Il fotografo ritrattista è un artigiano
dell'anima, un cannibale della retina in presa diretta con la pittura.
Ma anche quando è diventato famoso, deve continuare a combattere
con un mercato che resta avaro.
Il primo approccio alla fotografia
Pino Settanni aveva16 anni quando cominciò a scattare le prime
foto. Quelle che fanno tutti gli esordienti: amici, parenti, tramonti.
All'epoca lavorava come operaio all'Italsider di Taranto. La sua prima
macchina fotografica era russa, una Zenit E, che allora si vendeva
a 60.000 lire, uno stipendio del '66. Usava la stanza da letto come
camera oscura e si chiudeva nell'armadio per caricare le pellicole
nella tank di sviluppo. All'Italsider faceva l'operaio studente e,
dopo la maturità, venne assunto come impiegato.
Frequentava e cresceva in compagnia di quegli artisti di Taranto che
non avevano avuto il coraggio di andare via: Michele Perfetti, poeta
visivo, Walter Scotti, pittore dei paesaggi del porto, e gli intellettuali
della zona.
Sin da ragazzino cercava un modo per esprimere la sua creatività,
scriveva copioni e poesie, dipingeva. Ma presto capì che la
macchina fotografica era il mezzo per il quale era più portato.
Aprì un piccolo studio fotografico a Piazza Italia, uno scantinato
usato come sala di posa, e cominciò a ricevere le prime committenze.
Intendendo la fotografia unicamente come espressione artistica, rifiutò
la possibilità di guadagnare facendo servizi fotografici per
cerimonie. Rivelò una forte predisposizione per il ritratto
e per le persone e fotografò le prime manifestazioni operaie
a Taranto, documentando la nascita dei sindacati in quell'area di
nuova industrializzazione. La fotografia di reportage lo interessava
come tutto ciò in cui fosse presente l'uomo. Il coinvolgimento
di altri esseri umani nelle sue fantasie è divenuta una costante.
Il suo periodo bohémien
Quando uno dei suoi primi ritratti, "antico sentimento",
un barbone con una bambina sul petto, comincia a girare per concorsi
e a vincere premi, Settanni capì definitivamente che quella
era la sua strada. A incoraggiarlo fu Peppino Alario, fotografo, scrittore
e allora dirigente della Kodak, che gli suggerì di andare via
da Taranto.
Nel '73, con una voglia pazza di conoscere il mondo, abbandonò
la città, i genitori, la sicurezza del posto fisso, e partì
per Torino. Ma non era l'ambiente adatto a lui. Collaborava con la
UTET, che gli acquistava qualche foto per una enciclopedia, ma il
suo desiderio di contatti umani era castrato. Decise allora di trasferirsi
a Roma dove, tramite alcuni amici, entrò in contatto con Novella
Parigini che gli commissionò un servizio fotografico per la
figlia. Guadagnò così le prime 40.000 lire. Erano gli
anni in cui le sue due macchine fotografiche Mamiya C330 bifocali,
ora l'una ora l'altra, facevano immancabilmente andata e ritorno dal
Monte della Pietà. Abitava nella pensione Manfredi di via Margutta,
andava in giro tutto il giorno alla cerca di lavoro portando con sé
il proprio book fotografico, composto da una quindicina di ritratti
e da qualche reportage di manifestazioni operaie. Cominciano così
le sue prime collaborazioni con i giornali. Antonio Ghirelli, allora
direttore del Mondo, capisce che Settanni "doveva campare"
e per ben tre volte, fingendo di non averlo mai visto, gli compra
lo stesso reportage sui bassi della Duchesca di Napoli. A quel tempo,
i fotografi rappresentavano la parte povera del giornalismo, non erano
così conosciuti come oggi, ma se si entrava nelle simpatie
di un direttore si riusciva a lavorare.
Gli incontri fondamentali
Nel '75 conosce Monique Gregori, sua futura moglie, che possedeva
una galleria d'arte in Via del Babbuino.Grazie a lei, Settanni viene
inserito nel mondo dell'arte. Nello stesso anno pubblica il suo primo
libro, "Voligrammi", una ricerca dell'ordine nel disordine:
fotografie di uccelli in volo sulle quali Settanni interveniva cercando
geometria in un disordine apparente. Il 1977 è l'anno della
sua prima grande mostra fotografica a Roma, nata dal progetto "Dialoghi
sui minimi sistemi", basato sul recupero del difetto fotografico:
"Quando si stampa una foto in camera oscura - dice Settanni -
generalmente si producono dei difetti, provocati magari da un puntino
di polvere che forma una macchia sulla carta fotografica. Io partivo
dalla foto di un gabbiano, la stampavo, si produceva un difetto, quel
difetto lo fotografavo, lo ingrandivo e così procedevo fin
quando uno di quei difetti non assomigliava all'immagine di partenza".
Nel '78 conosce Renato Guttuso e gli propone di reinterpretare fotograficamente
in bianco e nero la Sicilia alla quale lui si era ispirato per i suoi
quadri. Il pittore accetta e rilancia: invita Settanni a diventare
suo assistente e fotografo personale. Gli piaceva l'idea di avere
accanto un giovane artista che non solo facesse cose diverse dalle
sue ma che, in molti casi, fosse perfino contrario al suo modo di
fare e concepire l'arte. Si instaurò tra i due un rapporto
di amore-odio: "Guttuso mi attaccava dicendo che il mio lavoro
era impregnato di avanguardismo ed io lo condannavo perché
per me era impregnato di realismo socialista e ritenevo che, per il
potere che aveva, era assurdo continuare un genere di pittura al quale
avrebbe potuto dare una svolta più sperimentale". Questo
connubio, non privo di conflitti, durò cinque anni.
Nell'83 Settanni ricomincia a fare il fotografo a tempo pieno, ma
per lui il rapporto pittura-fotografia rimarrà sempre inscindibile:
"Non è concepibile un buon fotografo che non conosca la
pittura, che non abbia l'umiltà di ammettere che la luce l'abbiamo
imparata dai pittori. Non c'è foto che io faccia o veda senza
paragonarla a qualche opera del passato. Questa è un'operazione
didattica che impongo a me stesso. Se non avessi studiato Caravaggio
e il Cinquecento tedesco non avrei mai fatto le fotografie che faccio".
Fotografo ritrattista cannibale
Nell'86 partecipa al Mouà della Foto a Parigi, dove resta per
un anno. Rientrando a Roma, affitta e trasforma una portineria di
Via Ripetta in sala di posa. Nel frattempo matura il desiderio di
farsi conoscere al grande pubblico come ritrattista. Nasce l'idea
di "Ritratti in nero con oggetto": Settanni invita i personaggi
più famosi della cultura e dello spettacolo a presentarsi nel
suo studio vestiti di nero e portando con sé un oggetto-feticcio
al quale fossero particolarmente legati. Inoltre, chiede loro di descrivere
con un testo autografo il motivo della scelta. Moravia, Fellini, Mastroianni,
Baj, Wertmuller, Benigni, Troisi, Morricone, Leone, Manzù,
Bolognini,Cucchi, sono solo alcuni dei 77 personaggi che accettarono
di farsi fotografare. Questa strepitosa raccolta di ritratti venne
esposta alla galleria Rondanini e pubblicata nell'89.
Ma cosa cerca di esprimere Pino Settanni attraverso il ritratto? Lavorare
con persone molto famose può diventare un limite nella misura
in cui il fotografo deve celebrare la loro immagine. Settanni ama
estrarre dai "suoi" personaggi un'identità inedita;
gli piace trasformarli e renderli perfino irriconoscibili, gli piace
teatralizzarli, mascherarli, nasconderli, magari evidenziando un solo
particolare. Nei pochi metri quadrati del suo studio è lui
il padrone: per questo è stimato e temuto.
Il suo è un cannibalismo retinale. Lo sguardo è un elemento
fondamentale per il ritrattista, sia nel percepirlo che nel trasmetterlo,
deve saper sedurre e lasciarsi sedurre. Attraverso gli occhi egli
cerca quel genere di complicità utile alla buona riuscita dei
ritratti. Non a caso i meglio riusciti sono quelli in cui questa complicità
è dominante. Settanni trova così modi nuovi per guardare
soggetti già noti. Sebbene i suoi personaggi siano abituati
ad essere fotografati, ogni incontro ha prodotto immagini uniche.
"Quando ho ricevuto nel mio studio Pupi Avati, la prima cosa
che mi ha detto è stata - Settanni io non faccio facce - ,
che significa 'io sto qua, fai tu, io non mi muovo'. Alberto Moravia
per trenta scatti è stato immobile. Lo stesso Federico Fellini
mostrava una certa timidezza nei confronti della macchina fotografica;
con personaggi come lui era necessario instaurare un rapporto di gioco,
ho procurato a Fellini carta e matite colorate, ho capito che desiderava
essere fotografato mentre disegnava, ma era difficile scattare perché
mi nascondeva il volto, così ho deciso di fargli lanciare le
matite in aria per fargli sollevare il viso".
A volte si pensa che fare una bella fotografia significhi fotografare
qualcosa di bello. Per Settanni bello è ciò che lui
considera tale, anche quando ritrae un personaggio nel suo momento
peggiore. Per scegliere una posa piuttosto che un'altra, i fotografi
impongono sempre ai loro soggetti determinati criteri. Le fotografie
sono un'interpretazione del mondo esattamente quanto i quadri e i
disegni. Del ritratto, ciò che conta, è rendere infinita
una frazione di secondo attraverso cui raccontare la vita e l'anima
di una persona: il segreto di un'immagine importante consiste appunto
nel riuscire a catturare quel momento. C'è tanto fascino in
un film di due ore quanto in un centoventicinquesimo di secondo.
Il mercato della fotografia
I fondi neri dei ritratti di Pino Settanni hanno certamente fatto
scuola. All'inizio i giornali non li accettavano, tanto mento i pubblicitari
perché ritenevano che non funzionassero commercialmente. Oggi
si vedono ovunque. Con Ritratti in nero Settanni entra a pieno titolo
nel novero dei grandi fotografi italiani. Ma la fama nel campo della
fotografia, come lui stesso afferma, non viaggia quasi mai in parallelo
con il riconoscimento economico: "Ti ritrovi a essere considerato
un grande fotografo ma che nessuno magari chiama proprio per questo:
perché pensano che costi troppo".
Il mondo della fotografia in Italia è particolarmente complesso:
l'editoria fotografica non funziona perché ne manca la cultura
e un mercato. In molti paesi stranieri, dopo una mostra, si compra
una fotografia così come si compra una qualsiasi opera d'arte.
In Italia i giornali, anche quelli importanti, per risparmiare preferiscono
documentare la notizia con immagini acquistate da fotografi giovani;
gli editori raramente accettano di pubblicare libri di fotografia
perché molto costosi e poco richiesti (una tiratura eccezionale
per un libro di foto è di tremila copie). I libri si vendono,
se sei famoso, soprattutto in occasione di workshop, convegni e mostre,
oppure attraverso il sito personale. "In Italia - testimonia
Settanni - quando proponi a una casa editrice la pubblicazione di
un libro di fotografie, nessuno ti chiede quanto vuoi, ma quanto sei
disposto a pagare". In effetti, lui ha sempre dovuto trovare
degli sponsor per la pubblicazione dei suoi libri e, di conseguenza,
ha dovuto raccogliere un certo numero di ordinazioni prima che il
libro fosse pubblicato, altrimenti gli sponsor non erano interessati
a pagare. Il grande sponsor di Settanni è la Mamiya Trading.
L'unico caso in cui un editore gli ha chiesto che compenso volesse
è stato per il libro Tarocchi, pubblicato in Svizzera nel '95.
L'editore gli staccò un assegno di 27 milioni quando ancora
possedeva soltanto i provini delle fotografie.
Sul piano tecnologico, molti progressi sono certamente avvenuti: Internet
si è rivelata una risorsa straordinaria per tutti i fotografi.
Settanni, a distanza di otto mesi dalla costituzione del proprio sito,
ha ricevuto circa 300.000 visite; mentre prima si metteva in viaggio
per mostrare il proprio book ai musei, oggi invia soltanto il link
al proprio sito per mostrare il suo ricco archivio di immagini e magari
anche l'ultima mostra on-line.
Fabiana Cutrano è dottoressa in Comunicazione, ricercatrice
presso la S3-Studium e coordinatrice delle attività didattiche
promosse dalla Cattedra di Sociologia del Lavoro dell'Università
"La Sapienza" di Roma.