S3Studium
    Numero 11
 

Il Beppe
Max Gehringer

 

Accanto a tanti palloni gonfiati e a tanti funzionari iperattivi, buoni a nulla ma capaci di tutto, per fortuna in ogni azienda vi è sempre qualche scuro collaboratore che risolve i problemi senza neppure pretenderne il merito


In quella riunione negli Stati Uniti, nella sede della nostra "multi", eravamo rappresentati dal fior fiore dei nostri manager. Nella stanza entrò un sorridente gruppo di executive giapponesi, nostri possibili partner per una joint venture che era necessario chiudere quel giorno. Biglietto da visita di qua, biglietto da visita di la, inchini a ogni nice-to-meet-you, ci sentiamo (io, osservatore, in disparte, in una fila di sedie messe vicino alla parete, lontano dal tavolo principale, posto conosciuto come "shut up position"). Gli americani, con horror dei giapponesi, mettono i piedoni sul tavolo, e i nostri entusiasmati capo-manager iniziano con veemenza una presentazione piena di numeri eloquentissimi. Senza dubbio, era il migliore affare del mondo, e i giapponesi dovevano dire soltanto "yes".

Ma essi non hanno detto né yes né altre parole che noi potevamo capire, perché hanno cominciato a confabulare in giapponese. Ci hanno preso di sorpresa: i nostri manager sono rimasti senza sapere che pesci prendere e, nel dubbio, hanno deciso di iniziare a fare una serie di espressioni facciali, come quelle che fa la fidanzata di un ragazzo in uno di quei film tv di seconda serata, quando lui canta per lei una canzone romantica e interminabile. Guardando la scena e lo sconforto dei nostri artisti - che soprattutto, non capivano niente delle parole della canzone - ho iniziato a ricordarmi di dieci anni fa, in Italia, quando facevo parte di un gruppo di manager che rappresentavano le industrie del pomodoro, e tutti gli anni dovevamo discutere con gli agricoltori giapponesi il prezzo da pagare per il raccolto. Chi trasportava il nostro gruppo era il Beppe, un autista bruno meticcio, basso, guardingo, che se ne restava nel fondo della stanza, pulendo i denti con lo stecchino negli intervalli delle sue pennichelle.

Quando la discussione, come sempre, arrivava a un impasse, i nipponici iniziavano a parlare in giapponese e il nostro gruppo chiedeva il permesso di uscire dalla stanza per decidere quale sarebbe stata la nostra "offerta finale". A questo punto, arrivava Beppe e ci diceva " Per dieci loro chiudono". In verità, di tutti noi, Beppe era l'unico indispensabile alla riunione: lui parlava giapponese.

Non so quanto denaro, grazie a questa sua abilità idiomatica, Beppe ci ha aiutato a guardare, ma so che in quella joint venture abbiamo investito molto di più del necessario di cui avevano bisogno in quella joint venture, a giudicare dalla felicità dei giapponesi quando la riunione finì. Tutto quello che la nostra "multi" aveva a suo favore - conoscenza del mercato, strategia infallibile, tecnologia di punta, marketing fulminante - si è trasformato in fumo, perché nel nostro staff pieno di specialisti mancava un semplice e umile Beppe.

Le aziende italiane sono piene di Beppi. Ma, nella quasi totalità dei casi, il beppe non è mai invitato a esprimersi e, magari, i capi non sanno nemmeno della loro esistenza. E' quella persona che è sempre lì, silenziosa nell'angolo, mostrando il proprio badge orgogliosamente, bevendo caffè in bicchieri di plastica e con una bic nel taschino della camicia. I beppi non aspirano a un posto in alto. Sanno che non arriveranno mai a essere generali d'azienda, non solo perché hanno coscienza dei propri limiti, ma principalmente perché non sono attratti da simboli esibizionisti e corporativi. I beppi entrano sempre dal basso ed è tanto se riescono a scalare due gradini nella gerarchia, sempre in sordina. Nella valutazione del loro impegno lavorativo, non saranno mai riscontrate cose come creatività o ambizione. Ma i beppi svolgono un ruolo fondamentale per il funzionamento delle aziende. Eccome qualche esempio.

Parafulmine corporativo. Il beppe è sempre tra "il problema" e le "istanze superiori". Lui fa quel lavoro, stancante e diligente, di masticare una situazione complicata, dipanando la matassa affinché qualcuno, nella gerarchia in alto, sciolga il nodo finale. Gli amici più baldi vivono accusando il beppe di complicare e ritardare il processo, senza sapere che il beppe non lo sta frenando, ma accelerando. Non fosse per la sua pazienza, la decisione finale resterebbe a mezz'aria e, dopo, tutti perderebbero molto più tempo per riparare il danno. Quando, in una azienda, qualcuno dice "Questo è un problema senza soluzione", la traduzione è: "Questo ancora non è passato per le mani del beppe".

Archivio vivente. Nessuna impresa può permettersi il lusso di avere soltanto un archivio, ma deve avere anche un beppe. Perché "quella determinata" informazione che si è persa nei labirinti della burocrazia, non sarà mai ritrovata nel momento del bisogno. I beppi hanno questo dono di memorizzare i dati e ricomporre i casi che non sono mai stati registrati. Sono la banca ambulante dei dati.

Oracolo estemporaneo. Il beppe sa che si ricorderanno di lui solo quando tutte le altre possibilità sono esaurite. Lui se ne starà nel suo angolo, osservando le persone correre da una parte all'altra, scaricare dati, fare piani, preparare relazioni e telefonare per individuare "altre fonti". Fino a che mancherà appena un pezzettino per risolvere il rompicapo. E' questo il momento in cui qualcuno, nella disperazione, lo chiamerà: "Ma non c'è proprio nessuno in questa impresa che…?". "Nessuno" è il segno per convocare il beppe. Che, sotto pressione, segna il gol e neppure esulta.
I beppi non sono percepibili, fanno già parte dell'ambiente. Ma non puoi cercarli, perché vicino a te c'è sempre uno di loro. I beppi sono fatti più o meno cosi:
Stabili: I beppi restano dieci, vent'anni in un'azienda, e mai gli passa per la testa di cambiare lavoro. Quando ricevono una nuova proposta, si vergognano, si sentono messi sotto assedio, e arrivano addirittura a chiedere scusa al capo, per alleviare la propria coscienza.
Pratici: I beppi non danno mai suggerimenti, soltanto riportano i fatti. Dopo che essi hanno detto quello che sanno, la soluzione sembra ovvia. Ma anche in questa situazione i beppi non la propongono e aspettano che qualcuno più in alto dica quale è la soluzione e si prenda tutto il merito.

Tranquilli. Tentare di accelerare il ritmo di un beppe è tempo perduto. Nella carriera professionale, essi camminano nella corsia di destra, facendosi sorpassare da tutti e non sorpassando mai nessuno. Gli altri non riescono a capire come, benchè tutto il mondo corra, il beppe non sparisce mai dal loro specchietto retrovisore.

Sinceri: I beppi hanno un'incapacità naturale nel dire bugie. Rispondono "non so" con una naturalezza che arriva a irritare quelli che pensano di sapere tutto.

Affidabili: Non è necessario annotare le cose che sono state sollecitate a un beppi e neanche fare un follow up. Nel momento in cui la risposta sembra essere in ritardo, basta sollevare gli occhi e guardare la porta: il beppe sarà lì, blocchetto in mano, domandando se il capo "ha un minutino".
E risalite fino alle origini delle Olimpiadi. Troverete che è stato un beppe a correre i 42 chilometri da Maratona ad Atene, 25.000 anni fa, per annunciare la vittoria dell'esercito greco sui persiani. E questo dopo aver dato il sangue sul campo di battaglia. A tanto eroismo è stato dato omaggio con la prova olimpica della maratona, ma siccome beppi è beppi, il nome di quel soldato è stato dimenticato. Perché, fin da quando il primo Zeus ha amministrato il mondo, là, dall'alto del suo Olimpo, i beppi sono stati sempre anonimi e disponibili.
Dice la leggenda che il beppe ateniese è stramazzato morto per terra subito dopo avere dato la notizia della vittoria. Ma questo deve essere stata un'esagerazione per enfatizzare la vicenda, perché i beppi non si sono mai fatti prendere da un simile attacco di euforia. Un beppe doc va a letto tranquillo dopo aver salvato la patria. In quello che fa non vede nessun motivo di gloria, ma pensa soltanto di aver fatto il proprio lavoro.

Per gentile concessione dell'autore Max Gehringer e della rivista Exame (Agosto 2000)

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