Bush e Gore
Sulle elezioni presidenziali americane si è detto e scritto
di tutto, a volte indovinando, a volte sbagliando. Per esempio si
è giurato sull'indifferenza di Wall Street: i litigi elettorali
non avrebbero pesato sui mercati e la finanza internazionale, la vecchia
economia, la nuova economia avrebbero avuto le medesime oscillazioni
di sempre, un giorno su e l'altro giù, una volta il Dow Jones
e l'altra il Nasdaq. E invece la vittoria di Bush non sembra sia piaciuta
a Wall Street e vi sono anche segni di recessione dell'economia reale.
Da circa nove anni e sino al dicembre 2000 il successo dell'economia
degli Stati Uniti era divenuto una sorta di atto di fede: era nata
e prosperava un'economia nuova senza inflazione e senza disoccupazione,
in crescita ininterrotta. Un'economia senza più cicli perché
saldamente al posto di comando con la politica e il sociale ridimensionati
a sottosistemi. Il successo appariva tale da farne un modello per
il resto del mondo, a cominciare dall'Europa. L'opinione corrente
era che, se i nostri paesi fossero stati capaci di copiare il modello
Usa, sarebbero finite le preoccupazioni per la bassa crescita, l'inflazione
e la disoccupazione, per gli Stati assistenziali, per i ricatti dei
partiti strapotenti e dei sindacati corporativi, le minacce dei nazionalismi
militanti.
Nel modello era compreso anche l'uomo del futuro nelle forme del cittadino
americano che lavorava senza creare problemi all'impresa sull'orario
di lavoro e sull'entità del salario e spendeva in borsa e al
supermercato quello e quanto i media gli suggerivano. Per lui c'era
una politica che assicurava lo status quo e non voleva nulla dal cittadino,
nemmeno il voto: altrimenti come spiegarsi le difficoltà -
poste ancora oggi negli Stati Uniti - a chi vorrebbe esercitare il
suo diritto al voto?
Nel modello c'è anche il Texas, il ricchissimo stato di cui
è stato governatore il nuovo presidente degli Stati Uniti,
dove molti aspetti della vita quotidiana potrebbero far venire in
mente il terribile quattrocento europeo: per la fede nella santa proprietà,
per la scarsità della sanità pubblica, per la marginalità
dell'istruzione, per i diritti della persona. L'individuo deve farcela
da solo. Se vince e diventa un produttore-consumatore-investitore
è per suo merito; se perde è per sua incapacità.
Non esistono sponde di sostegno, se non i gruppi etnici di riferimento.
Per il texano di Bush l'europeo eurocentrico, l'asiatico confuciano,
l'islamico fondamentalista, l'israeliano ortodosso, il balcanico turbolento
sono specie in via di estinzione. Ciascuna specie porta la responsabilità
della sua sorte. Per l'europeo eurocentrico si tratta di accettare
di diventare "texano" o rimanere europeo con la sua storica
specifica identità, italiana, francese, tedesca, spagnola e
così via. Rimanere europeo significa innanzitutto guardare
con preoccupazione al rapporto tra politica ed economia che caratterizza
l'America. Un rapporto che sappiamo solidissimo ai livelli alti della
società e sfilacciato, quasi inesistente, al livello dell'ordinary
American. Per quanto riguarda gli interessi dei settori economici
e finanziari del paese, la rappresentanza politica è realizzata
al meglio; mentre è quasi inesistente per quanto riguarda il
cittadino.
In assenza di partiti, sindacati e associazioni di tipo europeo, il
singolo non è in grado di avere una qualche minima influenza
sulla politica per garantirsi i suoi specifici interessi di lavoratore,
consumatore, utente della sanità, dell'istruzione, del tempo
libero. La politica è la politica economica di chi ha messo
il suo uomo alla Casa Bianca. È una politica che ha una sua
sostanza, suoi riti, sue dinamiche molto lontane dalla tradizione
europea, liberale e socialdemocratica.
Agli occhi europei suscita scetticismo un sistema elettorale fermo
al dettato costituzionale dei 'padri fondatori', con un federalismo
teso solo a salvaguardare i poteri degli stati ai danni del governo
federale. Queste ultime elezioni presidenziali gridano l'urgenza di
passare al XXI secolo non solo nella conta dei voti ma nel modo di
scegliere il candidato e di votarlo. Dal caucus iniziale al consesso
finale dei "grandi elettori" il marchingegno sembra provenire
dai Paesi Bassi del Seicento in lotta contro l'imperatore.
Perché è sopravvissuto per secoli? Per due motivi che
si reggono l'un l'altro. Il primo motivo è che il marchingegno
ha modalità e tempi di una sceneggiata offerta periodicamente
al paese, tenuto normalmente lontano dalla politica. Una sceneggiata
che i media contemporanei hanno reso ancora più attraente e
credibile. La vittoria di Kennedy è attribuita dall'immaginario
collettivo al famoso primo dibattito televisivo tra i due candidati
alla presidenza, tra un simpatico giovane e l'antipatico maneggione
Nixon; tutto quello che il vecchio Kennedy fece per mandare il figlio
alla Casa Bianca va ignorato.
Il secondo motivo è che, nella sua artificiosità, il
marchingegno è per se stesso la marginalità del mondo
della politica rispetto a quello dell'economia. Se la politica avesse
un ruolo forte e autonomo l'elezione del presidente avrebbe modalità
semplici e tempi brevi. Nella realtà, l'iter delle primarie
serve a trovare l'accordo sull'uomo adatto da installare alla Casa
Bianca. È un tavolo lungo quello a cui si siedono i potenti
del paese per scegliere il proprio rappresentante, e non sempre puntano
sull'uomo più conveniente. Con Reagan andò bene, benissimo;
con Clinton no. I potenti del paese non sono infatti un compatto gruppo
che come fosse un consiglio di amministrazione di unica impresa, decide
l'uso delle finanze, degli investimenti, dei settori da sviluppare
e quelli da ridurre. Sono divisi tra loro come gli arabi e gli israeliani,
i serbi e gli albanesi, solo che non si sparano l'un l'altro con le
armi ma con gli avvocati e i media.
I potenti dietro a Clinton erano i rappresentanti dei settori economici
vincitori delle elezioni del 1992. Furono essi i primi ad essere danneggiati
dalla scelta del candidato. Immesso nella sua carica, il presidente
in politica interna si fece promotore di politiche pubbliche che fecero
perdere ai suoi sostenitori originari la maggioranza al Congresso.
In politica estera egli riesumò il "wilsonismo",
che nella versione attuale aveva le forme e la sostanza dell'ingerenza
armata nei conflitti etnici di stati sovrani. Dal coinvolgimento in
Somalia a quello in Yugoslavia, gli Stati Uniti divennero interventisti
attivi come mai prima nella loro storia.
Per bocca di Clinton e dei suoi consiglieri, la mission dell'America
divenne costruire e diffondere la democrazia e il mercato ovunque
nel mondo, dalla vicina Haiti, dall'Africa di Mandela all'Europa centro-orientale
uscita dall'orbita sovietica. Era una mission tutta da spiegare all'opinione
pubblica, da sempre persuasa che il solo dovere della Casa Bianca
all'estero fosse quello di tutelare l'interesse degli affari americani
all'estero. Il messaggio dei professional di Clinton era: se tutti
imparano a votare, la democrazia porterà il mercato e l'America
ne trarrà a breve-medio termine grandi profitti. Dunque, tutti
al voto. E gli americani - offertisi come massimi esperti di democrazia
- in giro per il mondo a insegnare come fare: dalle repubbliche asiatiche
ex sovietiche, alla Russia, all'America Latina.
Dopo otto anni di istruzioni sulla cabina elettorale, il bilancio
è tutto da interpretare. C'è la versione ottimista per
cui la democrazia ha vinto dove le persone hanno imparato a votare
( e, dunque, escluso la Florida
). C'è quella pessimistica
per cui un voto al 98% per un presidente che si è fatto redigere
una Costituzione ad hoc, non è garanzia di libertà politica.
È un po' quello che è successo nelle repubbliche asiatiche
ex sovietiche, in paesi importanti dell'America Latina mentre in altri
sono apparsi fenomeni ben noti ai vecchi paesi democratici come la
corruzione politica e la criminalità organizzata. Dagli avversari
di Clinton l'enfasi sulla costruzione della democrazia e del mercato
dall'alto e da lontano è risultata una strategia senza risultati
sicuri e stabili. E dopo il Kosovo i suoi costi sono stati valutati
insostenibili.
È in questo contesto che va inserita la disputa su Bush e Gore:
il primo, garante che - dopo 8 anni di mission in politica interna
e in politica estera - sarebbero tornati al proprio posto gli interessi
nazionali; il secondo, ostinato nel a promettere politiche interventiste
all'interno e all'estero. E ciò mentre si avevano avvisaglie
di un rallentamento della crescita economica. Per gli Stati Uniti
il momento è tra i meno brillanti della sua storia. Sono venute
allo scoperto debolezze inaspettate. La prima e più macroscopica
è la disavventura elettorale: dalla fine del sistema sovietico
si è perseguita una politica attiva per insegnare al mondo
come costruire la democrazia attraverso la cabina elettorale. E invece,
a causa della parità tra Bush e Gore, è venuta fuori
non solo l'arretratezza del sistema, ma soprattutto che anche sul
suolo americano si fanno gli imbrogli elettorali. Niente di sbalorditivo
per noi europei. Ma, d'ora in poi, ci sarà più difficile
credere ad occhi chiusi a tutto quello che gli americani dichiarano
su se stessi e sulla loro missione nel mondo.
La seconda debolezza ha a che vedere con il presupposto che, se l'economia
va al posto di comando, allora finiscono le crisi economiche e gli
squilibri politici e sociali. Il "wilsonismo" di Clinton
ha azzerato l'impatto e la credibilità di quel presupposto.
Infatti la sua politica di ingerenza nelle relazioni internazionali
non aveva motivazioni economiche, il più delle volte erano
anzi solo ideologiche, e dunque in contraddizione con il rapporto
tradizionale tra politica ed economia. Il paradosso dell'epoca Clinton
sta nel fatto che, mentre il mondo celebrava l'avvento negli Usa di
una nuova economia senza inflazione, senza disoccupazione e senza
crisi, perché autonoma dalla politica; era proprio la leadership
della Casa Bianca a portare avanti nelle relazioni internazionali,
politiche avulse dagli interessi economici del paese. L'avversione
e la sfiducia dei maggiori gruppi economici del paese per Clinton
e il suo vicepresidente Al Gore venivano dalla convinzione solida
e diffusa che alla Casa Bianca deve abitare il rappresentante fedele
di coloro che ve l'hanno mandato.
L'Aja e Nizza
È fallita la conferenza mondiale dell'Aja (25 novembre 2000)
che doveva rendere esecutivo l'accordo di Kyoto del 1997 sulla riduzione
del 5% dei gas serra. Gli ambientalisti hanno ben spiegato la portata
del fallimento, i danni irreversibili per il pianeta. Qui, però,
l'interesse va alle ragioni politiche del fallimento. C'è stato
uno scontro tra l'Unione Europea e un gruppo di paesi ricchi - Giappone,
Canada, Australia e Nuova Zelanda - con gli Stati Uniti che conducevano
la partita. L'Unione Europea ha chiesto una riduzione del 50% dell'emissione
di gas e sanzioni per gli inadempienti. Gli altri hanno replicato
che era importante la diminuzione dei gas in assoluto e non 'dove'
si verificava; di conseguenza essi erano disposti a finanziare la
ristrutturazione degli impianti obsoleti dei paesi del Terzo Mondo,
ma non a diminuire il riscaldamento e il raffreddamento delle case
e delle automobili del loro mondo. Accettare o limitare lo spreco
energetico è divenuto materia di contrasto politico tra europei
e americani ma, mentre questi ultimi sono stati in grado di imporre
il proprio punto di vista sino a far fallire qualsiasi protocollo
d'intesa, da parte europea francesi e inglesi si sono concessi il
lusso di litigare apertamente su questioni così vitali, intorno
alle quali l'opinione pubblica europea è molto più avanti
dei suoi governanti.
Al momento le prospettive non sono chiare. Con il nuovo presidente
degli Stati Uniti Gorge W. Bush, il Protocollo di Kjoto rischia di
rimanere un pezzo di carta: i suoi professional - a cominciare dal
vice presidente Dick Cheney - sono nel business del petrolio e considerano
l'ecologia un issue assolutamente marginale. La ratifica del Protocollo
potrebbe essere possibile se l'Europa decidesse di andare avanti da
sola senza gli Stati Uniti. È su quell'andare avanti da sola
che si aprono mille interrogativi.
Il summit di Nizza del 7-13 dicembre 2000 è stato definito
dagli esperti un passo indietro nel cammino dell'unità politica
europea. All'ordine del giorno vi erano la riforma delle istituzioni
comunitarie, il progetto di allargamento ai paesi dell'Europa centro-orientale,
la proclamazione della Carta dei diritti, la costituzione dell'esercito
europeo. Solo su questi due ultimi punti, così diversi l'un
l'altro, c'è stato l'accordo. Dopo un lavoro di stesura durato
un anno, la Carta dei diritti, pur senza avere ancora valore giuridico
vincolante, è stata approvata a Nizza mentre per il primo esercito
europeo non è passato l'orientamento a "costruirlo"
il più possibile autonomo dalla Nato. Si è opposta la
Gran Bretagna, non ancora pronta a fare a meno dell'egemonia americana.
E ciò mentre veniva fuori che, senza avvertire gli europei
membri della Nato, la Nato ha usato bombe all'uranio nei conflitti
dei Balcani, cadute equamente sui civili, sulle fazioni in armi e
sui soldati europei di stanza nei territori in conflitto. Sugli altri
punti all'ordine del giorno di Nizza si sono raggiunti solo compromessi
insoddisfacenti. L'estensione del voto a maggioranza qualificata è
rimasto limitato e ogni paese con il diritto di veto potrà
bloccare l'esecuzione di politiche contrarie ai propri interessi.
Non è passata la riponderazione dei voti di ciascun paese legata
al peso demografico.Vi è stata una modesta riorganizzazione
di ruoli e poteri di Commissione, ed è stata accettata la linea
di consentire cooperazioni, rafforzata tra i paesi che volessero andare
avanti da soli nell'integrazione.
Molta è stata la delusione di paesi come l'Italia e la Germania:
mai come in questo momento l'Europa avrebbe bisogno di non accontentarsi
dello stadio di grande potenza economica e commerciale, di decidere
il suo futuro politico, i suoi rapporti da un lato con l'America di
Bush e dall'altro con la Russia di Putin.
Kosovo
La lezione che gli europei hanno subìto dagli americani nei
Balcani non è stata ancora sufficientemente valutata. È
appena uscito il libro del generale tedesco Heinz Loquai Il conflitto
del Kosovo. Percorsi di una guerra evitabile, il Financial Times (30
settembre-7 ottobre) ha pubblicato la versione dell'intervento nel
Kosovo di James Rubin, portavoce e stretto collaboratore dell'ex-segretario
di stato Madeleine Albrigth, si sono lette dichiarazioni di altri
personaggi politici e militari coinvolti, raccolte in Italia dalla
rivista Limes. Il giornalista Sandro Provvisionato ha ben spiegato
nel suo libro Uck: l'armata dell'ombra l'intreccio tra politica, terrorismo
e mafia nei Balcani. Non è tutto ben documentabile ma una ratio
degli avvenimenti si può ricostruire.
Il punto di partenza sta nella decisione americana di prendere nelle
proprie mani il bandolo della matassa Yugoslavia che gli europei avevano
tentato di sbrogliare fallendo miseramente. Da quella decisione è
conseguita una strategia di guerra e "una soluzione finale"
per i Balcani, imposta agli europei, che ha comportato anche la costruzione
di una enorme base militare americana, Camp Bond Steel, nel Kosovo.
Secondo le fonti citate, le ragioni per fare la guerra a Milosevic
sono state costruite a tavolino: 1. le controversie sulla presenza
delle forze di pace Onu sono state enfatizzate, vale il caso del "massacro
di Racak" (la fossa comune con 40 civili albanesi, scoperta e
mostrata al mondo il 15 gennaio 1999, come prova finale della necessità
di passare ai fatti contro i serbi); 2. il piano "ferro di cavallo"
con cui i serbi avrebbero deciso di cacciare gli albanesi dal Kosovo
aveva un'esistenza solo virtuale, è stato immaginato e dato
come operativo per motivare l'intervento umanitario; 3. l'incontro
di Rambouillet, dove madame Albrigth scelse come suo interlocutore
privilegiato un ex-studente e guerrigliero albanese, Hashim Thaci,
promovendolo uomo di stato e mise nell'angolo gli statisti europei,
riunitisi lì per evitare la guerra, non per provocarla.
Perché l'amministrazione di Clinton ha voluto con tanta determinazione
la guerra contro Belgrado, implicando la Nato senza preavvisare i
suoi membri e delegittimando le Nazioni Unite?
Gli obiettivi erano due. Il primo consisteva nel cambiare la situazione
politico-economica yugoslava, far sparire l'ultimo pezzo del "muro
di Berlino", ancora in piedi dopo 10 anni e in un zona così
turbolenta come i Balcani. Su tale obiettivo l'accordo dei leader
europei fu cercato con grande determinazione dal segretario di stato,
la quale ebbe successo specialmente con quelli dell'ultima leva, come
i tedeschi, appena arrivati al governo con la loro fama di 'pacifisti
e verdi' da far dimenticare. Gli italiani ebbero un comportamento
differente a secondo che a parlare fosse il ministro degli esteri,
esperto del mondo esterno all'Italia, consapevole e diffidente della
strategia americana, oppure fosse il primo ministro D'Alema, che era
nelle stesse condizioni dei colleghi tedeschi, impegnato a dimostrare
finito il passato di strette relazioni con i compagni jugoslavi. I
francesi, presi in giro da madame Albrigth a Rambouillet, rimasero
nella partita mordendo il freno, mentre gli inglesi apparentemente
più bellicosi dei top gun statunitensi, hanno in realtà
vissuto l'esperienza uscendone con la convinzione di fare al più
presto l'esercito europeo.
Un po' per tutte le élite europee il comportamento americano
ha messo allo scoperto strategie ideologiche e di potenza, non più
forzatamente coincidenti con quelle europee. L'intervento nel Kosovo
è stato definito dal Washington Post "la guerra di Madeleine"
e aspre critiche ha ricevuto nel proprio paese la leadership di Clinton
per come la guerra è stata predeteminata e per come è
stata condotta e per come è finita.
Il secondo obiettivo della guerra nel Kosove era rimettere in riga
gli europei perché incapaci di controllare la zona e ugualmente
ansiosi di prendere iniziative autonome. In realtà gli europei
hanno vissuto la gestione americana dell'intervento nel Kosovo, le
bombe su Belgrado e sulla Serbia, i conflitti con i russi, la costruzione
finale della base militare come l'ultima goccia del vaso di tutto
quello che stavano ingoiando dalla fine della guerra fredda. Ha preso
sostanza l'ipotesi che la Nato rimanesse in Europa non più
a difesa dell'Europa dal dissolto Patto di Varsavia ma a difesa della
leadership americana nei confronti di un'Europa alla ricerca della
propria autonomia. Anche le pressioni americane perché si spalanchino
le porte della Nato ai paesi dell'Europa centro-orientale e alla Turchia
sono valutate come mosse contrarie agli interessi dell'Unione Europea.
C'è un crescente contenzioso economico e politico tra europei
e americani, gli uni e gli altri sono alla soglia di mutamenti nelle
relazioni reciproche, per il cambio di leadership alla Casa Bianca,
per le scelte europee sul proprio consolidamento politico e sull'esercito
comune, sulle politiche commerciali e fiscali.
L'elezione di Bush, il primo presidente americano della nostra epoca
senza legami con l'Europa, potrebbe essere l'occasione per chiudere
con le politiche dell'epoca della guerra fredda.