Il concetto di glocale è il punto di partenza
per analizzare il rapporto tra apertura e chiusura delle culture rispetto
all’innovazione del consumo
Glocalizzazione
Il concetto di glocalizzazione pare essere adeguato a descrivere e
a “contenere” le molteplici trasformazioni del nostro
tempo. Glocalizzazione vuole semplicemente dire che oggi non è
possibile parlare di globale senza fare riferimento alla dimensione
opposta: il glocale è all’intersezione tra globale e
locale. Ma, a ben vedere, tale termine è ancora troppo sintetico,
presentando una definizione schiacciata su di un piano “bidimensionale”.
Manca in tale formula “alchemica” una indicazione sulla
diversa concentrazione degli elementi costitutivi - cioè la
quantità di globale e di locale - che, man mano, si presenta
nei singoli fenomeni indagati.
Per ovviare a tale deficit semantico, associando ai concetti di globalizzazione
e di localizzazione i loro participi presenti e commutando tra loro
tali termini si ottengono le seguenti dimensioni: globalizzazione
globalizzante; localizzazione localizzante; globalizzazione localizzante;
localizzazione globalizzante.
Le prime due dimensioni sono definibili come “forme pure”.
In questa immaginaria bussola della glocalizzazione il participio
presente rafforza la qualità già espressa dal sostantivo.
Ambedue manifestano posizioni intransigenti e monologiche che mettono
in atto il rifiuto delle posizioni dell’altro e dunque della
possibilità critica del dialogo.
Le altre due dimensioni rappresentano invece i luoghi della negoziazione
che tendono a confrontarsi o a scontrarsi con l’alterità
mantenendo però il proprio carattere.
La globalizzazione globalizzante
La globalizzazione globalizzante è il processo centrifugo di
espansione di alcune logiche produttive, organizzative, creative etc.
al di fuori dei luoghi nei quali queste sono state messe a punto.
La globalizzazione globalizzante è il proseguimento o lo slittamento
della vis imperialista e colonialista dell’occidente verso i
nuovi spazi del consumo. Essa significa principalmente “imporre
degli standard” a culture diverse, significa “uniformare”,
grazie alla espansione di un’economia di scala, i gusti e le
abitudini e gli stili di vita. Lo standard ha ovviamente una doppia
valenza, se da un lato esso agevola la comunicazione, essendo condiviso
dalla maggioranza degli utenti, dall’altro appiattisce le differenze
e produce dei monopoli di tipo principalmente economico e conseguentemente
culturale.
Tale volontà di appiattimento delle differenze è retaggio
della narrazione illuminsta e della dichiarazione dei diritti dell’uomo
che, votate alla religione laica dell’universalismo, produssero
come “crisi di rigetto” quella riscoperta delle individualità,
delle singolarità e dei nazionalismi che va sotto il nome di
romanticismo.
Case study: Mc Donald’s
La più imponente e notoria catena nel settore della ristorazione
costituisce un esempio ormai paradigmatico di americanizzazione del
mondo e di intransigenza operativa che nel saggio di Ritzer rievoca
la diabolica macchina sterminatrice messa in piedi da Hitler. Mc Donald’s
è ovunque inteso come un’icona del nostro tempo anche
se in modo un po’ superficiale. Nascendo infatti nel periodo
di declino del Fordismo-tayolorismo, quando cioè si andava
sviluppando una domanda per settori merceologici a maggiore complessità,
Mc Donald’s paradossalmente estende la logica della catena di
montaggio alla produzione di cibo creando un prodotto universale che
ha lo stesso sapore e lo stesso prezzo a tutte le latitudini.
La sua immagine rimane sospesa nello stridente contrasto tra le rappresentazioni
rassicuranti messe in scena dalle campagne comunicative - che ormai
da tempo si sono strette intorno alla famiglia come target privilegiato
– ed i retroscena svelati dai suoi oppositori (tra tutti il
movimento Peta) che parlano di atroci torture inferte agli allevamenti
come anche ai dipendenti.
Mc Donald’s è metafora di qualsiasi forma di stereotipizzazione
che riduce la complessità del reale a vantaggio della facilità
di reperimento, della diffusione mondiale e dell’abbattimento
dei prezzi. Come tutti i grandi colossi dell’economia mondiale
Mc Donald’s risente fortemente delle crisi di qualsiasi natura
(dalla mucca pazza alla paura del terrorismo) che comportano l’aumento
del battage pubblicitario e la proliferazione di offerte accattivanti.
La localizzazione localizzante
L’altra forma pura è la localizzazione localizzante che
identifica un movimento oppositivo e dunque centripeto di chiusura
delle culture su se stesse. Tale sentire, come si è detto,
affonda le proprie radici nel periodo romantico e sviluppa una fobia
acuta nei confronti di tutto ciò che non è “familiare”,
che proviene cioè dall’esterno del proprio ambiente,
che non parla la stessa lingua, che si veste in modo differente.
Nella letteratura sociologica tale chiusura è quella messa
in atto dalla comunità. La resistenza al mutamento, in special
modo al processo di innovazione e di obsolescenza programmata dei
beni, segna e disegna i confini della comunità. Essa rappresenta
in un certo senso il problema da risolvere per la globalizzazione
globalizzante.
Con i processi successivi di modernizzazione la localizzazione è
stata vista spesso come retaggio di una visione oscurantista e reazionaria
di segno negativo al progresso. Anche con il superamento della fase
comunitaria a favore della società, tale forma ha mantenuto
il proprio ambito di pertinenza e la propria ragion d’essere.
Non solo le comunità multietniche degli ex imperi o quelle
ancor più radicate dei paesi dell’allora Terzo mondo,
ma anche altre nuove “comunità” nate in seno alla
società dei consumi che anzi si andavano costituendo come “resistenze
intermedie”. Queste infatti, da un lato rifiutavano l’obsolescenza
programmata delle merci, dall’altro si costituivano, identificavano
e differenziavano tramite le svariate possibilità offerte dal
sistema dei consumi (le sottoculture).
Case study: Gli Amish
Si tratta di una gruppo religioso che ha le sue radici nel movimento
anabattista e che, perseguitato da cattolici e protestanti, si rifugiò
dapprima sulle montagne della Germania e della Svizzera e successivamente
emigrò negli Stati Uniti. Oggi gli Amish vivono in una comunità
distribuita tra gli States ed il Canada ed il loro centro è
nei pressi di Filadelfia. Dal cuore del sistema dei consumi professano
il rifiuto intransigente delle pratiche di consumo, delle merci, delle
tecnologie e dei valori dominanti nella società americana.
Le immagini dei loro centri urbani ricordano il Far West mentre il
loro abbigliamento sobrio, austero e “monotono” è
un costume che tende a preservare i valori e il legame forte che tiene
uniti i membri della comunità contro le istanze individualizzanti
ed edonistiche che pressano dall’esterno.
Anche se gli Amish paiono essere il frutto di una strategia elaborata
di Marketing turistico, costituiscono un esempio davvero interessante
di resistenza messa in atto dall’interno del processo di globalizzazione
globalizzante che dunque nemmeno nel suo epicentro manifesta uniformità
di vedute. Dove maggiore è presente il “pericolo”
tanto più radicale è la reazione che supera come intensità
anche il più integralista dei paesi dell’Islam.
La frattura netta tra i processi di globalizzazione e di localizzazione
intransigente lascia aperta una zona di frontiera che, almeno fino
agli anni novanta, pareva essere deserta e inabitata. Fino a che una
certa evoluzione delle tecnologie, dei consumi e dei linguaggi a questi
legati, ha reso abitabile questa “zona franca” grazie
ad una mutata strategia/tattica delle aziende e delle comunità
di resistenza. L’occupazione di questo spazio ha dato vita a
“forme spurie” che hanno fatto incontrare, invertire ed
alterare i processi di globalizzazione e di localizzazione intransigente.
Tali forme sono dunque le più interessanti in quanto possono
fornire informazioni utili alla previsione di uno scenario in trasformazione.
La globalizzazione localizzante
La globalizzazione localizzante è una strategia innovativa
e al momento efficace di avvicinamento delle aziende, in special modo
delle multinazionali, ai mondi di vita dei consumatori. Dalla invasione
di tipo militare si passa alla cooperazione, alla condivisione di
valori ed in particolare del valore supremo della qualità.
Tale trasformazione, in linea con l’innovazione postfordista,
è resa possibile dall’innovazione tecnologica e dalla
conseguente evoluzione delle organizzazioni aziendali verso modelli
policellulari e reticolari. Dalla “polifemica” offerta
del fordismo si è passati alle politiche del customer care
e della customer satisfaction che culminano nell’ideazione del
permission marketing. In più il processo di dislocazione e
disarticolazione delle aziende - che spesso sono holding con sedi
in diversi paesi - ha fatto si che ogni marchio avesse la sua declinazione
nell’humus culturale di un paese specifico gestendo autonomamente
il business, ma anche la comunicazione e in alcuni casi l’ideazione.
La globalizzazione localizzante si sviluppa a metà strada tra
la “spontaneità” evolutiva del mercato e la intenzionalità
delle aziende che “furbescamente” tentano di avvicinarsi
in modo più schietto o più subdolo a quelle reti complesse
di rapporti informali, di saperi precategoriali e di prassi “autentiche”
che caratterizza il mondo della vita quotidiana. La potenza di tale
complesso di esperienze è il nuovo patrimonio al quale vogliono
attingere le aziende. L’autenticità è il valore
assoluto che determina un brusco cambiamento di rotta dei mercati
ed in special modo delle modalità di comunicazione. Si utilizza,
ad esempio, l’ironia per rompere la parete che separa l’emittente
dal destinatario, si inscenano spesso gli artifici stessi della finzione
per sancire un patto narrativo ancora più profondo. Tale propensione
rievoca l’aspetto schizoide della letteratura sulle nuove tecnologie.
Da un lato si enfatizzano le possibilità liberatorie dall’altro
la miniaturizzazione del controllo. Così la globalizzazione
localizzante è sia una forma di maturazione del consumatore
che è finalmente visto come soggetto attivo, sia una scorciatoia
del marketing che dopo aver definito le cosiddette nicchie di mercato
le “riempie” dei suoi contenuti.
Case study: Mtv
Dopo la fase imperialista degli anni Ottanta in cui si è esportato
il prodotto videoclip in tutto il mondo ed in tutti in canali televisivi,
Mtv ha vissuto negli anni Novanta una diffusione ancora maggiore grazie
alla strategia del decentramento creativo ed amministrativo con la
quale ha visto il suo marchio declinarsi nei cinque continenti e nei
paesi di tutto il mondo. Questo passaggio dalla Mtv alle Mtv ha permesso
di gestire meglio il rapporto con gli utenti locali e di interattenere
con questi relazioni più “profonde” grazie alla
condivisione di codici, di valori e soprattutto della lingua. Ma questo
decentramento produttivo ripropone un sorta di micro-egemonia. E’
il caso di Mtv Italia che risulta notevolmente condizionata dalla
sua “milanesità” nello stile generale, nelle modalità
di selezione e di conduzione dei VJ; creando una sorta di scarto con
gli utenti del “profondo sud” del paese che da un lato
ambiscono ed attingono a tale immaginario, dall’altro trovano
notevoli difficoltà di immedesimazione.
La localizzazione globalizzante
Come nell’esempio appena discusso anche in questa dimensione
si attua una conversione della “forma pura”.
La localizzazione globalizzante è il frutto di un movimento
di apertura del locale al globale: il locale tramite un gesto dirompente
si impone all’attenzione globale sfruttandone i circuiti comunicativi;
il locale, per il suo essere peculiare, è in grado di essere
riconosciuto a livello universale.
Case study: Il Made in (Italy)
Ci sono marchi globali, ci sono altri intermedi ed altri assolutamente
locali che generano dei "piccoli culti" proprio per la difficoltà
del loro reperimento da parte di un pubblico globale. E' questo il
valore aggiunto del “made in” e di tutte le produzioni
artigianali che l'utopia della new economy avrebbe voluto diffondere
su scala mondiale. Il “made in” è un punto centrale
perché fa comprendere come la globalizzazione non è
solo un fatto tecnoeconomicistico ma eminentemente culturale. In altri
termini tutti possono (potenzialmente) produrre (o riprodurre) Nike
ma difficilmente si può fare lo stesso con il cashmere delle
maglierie italiane o col caffè del commercio equo e solidale.
Essere piccolo spesso può fornire un enorme vantaggio competitivo
soprattutto per chi alimenta le famose "nicchie". Il made
in è il prodotto di un crucialità culturale all’interno
della produzione globale, se la globalizzazione globalizzante ha riscosso
successo con l’idea universalistica di omeogeneizzazione delle
culture, il “made in” rompe tale prospettiva rivendicando
sullo stesso terreno, cioè il mercato, l’imprescindibilità
di ciò che è idiografico ed in un certo senso autentico.
In un mondo che tende sempre più verso l’artificiale,
il valore di scambio dell’autenticità cresce geometricamente.
Il successo del “made in” presuppone una sorta di sottomissione
dell’economia alla cultura. Nel caso dell’Italia il successo
dei prodotti made in italy è frutto della organizzazione dei
distretti che, grazie alla combinazione di cultura, territorio ed
economia, ha imparto a gestire la qualità in particolar modo
nel settore dei “luxury goods”. Ma il made in è
il frutto anche di un certo investimento simbolico che consente ad
alcune aziende, grazie alla comunicazione, di incrementare i profitti
aderendo allo stereotipo diffuso nel mondo della propria “italianità”.
Case study: Al Jazeera
La Tv satellitare del Qatar divenuta famosa nella mesta circostanza
della guerra con l’Afganistan, rappresenta la vera innovazione
nella prassi del conflitto che, almeno dalla guerra contro l’Iraq,
resta immutata nelle sue procedure sostanziali (dall’isolamento
diplomatico del nemico alle conseguenti “offensive umanitarie”).
Al Jazeera dimostra che, nonostante la comunicazione con la C maiuscola
sia un’invenzione occidentale, la sua estrema ealsicità
fa in modo che essa si adatti eminentemente anche a quelle forme culturali
che sono almeno in parziale rottura con i nostri Lifestyle. Voce indipendente
dalle costrizioni Al Jazeera si presenta da un lato come minaccia
per gli Stati Uniti (ma forse solo per la Cnn) dall’altro come
una incredibile opportunità da cogliere per i politici occidentali
che vogliono in qualche modo contattare l’opinione pubblica
araba. Come nel caso del “made in” anche per Al Jazeera
vale il discorso sul valore strategico dell’essere spazialmente
situato e di gestire il monopolio dell’autenticità. Il
paradosso più grande è che questo canale tematico riesce
a diffondere su scala mondiale le istanze più radicali dell’integralismo
islamico giustificando tale operazione con l’argomento della
libertà d’espressione. Come dire che l’obiettività,
pilastro e chimera di tutto il giornalismo occidentale, può
essere raggiunta solo da chi è culturalmente alieno al sistema
che l’ha istituita come valore ovvero che il locale è
talvolta più universale di qualsiasi globalismo.
Se la globalizzazione globalizzante dissimula l’autenticità,
la localizzazione globalizzante rivendica e globalizza l’autenticità
come risorsa rara ed insostituibile. La localizzazione globalizzante
dimostra che, se è lecito parlare di zone autonome che sfuggono
al “lavoro” costante della globalizzazione globalizzante,
è altrettanto vero che queste zone non riescono a posizionarsi
al di là dell’orizzonte degli eventi prodotto dai media
e che dunque ancora una volta la comunicazione è il terreno
comune sul quale si giocano i destini dei soggetti presi in esame.
Nello Barile è Dottorando di Ricerca in “Scienze della
Comunicazione” presso l'Università degli studi di Roma
"La Sapienza" e docente di “Analisi del video”
presso la Link Campus - University of Malta.