Nel tempo antico gli intrallazzi erotici tra Dei ed Eroi erano all'ordine
del giorno. Prima d'allora, nel tempo primordiale, le cose non erano
così, gli Dei facevano i fatti loro, e basta; ma non appena
l'umanità crebbe, la terra cominciò a soffrire e dunque
si impose la necessità dell'ordine, alcune grandi dee furono
condannate a generare figli con i mortali, onde produrre uomini superiori,
gli Eroi appunto. Due esempi, ma erano assai di più: Afrodite,
la dea dell'amore, si unì al pastore troiano Anchise e gli
partorì Enea; dal canto suo, Tetide, grande dea marina, si
unì a Peleo e gli partorì Achille. Erano amplessi non
facili, le dee riluttanti adoperavano tutte le arti trasformatrici
per sottrarsi all'abbraccio, digrignavano i denti come leonesse, sgusciavano
via come serpi, ma poi si arrendevano nella forma più delicata
dei pesci.
Le nozze tra Peleo e la dea Tetide, dopo il matrimonio di Cadmo e
Armonia, furono le più celebrate fra quelle di cui si parla
nelle storie degli Dei e degli Eroi. Vennero in buon numero gli Dei
alla festa nuziale, portando doni abbondanti e con una gran voglia
di banchettare, com'era consuetudine in quella bella età che
vedeva ancora i mortali e gli eterni sedere insieme nel gaudio. Li
aveva invitati Zeus, proprio lui, che aveva generato Elena e aveva
favorito il matrimonio di cui si festeggiava (eventi, ambedue, da
cui sarebbero derivate conseguenze terribili per la stirpe degli Eroi);
ma, bontà sua, aveva escluso Eris, la dea della discordia,
la quale, offesa per l'affronto, gettò in mezzo ai presenti
una mela che doveva diventare tra i posteri tanto famosa quanto quella
di cui farneticano gli ebrei e i cristiani.
Le tre più importanti dee, Era, Atena e Afrodite, tutte bellissime,
vollero afferrare il dono apportatore di disgrazie: ne sorse una disputa
che, decisa da un mortale, doveva portare all'indebolimento del genere
umano, alla distruzione di Troia e alla fine del regno di Micene.
Fu incaricato Ermes, dio dei ladri, di accompagnare la mela e le tre
dee a Paride, il mortale prescelto per dirimere la disputa. Era costui
figlio di Priamo, re di Troia: quando la moglie Ecuba ne era gravida,
l'altra figlia Cassandra dotata di arti profetiche suggerì
di sopprimerlo, perché ad esso era legata la cattiva sorte
della città, ma Priamo non la credette (Cassandra essendosi
rifiutata al dio Apollo non era mai creduta), e fece portare il figlio
Paride sul monte Ida.
Fu dunque posto il quesito a Paride. Doveva scegliere non solo la
più bella ma anche ciò che ciascuna di esse offriva:
Atena la vittoria e l'eroismo, Era il potere e la signoria sull'Asia,
Afrodite l'amore, ovvero il possesso di Elena, la figlia di Zeus.
Paride (come dargli torto?) cedette alla brama amorosa, e senza neppure
aver visto Elena optò per Afrodite. E' facile immaginare la
reazione delle due escluse.
Elena non era una qualsiasi. Già Teseo in tenera età
l'aveva rapita, ma i suoi fratelli, i Dioscuri, l'avevano riportata
a casa. Succesivamente i due figli di Argo, Agamennone e Menelao,
misero gli occhi sulle sorelle Clitennestra e Elena: Agamennone dal
carattere duro come quello di uno Zeus terreno sottrasse Clitennestra
al cugino Tantalo sopprimendolo, e chiese la mano di Elena per Menelao
dotato invece di un carattere mite e obbediente, come si addice al
merito di una moglie divina. Secondo le consuetudini, la mano di una
principessa doveva essere chiesta contemporaneamente dai pretendenti
meritevoli di tutto il paese, e questo non tanto per permettere la
scelta alla ragazza, ma per offrire ai pretendenti stessi la possibilità
di mostrare il fascino e il potere di cui erano capaci.
Tutti gli Eroi che poi avrebbero combattuto a Troia a causa di Elena
presero parte alla richiesta matrimoniale: nell'ordine, citando solo
i maggiori, sfilarono Diomede, Odisseo, Aiace, l'altro Aiace il piccolo,
Macaone, Podalirio, Idomeneo e, ma ci sono dubbi, lo stesso Achille.
Avendo Agamennone mostrato preferenza per Menelao come sposo di Elena,
ed avendo questa acconsentito, tutti gli Eroi furono convocati e fu
chiesto loro di giurare che avrebbero aiutato il marito prescelto
se qualcuno gli avesse conteso la sposa: felice, e ad un tempo tragica
precauzione, come è noto.
La corona destinata al genero di Zeus fu dunque data a Menelao che
era biondo, aveva gli occhi azzurri, la lanuggine della giovinezza
sulle guance e i piedi molto aggraziati: Elena gli diede una figlia,
Ermione, un suo duplicato più giovane. Ma su questo matrimonio,
a modo suo felice, doveva per destino piombare Paride, deciso a riscuotere
il premio. Menelao, all'oscuro del fato, lo ricevette a Sparta come
ospite autorevole e gradito. Nel decimo giorno dovette recarsi a Creta,
e fu proprio nelle ore successive che Elena cedette alla potenza di
Afrodite come una regina mortale. Invaghita di Paride, lo seguì
asportando molti tesori della case reale. I due si unirono sull'isola
rocciosa di Canae, e poi di lì veleggiarono a Troia.
Fu Iris, la pettegola messaggera degli Dei, a portare la notizia a
Menelao: il quale lascia Creta e corre dal fratello a Micene. Agamennone
non esita e manda un messaggio ai pretendenti: che ricordassero il
giuramento prestato e rammentassero che d'ora innanzi in Grecia nessun
re avrebbe potuto essere sicuro della moglie questo seduttore non
fosse stato punito. Poiché l'adulterio anche allora era consueto,
l'argomentazione era forte, ma non come Agamennone sperava: impiegò
infatti ben dieci anni per convincere i re a preparare la spedizione.
A Odisseo non servì fingersi pazzo per sottrarsi al giuramento,
né ad Achille fingersi donna per rifiutare il richiamo.
Completati i ranghi, la flotta si accinse a partire, ma le tempeste
insidiavano il decollo. Si offrì un capretto alla dea Artemide
per ottenere via libera: la capricciosa non gradì e pretese
un sacrificio al tempo stesso riparatore dell'affronto e propiziatorio:
quello di Ifigenia, la figlia di Agamennone. Come sottrarla alla madre
Clitennestra? Fingendo di portarla sposa ad Achille, suggerì
Odisseo. E così fu. Senonchè la dea, al momento dell'uccisione,
sostituì una cerva alla fanciulla che trasportò con
sé in Crimea perché la servisse come sacerdotessa. I
marosi si calmarono, e i Greci poterono partire, ma frattando Clitennestra
offesa dall'inganno e dalla perdita della figlia cominciò a
covare l'odio per il marito che doveva essergli fatale parecchi anni
dopo.
Le conseguenze nefaste di questo sacrificio seppur mancato si manifestarono
tosto. Usciti in mare, i Greci furono spinti lontano da Troia, nella
Misia, regno di Teutrante. Credendo di avere a che fare con la terra
di Priamo, fecero un anno di guerra, e solo dopo la distruzione di
Teutrania si avvidero dell'errore: veleggiarono di nuovo verso casa.
Questo disguido avrebbe dovuto illuminare le menti, ma così
non fu.
Passarono altri otto anni prima che fossero riuniti di nuovo in Aulide
e pronti per la partenza. Un secondo segno premonitore avrebbe dovuto
fermarli. Durante un sacrificio propiziatorio apparve un serpente
dal dorso rosso che si avventò su un platano sulla cui cima
c'era un nido, e inghiottì otto fringuelli e la madre. Calcante,
l'indovino, non esitò: la guerra sarebbe durata nove anni e
soltanto nel decimo Troia sarebbe caduta. Gli stolti decisero di proseguire
ugualmente. Nel viaggio verso Troia si fermarono a visitare il santuario
della dea Crise. Il serpente a lei sacro, custode del tempio, attaccò
gli Eroi più vicini e morse al piede Filottete, che fu abbandonato
a Lemno. Ancora una volta non vollero ascoltare i segni del cielo.
Finalmente giunsero in vista delle mura di Troia. Il primo eroe che
saltò a terra fu Protesilao, e immantinente fu trafitto da
uno sconosciuto troiano. L'eroe era sposo novello da una sola notte.
La sposa Pilotora, privata dell'amplesso, non si riteneva compensata
dai sommi onori riservati al coniuge caduto: gli dei si intenerirono
e lasciarono Protesilao alla moglie per un giorno non come ombra,
ma nella bellezza corporea, come se non fosse morto. Quando poi Protesilao
sparì, lei si tolse la vita. Anche questo segno premonitore
non li fermò.
L'assedio cominciò quando Achille abbattè Cicno, figlio
di Poseidone, e si intensificò dopo che sempre ancora trafisse
Troilo, figlio di Ecuba e di Apollo. I nove anni passarono in un crescendo
di duelli, ratti di femmine, stragi vere e proprie. Vennero a combattere
per Troia alcune donne guerriere, che secondo la tradizione dovevano
distinguersi in battaglia per poter scegliere lo sposo: tra queste
l'Amazzone Pantesilea, trafitta da Achille. Venne pure Memnone, figlio
della dea Eros, e cadde sul campo.
Ad un certo punto Achille litigò con Agamennone per uno scambio
di concubine, e decise di andarsene: ben sarebbe stato per lui. Senonchè,
quando già aveva schierato i suoi uomini per partire, gli annunciano
che Patroclo, indossate le sue armi, s'era avventurato sotto le mura
di Troia e lì aveva trovato la morte per mano di Euforbio e
di Ettore. Si adira e vuole vendetta: inutilmente gli ricordano la
profezia di Tetide, "dopo Ettore morrai tu pure", "Che
muoia io pure!" è la risposta. A nulla valgono le suppliche
dei compagni, Achille affronta e uccide Ettore. Achille morirà
poco dopo( la sua immortalità era legata a un filo, come è
noto) e prima di morire, colpito nel tallone dalla freccia scoccata
da Paride ma diretta da Apollo, chiese alla madre Tetide di vedere
almeno una volta la bella donna per la quale aveva combattuto. La
madre, con l'aiuto di Afrodite, gli portò Elena, proprio lei.
Lui la guardò e spirò.
La sorte di Troia era segnata, ora la città di Ilio doveva
cadere. Il primo segno è la morte di Paride, per mano di Diomede.
Il secondo, l'incontro in Troia tra Odisseo introdottosi in città
travestito da mendicante, ed Elena: grazie al suo aiuto Odisseo si
impossessa del palladio, gettando i Troiani nella disperazione per
il furto sacrilego. Ne segue la costruzione del cavallo a scopo di
risarcimento e di perdono: i Troiani abboccano, portano il cavallo
entro le mura, poi gozzovigliano felici per celebrare la fine dell'assedio,
mentre Odisseo e i suoi aprono le porte al grosso dell'esercito. Segue
la carneficina.
In mezzo a tali crudeltà, Elena attendeva il marito abbandonato.
Fu Odisseo a condurre Menelao da lei, negli appartamenti di Deifobo,
presso il santuario del palladio, di cui conosceva la strada. Brandendo
la spada, Menelao si scaglia su di lei, causa della lunga guerra e
di quella terribile notte. Elena non fugge, si scopre il petto come
se volesse ricevere il colpo, ma la spada cade al suolo. I due si
abbracciano. Poi, insieme ad Odisseo, si affrettano a raggiungere
le navi.
Cominciò così il ritorno degli Eroi dalla guerra troiana.
Si sa che Agamennone, tornato a casa, morì di mano assassina;
Aiace di Locride morì in un naufragio; Diomede in esilio alle
Tremiti; Idomeneo sulle coste meridionali d'Italia. Soltanto a pochi,
come al vecchio Nestore di Pilo, fu destinato un felice ritorno. Dei
Troiani, solo Enea si salvò perché per tempo s'era ritirato
sulle colline vicino a Troia.
Le pene di Odisseo durarono dieci anni. Giunto a Itaca ebbe la soddisfazione
di fare fuori gli arroganti pretendenti che insidiavano la moglie.
Ma la morte arrivò anche per lui quando ormai credeva di essere
sfuggito a tutti i pericoli. Gli giunse notizia che un ladro rubava
le sue greggi, corse alla riva per punirlo e qui fu raggiunto da una
freccia scoccata da un suo figlio, Telegono, avuto da Circe e sbarcato
proprio in quel momento alla ricerca del padre che non conosceva:
tardiva crudele vendetta della Maga.
Quanto a Elena e Menelao, dopo un naufragio presso Festo, sulla costa
di Creta, dove persero ben cinquantacinque delle loro sessanta navi,
un viaggio di otto anni li condusse contro la loro volontà
prima a Cipro, poi in Fenicia, in Egitto e in Libia. Su consiglio
di Proteo tornarono al Nilo, a riparare i peccati e le omissioni offrendo
sacrifici a Zeus per ritrovare la via di casa.
Ordunque, e siamo alla fine della storia, proprio da Faro Menelao
inconsapevole riportò a casa la "vera" moglie, la
figlia di Zeus, che lo attendeva colà fin da quando era stata
rapita. Cosa era successo?
Fonti accreditate tramandano che la dea Era, offesa per il giudizio
di Paride, aveva messo nelle braccia del troiano un'immagine vivente
di Elena ed aveva fatto portare l'Elena vera da Ermes a Proteo perché
la custodisse fino alla fine della guerra.
Paride, l'intera città di Ilio e una stirpe di Eroi s'erano
dunque immolati per un "falso". Una vana apparenza e un'assurda
scelta avevano fatto scorrere torrenti di sangue a Troia, e ancora
dopo.