S3Studium
    Numero 11
 

Edward Bellamy: uno sguardo dal 2000
Testi scelti e commentati da Aris Accornero

Un milione di copie vendute negli Stati Uniti dimostrano l'interesse con cui fu accolta l'unica utopia socialista pensata oltreoceano. Carte di credito e orari flessibili, e-commerce e grattacieli, radio e telefono, fusioni e globalizzazione arredano la società del 2000 profeticamente descritta da Bellamy con cento anni di anticipo

 


Giornalista e politico radicale, Edward Bellamy (Chicopee Falls-Massachusetts 1850-98) è l'autore di un libro uscito nel 1888 che va ricordato proprio quest anno perché si intitola Uno sguardo dal 2000, come l'ha ritradotto l'editore Rubbettino. Nella sua monumentale storia del pensiero socialista, G.D.H. Cole afferma che Bellamy "non era un pensatore originale, ma soltanto un volgarizzatore d'idee altrui", elaborate "senza contatti con il movimento della classe operaia". Ma è troppo severo. Innanzitutto Bellamy è uno dei pochi utopisti positivi prodotti dagli Stati Uniti. (Si trattò di una breve stagione in cui rientra la coeva Era di cristallo di William Hudson: la specialità americana sono infatti gli utopisti negativi alla Bradbury.) E poi Looking backward 2000-1887 è la sola utopia socialista pensata in quel paese, dove furono sperimentate, in vitro o in corpore vili, molte delle utopie pensate in Europa.
Figlio di un pastore battista e di una donna fine e colta, Bellamy aveva attinto dai genitori stimoli e sensibilità che lo porteranno ad abbandonare la professione di avvocato, appena iniziata, in quanto era la più odiata dai poveracci e dai sindacati. Bellamy diventò quindi giornalista. Collaborò dapprima a periodici e a quotidiani progressisti di Boston, pubblicando l'opera prima The religion of solidarity (1883); poi la notorietà acquisita con il romanzo utopico, che lui preferì definire "fantastico", gli consentì di diventare editore, per cui pubblicò e diresse "The Nationalist" (1889-91) e "The Nation" (1891-94). Bellamy scrisse anche The parable of the water tank (1892) ed ebbe un grosso seguito politico propugnando la nazionalizzazione di miniere, ferrovie, poste, telegrafo e telefono, e rivendicando l'istruzione obbligatoria aperta a tutti. La sua idea di una società di eguali animò un vasto movimento di club, bizzarramente chiamati "nazionalisti". Looking backward diventò la bibbia di un movimento alternativo che si affiancò al People's Party, al quale aderì poi il più influente dei suoi sostenitori, Daniel De Leon. Il movimento finì col declinare per il mancato impegno diretto nei momenti elettorali. Bellamy si appartò per tornare al genere utopico e scrisse l'ultima sua opera: Equality (1897).
Uno statalismo industrialista. Cole afferma che Bellamy "auspicava la forma più estrema di socialismo di Stato". In effetti era assai più radicale di riformatori americani contemporanei, quali Henry Gorge che proponeva la "single tax" sulla rendita fondiaria, o Victor Berger che predicava il populismo agrario agli immigrati contadini. Ma il suo messaggio aveva un'impronta statalista e dirigista tale che ben difficilmente avrebbe potuto essere favorevole al socialismo, specie in un paese a esso poco predisposto per i motivi storico-sociali già indagati da Karl Marx e poi da Werner Sombart. Al proprio anfitrione del 2000, Bellamy faceva anzi dire che tutti i guai li aveva combinati "il partito della bandiera rossa". Per giungere a una società efficiente capace di sviluppare su vasta scala una produzione industriale altamente meccanizzata era necessario che tutto il sistema economico fosse posseduto e gestito da uno Stato pianificatore. Di conseguenza il lavoro andava organizzato gerarchicamente come un "esercito industriale" al servizio di tutto il popolo. (Questo era un tipico obiettivo degli utopisti, tant'è che quest'idea era stata affacciata già agli inizi dell'800 da Wilhelm Weitling, "comunista cristiano" e grande amico di Marx). L'operaio era come un soldato semplice, e tutti i giovani dovevano essere soldati semplici per 3 anni, impegnandosi a scopo educativo in attività lavorative comuni o umili, come quella di cameriere. L'idea che un esercito industriale mantenesse la comunità esattamente come l'esercito militare la proteggeva, sembrava la migliore garanzia per fare diventare costruttiva una istituzione tipicamente distruttiva. Questa "militarizzazione del lavoro" troverà qualche riscontro nella Russia e nella Germania degli anni '30 (basti pensare a Ernest Jünger, che esalta l'operaio come "milite del lavoro"). Sullo sfondo di questa militarizzazione pacifica troviamo poi un sofisticato sistema di selezione e di promozione che, intrecciandosi a quello elettivo, faceva salire i migliori alle massime cariche. Diventava infatti presidente degli Stati Uniti chi aveva diretto validamente uno dei 10 grandi comparti in cui era organizzato il sistema produttivo ed era stato votato dalla componente non industriale della popolazione, cioè da professionisti, scienziati e artisti.
Il collettivismo industrialista. "Cooperative commonwealth" contro "competitive capitalism": Bellamy contrapponeva il socialismo di Stato a un regime monopolistico che aveva soffocato la concorrenza e ad una forma di governo che aveva tollerato "l'imbecillità del sistema dell'impresa privata". Questo rovesciamento di scopi rispondeva alla ruvida e tumultuosa affermazione delle "corporation" americane, che ispirerà le denuncie sociali di autori popolari come Upton Sinclair (La giungla, 1906) e Jack London (Il tallone di ferro, 1908), e sarà poi raccontata da Theodor Dreiser nella trilogia dell'imprenditore, finanziere e magnate Charles Yerkes. Per non parlare di Thorstein Veblen e del suo capolavoro che precedette queste opere: La teoria della classe agiata (1899). L'immagine della società collettivizzata proposta in Looking backward non era molto accattivante, anzi poteva sembrare minacciosa benché non avesse leggi, avvocati, prigioni ed esercito, e promettesse la pensione a 45 anni e una vita media di 85-90. Pur essendo socialista, William Morris recensì polemicamente il libro perché aveva del lavoro un'idea antitetica: in Notizie da nessun luogo (1890), l'artista e utopista inglese lo descriveva infatti come una libera, autonoma e gioiosa attività artigianale. Invece il "papa rosso" della socialdemocrazia tedesca, Karl Kautsky, gli dedicò una lusinghiera recensione sulla "Neue Zeit". Il libro ebbe un successo travolgente e piacque alle donne perché prometteva il lavoro come fonte di emancipazione. Negli Stati Uniti vendette un milione di copie e risultò secondo per numero di lettori così come in Germania risultò primo La donna e il socialismo di August Bebel, una summa contemporanea dell'utopia socialdemocratica. Ma fu molto letto anche nel resto del mondo e ciò si deve all'anelito giustizialista che spingeva Bellamy a propugnare una radicale uguaglianza economica in un paese mosso invece da una diseguaglianza economica la quale emergeva trionfante nell'ideologia del successo e negli stili di vita. All'eguaglianza Bellamy intitolò, del resto, l'ultima sua opera (come fece Richard Tawney, socialista fabiano).
Risveglio nel nuovo Nuovo Mondo. La vicenda raccontata è presto detta. Un giovane e facoltoso borghese bostoniano, Julian West, che si faceva curare l'insonnia con l'ipnosi, si addormenta il 13 maggio 1887 e si risveglia il 10 settembre del 2000, cioè 113 anni dopo, nella casa di un medico che poi lo assiste e lo introduce in una Boston dove quasi tutto è cambiato. Questo classico espediente letterario consente a Bellamy di illustrare l'avvento di una società riformata a cominciare dai rapporti economici. Non manca una mezza vicenda sentimentale con la bella figlia del dottor Leete che si chiama Edith come la moglie, di cui è una pronipote: un apparentamento e un ritrovamento invero tipici del romanzo ottocentesco. Il flirt si interrompe sul più bello perché il protagonista si risveglia…. dal 2000 e deve tornare alla realtà che credeva di avere lasciato. Il quotidiano dà notizia dei soliti guai: guerre, disoccupazione, delitti, frodi, speculazioni, malgoverno, fallimenti, miseria, e così via. Scende per le strade di Boston e, anziché vedere la biblioteca con libera consultazione che aveva appena sognato (e che in effetti sarebbe poi stata la Public Library), ritrova il subisso di insegne e di negozi di cui il Nuovo mondo si era liberato. In quel mondo Bellamy aveva visto non soltanto l'eguaglianza sociale ma cose mirabolanti come la sostituzione del denaro con crediti personali assegnati in base alla quota individuale del prodotto nazionale, o il meccanismo che faceva corrispondere l'offerta di lavoro ai fabbisogni effettivi diversificando l'orario di lavoro. Aveva visto che le merci potevano venire ordinate e consegnate attraverso la posta pneumatica, mentre nei magazzini c'erano soltanto dei campioni. Aveva perfino visto innovazioni come le carte di credito, l'organizzazione mondiale del commercio, case che erano quasi dei grattacieli, telefoni-radio che non davano soltanto la sveglia con la musica ma diffondevano a tempo pieno concerti, canzoni e, alla domenica, prediche illuminate contro il passato.
La critica al vecchio mondo. Nei testi utopici, il nuovo sovrasta e ingloba di solito il vecchio. Non è così nello Sguardo dal 2000 dove l'anfitrione di Bellamy, il dottor Leete, dimostra quasi pedagogicamente l'insostenibilità di un ordine sociale sprecone e anarchico dove i cicli economici determinano disoccupazione e convulsioni destinate a farsi sentire più spesso e più a lungo col crescere dell'interdipendenza fra i mercati. Il mancato controllo sociale dell'industria rendeva semplicemente impossibile uno "sviluppo ordinato e coordinato" perché provocava uno squilibrio fra domanda e offerta e una concomitanza di mercati rigurgitanti merci e di cittadini senza soldi per acquistarle. E siccome il sistema del credito finiva col dettare legge perché profittava sia della ricchezza sia della povertà, Leete-Bellamy esprimevano un ostracismo morale contro le banche, tale da ricordare quello religioso contro l'usura. Nell'Europa dell'epoca, uno scenario che conduceva come questo alla crisi mondiale e al "crollo" del sistema stava dando il nome a una famosa teoria, cara al marxismo ortodosso e alla socialdemocrazia tedesca. È un asse ideologico sul quale ritroviamo nuovamente Bellamy quando condanna la gestione privata della grande impresa industriale capitalistica e monopolistica, avendo però in testa la fermissima idea che le attività di produzione e la grande dimensione sono indispensabili mentre le attività commerciali e la piccola dimensione non servono. Bandiere rosse a parte, qui Bellamy non sarà forse originale, ma per lo meno è europeo. Nel bene e nel male.

Uno sguardo dal 2000 di Edward Bellamy
"Visto che Lei come me è dell'umore di parlare piuttosto che dormire non posso fare di meglio che cercare di darLe un'idea sufficiente del nostro moderno sistema industriale per dissipare almeno l'impressione che ci sia un mistero riguardo il processo della sua evoluzione. I bostoniani dei Suoi giorni avevano la reputazione di far domande in continuazione e io voglio mostrare la mia origine cominciando con il chiederLe qualcosa tanto per iniziare. Cosa indicherebbe come la più importante caratteristica nei problemi del lavoro dei Suoi giorni?".
"Beh, gli scioperi, naturalmente" replicai.
"Esattamente. Ma cosa rendeva così formidabili gli scioperi?".
"Le grandi organizzazioni del lavoro".
"E qual era il motivo del formarsi di queste organizzazioni?".
"I lavoratori sostenevano che dovevano organizzarsi per far valere i propri diritti nei confronti delle grandi corporazioni" replicai.
"È proprio così" disse il Dottor Leete "L'organizzazione del lavoro e gli scioperi erano semplicemente un effetto della concentrazione di capitale in masse più grandi di quanto non si fosse mai conosciuto. Prima che questa concentrazione cominciasse, quando il commercio e l'industria erano condotti da innumerevoli piccole aziende a piccolo capitale, il singolo lavoratore era relativamente importante ed indipendente nel suo rapporto con il datore di lavoro. Inoltre quando un piccolo capitale o una nuova idea erano sufficienti ad un uomo per cominciare a fare affari per proprio conto, era facile che il lavoratore diventasse datore di lavoro e di conseguenza non esisteva una linea netta fra le due classi. I sindacati non erano necessari allora e scioperi generali erano inimmaginabili.
Ma quando all'era dei piccoli capitali seguì quella delle grandi concentrazioni di capitali, tutto questo cambiò. Il singolo lavoratore, che era stato relativamente importante per il piccolo datore di lavoro, divenne insignificante e impotente di fronte alle grandi corporazioni e allo stesso tempo la via per diventare padrone gli fu preclusa. L'autodifesa lo portò ad unirsi ai suoi simili.
(…) Nel frattempo, l'assorbimento degli affari da parte di monopoli sempre più vasti continuava senza essere minimamente leso da queste proteste. Dopo l'inizio dell'ultimo quarto di secolo non ci fu più opportunità di iniziativa privata in nessun campo dell'industria se non si aveva alle spalle un grande capitale. Durante l'ultima decade del secolo i piccoli affari rimanevano solo come fallimentari sopravvissuti o semplici parassiti di un'epoca passata o esistevano in campi troppo piccoli per attirare grandi capitalisti. I piccoli affari, per quanti ne rimanessero, erano ridotti a vivere come i topi e i sorci che si rintanano nei buchi e nei cantucci e possono sperare di vivere solo se sfuggono all'attenzione. Le ferrovie vennero poco a poco assorbite fino a che poche grandi corporazioni ne presero il totale controllo. Nel campo dell'industria ogni prodotto importante era controllato da un cartello. Questi cartelli, consorzi o trust, qualunque fosse il loro nome, fissavano i prezzi e distruggevano ogni tipo di competizione. Quando invece nascevano altri trust grandi come i precedenti ne seguiva una lotta che terminava in un'ancora più grande consolidazione. Il grande magazzino della città distruggeva i rivali della campagna impiantando succursali e nella città stessa assorbiva i suoi rivali più piccoli fino a che gli affari di un intero quartiere si concentravano in un'unica mano e centinaia di precedenti proprietari finivano per lavorare come impiegati.
Non avendo affari propri in cui investire, il piccolo capitalista, al momento in cui prendeva servizio nella corporazione, non trovava investimento migliore per i suoi soldi che titoli ed obbligazioni divenendo così doppiamente dipendente da essa.
Ci doveva essere una forte ragione economica per giustificare il fatto che non si riuscisse ad ottenere risultati nonostante la disperata opposizione popolare alla consolidazione degli affari in poche e potenti mani. I piccoli capitalisti con le loro innumerevoli aziende familiari avevano infatti lasciato il campo alle grandi aggregazioni di capitale perché appartenevano ad un mondo di piccole cose ed erano totalmente incompetenti a rispondere alle esigenze dell'età del vapore e dei telegrafi e delle dimensioni gigantesche delle sue industrie. Restaurare il precedente stato di cose, se fosse stato possibile, avrebbe portato ad un ritorno all'età delle diligenze.
Per quanto intollerabile ed oppressivo fosse il regime delle grandi consolidazioni di capitale, persino le sue vittime, pur imprecando contro di esso, erano costrette ad ammettere il prodigioso aumento di efficienza delle industrie nazionali, in quanto le grandi economie subivano l'effetto della concentrazione dell'amministrazione e dell'unità dell'organizzazione. Ed erano anche costretti a confessare che, da quando il nuovo sistema aveva preso il posto di quello vecchio, la ricchezza mondiale era aumentata con una rapidità mai sognata prima. Per essere esatti, quasi sempre questo grande aumento aveva reso i ricchi più ricchi, accrescendo il baratro fra questi ultimi e i poveri, ma restava il fatto che, come semplice mezzo di produzione di ricchezza, il capitale si era mostrato efficiente in proporzione alla sua consolidazione. Il ritorno al vecchio sistema con la suddivisione dei capitali, ammesso che fosse possibile, avrebbe riportato ad una maggiore dignità individuale e libertà ma a prezzo di una povertà generale e all'arresto del progresso materiale.

(…) Presto nello scorso secolo l'evoluzione fu completata nella finale consolidazione dell'intero capitale della nazione. L'industria e il commercio dello Stato, cessando di essere condotti da un gruppo di corporazioni e cartelli irresponsabili, gestiti da privati secondo i loro capricci e profitti, furono consegnati nel comune interesse al profitto comune. In pratica la nazione, organizzata come un'unica grande corporazione nella quale tutte le altre corporazioni furono assorbite, divenne il solo capitalista al posto di tutti gli altri capitalisti, il solo datore di lavoro, il monopolio finale in cui tutti i precedenti e più piccoli monopoli furono inghiottiti, un monopolio dei profitti e dell'economia che veniva spartito fra tutti i cittadini.
L'epoca dei trust era terminata con l'epoca del Grande Trust. In una parola il popolo degli Stati Uniti ha finito con l'assumere la conduzione dei suoi affari proprio come oltre un secolo prima aveva assunto la conduzione del proprio governo organizzandosi con intenti industriali sullo stesso terreno in cui si era organizzato per intenti politici.
Alla fine, stranamente tardi nella storia del mondo, si capì l'ovvio fatto che nessun affare è così essenzialmente affare pubblico quanto l'industria e il commercio da cui dipende la sopravvivenza della gente e che affidarlo a persone private per essere gestiti per il profitto privato è una follia simile a quella, sebbene molto più grande in importanza, di alienare le funzioni del governo ai re e ai nobili che li esercitavano per la loro personale glorificazione".
"Un cambiamento stupefacente come quello che Lei ha descritto" dissi "non è potuto avvenire se non con grandi spargimenti di sangue e terribili rivolgimenti".
"Al contrario" replicò il Dottor Leete. "Non ci fu assolutamente violenza. Il cambiamento era stato previsto da lungo tempo. L'opinione pubblica era diventata pienamente matura per esso e l'intera massa della popolazione lo appoggiava. Non c'era possibilità di opporsi né con la forza né col ragionamento. D'altra parte il sentimento popolare nei confronti delle grandi corporazioni e di coloro che si identificavano con esse aveva cessato di essere amaro. La gente giunse a capire la loro necessità come collegamento, fase di transizione nell'evoluzione del vero sistema industriale. I più violenti oppositori dei grandi monopoli privati erano ora costretti a riconoscere quanto fosse stato indispensabile e inestimabile il loro compito di educare la gente fino al punto da assumere la conduzione dei propri affari. Si dovette riconoscere come un assioma che più grandi erano gli affari, più semplici erano i principi che vi potevano essere applicati; che, visto che le macchine erano più affidabili del lavoro manuale, il sistema, che fa in grande ciò che il padrone fa in piccolo, produceva risultati più accurati. Così successe che, grazie alle stesse corporazioni, quando si propose che la nazione dovesse assumere le loro funzioni, la proposta non implicò nulla che sembrasse impraticabile persino ai più timorosi".
"Lei ancora non mi ha detto come avete sistemato la questione del lavoro. È il problema del capitale che stiamo discutendo" dissi. "Dopo che la nazione ha assunto la guida degli stabilimenti, delle macchine, delle ferrovie, delle fattorie, delle miniere in generale del capitale del Paese, la questione del lavoro permane".
"Nell'istante in cui la nazione ha assunto le responsabilità del capitale quelle difficoltà sono scomparse" replicò il Dottor Leete. "L'organizzazione nazionale del lavoro sotto un'unica direzione è stata la soluzione di ciò che ai vostri giorni e sotto il vostro sistema era visto giustamente come il problema insolubile del lavoro. Quando la nazione è diventata il solo datore di lavoro, tutti i cittadini, in virtù della loro cittadinanza, sono diventati lavoratori e sono stati distribuiti a seconda delle necessità dell'industria".

"Cioè" suggerii "avete semplicemente applicato il principio del servizio militare universale, com'era concepito ai nostri giorni, alla questione del lavoro".
"Sì" disse il Dottor Leete "Questo è ciò che è accaduto non appena la nazione è divenuta l'unico capitalista. La gente era già abituata all'idea che l'obbligo di ogni cittadino, non disabile fisicamente, a contribuire con il servizio militare alla difesa della nazione, era giusto ed indiscutibile. Che fosse dovere di ogni cittadino contribuire con la sua quota di servizio industriale o intellettuale per il mantenimento della nazione era ugualmente evidente. Ma fu solo quando la nazione divenne l'unico capitalista che i cittadini furono in grado fornire questa specie di servizio in maniera universale ed equa. Quando il potere di impiego era diviso fra centinaia o migliaia di individui o corporazioni, fra i quali non era possibile né attuabile alcun tipo di accordo, non era possibile alcuna organizzazione del lavoro. Un tempo accadeva che un grande numero di persone che desideravano lavorare non ne avevano l'opportunità e d'altra parte coloro che desideravano sfuggire in parte o completamente al loro dovere potevano farlo facilmente".
"Ora il servizio è obbligatorio per tutti suppongo" suggerii.
"Più che un obbligo è visto come una cosa naturale" replicò il Dottor Leete. Ed è visto come assolutamente naturale e ragionevole cosicché l'idea dell'obbligo è stata dimenticata. Una persona che avesse bisogno di essere costretta a lavorare sarebbe considerata assolutamente spregevole. Inoltre parlare del servizio come obbligatorio sarebbe un modo insufficiente di mettere in evidenza la sua assoluta inevitabilità. L'intero nostro ordine sociale è cosi totalmente basato e dedotto da questo principio che, se fosse possibile per un uomo evitarlo, sarebbe lasciato solo a se stesso senza nessuna possibilità di provvedere alla propria esistenza. Si escluderebbe dal mondo, si taglierebbe fuori dal contatto con i propri simili e commetterebbe un suicidio".
"Il servizio nell'esercito industriale dura per tutta la vita?".
"Oh, no. Comincia più tardi e finisce prima del periodo lavorativo dei vostri giorni. Le vostre fabbriche erano piene di bambini ed anziani. Invece noi consacriamo il periodo della gioventù all'istruzione e il periodo della maturità, quando le forze cominciano a venir meno, al riposo e allo svago. Il periodo del servizio industriale dura ventiquattro anni. Comincia al termine degli studi a ventun anni e termina a quarantacinque. Dopo i quarantacinque e fino all'età di cinquantacinque, pur dispensati dal lavoro, i cittadini rimangono a disposizione per chiamate speciali nel caso in cui un'emergenza porti ad un aumento della domanda di lavoro ma queste chiamate sono molto rare e in effetti non sono quasi mai state fatte. Il 15 ottobre di ogni anno è ciò che noi chiamiamo il Giorno dell'Adunata, perché in quel giorno tutti coloro che hanno raggiunto l'età di ventun anni sono richiamati al servizio industriale e nello stesso tempo coloro che, dopo ventiquattro anni di servizio, hanno raggiunto l'età di quarantacinque anni, sono congedati con tutti gli onori. È il più importante giorno dell'anno da cui dipendono tutti gli altri eventi". (…)
"È dopo aver adunato l'esercito industriale" dissi "che mi aspetterei l'insorgere di alcune difficoltà perché qui, per forza di cose, finisce ogni analogia con l'esercito militare. I soldati fanno tutti le stesse cose cioè allenarsi nell'uso delle armi, marciare e fare la guardia. Invece all'esercito industriale competono due o trecento diverse professioni. Quale talento amministrativo può determinare saggiamente quale professione far esercitare a ciascun individuo?".
"L'amministrazione non ha niente a che vedere con questo".
"Chi lo stabilisce allora?" chiesi.
"Ciascun uomo da solo, a seconda delle sue attitudini personali. Sono fatti i più grandi sforzi per renderlo capace di scoprire quali siano realmente le sue attitudini naturali. Il principio su cui è basato il nostro esercito industriale è che sono le capacità naturali, mentali e fisiche a determinare cosa il singolo possa fare per garantire il massimo profitto alla nazione e la maggior soddisfazione personale. Mentre l'obbligo al servizio non può essere evaso, si deve dipendere dall'elezione volontaria, per determinare il particolare tipo di servizio che ogni uomo deve garantire.
Dato che la soddisfazione individuale durante il periodo di servizio dipende dall'avere un'occupazione di proprio gusto, genitori ed insegnanti tengono d'occhio i ragazzi sin dalla più tenera età per osservare quali siano le loro attitudini. Uno studio approfondito del sistema nazionale industriale, con la storia e i rudimenti di tutti i grandi traffici, è una parte essenziale del nostro sistema educativo. Anche se l'addestramento manuale non lede la cultura intellettuale generale a cui si dedicano le nostre scuole, è portato avanti abbastanza per dare ai nostri giovani, in aggiunta alle loro conoscenze teoretiche delle industrie nazionali, meccaniche ed agricole, una certa familiarità con i loro strumenti e metodi. Le nostre scuole visitano spesso le officine e fanno delle lunghe gite per studiare particolari imprese industriali".
"Sicuramente" dissi "è difficile che il numero di volontari per ciascun ramo sia esattamente il numero necessario. Deve essere generalmente al di sotto o al di sopra della domanda".
"Ci si aspetta sempre che l'offerta di volontari sia corrispondente alla domanda" replicò il Dottor Leete. "È compito dell'amministrazione raggiungere questo risultato. La percentuale di volontari in ogni campo è strettamente sorvegliata. Se ci dovesse essere un notevole eccesso di volontari rispetto agli uomini necessari, è chiaro che ciò accadrebbe perché quel particolare campo offre un maggior numero di vantaggi rispetto agli altri.
È compito dell'amministrazione cercare costantemente di pareggiare le attrattive dei vari campi con riferimento alle loro condizioni lavorative cosicché tutti i campi siano ugualmente attraenti per le persone che abbiano un gusto naturale per essi. Si fa questo variando le ore lavorative dei diversi campi a seconda delle loro difficoltà. I compiti più leggeri, fatti nelle circostanze più piacevoli, hanno un orario più lungo, mentre un compito più difficoltoso, come il lavoro in miniera, ha un orario molto corto.
Non c'è una teoria, una regola apriori. L'amministrazione segue semplicemente la fluttuazione delle opinioni degli stessi lavoratori, indicata dalla percentuale di volontari. Il principio è che per un uomo nessun lavoro dovrebbe essere, nel complesso, più duro di quello svolto da un altro uomo e che siano i lavoratori stessi a fare da giudici. Non c'è alcun limite all'applicazione di questa regola. Se una qualsiasi occupazione fosse così ardua od oppressiva che, per indurre le persone a presentarsi volontarie, la giornata di lavoro dovesse essere ridotta a dieci minuti, lo faremmo. Se, persino allora, nessun uomo fosse desideroso di farla, nessuno sarebbe costretto a farla. Ma, naturalmente, in realtà, è sufficiente una moderata riduzione delle ore di lavoro o l'aggiunta di altri privilegi per assicurare tutti i volontari necessari per qualsiasi lavoro di cui abbiamo bisogno. Se, invece, le difficoltà e i pericoli di una tale attività fossero così gravi da non essere bilanciati da alcuna facilitazione, l'amministrazione dovrebbe semplicemente toglierlo dal comune ordine delle occupazione e dichiararlo "ultra rischioso" per essere sommersa di richieste perché coloro che lavorassero in questo campo meriterebbero la gratitudine della nazione. I nostri giovani sono molto avidi di onori e non si lasciano sfuggire una simile occasione".
"Quando ci sono più domande per un lavoro che posti disponibili, come si svolge la selezione?".
"Viene data la preferenza a coloro che hanno acquisito maggiore conoscenza nel campo che intendono seguire. A nessun uomo che, negli anni successivi, persista nel suo desiderio di mostrare ciò che sa fare, viene negata tale opportunità. Nel frattempo, se un uomo non può entrare subito nel campo che preferisce, egli ha una o più preferenze alternative, compiti per i quali ha un certo grado di attitudine, sebbene non il più alto.
In realtà ci si aspetta che ciascuno studi le sue attitudini in modo da non avere solo una scelta per la sua occupazione, ma una seconda e una terza cosicché se, all'inizio della sua carriera o successivamente, grazie al progresso delle invenzioni o a cambiamenti nelle richieste, non può seguire la sua prima vocazione, può comunque trovare un impiego ragionevolmente congeniale. Il principio della seconda scelta è abbastanza importante nel nostro sistema.
Aggiungerei, nell'eventualità di una contro?possibilità di qualche improvvisa caduta di richieste per un particolare lavoro o di qualche improvvisa necessità di incremento, che l'amministrazione, pur dipendendo dal sistema volontario come regola generale, si riserva il potere di richiamare volontari speciali o di distaccare la forza necessaria dai vari settori. Generalmente, comunque, tutte le necessità di questa specie possono essere fronteggiate dai distaccamenti provenienti dalla classe dei lavoratori generici o comuni".
"Come viene reclutata questa classe di lavoratori comuni?" chiesi. "Naturalmente nessuno vi entra di propria volontà".
"È grado a cui appartengono tutte le nuove reclute per i primi tre anni di servizio. Solo dopo questo periodo, durante il quale si può affidar loro qualsiasi compito a discrezione dei superiori, è permesso ad un giovane di scegliere cosa fare. Sono tre anni di dura disciplina dai quali nessuno può essere esentato e i nostri giovani sono molto felici di passare da questa scuola severa alla relativa libertà dei mestieri. Se un uomo fosse così stupido da non poter scegliere un'occupazione, rimarrebbe un semplice lavoratore per tutta la vita ma questi casi, come può supporre, non sono comuni".
"Ciò che mi ha maggiormente sorpreso è il fatto di non aver visto alcun magazzino in Washington Street o alcuna banca in State Street. Cosa è successo ai commercianti e ai banchieri? Li avete forse impiccati come minacciavano di fare gli anarchici ai miei tempi?".
"Niente di simile" rispose il Dottor Leete. "Ne abbiamo semplicemente fatto a meno. Le loro funzioni risultano obsolete nel mondo moderno".
"Ma allora chi vi vende le cose quando volete acquistarle?" domandai.
"Oggigiorno comprare e vendere non esistono più. La distribuzione dei prodotti si svolge in un altro modo. Per quanto riguarda i banchieri, non essendoci più il denaro, non abbiamo bisogno di questi individui". (…)
"Non riesco a cogliere il punto" replicai.
"È molto semplice" disse il Dottor Leete. "Quando innumerevoli persone producevano indipendentemente le une dalle altre le cose necessarie alla vita e al benessere, si rendevano necessari scambi senza fine prima che gli individui riuscissero a procurarsi ciò di cui avevano bisogno. Questi scambi costituivano il commercio e i soldi erano necessari come intermediari. Ma non appena la nazione divenne il solo produttore di tutte le merci, gli scambi fra individui non furono più necessari. Ci si poteva procurare tutto da un'unica fonte e solo da quella. Un sistema di distribuzione diretta da magazzini nazionali ha preso il posto del commercio e per questo i soldi non sono più stati necessari".
"Come è organizzata la distribuzione?" chiesi.
"Secondo il piano più semplice possibile" replicò il Dottor Leete. "All'inizio dell'anno a ciascun cittadino è dato un credito corrispondente alla sua quota del prodotto annuale nazionale e con la corrispondente carta di credito può acquistare qualsiasi cosa e quando lo desideri nei magazzini pubblici. Questo sistema, come vedrà, previene totalmente la necessità di transazioni d'affari di qualunque genere fra individui e consumatori. Forse Lei vuole vedere come sono le nostre carte di credito".
"Lei può vedere" incalzò lui mentre stavo esaminando con curiosità il pezzo di cartone che mi aveva dato "che questa carta vale un certo numero di dollari. Abbiamo mantenuto la vecchia parola ma non la sostanza. Il termine come viene usato non corrisponde ad una cosa reale ma serve semplicemente da simbolo algebrico per confrontare il valore dei prodotti gli uni con gli altri. A questo proposito ad essi viene fissato un prezzo in dollari e centesimi, proprio come ai Suoi giorni. II valore di ciò che si compra è sottratto dal commesso che fora un numero di quadratini corrispondenti al prezzo di ciò che si vuole".
"Se si volesse comprare qualcosa dal proprio vicino, sarebbe possibile trasferirgli parte del credito come indennizzo?" chiesi.
"In primo luogo" replicò il Dottor Leete "i nostri vicini non hanno niente da venderci, ma in ogni caso il nostro credito non sarebbe trasferibile perché è strettamente personale. Prima che la nazione autorizzasse tale trasferimento, indagherebbe su tutte le circostanze della transazione in modo da garantire la sua assoluta equità. Il fatto che il possesso del denaro non era un'indicazione del diritto ad esso, sarebbe stata una ragione sufficiente, se non ce ne fossero state altre, per abolirlo. Aveva valore sia nelle mani di coloro che avevano rubato od ucciso per esso sia per coloro che se lo erano guadagnato con il lavoro. La gente ora si scambia doni e favori e comprare e vendere è considerato in contraddizione con la reciproca benevolenza e il disinteressamento che dovrebbe prevalere fra i cittadini e il senso di comunità di interessi che sorregge il nostro sistema sociale. Secondo le nostre idee comprare e vendere è considerato anti?sociale. Significherebbe educare all'interesse personale a spese degli altri e nessuna società che educhi i suoi cittadini a tale scuola può alzarsi al di sopra di un grado molto basso di civilizzazione".
"Cosa accade se si spende di più del valore della propria carta?".
"La quota è così alta che è molto più probabile non riuscire a spenderla tutta" replicò il Dottor Leete "ma se spese straordinarie la esaurissero, potremmo ottenere un anticipo limitato sul credito dell'anno successivo, sebbene questa pratica non sia incoraggiata e sia imposta una forte riduzione per far quadrare i conti. Naturalmente, se una persona si dimostrasse uno spendaccione recidivo, riceverebbe la sua quota mensilmente o settimanalmente invece che annualmente o, se necessario, non gli sarebbe permesso di gestirla personalmente".
"Se non si spende l'intera quota è permessa 1'accumulazione?".
"Ciò è permesso in una certa misura quando si anticipa una spesa speciale. In caso contrario, si presume che i cittadini che non abbiamo speso interamente il loro credito, restituiscano la somma restante che torna a far parte del surplus generale".
"Un tale sistema non incoraggia il risparmio" dissi.
"Infatti non è questa la sua intenzione" fu la risposta. "La nazione è ricca e non desidera che la gente soffra di privazioni. Ai suoi tempi gli uomini erano costretti ad accumulare beni e denaro da usarsi in caso di fallimento e per il mantenimento dei loro figli. Questa necessità rendeva la parsimonia una virtù. Ora, invece, non sarebbe considerata così lodevole e, avendo perso la sua utilità, ha cessato di essere vista come una virtù. Oggi gli uomini non si preoccupano più per il futuro né per sé né per i propri figli, perché la nazione garantisce il nutrimento, l'istruzione e il mantenimento di ogni cittadino dalla culla alla tomba".
"Come fate allora a regolare gli stipendi?" chiesi ancora una volta.
(…)
"Vede" disse sorridendo "non è solo il fatto che non abbiamo soldi per pagare gli stipendi, ma, come ho detto, non abbiamo nulla che possa corrispondere alla vostra idea di stipendio".
A questo punto mi ero abbastanza ripreso per dare voce ad alcune critiche che, uomo del diciannovesimo secolo, mi vennero spontanee alla mente, riguardo a questo, secondo me incredibile, espediente.
"Qualche uomo lavora il doppio di altri!" esclamai. "I lavoratori più capaci sono soddisfatti di questo sistema che li pone allo stesso livello di quelli meno capaci?".
"Non lasciamo spazio ad alcun tipo di lamentela" replicò il Dottor Leete "richiedendo precisamente la stessa quantità di servizio da tutti".
"Ma come potete farlo, vorrei sapere, dato che non esistono due uomini le cui capacità siano identiche?".
"Non ci potrebbe essere niente di più semplice" fu la risposta del Dottor Leete. "Noi chiediamo a tutti di fare lo stesso sforzo: cioè richiediamo a ciascuno il miglior servizio che egli sia in grado di offrire".
"E supponendo che tutti facciano del loro meglio" risposi "la quantità di prodotto risultante sarà molto differente da uomo a uomo".
"È perfettamente vero" replicò il Dottor Leete "ma la quantità di lavoro risultante non ha niente a che vedere con la questione, che è una questione di merito. Il merito è una questione morale mentre la quantità di prodotto è una questione materiale. Si userebbe una logica molto strana se determinassimo una questione morale con un criterio materiale. Solo l'ammontare dello sforzo è pertinente alla questione del merito. Tutti gli uomini che fanno del loro meglio fanno la stessa cosa. Le doti umane, per quanto eccezionali, stabiliscono semplicemente la misura del dovere. Un uomo di grande talento che non faccia del suo meglio anche se produce di più di un uomo di poco talento che invece fa del suo meglio, è giudicato un lavoratore meno meritevole del secondo e muore debitore dei suoi simili. Il Creatore assegna gli incarichi agli uomini a seconda delle facoltà che Egli dà loro. Noi semplicemente esigiamo la loro esecuzione".
"Siamo arrivati al magazzino del nostro quartiere" disse Edith quando ci girammo.
Era il primo interno di un edificio pubblico del ventesimo secolo che avessi mai visto e, naturalmente, lo spettacolo mi impressionò profondamente. Ero in un grande ingresso pieno di luce proveniente non solo dalle finestre che si trovavano su tutte le pareti ma anche dalla cupola che distava dal suolo cento piedi. Sotto di essa, al centro dell'ingresso, zampillava un'imponente fontana che rinfrescava l'atmosfera con i suoi spruzzi. Le pareti e il soffitto erano affrescati in tinte tenui utilizzate per addolcire senza assorbire la luce che inondava l'interno. Intorno alla fontana c'era uno spazio occupato da sedie e divani su cui erano sedute molte persone a conversare. Sui muri tutto intorno all'ingresso c'erano delle leggende che indicavano a che specie di prodotti erano destinati i banconi corrispondenti. Edith si diresse verso uno di questi dove era esposta un'incredibile varietà di campioni di mussola e cominciò ad ispezionarli.
"Dov'è il commesso?" chiesi poiché non c'era nessuno dietro il bancone e sembrava che nessuno stesse arrivando per assistere i clienti.
"Non c'è ancora bisogno del commesso" disse Edith. "Non ho ancora fatto la mia scelta".
"Ma ai miei tempi era proprio il compito principale dei commessi aiutare la gente a scegliere" replicai.
"Cosa? Dire alla gente che cosa voleva?".
"Sì, e più spesso a indurla a comprare ciò che non desiderava".
"Ma le signore non trovavano questo comportamento incredibilmente impertinente?" chiese Edith con stupore. "Quale interesse potevano avere i commessi a che la gente comprasse o no?".
"Era il loro unico interesse" risposi. "Erano pagati con il compito di sbarazzarsi dei prodotti, e ci si aspettava che facessero del loro meglio, eccetto usare la forza, per raggiungere lo scopo"
"No" disse Edith. "Questo non è compito del commesso. Questi cartellini stampati, di cui sono responsabili le autorità governative, ci danno tutte le informazioni necessarie".
Vidi allora che a ciascun campione era allegato un cartellino contenente in forma succinta un'esposizione completa ed esauriente della fabbricazione, dei materiali e di tutte le qualità dell'articolo, compreso il prezzo.
"Il commesso, allora, non ha niente da dire riguardo alle merci che vende?".
"Niente. Non è necessario che sappia o che dichiari di sapere qualcosa. Gli si richiede solo cortesia e accuratezza nel prendere le ordinazioni".
Detto questo, premette un pulsante e in un secondo apparve un commesso. Scrisse un ordine con una matita che ne faceva due copie, ne diede una a Edith. Mise l'altra in un piccolo contenitore e imbucò il tutto in un tubo trasmettitore.
"La copia dell'ordine" disse Edith quando si allontanò dal bancone dopo che il commesso aveva sottratto il valore della sua spesa dalla carta di credito che lei gli aveva dato "è consegnata al compratore così da poter facilmente rintracciare e rettificare eventuali errori".
"Lei è stata veloce a scegliere" dissi. "Posso chiedere come fa ad essere sicura che non avrebbe trovato qualcosa di meglio in un altro magazzino? Ma probabilmente siete obbligati a fare acquisti nel vostro distretto".
"Oh, no!" replicò. "Compriamo dove più ci piace, anche se naturalmente molto più spesso vicino casa. Ma non ci avrei guadagnato nulla andando negli altri magazzini. In tutti c'è esattamente lo stesso assortimento di campioni di ogni articolo prodotto o importato negli Stati Uniti. Ecco perché si può decidere velocemente e non si ha bisogno di fare lunghi giri".
"Sono solo magazzini di campioni? Non vedo commessi che tagliano stoffe o fanno pacchi".
"In tutti i nostri magazzini ci sono solo campioni tranne che per poche categorie di articoli. Le merci, con queste eccezioni, sono tutte immagazzinate nel grande deposito della città da dove sono inviati direttamente all'acquirente. Noi compriamo attraverso i campioni e le loro etichette. Gli ordini sono inviati al deposito e gli articoli sono distribuiti da lì. Là, in quella specie di gabbiotto, c'è l'impiegato alle spedizioni. Gli ordini presi dai diversi dipartimenti del magazzino arrivano a lui tramite un apparecchio trasmittente. I suoi assistenti li smistano e li allegano ad una particolare cassetta di spedizione. L'impiegato alle spedizioni si serve di una dozzina di trasmettitori pneumatici che corrispondono ai diversi generi di merci e che comunicano con il corrispondente dipartimento del deposito generale. Imbuca nell'apposito tubo la cassetta delle ordinazioni che pochi istanti dopo cade sull'apposito banco del deposito generale insieme a tutti gli ordini della stessa specie provenienti dagli altri magazzini. Le ordinazioni sono lette, registrate e inviate all'esecuzione con la velocità di un fulmine.

L'esecuzione per me è la parte più interessante. I rotoli di stoffa vengono messi su un asse e fatti girare da una macchina. Colui che taglia, provvisto anch'egli di una macchina, lavora da un rotolo all'altro senza sosta fino a che non si stanca. Allora un altro uomo prende il suo posto. La stessa cosa vale per qualsiasi altro prodotto. I pacchi sono poi spediti attraverso tubi più grandi ai distretti della città e quindi distribuiti nelle case. Lei può capire quanto sia veloce il processo se Le dico che la mia ordinazione sarà probabilmente a casa prima di quanto lo sarebbe stata se ce l'avessi portata io a mano".
Ero rimasto molto impressionato dalla personalità di Edith Leete. "Suppongo" dissi "che oggi le donne, sollevate dal peso delle faccende domestiche, non abbiano nient'altro da fare se non coltivare la loro grazia e il loro fascino".
Il Dottor Leete rispose: "Le nostre donne sono membri dell'esercito industriale né più né meno degli uomini, e lo lasciano solo nel caso in cui glielo impongano i loro doveri di maternità. Ciò porta a far sì che la maggior parte delle donne, prima o dopo nella loro vita, servano nell'esercito per cinque, dieci o quindici anni, mentre quelle che non hanno figli ci restino fino al limite consentito".
" Una donna non deve lasciare l'esercito industriale quando si sposa?" chiesi.
" Non più di un uomo" replicò il Dottor Leete. "Perché dovrebbe? Le donne sposate non hanno responsabilità domestiche e, sa, un marito non è come un bambino che deve essere accudito".
"Tutti credevano che una delle piaghe della nostra civiltà fosse proprio l'eccessivo lavoro caricato sulle spalle delle donne" dissi "ma mi sembra che voi, ora, le facciate lavorare ancora di più".
Il Dottor Leete scoppiò a ridere. "Sì, proprio così, come facciamo lavorare di più gli uomini, del resto. Comunque le donne d'oggi sono molto felici, mentre quelle del diciannovesimo secolo, se le testimonianze dei suoi contemporanei non ci ingannano, erano molto infelici. La ragione per cui le donne oggi sono collaboratrici degli uomini più efficienti e allo stesso tempo più felici è che, come per gli uomini, seguiamo il principio di assegnar loro l'occupazione per la quale sono più portate. Inoltre, la giornata lavorativa delle donne è più corta rispetto a quella degli uomini e vengono concesse loro più vacanze e più permessi di riposo quando ne hanno bisogno".
(…)
"Ha detto che le donne lavoratrici appartengono all'esercito industriale, ma come fanno a stare sotto lo stesso sistema di ranghi e disciplina degli uomini, se le loro condizioni di lavoro sono così differenti?".
"La loro disciplina è completamente diversa" replicò il Dottor Leete "e costituisce più una forza alleata che una parte integrante dell'esercito maschile. Hanno un generale in capo donna e sono sotto un regime esclusivamente femminile. Questo generale, così come gli ufficiali superiori, è scelto fra il corpo di donne che hanno superato il periodo di servizio allo stesso modo in cui vengono eletti i capi dell'esercito maschile e il Presidente della nazione. Il generale dell'esercito femminile fa parte del Gabinetto del Presidente e ha diritto di veto sulle misure riguardanti il lavoro delle donne, in attesa di un ricorso al Congresso. Devo aggiungere, parlando del sistema giudiziario, che abbiamo dei giudici donna nominati dal generale delle donne. Casi in cui entrambe le parti in causa sono donne vengono giudicati da giudici donna e, nei casi in cui una delle due parti è un uomo e l'altra una donna, il verdetto deve essere emesso da due giudici appartenenti ai due sessi".
"Il sesso femminile è organizzato come una specie di imperium in imperio nel vostro sistema" dissi.
"In un certo senso" replicò il Dottor Leete.

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