S3Studium
    Numero 11
 

Su Bush e Gore, l'Aja e Nizza, il Kosovo…
Rita Di Leo

 

L'ultima sceneggiata elettorale ha vanificato l'immagine di un'America capace di insegnare al mondo intero, da lontano e dall'alto, come si attua la democrazia attraverso la gabina elettorale.Intanto l'Europa vede respinte all'Aja le sue proposte ecologiche e subisce in Kosovo le bombe all'uranio


Bush e Gore
Sulle elezioni presidenziali americane si è detto e scritto di tutto, a volte indovinando, a volte sbagliando. Per esempio si è giurato sull'indifferenza di Wall Street: i litigi elettorali non avrebbero pesato sui mercati e la finanza internazionale, la vecchia economia, la nuova economia avrebbero avuto le medesime oscillazioni di sempre, un giorno su e l'altro giù, una volta il Dow Jones e l'altra il Nasdaq. E invece la vittoria di Bush non sembra sia piaciuta a Wall Street e vi sono anche segni di recessione dell'economia reale.
Da circa nove anni e sino al dicembre 2000 il successo dell'economia degli Stati Uniti era divenuto una sorta di atto di fede: era nata e prosperava un'economia nuova senza inflazione e senza disoccupazione, in crescita ininterrotta. Un'economia senza più cicli perché saldamente al posto di comando con la politica e il sociale ridimensionati a sottosistemi. Il successo appariva tale da farne un modello per il resto del mondo, a cominciare dall'Europa. L'opinione corrente era che, se i nostri paesi fossero stati capaci di copiare il modello Usa, sarebbero finite le preoccupazioni per la bassa crescita, l'inflazione e la disoccupazione, per gli Stati assistenziali, per i ricatti dei partiti strapotenti e dei sindacati corporativi, le minacce dei nazionalismi militanti.
Nel modello era compreso anche l'uomo del futuro nelle forme del cittadino americano che lavorava senza creare problemi all'impresa sull'orario di lavoro e sull'entità del salario e spendeva in borsa e al supermercato quello e quanto i media gli suggerivano. Per lui c'era una politica che assicurava lo status quo e non voleva nulla dal cittadino, nemmeno il voto: altrimenti come spiegarsi le difficoltà - poste ancora oggi negli Stati Uniti - a chi vorrebbe esercitare il suo diritto al voto?
Nel modello c'è anche il Texas, il ricchissimo stato di cui è stato governatore il nuovo presidente degli Stati Uniti, dove molti aspetti della vita quotidiana potrebbero far venire in mente il terribile quattrocento europeo: per la fede nella santa proprietà, per la scarsità della sanità pubblica, per la marginalità dell'istruzione, per i diritti della persona. L'individuo deve farcela da solo. Se vince e diventa un produttore-consumatore-investitore è per suo merito; se perde è per sua incapacità. Non esistono sponde di sostegno, se non i gruppi etnici di riferimento.
Per il texano di Bush l'europeo eurocentrico, l'asiatico confuciano, l'islamico fondamentalista, l'israeliano ortodosso, il balcanico turbolento sono specie in via di estinzione. Ciascuna specie porta la responsabilità della sua sorte. Per l'europeo eurocentrico si tratta di accettare di diventare "texano" o rimanere europeo con la sua storica specifica identità, italiana, francese, tedesca, spagnola e così via. Rimanere europeo significa innanzitutto guardare con preoccupazione al rapporto tra politica ed economia che caratterizza l'America. Un rapporto che sappiamo solidissimo ai livelli alti della società e sfilacciato, quasi inesistente, al livello dell'ordinary American. Per quanto riguarda gli interessi dei settori economici e finanziari del paese, la rappresentanza politica è realizzata al meglio; mentre è quasi inesistente per quanto riguarda il cittadino.
In assenza di partiti, sindacati e associazioni di tipo europeo, il singolo non è in grado di avere una qualche minima influenza sulla politica per garantirsi i suoi specifici interessi di lavoratore, consumatore, utente della sanità, dell'istruzione, del tempo libero. La politica è la politica economica di chi ha messo il suo uomo alla Casa Bianca. È una politica che ha una sua sostanza, suoi riti, sue dinamiche molto lontane dalla tradizione europea, liberale e socialdemocratica.
Agli occhi europei suscita scetticismo un sistema elettorale fermo al dettato costituzionale dei 'padri fondatori', con un federalismo teso solo a salvaguardare i poteri degli stati ai danni del governo federale. Queste ultime elezioni presidenziali gridano l'urgenza di passare al XXI secolo non solo nella conta dei voti ma nel modo di scegliere il candidato e di votarlo. Dal caucus iniziale al consesso finale dei "grandi elettori" il marchingegno sembra provenire dai Paesi Bassi del Seicento in lotta contro l'imperatore.
Perché è sopravvissuto per secoli? Per due motivi che si reggono l'un l'altro. Il primo motivo è che il marchingegno ha modalità e tempi di una sceneggiata offerta periodicamente al paese, tenuto normalmente lontano dalla politica. Una sceneggiata che i media contemporanei hanno reso ancora più attraente e credibile. La vittoria di Kennedy è attribuita dall'immaginario collettivo al famoso primo dibattito televisivo tra i due candidati alla presidenza, tra un simpatico giovane e l'antipatico maneggione Nixon; tutto quello che il vecchio Kennedy fece per mandare il figlio alla Casa Bianca va ignorato.
Il secondo motivo è che, nella sua artificiosità, il marchingegno è per se stesso la marginalità del mondo della politica rispetto a quello dell'economia. Se la politica avesse un ruolo forte e autonomo l'elezione del presidente avrebbe modalità semplici e tempi brevi. Nella realtà, l'iter delle primarie serve a trovare l'accordo sull'uomo adatto da installare alla Casa Bianca. È un tavolo lungo quello a cui si siedono i potenti del paese per scegliere il proprio rappresentante, e non sempre puntano sull'uomo più conveniente. Con Reagan andò bene, benissimo; con Clinton no. I potenti del paese non sono infatti un compatto gruppo che come fosse un consiglio di amministrazione di unica impresa, decide l'uso delle finanze, degli investimenti, dei settori da sviluppare e quelli da ridurre. Sono divisi tra loro come gli arabi e gli israeliani, i serbi e gli albanesi, solo che non si sparano l'un l'altro con le armi ma con gli avvocati e i media.
I potenti dietro a Clinton erano i rappresentanti dei settori economici vincitori delle elezioni del 1992. Furono essi i primi ad essere danneggiati dalla scelta del candidato. Immesso nella sua carica, il presidente in politica interna si fece promotore di politiche pubbliche che fecero perdere ai suoi sostenitori originari la maggioranza al Congresso. In politica estera egli riesumò il "wilsonismo", che nella versione attuale aveva le forme e la sostanza dell'ingerenza armata nei conflitti etnici di stati sovrani. Dal coinvolgimento in Somalia a quello in Yugoslavia, gli Stati Uniti divennero interventisti attivi come mai prima nella loro storia.
Per bocca di Clinton e dei suoi consiglieri, la mission dell'America divenne costruire e diffondere la democrazia e il mercato ovunque nel mondo, dalla vicina Haiti, dall'Africa di Mandela all'Europa centro-orientale uscita dall'orbita sovietica. Era una mission tutta da spiegare all'opinione pubblica, da sempre persuasa che il solo dovere della Casa Bianca all'estero fosse quello di tutelare l'interesse degli affari americani all'estero. Il messaggio dei professional di Clinton era: se tutti imparano a votare, la democrazia porterà il mercato e l'America ne trarrà a breve-medio termine grandi profitti. Dunque, tutti al voto. E gli americani - offertisi come massimi esperti di democrazia - in giro per il mondo a insegnare come fare: dalle repubbliche asiatiche ex sovietiche, alla Russia, all'America Latina.
Dopo otto anni di istruzioni sulla cabina elettorale, il bilancio è tutto da interpretare. C'è la versione ottimista per cui la democrazia ha vinto dove le persone hanno imparato a votare ( e, dunque, escluso la Florida…). C'è quella pessimistica per cui un voto al 98% per un presidente che si è fatto redigere una Costituzione ad hoc, non è garanzia di libertà politica. È un po' quello che è successo nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche, in paesi importanti dell'America Latina mentre in altri sono apparsi fenomeni ben noti ai vecchi paesi democratici come la corruzione politica e la criminalità organizzata. Dagli avversari di Clinton l'enfasi sulla costruzione della democrazia e del mercato dall'alto e da lontano è risultata una strategia senza risultati sicuri e stabili. E dopo il Kosovo i suoi costi sono stati valutati insostenibili.
È in questo contesto che va inserita la disputa su Bush e Gore: il primo, garante che - dopo 8 anni di mission in politica interna e in politica estera - sarebbero tornati al proprio posto gli interessi nazionali; il secondo, ostinato nel a promettere politiche interventiste all'interno e all'estero. E ciò mentre si avevano avvisaglie di un rallentamento della crescita economica. Per gli Stati Uniti il momento è tra i meno brillanti della sua storia. Sono venute allo scoperto debolezze inaspettate. La prima e più macroscopica è la disavventura elettorale: dalla fine del sistema sovietico si è perseguita una politica attiva per insegnare al mondo come costruire la democrazia attraverso la cabina elettorale. E invece, a causa della parità tra Bush e Gore, è venuta fuori non solo l'arretratezza del sistema, ma soprattutto che anche sul suolo americano si fanno gli imbrogli elettorali. Niente di sbalorditivo per noi europei. Ma, d'ora in poi, ci sarà più difficile credere ad occhi chiusi a tutto quello che gli americani dichiarano su se stessi e sulla loro missione nel mondo.
La seconda debolezza ha a che vedere con il presupposto che, se l'economia va al posto di comando, allora finiscono le crisi economiche e gli squilibri politici e sociali. Il "wilsonismo" di Clinton ha azzerato l'impatto e la credibilità di quel presupposto. Infatti la sua politica di ingerenza nelle relazioni internazionali non aveva motivazioni economiche, il più delle volte erano anzi solo ideologiche, e dunque in contraddizione con il rapporto tradizionale tra politica ed economia. Il paradosso dell'epoca Clinton sta nel fatto che, mentre il mondo celebrava l'avvento negli Usa di una nuova economia senza inflazione, senza disoccupazione e senza crisi, perché autonoma dalla politica; era proprio la leadership della Casa Bianca a portare avanti nelle relazioni internazionali, politiche avulse dagli interessi economici del paese. L'avversione e la sfiducia dei maggiori gruppi economici del paese per Clinton e il suo vicepresidente Al Gore venivano dalla convinzione solida e diffusa che alla Casa Bianca deve abitare il rappresentante fedele di coloro che ve l'hanno mandato.

L'Aja e Nizza
È fallita la conferenza mondiale dell'Aja (25 novembre 2000) che doveva rendere esecutivo l'accordo di Kyoto del 1997 sulla riduzione del 5% dei gas serra. Gli ambientalisti hanno ben spiegato la portata del fallimento, i danni irreversibili per il pianeta. Qui, però, l'interesse va alle ragioni politiche del fallimento. C'è stato uno scontro tra l'Unione Europea e un gruppo di paesi ricchi - Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda - con gli Stati Uniti che conducevano la partita. L'Unione Europea ha chiesto una riduzione del 50% dell'emissione di gas e sanzioni per gli inadempienti. Gli altri hanno replicato che era importante la diminuzione dei gas in assoluto e non 'dove' si verificava; di conseguenza essi erano disposti a finanziare la ristrutturazione degli impianti obsoleti dei paesi del Terzo Mondo, ma non a diminuire il riscaldamento e il raffreddamento delle case e delle automobili del loro mondo. Accettare o limitare lo spreco energetico è divenuto materia di contrasto politico tra europei e americani ma, mentre questi ultimi sono stati in grado di imporre il proprio punto di vista sino a far fallire qualsiasi protocollo d'intesa, da parte europea francesi e inglesi si sono concessi il lusso di litigare apertamente su questioni così vitali, intorno alle quali l'opinione pubblica europea è molto più avanti dei suoi governanti.
Al momento le prospettive non sono chiare. Con il nuovo presidente degli Stati Uniti Gorge W. Bush, il Protocollo di Kjoto rischia di rimanere un pezzo di carta: i suoi professional - a cominciare dal vice presidente Dick Cheney - sono nel business del petrolio e considerano l'ecologia un issue assolutamente marginale. La ratifica del Protocollo potrebbe essere possibile se l'Europa decidesse di andare avanti da sola senza gli Stati Uniti. È su quell'andare avanti da sola che si aprono mille interrogativi.
Il summit di Nizza del 7-13 dicembre 2000 è stato definito dagli esperti un passo indietro nel cammino dell'unità politica europea. All'ordine del giorno vi erano la riforma delle istituzioni comunitarie, il progetto di allargamento ai paesi dell'Europa centro-orientale, la proclamazione della Carta dei diritti, la costituzione dell'esercito europeo. Solo su questi due ultimi punti, così diversi l'un l'altro, c'è stato l'accordo. Dopo un lavoro di stesura durato un anno, la Carta dei diritti, pur senza avere ancora valore giuridico vincolante, è stata approvata a Nizza mentre per il primo esercito europeo non è passato l'orientamento a "costruirlo" il più possibile autonomo dalla Nato. Si è opposta la Gran Bretagna, non ancora pronta a fare a meno dell'egemonia americana. E ciò mentre veniva fuori che, senza avvertire gli europei membri della Nato, la Nato ha usato bombe all'uranio nei conflitti dei Balcani, cadute equamente sui civili, sulle fazioni in armi e sui soldati europei di stanza nei territori in conflitto. Sugli altri punti all'ordine del giorno di Nizza si sono raggiunti solo compromessi insoddisfacenti. L'estensione del voto a maggioranza qualificata è rimasto limitato e ogni paese con il diritto di veto potrà bloccare l'esecuzione di politiche contrarie ai propri interessi. Non è passata la riponderazione dei voti di ciascun paese legata al peso demografico.Vi è stata una modesta riorganizzazione di ruoli e poteri di Commissione, ed è stata accettata la linea di consentire cooperazioni, rafforzata tra i paesi che volessero andare avanti da soli nell'integrazione.
Molta è stata la delusione di paesi come l'Italia e la Germania: mai come in questo momento l'Europa avrebbe bisogno di non accontentarsi dello stadio di grande potenza economica e commerciale, di decidere il suo futuro politico, i suoi rapporti da un lato con l'America di Bush e dall'altro con la Russia di Putin.

Kosovo
La lezione che gli europei hanno subìto dagli americani nei Balcani non è stata ancora sufficientemente valutata. È appena uscito il libro del generale tedesco Heinz Loquai Il conflitto del Kosovo. Percorsi di una guerra evitabile, il Financial Times (30 settembre-7 ottobre) ha pubblicato la versione dell'intervento nel Kosovo di James Rubin, portavoce e stretto collaboratore dell'ex-segretario di stato Madeleine Albrigth, si sono lette dichiarazioni di altri personaggi politici e militari coinvolti, raccolte in Italia dalla rivista Limes. Il giornalista Sandro Provvisionato ha ben spiegato nel suo libro Uck: l'armata dell'ombra l'intreccio tra politica, terrorismo e mafia nei Balcani. Non è tutto ben documentabile ma una ratio degli avvenimenti si può ricostruire.
Il punto di partenza sta nella decisione americana di prendere nelle proprie mani il bandolo della matassa Yugoslavia che gli europei avevano tentato di sbrogliare fallendo miseramente. Da quella decisione è conseguita una strategia di guerra e "una soluzione finale" per i Balcani, imposta agli europei, che ha comportato anche la costruzione di una enorme base militare americana, Camp Bond Steel, nel Kosovo.
Secondo le fonti citate, le ragioni per fare la guerra a Milosevic sono state costruite a tavolino: 1. le controversie sulla presenza delle forze di pace Onu sono state enfatizzate, vale il caso del "massacro di Racak" (la fossa comune con 40 civili albanesi, scoperta e mostrata al mondo il 15 gennaio 1999, come prova finale della necessità di passare ai fatti contro i serbi); 2. il piano "ferro di cavallo" con cui i serbi avrebbero deciso di cacciare gli albanesi dal Kosovo aveva un'esistenza solo virtuale, è stato immaginato e dato come operativo per motivare l'intervento umanitario; 3. l'incontro di Rambouillet, dove madame Albrigth scelse come suo interlocutore privilegiato un ex-studente e guerrigliero albanese, Hashim Thaci, promovendolo uomo di stato e mise nell'angolo gli statisti europei, riunitisi lì per evitare la guerra, non per provocarla.
Perché l'amministrazione di Clinton ha voluto con tanta determinazione la guerra contro Belgrado, implicando la Nato senza preavvisare i suoi membri e delegittimando le Nazioni Unite?
Gli obiettivi erano due. Il primo consisteva nel cambiare la situazione politico-economica yugoslava, far sparire l'ultimo pezzo del "muro di Berlino", ancora in piedi dopo 10 anni e in un zona così turbolenta come i Balcani. Su tale obiettivo l'accordo dei leader europei fu cercato con grande determinazione dal segretario di stato, la quale ebbe successo specialmente con quelli dell'ultima leva, come i tedeschi, appena arrivati al governo con la loro fama di 'pacifisti e verdi' da far dimenticare. Gli italiani ebbero un comportamento differente a secondo che a parlare fosse il ministro degli esteri, esperto del mondo esterno all'Italia, consapevole e diffidente della strategia americana, oppure fosse il primo ministro D'Alema, che era nelle stesse condizioni dei colleghi tedeschi, impegnato a dimostrare finito il passato di strette relazioni con i compagni jugoslavi. I francesi, presi in giro da madame Albrigth a Rambouillet, rimasero nella partita mordendo il freno, mentre gli inglesi apparentemente più bellicosi dei top gun statunitensi, hanno in realtà vissuto l'esperienza uscendone con la convinzione di fare al più presto l'esercito europeo.
Un po' per tutte le élite europee il comportamento americano ha messo allo scoperto strategie ideologiche e di potenza, non più forzatamente coincidenti con quelle europee. L'intervento nel Kosovo è stato definito dal Washington Post "la guerra di Madeleine" e aspre critiche ha ricevuto nel proprio paese la leadership di Clinton per come la guerra è stata predeteminata e per come è stata condotta e per come è finita.
Il secondo obiettivo della guerra nel Kosove era rimettere in riga gli europei perché incapaci di controllare la zona e ugualmente ansiosi di prendere iniziative autonome. In realtà gli europei hanno vissuto la gestione americana dell'intervento nel Kosovo, le bombe su Belgrado e sulla Serbia, i conflitti con i russi, la costruzione finale della base militare come l'ultima goccia del vaso di tutto quello che stavano ingoiando dalla fine della guerra fredda. Ha preso sostanza l'ipotesi che la Nato rimanesse in Europa non più a difesa dell'Europa dal dissolto Patto di Varsavia ma a difesa della leadership americana nei confronti di un'Europa alla ricerca della propria autonomia. Anche le pressioni americane perché si spalanchino le porte della Nato ai paesi dell'Europa centro-orientale e alla Turchia sono valutate come mosse contrarie agli interessi dell'Unione Europea.
C'è un crescente contenzioso economico e politico tra europei e americani, gli uni e gli altri sono alla soglia di mutamenti nelle relazioni reciproche, per il cambio di leadership alla Casa Bianca, per le scelte europee sul proprio consolidamento politico e sull'esercito comune, sulle politiche commerciali e fiscali.
L'elezione di Bush, il primo presidente americano della nostra epoca senza legami con l'Europa, potrebbe essere l'occasione per chiudere con le politiche dell'epoca della guerra fredda.

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