
L'immaginazione del paradiso si presenta non già come sogno
di una condizione ventura, ma come concepimento di un altrove paradossale,
di uno spazio parallelo, di un “mondo possibile” pencolante
sul duplice abisso della pura realtà e della pura immaginazione,
l’una troppo dura e riottosa, l’altra evanescente e mendace.
Il filosofo tedesco Norbert Bolz ha avanzato l’idea che tutto
questo abbia oscuramente a che fare con l’avvento dei media,
tanto che scrive, in Am Ende der Gutenberg-Galaxis: “Dal panorama
al cyberspace, i viaggi, la scoperta e l'avventura si trasformano
in un’allucinazione tecnicamente implementata. (...) Oettermann
ha parlato a questo riguardo di una ‘spazializzazione (Verräumlichung)
della rappresentazione del paradiso’ – si immagina la
felicità non più nel futuro, ma al di là dell'orizzonte,
che diviene così la linea di demarcazione del desiderio”.
Ma seguire questa pista ci porterebbe troppo lontano.
Ironie del postcomunismo
Uno dei primi a tentare l’irriverente accostamento tra i militanti
rivoluzionari e gli edificatori di paradisi turistici era stato, trent’anni
or sono, il filosofo tedesco Ludwig Giesz in un saggio sul kitsch:
“I dogmatici socialisti, i fanatici religiosi, i ‘devoti’
feticisti superstiziosi (lo erano già i crociati – ma
anche i paradisi turistici, il luogo comune più sfruttato nella
pubblicità internazionale!) vanno considerati come fenomeni
affini da un punto di vista antropologico”. Oggi quest’affinità
è confermata dal fatto che le due figure, cozzando, non producono
stridii e scintille ma un’armonia purissima, come se si fossero
scoperti gemelli da sempre. Basterà pensare a un astuto e a
suo modo geniale tour operator noto come subcomandante Marcos, che
nelle zone del Chiapas controllate dell’Ezln ospita sessioni
di “turismo rivoluzionario”, a cui accorrono legioni di
giovani e meno giovani per farsi istruire sull’organizzazione
della vita quotidiana di un nucleo guerrigliero. Ma il caso davvero
esemplare, così perfetto che la realtà vi pare pietrificata
in un’allegoria, è quello di Cuba – l’isola
sventurata che per anni e anni è stata il Club Med della sinistra
europea, dove gli adepti della rivoluzione, tra daiquiri, palmizi
e sigaroni, venivano a rosolarsi al Sol dell’avvenire. Per un’imperscrutabile
astuzia della ragione, da qualche tempo il Club Med ha inaugurato
un suo villaggio a Cuba, a Varadero. Nello spot televisivo che ne
annunciava l’inaugurazione, l’effigie del Che campeggiava,
se la memoria non m’inganna, su un bandierone rosso fremente
al vento e al sole, come una delle tante attrazioni turistiche che
fanno il color locale, il folklore, il kitsch del luogo.
Si potrebbe satireggiare a lungo sul neocapitalismo vittorioso che,
novello Re Mida, trasforma in merce tutto quel che tocca. O sulla
vocazione onnivora e mimetica del linguaggio pubblicitario, che svuota
ogni simbolo della sua polpa storica e ne serve a tavola le bucce,
come Apollo scorticatore di Marsia. Ma forse la nostra temeraria scorribanda
nei regni dell’utopia dovrebbe portarci a tutt’altra conclusione.
Scrive ancora Giesz, per spiegare la genesi del kitsch: “Le
grandi aspirazioni e le grandi speranze del genere umano, quando perdono
la loro seduzione d'infinito in seguito al tentativo sconsiderato
di realizzarle, nella loro concretezza illusoria (come se “fossero
già in nostro possesso”, vedi Paolo nella lettera ai
Filippesi, 3, 12 e sg.) portano l'uomo a ingannarsi su se stesso e
sulla vita”. Il kitsch non è che l’impronta, il
segno visibile di quest’inganno, che è connaturale a
ogni tentativo di rifare il paradiso in terra. E allora accantoniamo
ogni umano rispetto, siamo pure buffoni, mettiamo la storia a testa
in giù: forse, fin dall’epoca dei falansteri, l’utopia
socialista – che lo sapesse o no – non ha vagheggiato
altro che un villaggio turistico di massa.
Guido Vitello è redattore della rivista Internazionale