La circolazione e condivisione delle risorse intagibili
si avvia ad essere una modalità operativa e organizzativa piuttosto
che un riferimento valoriale: ne sono esempi le partnership, le comunità
e- business, le imprese a rete.
Knowledge Management
La metafora del “Villaggio globale” fornisce l’efficace
rappresentazione di un mondo interconnesso non solo economicamente
ma anche politicamente, culturalmente, emotivamente. Il software cioè
prevale sull’hardware, nel senso che lo sviluppo tecnologico,
decisamente tangibile e quantificabile, ha innestato un processo a
catena, che dall’interconnessione delle informazioni, giungerà
all’interconnessione delle menti.
La condivisione e la distribuzione delle conoscenze, dunque, annoso
argomento per professionisti e manager della “vecchia guardia”,
appare oggi un’esigenza primaria.
Una pratica sempre più utilizzata, in quest’ottica, è
nota come knowledge management e consiste nel trovare e adottare soluzioni
di gestione e sviluppo delle risorse in materia di conoscenze. Con
l’espressione knowledge management si intende l’insieme
delle strategie manageriali finalizzate alla ricerca di soluzioni
per aiutare gli individui a condividere e sfruttare le esperienze
acquisite.
Le strategie di knowledge management si focalizzano, in particolare,
su quattro aree di intervento: innovazione, reattività rispetto
ai segnali che provengono dall’esterno, produttività,
competenza individuale e di gruppo.
Un progetto di knowledge management, pertanto, implica dinamiche complesse
e interdisciplinari.
L’approccio che viene privilegiato dalle aziende che decidono
di utilizzare tale strategia è sicuramente quello tecnologico.
L’infrastruttura tecnologica, del resto, è la condizione
necessaria perché il progetto possa realizzarsi.
Dalla Intranet al portale aziendale
Grazie all'introduzione dell'Information Tecnology in azienda anche
i segnali più impensabili che circolano nella Intranet possono
trovare velocemente posto in un sistema che gestisce il materiale
automaticamente in modo ragionato.
La Intranet è un sistema informativo basato sulla tecnologia
di sistemi Internet limitato all'interno dei confini dell'azienda.
Sono tre gli aspetti fondamentali che ne caratterizzano le funzionalità:
l'aspetto tecnico, cioè la conformazione e la struttura fisica
del medium che permette la comunicazione tra le macchine; l'aspetto
tecnologico, vale a dire gli standard e le tecnologie che permettono
la trasmissione dei contenuti; e, infine, l'aspetto relazionale e
di comunicazione, ossia le potenzialità e gli obiettivi che
la comunicazione aziendale può raggiungere utilizzando questo
strumento.
Dalla nascita delle prime Intranet aziendali ad oggi molte cose sono
cambiate in modo radicale: si è passati da uno stadio informativo,
in cui si utilizzava il sistema tecnologico solo per compiere funzioni
di comunicazione istituzionale, ad uno stadio collaborativo.
Oggi il contributo di un individuo ad un'azienda è dato per
la maggior parte dalla creazione di nuova conoscenza attraverso la
collaborazione e la sintesi di dati ed informazioni esistenti.
Riorganizzare una Intranet, trasformandola in portale aziendale, senza
tenere conto di questi principi, potrebbe risultare inutilmente dispendioso:
ci si limiterebbe, infatti, ad usare un nuovo strumento per gestire
e rifare vecchie operazioni.
Un corporate portal ha quindi senso solo in una visione più
contestuale in cui i dati vengono analizzati in virtù della
loro paternità. Si dovrebbe poter attribuire ad ogni dato una
specie di etichetta, che ne segni il percorso all'interno dell'azienda
e che possa essere il risultato di una ricerca personalizzata dei
dipendenti su un argomento specifico.
Queste etichette, chiamate metadati, devono definire il linguaggio
comune utilizzato in azienda per fare in modo che le persone, i sistemi
e i programmi possano comunicare con precisione.
Gestire e combinare le informazioni
La sfida è di combinare le informazioni sulle persone (inclusi
i profili dei dipendenti in termini di competenze e abilità,
del loro precedente percorso formativo, ecc.) con il loro ruolo nell’organizzazione
aziendale; in questo modo è possibile indirizzare le informazioni
necessarie per quel ruolo in funzione del gap di competenze non ancora
acquisite.
La tecnologia naturalmente ha un ruolo determinante dal momento che
sul portale d’ingresso di ciascuno devono essere visualizzate
solo le informazioni rilevanti ed eliminate quelle in eccesso; il
sistema, inoltre, deve essere in grado, all’occorrenza, di assistere
l’individuo nella ricerca di ulteriori informazioni.
In questo quadro di riferimento solo una corretta gestione dei content
renderà possibile una reale collaborazione tra le aree funzionali
dell'azienda focalizzando, di volta in volta, temi di interesse aziendale
e possibili percorsi di sviluppo organizzativo ed innovativo.
Tutto ciò si può realizzare con un efficiente sistema
di organizzazione dei contenuti.
Un Content Management System, è lo strumento che si presta
meglio per la trasformazione della Intranet in portale. Il progetto
di knowledge management sotteso all’utilizzo di tale strumento
tecnologico, tuttavia, deve esibire una sostanziale coerenza con le
politiche di comunicazione aziendale e deve proporre un modello culturale
di riferimento che induca il riconoscimento e la fiducia degli utenti
della Intranet.
La qualità della comunicazione è l'elemento indispensabile
per fornire all'azienda compattezza, unicità ed unità.
Il knowledge management, in altre parole, non consiste semplicemente
nella creazione di un database centralizzato che comprenda tutta la
conoscenza aziendale. Si tratta, invece, di abbracciare fonti di conoscenza
eterogenee che includono database, documentazione interna e web site.
Il valore di tali informazioni, in quest’ottica, è proporzionale
alla possibilità di collocarle in un orizzonte di significati
condivisi, di trasformarle, cioè, in conoscenze. L’obiettivo
è di indurre le persone a scambiare know how, invece che informazione
sterile.
Nuovi equilibri tra tecnologia e cultura
La tecnologia, dunque, non può essere considerata una panacea.
Essa, al contrario, ha generato una condizione di sovrabbondanza informativa
che ci induce, giocoforza, ad interrogarci sulla possibilità
di gestire un tale flusso di informazione.
Il paradosso di cui oggi siamo spettatori è che se da un lato
le informazioni sono sovrabbondanti e a basso costo, dall’altro
la ridondanza informativa genera circoli viziosi in cui l’informazione
viene manipolata, mediata in modo sleale, mutilata e, nell’ambito
del disordine informativo cui siamo sottoposti, è impossibile
rendersene conto.
In molti altri casi, inoltre, le persone sono riluttanti nel fornire
informazioni circa gli errori commessi, cosa invece utilissima per
evitare che altri commettano a loro volta gli stessi sbagli.
Creare una cultura collaborativa può richiedere la riprogettazione
della vision aziendale e l'implementazione di incentivi per incoraggiare
la partecipazione attiva del personale.
La conoscenza è dispersa negli spazi e nella storia di un’organizzazione,
imparare a gestirla vuol dire evitare di reinventare soluzioni, non
ripetere gli stessi errori, minimizzare le perdite di competenza legate
al turn over, capitalizzare i feedback che arrivano all’azienda
dai più svariati canali.
Le resistenze
La conoscenza del singolo, tuttavia si compone di una dimensione tecnica
relativa al know how, ma anche di una dimensione cognitiva le cui
ricadute culturali e comportamentali non possono essere sottovalutate.
Si tratta dei modelli mentali, dei valori individuali che influenzano
la percezione della realtà circostante. Essi inducono nelle
persone le resistenze più dure verso il cambiamento e verso
il rispetto dei valori dell’altro dal momento che sono legati
alla sfera emotiva e spesso si manifestano inconsapevolmente.
I tempi di realizzazione di un progetto di knowledge management, peraltro,
sono molto lunghi e la certezza del successo non è mai sottoscrivibile.
Un contesto che tende per definizione a destabilizzare ogni certezza
in vista di una continua rielaborazione del patrimonio delle conoscenze
aziendali pone le persone in una condizione di disagio dovuto alla
messa in discussione delle proprie competenze.
L’obiettivo diventa, pertanto, quello di superare tale dissonanza
scegliendo, alternativamente, di abbandonare l’esperienza o
di giudicare il processo indispensabile per aprire nuove finestre
sul proprio percorso di vita professionale.
Quest’ultimo è il caso auspicabile quando si implementano
progetti di gestione della conoscenza.
Qualora le persone si dispongano positivamente, tuttavia, l’equilibrio
di partenza resta piuttosto instabile dal momento che esse operano
un continuo bilancio costi-benefici e sono pronte a tornare sulle
proprie decisioni in qualsiasi momento.
Se è vero che l’efficienza aziendale è direttamente
proporzionale al patrimonio di conoscenze di cui l’azienda dispone,
è necessario avviare un processo di maturazione culturale degli
individui verso la condivisione e la creazione delle conoscenze.
Basarsi sulla learning organization
Un progetto di knowledge management che sia specificamente mirato
alla gestione proficua delle risorse aziendali, alla luce di quanto
finora affermato, non può essere svincolato da un progetto
molto più ampio, di carattere organizzativo e culturale finalizzato
allo sviluppo e all’apprendimento continuo.
Troppo spesso, al contrario, i progetti di knowledge management e
i progetti di formazione in azienda vivono in ambiti separati; sarebbe
auspicabile, al contrario, che fossero inglobati sotto un’unica
prospettiva manageriale.
Quando i knowledge assets vengono identificati, infatti, è
necessario distribuirli con programmi di formazione.
Le tecnologie abilitanti, in entrambi i contesti, peraltro, sono comuni
per cui si può pensare ad un’unica infrastruttura per
l’erogazione di informazioni e formazione.
L’integrazione dei contenuti informativi con i contenuti formativi
offre alle persone che lavorano in azienda nuovi strumenti di crescita
professionale sviluppando la capacità di “apprendere
ad apprendere”.
La formazione, in definitiva, rappresenta il cuore di un processo
di gestione della conoscenza.
Essa, infatti, ha il duplice obiettivo di fornire strumenti di crescita
e di arricchimento e di determinare la struttura concettuale di riferimento
per meglio usufruire delle possibilità informative che un progetto
di knowledge management offre.
Sempre più imprese avvertono l’esigenza di formare ed
aggiornare continuamente i propri dipendenti. Si impone, in tal senso,
una maggiore attenzione a strategie formative innovative che permettano
tempi di implementazione relativamente stretti e costi contenuti.
L’affermarsi, nell’Information Tecnology, di software
e architetture di interconnessione a costi relativamente bassi consentono
di cominciare a considerare la possibilità di trasformare l’e-learning
da un sistema che informa e addestra in modo indifferenziato ad un
sistema “intelligente” che offre opportunità di
apprendimento individualizzato.
Non voglio sostenere che un corso di formazione on line sia la risposta
più adeguata in ogni caso; il mondo virtuale, tuttavia, diventa
sempre più presente negli affari, nell’informazione,
nella finanza, nel commercio, nel tempo libero, nella socializzazione.
E’ necessario, pertanto, tenere conto di un canale di comunicazione
così importante ed efficace per perseguire obiettivi formativi
che coinvolgono gli individui.
Se la formazione è un investimento, ad ogni modo, è
auspicabile che le aziende sviluppino una vera e propria politica
per l’apprendimento che espliciti obiettivi, fonti di finanziamento,
responsabilità manageriali e, ancora, un paradigma di riferimento,
un sistema di misurazione, metodologie e infrastrutture.
E’ necessario, inoltre, che l’azienda chiarisca le modalità
da mettere in atto perché la conoscenza appresa diventi patrimonio
comune.
La volontà di superare le pratiche tayloristiche e burocratiche
in nome dell’innovazione, del resto, si traduce troppo spesso
in un caos organizzativo.
Si inseguono le emergenze, si procede empiricamente; al termine di
un progetto, lavorativo o formativo, non rimane traccia degli itinerari
seguiti, delle scelte fatte, dei paradigmi teorici che hanno orientato
l’azione.
Il ricorso alla formazione, molto spesso, si rivela inutile e demotivante
per i dipendenti.
Questo accade, a mio avviso, a causa del sostanziale scollamento tra
teoria e pratica che genera diffidenza nei confronti dei percorsi
di formazione.
Costruire percorsi formativi tarati sulle effettive esigenze dell’utenza,
capitalizzare le esperienze in forum, pubblicazioni, dibattiti, legittimare
ogni scelta di campo teoricamente e metodologicamente, finalizzare
i percorsi formativi a progetti di importanza strategica per l’azienda
sono agenti motivanti da non sottovalutare. La motivazione, cioè,
nasce dalla minimizzazione della distanza tra il sapere e il saper
fare.
Un tale tipo di formazione non può che sfruttare canali plurimi
e differenziati: dalla formazione in presenza alle nuove tecnologie,
dagli eventi alla consulenza.
Si tratta, in definitiva, di lavorare su due fronti, quello del learning
by doing e quello del learn to learn.
Mariella Di Cicco è laureata in Scienze dell’Educazione,
si occupa di pianificazione ed implementazione di progetti di e-learning
e knowledge management presso la società S3data, collabora
con la cattedra di Sociologia del Lavoro dell’Università
“La Sapienza” e con la redazione della rivista NEXT. Strumenti
per l’innovazione.