Il processo formativo è stato più
volte paragonato ad un viaggio in cui l’esito finale è
arricchito, in termini di conoscenze, esperienze e stati d’animo,
dalle soste in stazioni intermedie piuttosto che dal semplice raggiungimento
della meta.
Viaggiatori si nasce o si diventa?
Tutti nasciamo viaggiatori, poi, alcuni, crescendo, dimenticano di
esserlo. In questo caso è necessario recuperare quanto, del
viaggiatore, è nascosto dentro di noi.
Le strutture della società, finora, hanno spinto verso la sedentarizzazione
dell’uomo. L’agricoltura, prima, le fabbriche, dopo, hanno
lasciato poco spazio al viaggio come stile di vita, lo hanno tramutato
in una sorta di evasione, un surrogato, breve e temporaneo, di libertà
vitale. I valori supremi, fino a qualche anno fa, sono stati la fissa
dimora e il posto fisso.
L’essere sedentari, in realtà, non appartiene alla nostra
natura. La nostra stessa vita, infatti, non è altro che un
viaggio, e, per di più, un viaggio di sola andata.
C’è, comunque, chi nasce viaggiatore e non se lo dimentica,
anche dopo aver trascorso diversi anni della propria vita dietro una
scrivania.
Bruce Chatwin, per esempio, prima di diventare un grande viaggiatore,
ha trascorso buona parte della vita studiando e lavorando in una casa
d’aste.
Ciò che spinge l’uomo a viaggiare, in ogni caso, è
un forte senso di irrequietezza e una curiosità esasperata.
Una specie di tarlo che non ti fa stare fermo, che ti fa mordere il
freno ovunque tu stia troppo a lungo e quando sei fermo ti fa sentire
perduto.
Sono nata con quel tarlo e non credo sia una questione di cultura
o di educazione. Il senso del viaggio ha radici più profonde:
sta nel cuore, negli istinti, nella pancia. E’ la voglia di
sentimenti forti, puliti.
Quando entro nel deserto, per esempio, sento che sto entrando in una
dimensione in cui spazio, tempo, prospettive umane perdono le loro
rigide coordinate. Non mi resta che procedere, come dicono i Boscimani,
nella direzione del vento.
Cosa si impara attraverso il viaggio?
Il viaggio è stato, per me, un’opportunità per
testare le mie capacità, per raggiungere un certo equilibrio
psicologico di fronte a situazioni difficili e di grande tensione,
per conquistare una certa dose di autocontrollo, cosa di cui sono
caratterialmente sprovvista.
Viaggiando ho imparato a liberarmi dai pregiudizi, anche da quelli
positivi, a spogliarmi della veste di radical shic, di borghese alternativa
amante delle forti emozioni.
Un aneddoto, tratto da un mio diario di viaggio, può aiutare
a capire cosa intendo. Si tratta di un viaggio che definisco a fiato
corto, della durata di quaranta giorni lungo la via della seta. Eravamo
in una tenda mongola, una yurt, al confine con la Mongolia.
“Stanotte dormiremo in yurt . Hanno acceso il fuoco nella stufetta
a carbone ed hanno lasciato l’acqua calda per il the. Stefano
sta sempre peggio, ha la febbre alta e un raffreddore feroce. Nella
tenda fa comunque freddo. Da un grande squarcio nel tetto, infatti,
creato perché la canna fumaria della stufetta non entri in
contatto col feltro e bruci tutto, scende la spessa umidità
notturna dei tremila metri”.
Il giorno dopo abbiamo scoperto che, appena dietro la curva, i nostri
padroni di tenda si erano costruiti una casetta.
“Morale: questi ex nomadi ora dormono in casette di cemento
e i turisti, loro clienti, dormono nelle yurt. Anch’io, confesso,
sono caduta nella trappola romantica di uno sconfortevole soggiorno
in tenda”.
Questa paradossale esperienza, peraltro, non è stata un episodio
isolato.
In Amazzonia ho cercato, ancora una volta, un’esperienza, vera,
pura, assoluta.
Sono finita, così, a passare una settimana con una famiglia
di indigeni lungo il fiume. Bevevo, come loro, l’acqua scura
del Rio Negro, facevo il bagno nel fiume, mangiavo il loro cibo. Al
tramonto, poi, eravamo costretti a barricarci nella nostra capanna,
per difenderci da insidiosi attacchi di insetti mortali.
Una notte, incuriosita da strani rumori, raggiungo l’area comune
della famiglia per capire di cosa potesse trattarsi. Gli indigeni,
in piena giungla amazzonica, erano tutti appassionatamente attaccati
allo schermo di un televisore, alimentato non so come, a guardare
una tipica telenovela brasiliana.
Mi sono sentita, così, l’occidentale che cerca, ad ogni
costo, di giungere ai primordi laddove, chi vive ai primordi, ricerca
affannosamente uno stralcio di civiltà.
Dal viaggio, ancora, posso dire di aver imparato a perdermi per ritrovarmi.
Nei miei viaggi, cioè, ho cercato una risposta alla domanda
classica del viaggiatore, con cui Chatwin ha titolato uno dei suoi
libri migliori: “Che ci faccio io qui?”
Penso spesso a quando ci hanno chiesto: “Ma che ci andate a
fare in Africa?”
In realtà non so rispondere nemmeno ora. E’ strano. E’
come se tentassi di vivere a cavallo tra passato remoto e futuro avanzato.
Perdersi nella Savana o perdersi nella grande rete, in piena civiltà,
non fa molta differenza è comunque un perdersi per ritrovarsi
sotto altre spoglie, con qualcosa di nuovo da dire a se stessi. “[...]
Sono finita, come tanti altri bianchi, in the heart of darkness, nel
cuore della tenebra. Per conoscere te stesso devi passare attraverso
il tunnel psichico dell’Africa, attraverso la giungla della
tua mente”.
Viaggiare mi ha permesso, ancora, di comprendere l’importanza
di essere in equilibrio con se stessi, di amare la solitudine e il
silenzio.
I Boscimani mi hanno insegnato il piacere del silenzio. Nel mio diario
di viaggio scrivo, a questo proposito: “...nel loro silenzio
impari a condividere con loro i momenti più belli. Quelli in
cui tutto tace e la natura parla. [...]
Siedi vicino a loro, nell’immobilità e nel silenzio che
precedono ogni tramonto africano e li senti. Sono attenzione allo
stato puro. Se ne stanno accovacciati li, quasi con indolenza, ma
ti accorgi che non gli sfugge nulla: gli odori che porta la brezza,
il segnale di pericolo lanciato dall’uccello tessitore, la traccia
appena accennata sul terreno da un mamba. Non c’è mai
un gesto di troppo, non c’è energia sprecata. Ogni azione
è frutto di una costante concentrazione, di una lucidità
consapevole.”
Quanto conta il viaggio nell’esperienza quotidiana?
La stessa esperienza di lavoro, per me, dovrebbe essere vissuta come
un viaggio. Come un’avventura in territori sempre mutevoli,
sconosciuti, spesso pericolosi.
Secondo la Stenton Chaise International, una società di consulenza
legata all’exuctive research, il nuovo top manager deve essere
expeditious, rapido; dipomatic, negoziale; inspiring, ispiratore;
honest, schietto.
Queste caratteristiche si possono sviluppare utilizzando il viaggio
come momento di apprendimento e, in particolare, vivendo il lavoro
come un viaggio, cioè, come un’esperienza da cui apprendere.
Il viaggio, più concretamente, facilita l’apprendimento
delle lingue straniere. Non c’è corso che tenga contro
la possibilità di usare una nuova lingua per vivere in un paese
straniero.
Il viaggio, inoltre, migliora le capacità comunicative, la
capacità di relazionarsi ad altre persone. Non parlo semplicemente
del linguaggio verbale, ma di una comunicazione più profonda,
totale. Quando ti trovi nel cuore della Cina rurale con una guida
che non parla inglese, capisci che devi mettercela tutta per comunicare,
non puoi risparmiarti.
In viaggio, come nella vita, si verificano situazioni da cui esci
illeso solo se sei stato abile a comunicare le tue ragioni o i tuoi
bisogni.
Il viaggio, ancora, affina la capacità istintiva di valutare
le persone identificando quelle di cui ti puoi fidare e quelle da
evitare.
Affina l’empatia. Si impara, anche nel non detto, a percepire
meglio gli stati d’animo delle persone, a capire cosa sentono,
cosa vogliono.
Nessuno si preoccupa di insegnare in modo diretto e con metodo le
basi della convivenza pacifica. La capacità, cioè, di
ascoltare le ragioni della controparte, l’arte di instaurare
e alimentare relazioni, di entrare in empatia con i sentimenti altrui,
di risolvere positivamente i conflitti interpersonali, di sviluppare
l’autocontrollo e il controllo dei sentimenti negativi.
Nell’era dell’information tecnology, tra l’altro,
l’empatia diventa una qualità fondamentale, soprattutto
per la leadership.
L’esercizio del potere di chi ha il controllo o la responsabilità
finale di un progetto, infatti, tende ora a fondarsi sulla abilità
di gestire in modo armonioso i rapporti interpersonali.
Il valore di un leader viene valutato in base al grado di scioltezza
con cui riesce a motivare e coinvolgere i membri della sua squadra
di lavoro, alla capacità con cui sa conquistarsi rispetto consenso
e autorevolezza.
Quando viaggi, soprattutto se viaggi da solo, tutti i tuoi sensi si
acuiscono.
Il viaggio, per di più, accresce la rapidità decisionale.
In alcune situazioni sei costretto a decidere nel giro di pochi minuti
se prendere quel treno, quel taxi o quella nave, se cancellare quel
volo, se rimandare la partenza di un giorno. Così impari, a
tue spese, che il decidere è essenziale, anche se poi la decisione
si rivela disastrosa. Il non decidere, del resto, non è ammissibile
perché significherebbe perdere il controllo sul proprio viaggio.
Si può anche decidere di perdere il controllo, beninteso, ma
la scelta deve essere consapevole.
La stessa cosa vale per un manager. E’ meglio prendere una decisione,
anche se la resa dei conti si dimostra poco conveniente, che non decidere
affatto, farsi prendere dall’inerzia del momento, perché
così si perde la leadership.
Il viaggio insegna a valutare il senso del pericolo. Quando qualcosa
sta andando storto, per quanto apparentemente non ci sarebbero i presupposti
né le circostanze, lo sai e ti tieni pronto. Non c’è
bisogno di esplicitare quanto una tale attitudine si riveli utile
in ambito lavorativo.
Il viaggio, in tal senso, riesce ad infonderti sicurezza. Molto spesso
c’è necessità di una certa sfacciataggine per
ottenere quello che stai cercando. Se hai percorso duemila chilometri
di strada sterrata per raggiungere qualcosa che ti interessa, non
puoi farti fermare dal fatto di non essere ammesso perché sei
straniero, bianco, donna o, semplicemente, perché non è
l’orario giusto.
Attraverso il viaggio si impara, inoltre, a vivere in osmosi con l’ambiente
e la cultura circostante, a farsi permeare dalle altre culture.
La propria identità culturale non esce svilita da un tale processo,
ma si arricchisce di nuovi valori, nuovi usi, nuovi costumi.
Dal punto di vista professionale, poi, acquisire delle norme di etichetta
etnica è sicuramente conveniente.
Dal viaggio si impara, in definitiva, il senso del limite: fin dove
è possibile spingersi e dove, invece, è necessario rispettare
il confine tra se stessi e gli altri.
In ambito professionale questo si traduce, come già si diceva,
nella capacità di motivare i propri collaboratori facendo leva
sulla propria autorevolezza, piuttosto che sulla sterile imposizione
della propria volontà.
Appianare i conflitti senza aggressività e senza mortificare
il singolo, minacciando la sua identità, è un’attitudine
che non si manifesta spontaneamente ma va coltivata.
Levinson afferma in proposito: “I dirigenti scarsamente empatici
sono molto inclini a fornire il feedback in modo offensivo, come una
raggelante umiliazione. L’effetto netto di queste critiche è
distruttivo, invece di aprire la strada alla correzione dell’errore,
generano una reazione emotiva negativa, di risentimento e di amarezza
spingendo l’individuo a mettersi sulla difensiva e a mantenere
le distanze”.
Da cosa si riconosce un buon viaggiatore?
Un grande viaggiatore è, tendenzialmente, anche un grande masochista.
Certe volte solo la sofferenza riesce a svelarti il dietro le quinte
di realtà nuove e sconosciute.
Cito, ancora una volta, dal mio diario di viaggio. Eravamo in Cina.
“Questo spazio bianco era destinato alle foto che Stefano non
ha voluto scattare. Per lui lo spettacolo era troppo ributtante e,
comunque, in foto non avrebbe reso. Le foto non emanano gli odori
e il calore di certe giornate.
Ci siamo avventurati in un vicolo mefitico. Dal fango della strada
sterrata salivano esalazioni da cloaca. Il caldo era appiccicoso.
Ed ecco la scena che si apre sotto i nostri: un mercato delle carni
per strada. Non esiste ghiaccio né alcun metodo di refrigerazione.
I banchi sono invasi dalle mosche, i venditori affondano le mani rosse
di sangue nelle viscere degli animali e portano la loro mercanzia
verso l’alto, sbattendola sotto gli occhi degli avventori incerti
sull’acquisto. Urla, mosche e sangue. La Cina è anche
questo”.
Un buon viaggiatore si riconosce dall’autocontrollo in situazioni
difficili.
Un vero viaggiatore finisce per assumere un approccio quasi fatalista
di fronte alle circostanze avverse.
Non credo di aver imparato ad esercitare un tale autocontrollo in
ogni situazione, ma ritengo che il vero viaggiatore debba tendere
ad un tale obiettivo ed ho conosciuto viaggiatori che avevano raggiunto
uno spiccato senso dell’autocontrollo.
Quando hai fatto di tutto per evitare il peggio e, nonostante ciò,
il peggio accade: vivilo!
E’ un’esperienza, una di quelle esperienze che più
ti rimarranno impresse nella memoria alla fine del viaggio. E’
una piccola lezione di vita.
Il viaggio che ho fatto in Cina, a questo proposito, è stato
sicuramente la mia vacanza più brutta, ma il mio viaggio più
bello.
Un vero viaggiatore è dotato, ancora, di forte autodisciplina.
Non può essere uno schizzinoso, non fa storie, non si lamenta.
Ha visto le sofferenze del mondo e, al confronto, le sue sono ben
poca roba. Rispetta le regole del luogo, se ci riesce.
Un vero viaggiatore sa che non esiste un unico fluire del tempo. Ce
ne sono molti, frutto delle circostanze e dei luoghi. In certi luoghi
dell’Africa, dell’Asia e del Sud dell'America il tempo
scorre in modo diverso, rallentato rispetto ai nostri standard europei.
Il viaggiatore ha, pertanto, la consapevolezza che la propria percezione
del tempo debba adeguarsi alle circostanze esterne, il più
delle volte incontrollabili.
Non è necessario andare lontano per provare tali sensazioni.
Nell’isola di Vulcano, in Sicilia, c’è un piccolo
porticciolo: Ginostra, a poche ore dalla terra ferma il tempo muta.
Un vero viaggiatore, infine, si riconosce dall’umiltà.
La sua conoscenza del mondo, infatti, non gli consente l’arroganza
di che crede di avere la verità in tasca.
Più viaggi, più ti accorgi che tutto è relativo;
ogni opinione, ogni certezza è relativa al contesto in cui
viene espressa. Quando viaggi percepisci, assorbi la realtà
da molteplici punti di vista e ti accorgi che ogni interpretazione
è sempre parziale e soggettiva.
Quattro modi di viaggiare
Credo che esistano quattro modi diversi di viaggiare; ognuno di essi
può arricchirti in modo diverso. Si tratta in ogni caso di
esperienze che lasciano inconfondibili tracce.
Credo di aver sperimentato ogni possibile modo di viaggiare e considero
i miei viaggi come le tappe che hanno scandito il mio percorso di
vita.
C’è il viaggio da anno sabbatico, quello che nell’800
gli studenti europei spendevano per il Grand Tour prima di entrare
tra i ranghi della borghesia e dell’aristocrazia cittadine.
L’obiettivo del Grand Tour consisteva “nell’apprendere
le lingue, nel conoscere le leggi e i costumi, gli interessi e le
forme di governo delle altre nazioni, nell’acquisire urbanità
di modi e sicurezza di comportamenti, nell’educare lo spirito
alla conversazione e ai rapporti umani”.
Ritroviamo queste righe, di grande attualità, nel Thristram
Shandy di Sterne scritto più di due secoli fa.
Il mio anno sabbatico è durato, in realtà, due anni.
Avevo vinto una borsa di studio per Mosca della durata di nove mesi
per perfezionare la lingua russa. Dopo questa esperienza, forse per
reazione, ho vissuto negli Stati Uniti e dunque a Londra. Non sono
mai stata ricca e, pertanto, ho fatto i più diversi lavori
per mantenermi: la ragazza alla pari, la cassiera, la cameriera.
Un altro modo di viaggiare è quello che definisco “il
viaggio a fiato corto”. Quello che va da un minimo di una settimana
ad un massimo di quaranta giorni. Tutti, in genere, possono permettersi
questo tipo di viaggio. Ho viaggiato molto in questo modo, soprattutto
per lavoro.
C’è, poi, un terzo modo di viaggiare, secondo me. Mi
riferisco ad un tipo di viaggio che potremmo definire semipermanente.
Sembrerà paradossale ma, penso, che il viaggio sia tanto più
vero quanto più è permanente. Questo vuol dire che quando
sei in un luogo sconosciuto ci devi stare dentro un bel po’,
devi lasciarti permeare dalla sua essenza. Solo così potrai
dire di averlo conosciuto a fondo. Un tale traguardo, tuttavia, richiede
tempo, molto tempo.
I grandi viaggiatori dell’era Vittoriana avevano, in tal senso,
diversi vantaggi: risorse economiche, mezzi, tempo.
Ho scelto di provare la permanenza. Ho dovuto lasciare tutto, naturalmente.
Ho fatto una scelta drastica, ma non ero sola.
Sono partita per il Sud Africa con mio marito Stefano. Abbiamo viaggiato
in Africa dall’interno, spostandoci nella permanenza, riconoscendo
luoghi sempre diversi ma uniti da un’unica anima.
Il quarto tipo di viaggio, infine, ha un’origine più
complessa, esistenziale. Potremmo considerarlo come l’esperienza
nomadica della vita sia privata che professionale. Un’ultima
citazione dal mio diario può chiarire cosa intendo.
“Di nuovo la cappa della siccità incombe su di noi, sebbene
non manchino le pozze d’acqua. Forse questa è la vera
Africa spietata nella sua generosa vitalità, arida nella sua
ricchezza. Branchi di elefanti, gazzelle, antilopi, giraffe e zebre,
sfilano davanti a noi, ma alle loro spalle gli acaci innalzano al
cielo rami secchi. L’erba è ormai paglia gialla e la
terra cerca invano la pioggia.
L’Africa che sognavo mi lascia interdetta a disagio, è
come se solo ora mi rendessi conto di come sia forte e interiorizzata
la mia natura europea. Bramando il ritorno alle origini riscopro l’amore
per la civiltà, scopro una nuova maturità interiore.
E’ come se il mio spirito nomade avesse finalmente trovato la
giusta rotta lungo cui viaggiare, una rotta che sento di poter percorrere
con sicurezza.
Ringrazio l’Africa per avermi aiutato a capire me stessa, una
selvaggia con occhi moderni”.
Arianna Dagnino è giornalista e scrittrice.
Il suo ultimo libro è Jesus Christ Cyberstar, Edra, 2002. Il
testo trascritto da Mariella Di Cicco e non è stato rivisto
dall’autore.