S3Studium
    Numero 11
 

L'anima dell'impresa
Domenico De Masi

 



Oltre a un corpo, a una mente, a una cultura, l'impresa ha anche un'anima? Cosa avviene quando la mente dell'impresa prevale sulla sua anima o quando la sua anima svanisce del tutto? E' possibile recuperarla e alimentarla?

"Animula vagula, blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…"

P.Aelius Hadrianus, Imp.

Con cinque versi struggenti, l'imperatore Adriano, il più umano tra i divini imperatori, ha segnato un culmine nella poesia universale e un punto di partenza obbligato ogni volta che ci si avventuri negli itinerari dell'anima.
Esiste l'anima? E in che cosa consiste? E' un appannaggio esclusivo degli individui o vi è anche l'anima collettiva di una famiglia, di un popolo, di una generazione? E di un'impresa? esiste l'anima dell'impresa?
Al contrario, può esistere un individuo, una famiglia, un popolo, una generazione, senza anima? E un'impresa? può esistere, può avere senso un'impresa senz'anima?
Adriano sostiene che, separata dal corpo, l'anima diventa piccola, tenera, diafana, palliduccia e nuda: animula vagula blandula, pallidula, nudula. E che perde la forza necessaria per conferire all'uomo la giocosità. L'anima, dunque, unita al corpo, è fonte di gioco, di allegria. E il gioco è sinonimo di vita.
Ma in che rapporto sono anima e corpo, anima e cervello? Tra il cervello e l'anima c'è di mezzo la mente, o l'anima è la mente?

Brainware
Intrappolati nella patologica tentazione, alimentata dal progresso, di considerare la tecnologia come prius e come modello rispetto alla natura, possiamo azzardare che l'anima stia al corpo come il software di un computer sta al suo hardware?
Nel nostro caso l'hardware sarebbe un brainware fitto di neuroni e di reti. Un muscolo - il nostro cervello - cresciuto nel corso dei millenni, parallelamente alla nostra intelligenza, passando dai 350 grammi dell'Australopithecus ai nostri 1424 grammi e che, grazie al gioco del caso e della necessità protratto lungo 25 milioni di anni, ha finito per dotarsi di neuroni ineguagliati per quantità (tra gli 80 e i 100 miliardi), e di reti neuronali uniche per quantità, complessità e funzione, capaci - esse sole nell'universo di tutta la fauna terrestre - di svolgere attività creative, di ordine scientifico e artistico.

Cervello e mente
Percezione sensoriale, coscienza del tempo, capacità di simbolizzare, immaginazione, capacità espressiva sono le funzioni svolte da questo prodigioso software che è la nostra mente e da questo potentissimo hardware che è il nostro cervello, in cui ogni singola parte possiede le capacità dell'insieme, grazie alle qualità olografiche e alla sbalorditiva quantità di interazioni.
Ma dove finisce l'hardware e dove inizia il software? Nell'attuale stadio del lungo processo evolutivo, durato diecine di milioni di anni e tuttora in atto, ci appare solo un po' più chiara di quanto riuscì a Cartesio la distinzione e il rapporto tra cervello e mente. Da una parte, un muscolo ben tangibile, che pesa tra i 1200 e i 1800 grammi, composto da mille miliardi di cellule, di cui cento miliardi sono neuroni, diversamente strutturati con tutti i loro dendriti ed assoni, i loro neurotrasmettitori, le loro sinapsi, i loro impulsi che viaggiano alla velocità di 100 metri al secondo, la loro plasticità e la loro varietà strutturale, funzionale e molecolare: il cervello, insomma, fatto di cellule che comunicano tra loro, si organizzano in reti e modificano via via le loro connessioni in base all'esperienza.
Dall'altra, un'entità impalpabile fatta di memoria, immaginazione, autoconsapevolezza, apprendimento, intelligenza, creatività, emozioni, stati d'animo, impulsi, inclinazioni, desideri: la mente, insomma, che dovrebbe essere frutto del cervello ma che a molti appare irriducibile al funzionamento di un muscolo, per quanto complesso esso sia. "Il fegato - ha notato ironicamente Gerald D. Fischbach - contiene probabilmente 100 milioni di cellule ma mille fegati messi insieme non producono certo ricchezza di vita interiore".
Questa vita interiore è dotata di una percezione sensoriale e di una coscienza del tempo e dello spazio; è capace di simbolizzare, immaginare, parlare, ricordare, creare, auto-organizzarsi, rappresentare il mondo che ci circonda tramite la letteratura, la pittura, la scultura, la musica, spiegarlo tramite le scienze esatte e quelle umanistiche.

Nessun uomo è un'isola
Il cervello umano è cresciuto quantitativamente fin quando il singolo individuo ha dovuto fare affidamento soprattutto su se stesso per escogitare tutti i metodi di sopravvivenza e per memorizzare tutte le sue esperienze. Dopo che l'Homo sapiens ha imparato a usare i suoi simili, le macchine, la scrittura, l'arte, la scienza e le tecniche per delegare ad altri e ad altro una parte crescente delle sue funzioni cerebrali, il cervello ha cessato di crescere quantitativamente perché non ne aveva più bisogno.
Oggi il mio cervello è fatto anche del cervello dei miei collaboratori e dei miei amici, è fatto dei miei e dei loro libri, dei miei e dei loro computer, è fatto del mio orologio, del mio telefax, del mio cellulare, della mia segreteria telefonica, dei miei dischi, della mia rete internet. Nel bene e nel male, tutto ciò che creo non da me solo è creato ma da tutte queste persone e da tutte queste protesi cerebrali.
Mai come in questo campo vale la frase nazionalpopolare di Thomas Merton "Nessun uomo è un'isola".

Cervello, mente, parola
Per inter-connettersi, questo nostro complesso brainwere ha bisogno in input di un sistema percettivo capace di incamerare informazioni dall'esterno; in output, ha bisogno di un sistema vocale e motorio capace di esprimere le idee e attuare le strategie concepite.
"In principio era la Parola…e la Parola si fece carne" dice il Nuovo Testamento. Ma la versione prosaica di questa genesi ci costringe a riconoscere che fu il nostro apparato anatomico a trasformarsi fino al punto da parlare. E' dunque la carne che si fece parola, non viceversa. E la parola è molteplice come molteplici sono i linguaggi.
"Al monologo con mia moglie - diceva Carl Kraus - preferisco il dialogo con me stesso". Noi siamo in grado di articolare un dialogo interiore, implicando solo la nostra immaginazione, e un dialogo esteriore, usando il linguaggio della voce, del corpo, dei profumi, dei colori, così come le api, per comunicare, usano il linguaggio dei profumi e delle danze. Ma è la parola il mezzo aureo della nostra comunicazione in output così come la vista e l'udito sono i mezzi aurei della nostra comunicazione in input: l'una discontinua, perché l'occhio è dotato di palpebre; l'altro continuo perché le orecchie ne sono prive.
Non sappiamo ancora quando, come e perché gli ominidi hanno cominciato a parlare, distinguendosi definitivamente dagli altri animali. Tra i fattori genetici e culturali di questa diversità, il linguaggio può vantare un posto e un fascino particolari, implicando l'apparato vocale, quello nervoso e quello auditivo. E' in questi complessi apparati, e nella loro interazione, che occorre cercare l'origine del nostro modo di comunicare, unico per ricchezza, plurimo per linguaggi e per lingue.
Come dice Aristotele nella sua Politica: "La natura non fa niente senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l'hanno anche gli altri animali (e, in effetti, qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l'ingiusto…e gli altri valori".

Mente e anima
Quando parliamo dell'anima di un individuo, intenzionalmente intendiamo qualcosa di diverso dalla sua mente, cioè dalla sua memoria, dalla sua immaginazione, dalla consapevolezza di sé, dall'emozione, dagli stati d'animo, dagli impulsi, dalle inclinazioni, dai desideri, dall'apprendimento, dall'intelligenza. E persino dalla sua creatività.
Quando parliamo di anima di un individuo intendiamo qualcosa che trascende queste singole capacità e persino la loro somma aritmetica. Intendiamo la reciproca interazione di queste singole capacità, intendiamo la loro sintesi capace di esprimere in forma intangibile il livello di equilibrio, di bellezza, di etica, di efficienza cui quell'individuo è pervenuto. Intendiamo ciò che lo fa individuo e gli consente di essere "persona": non un individuo qualunque, ma quell'individuo, quella persona, diversa da tutte le altre.
La mente, insomma, è ciò che ci distingue dagli altri animali; l'anima è ciò che ci distingue dagli altri uomini.

L'anima come metafora
E' frequente la tentazione di trasferire a un sistema socio-politico (come una nazione) o a un sistema socio-tecnico (come un'impresa) le categorie di cervello, mente, anima che abbiamo dedotto dall'uomo. Ciò avviene quando diciamo che il nostro paese è una "patria" o quando diciamo che la nostra azienda è una "famiglia". Prendiamo ad esempio il Brasile: molte razze, molte religioni, differenze abissali di clima, paesaggi, usi, lavori e costumi, eppure un comune denominatore, una "brasilianità" , un'anima comune, sintesi di sensualità, comunicatività, accoglienza, intraprendenza.
A prima vista una simile operazione sembrerebbe legittimare l'accusa di "organicismo" che viene giustamente rivolta a Menenio Agrippa per il suo famoso apologo o a Leone XIII per un passo altrettanto famoso della Rerum Novarum ("Come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell'armonico temperamento che si chiama simmetria, così natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi e ne risultasse l'equilibrio").
Ma l'organicismo di Agrippa e di Leone XIII ha una connotazione etica perché condanna il conflitto come intrinsecamente antisociale e una connotazione politica perché cela l'intento manipolativo di addomesticare i poveri e risolverne la conflittualità a vantaggio dei ricchi. Dire, invece, che l'anima del Brasile è fatta di sensualità, comunicatività, accoglienza e intraprendenza è soltanto un modo sintetico, simpatico e persino poetico per offrire il succo di una ricca letteratura antropologica sulla brasilianità.
Nel nostro caso, dunque, il tentativo di assumere i concetti di cervello-mente-anima e del loro reciproco rapporto così come sono deducibili dal sistema biologico della singola persona umana, e applicarli al sistema socio-tecnico dell'impresa, ha solo uno scopo ludico ed euristico: giocare con questi concetti per cavarne spunti comparativi e ipotesi circa il rapporto tra risorse tangibili e risorse intangibili nell'impresa.
Per certi versi, anche l'impresa ha il suo corpo (stabilimenti, uffici, materie prime, componentistica, archivi, ecc.), la sua mente (strategie, programmazione, organizzazione, studi e ricerche, pubbliche relazioni e comunicazioni, rapporti con il pubblico e con la stampa, marketing, ecc.), la sua anima (clima, immagine, estetica, missione, valori, coesione, equilibrio, saggezza, emulazione, ecc.).

Cultura e anima
Così intesa, l'anima ha a che fare con ciò che Edgar H. Schein chiama "cultura" ma per molti versi la trascende. Schein collega il suo concetto di cultura d'impresa ai problemi che l'azienda avverte in merito alla sopravvivenza esterna (missione, strategia, obiettivi, struttura, sistemi, processi, identificazione degli errori, sistemi di correzione); all'integrazione interna (linguaggio, concetti comuni, confini e identità di gruppo, natura dell'autorità e delle relazioni, assegnazione di premi e status); agli assunti di base più profondi (relazioni umane con la natura, natura della realtà e della verità, natura umana e delle relazioni umane, natura di tempo e di spazio).
Ma Shein guarda alla cultura dell'impresa privilegiando la lente del successo o dell'insuccesso economico del capitale. Io guardo all'anima dell'impresa privilegiando la lente della felicità o dell'infelicità umana di chi vi lavora e di chi con essa si rapporta.
Non possono esistere gruppi senza una loro cultura: nel momento stesso in cui un gruppo nasce, comincia a sedimentare quel suo particolare patrimonio di idee, di suppellettili, di procedure e costumi che costituisce la sua specifica cultura. La cultura esiste a prescindere dalla volontà del gruppo. Dove c'è un gruppo, lì c'è una cultura. Possono esistere invece gruppi senza anima perché l'anima è frutto intenzionale di un'azione, di un carisma, di un amore. La cultura vive per il fatto stesso che vive il gruppo; l'anima invece va alimentata giorno per giorno, altrimenti appassisce, e con essa sbiadisce la felicità.
Nella mia concezione, anima è una parola femminile come femminile è la parola impresa. Anima sopravvive al corpo, è la sua parte duratura, condivisa anche dagli altri soggetti del macrosistema. Anima trasforma un gruppo secondario, freddo, strumentale in gruppo primario, caldo, espressivo. Anima è una presenza viva, emotiva, amorfa, armoniosa che, a sua volta, conferisce all'impresa vitalità, unità, profondità, femminilità, fecondità, emotività, efficacia. Anima è visione e missione rivolte al futuro, alla procreazione, alla crescita, alla formazione, alla bellezza. Anima è fantasia, potenzialità, sensibilità, androginìa, simbolicità. Anima è la madre della creatività felice.

L'anima postindustriale
Per comodità espositiva possiamo assumere che l'evoluzione storica dell'impresa moderna ha attraversato due fasi che vengono in qualche modo evocate da termini correnti come "industriale" e "old economy" da una parte, "postindustriale" e "new economy" dall'altra. Il progressivo passaggio dall'una all'altra fase è stato contrassegnato da un parallelo incremento della mente dell'impresa a scapito del suo corpo e della sua anima.
Nella fase industriale le aziende erano prevalentemente manifatturiere; la forza lavoro era prevalentemente operaia, semi-analfabeta, di estrazione rurale; la tecnologia era meccanica e automatica; il lavoro era di natura prevalentemente fisica; l'organizzazione era centrata sul controllo, la razionalizzazione, la standardizzazione, la specializzazione, l'economia di scala, la sincronizzazione dei processi produttivi, la centralizzazione dei processi decisionali. Insomma, tutto ciò che va sotto il nome di taylorismo e fordismo,
In tale fase possiamo dire che il corpo dell'impresa (muscoli, macchine, materie prime, prodotti materiali) prevaleva sulla sua mente (sapere organizzativo) e ancora più sulla sua anima (genialità, personalità, carisma, tenacia dell'imprenditore; solidarietà, rabbia, lotta dei lavoratori; familismo, paternalismo, spirito di appartenenza nella comunità).
Poi, man mano, i lavori e i lavoratori intellettuali sono prevalsi sui lavori e sui lavoratori manuali, l'azienda si è smaterializzata, le officine hanno ceduto il posto agli uffici e ai laboratori di ricerca. Nella Manchester dei tempi di Marx gli impiegati rappresentavano appena il 4% di tutti i lavoratori industriali; nella Philadelphia dei tempi di Taylor erano saliti al 15%. Il sorpasso dei "colletti bianchi" sui "colletti blu" avvenne nel 1956 negli Stati Uniti e poi, via via, in tutti gli altri paesi industrializzati.
Ormai, nell'attuale impresa postindustriale, prevalgono i lavoratori intellettuali (impiegati, manager, professional, dirigenti); la tecnologia è prevalentemente informatica ed elettronica; l'organizzazione marketing oriented è centrata sulla motivazione; i prodotti stessi sono smaterializzati e consistono prevalentemente in servizi, informazioni, valori, simboli, estetica.
Nella new economy il processo è spinto agli estremi: la finanza prevale sull'economia, la velocità prevale sulla riflessione, il virtuale prevale sul tangibile, il globale prevale sul locale, la mercificazione si è estesa dai beni materiali a quelli immateriali: servizi, rapporti, cultura.
In sintesi, possiamo dire che nell'impresa industriale il corpo prevaleva sulla mente e in qualche modo l'abbrutiva, ma i rapporti ancora rudi e familistici conferivano spessore e fascino all'anima dell'impresa. Esuberanza del corpo, mortificazione della mente, esaltazione dell'anima.
Nell'impresa postindustriale, invece, il corpo è atrofizzato fin quasi a scomparire con il telelavoro, la mente è diventata ipertrofica, l'anima è vanificata: un'animula vagula, blandula, pallidula, nudula, potremmo dire con Adriano.

Il recupero dell'anima
A questo punto il problema è: occorre recuperare l'anima dell'impresa? E, in caso positivo, come farlo?
Vivere in un contesto dotato di anima è gratificante, coinvolgente, caldo, come sempre è vivere in un gruppo primario. Ovviamente, lavorare in un'azienda dotata di anima era molto più importante quando il lavoro durava tutta la vita. Oggi, nella prospettiva di un ventenne, esso non raggiunge neppure un settimo della sua vita futura. Ma si tratta pur sempre di un settimo particolarmente importante, capace di dare un tono e una consistenza agli altri sei settimi. Dunque, se l'anima di un'impresa presiede alla felicità di chi vi lavora, occorre recuperare quell'anima che l'organizzazione postindustriale ha mortificato a favore della mente. Occorre recuperare emulazione ed emotività, soggettività e solidarietà, etica ed estetica, amicizia, amore e convivialità, leggerezza e gioco. "Nec, ut soles, dabis iocos" dice Adriano: con la morte, l'anima smette di dare gioco, diletto, divertimento, ricreazione, svago, felicità al corpo. Un'impresa fatta di punk in doppiopetto, punti dal demone dell'attivismo, assillati dal lavoro come categoria onnivora, compiaciuti dei loro ritmi stressanti, tesi fino allo spasimo verso l'eliminazione del concorrente, nemici a tutti gli altri e, in fondo, anche a se stessi, è un'impresa senz'anima, senza gioco e senza felicità.
Se è facile comprendere che è indispensabile e urgente recuperare l'anima dell'impresa affinché la sua carenza non affligga i suoi collaboratori e non contagi via via tutto il corpo sociale, molto difficile è tracciare un itinerario che consenta questo recupero. In mancanza di una terapia scientifica, attinente all'universo della precisione tecnica, l'uomo ha fatto sempre ricorso a una terapia mitica, attinente al mondo del pressappoco poetico. In mancanza della tabula, ha usato la fabula. Propongo perciò di fare altrettanto, cercando spunti per una soluzione nella più bella favola di tutta l'antichità classica e, forse, di tutti i tempi: Amore e Psiche di Apuleio, studioso stravagante, taumaturgo, predicatore di dogmi e di misteri, poeta straordinario.

Psiche: l'angoscia della bellezza
Come si sa, la favola Amore e Psiche è inserita nel romanzo Le trasformazioni o L'asino d'oro di Apuleio, vissuto più o meno negli stessi anni dell'imperatore Adriano.
Il romanzo narra le disavventure di Lucio, un giovane assetato di novità e avido di esperienza fino al punto da sperimentare una pozione magica che, sfortunatamente, trasforma le sue sembianze in quelle di un asino, pur lasciandogli la mente e l'anima di un essere umano. La ricerca di un modo per tornare alla normalità è lunga e avventurosa, ma alla fine Lucio riesce a riacquistare le sue umane sembianze.
In una delle tante peripezie, capita al Lucio-asino di ascoltare una fiaba dolcissima con cui una vecchia cerca di distrarre e consolare una fanciulla rapita dai briganti. E' la favola, appunto, di Amore e Psiche, che fa tutt'uno con la più vasta favola di Lucio, alla ricerca di un mezzo per liberarsi della sopraggiunta asininità e riconquistare l'anima della bellezza. (Dunque, è di te impresa che la favola narra).
C'erano una volta un re e una regina, con tre figlie: due belle e la terza - Psiche - bellissima al punto da essere scambiata e adorata come una novella Venere. La Venere doc, quella immortale, se ne adombrò e decise di affidare la propria vendetta al figlio Amore-Cupido-Eros, chiedendogli di indurre Psiche ad innamorarsi pazzamente di un uomo sfortunato, povero, malato, infimo fra i mortali.
Iniziarono così le sventure della bella Psiche. Mentre le sorelle, benché meno belle di lei, furono chieste in spose da due principi, lei rimase zitella, sola e intristita. Il padre interrogò l'oracolo del dio Milesio e questi emise un'implacabile sentenza: esporre la fanciulla sull'alta e brulla cima di un monte dove un terribile drago sarebbe venuto a ghermirla. Il paese intero cadde in lutto e accompagnò con triste, pietoso corteo la fanciulla verso il suo funebre letto di nozze.
Ma, quando Psiche rimase sola, tremante e in lacrime, ecco che Zefiro la sollevò da terra e, col suo soffio leggero, la portò giù giù lungo il pendio, fino a deporla nel cavo di una valle d'erbe e di fiori.
Tutta la favola, come si vede fin qui, e come più ancora si vedrà in seguito, è un alternarsi di fortune e sfortune, di opportunità che si ribaltano in vincoli e di vincoli che si risolvono in opportunità.

L'amante invisibile
Nel prato morbido di rugiadosa erbetta, un bosco fitto d'ombra e nel bosco una magnifica reggia, con uno stuolo di invisibili ancelle e musici soavi. E, a tarda notte, uno sposo invisibile entra nel letto di Psiche, dolcemente la possiede e, prima dell'alba, misteriosamente si dilegua. Sicché Psiche ne rimane incinta.
Ma della recuperata felicità di Psiche, nulla sapevano i genitori che invecchiavano piangendo la loro bella figlia perduta, nulla sapevano le sorelle che di Psiche si erano messe disperatamente alla ricerca.
L'amante, tangibile ma invisibile, mise in guardia Psiche: se avesse accolto le sorelle, la loro pena si sarebbe subito trasformata in competitività e invidia, provocando un grande dolore per lui e addirittura la fine per lei. Ma Psiche, desiderosa di rivederle, con i suoi sussurri d'amore riuscì a ottenne dall'amante il permesso di riceverle.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle, e piansero lacrime di gioia, ma Psiche, fedele alle promesse, non rivelò l'enigma del suo sposo e lo descrisse come un bel giovane dal volto ombreggiato dalla prima barba.
Le due forze che muovono tutta la favola di Apuleio sono l'amore e l'invidia. Le sorelle, dunque, sono rose dall'invidia e macchinano una loro tremenda vendetta. Intanto l'amante invisibile continua a mettere in guardia Psiche: le sorelle la indurranno a scoprire il suo aspetto e, se lei cederà alla tentazione di vederlo, da quel momento non lo vedrà mai più. Il figlio, inoltre, invece di nascere dio immortale, sarà un semplice mortale.
"Ansiosa, Psiche contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per una piccola trafittura, era tanto cresciuto".
Intanto le sorelle insistevano per rivederla e l'amante invisibile rinnovava le raccomandazioni a Psiche, mettendola in guardia contro quelle megere assatanate d'invidia.
Più volte Psiche, facendo ricorso alla seduzione delle sue carezze, estorse all'amante il permesso di rivederle, finché queste non misero in atto il loro piano sciagurato. Conquistata subdolamente la sua fiducia, le insinuarono che l'amante invisibile nient'altro fosse se non il mostro annunziato dall'oracolo: furtivo, orribile, pericoloso, pronto a divorare madre e bambino subito dopo il parto.
Ed ecco l'unica via di salvezza: "Prendi un rasoio molto affilato e nascondilo bene nel letto. Poi, sotto una pentola ben chiusa, poni una lucerna piena d'olio. Quando lui, vinto dal primo sonno, comincerà ad avere il respiro pesante, tu in punta di piedi va a tirare fuori la lucerna e, alla sua luce, impugna senza esitazione l'arma a doppio taglio, alza in alto il braccio e, con tutta la tua forza, stacca al terribile drago la testa dal collo".
La sventurata ci credette e predispose ogni cosa per il delitto. "Ma non appena il lume rischiarò l'intimità del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio che soavemente dormiva".
Questo che il lettore sta leggendo è un saggio, non un romanzo. Sarebbe dunque sconsigliabile indugiare nella rilettura di questo passo sublime. Ma sarebbe pure una barbarie non farlo. Psiche, dunque, "vide la testa bionda e la chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle spalle dell'alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada, e benché l'ali fossero immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse da un palpito".
Fu così che l'innocente Psiche s'innamorò di Amore. Ma la lucerna, a sua volta invidiosa, fece cadere una goccia di olio rovente sulla spalla di Eros, che si destò e, tradito nella sua fiducia, senza dire una parola si involò.

Psiche alla ricerca di Eros
La trama, come si vede, infittisce: Eros riceve da Venere invidiosa il mandato di indurre Psiche ad innamorarsi del più abietto degli uomini. Invece, tradito il mandato, Eros si innamora di Psiche che, a sua volta, indotta dalle sorelle invidiose, tradisce la fiducia e l'amore di Eros.
Forzandone il senso, questa trama può essere assunta come una smaccata allegoria del moderno mondo degli affari, dove spesso si ha fiducia verso chi ci odia, si tradisce la fiducia di chi ci ama, si scambiano per forze costruttive le distruttive perversioni della competitività, dell'invidia, della concorrenza spietata. Con la conseguenza che l'anima dell'impresa regredisce ad animula, i rapporti umani regrediscono a bestiale aggressività, la bellezza degenera in mostri.
Ma torniamo alla favola. Psiche, abbandonata da Eros, si getterebbe disperata nel fiume se non fosse rincuorata dal saggio e provvido dio Pan, che le consiglia di mettersi alla ricerca del suo Amore.
Ma Psiche è furibonda e, per prima cosa, consuma la sua vendetta. Rintracciata la prima sorella, le riferisce che il suo invisibile sposo, scoperta lei in procinto di ammazzarlo, l'ha scacciata urlandole: "Assassina, infame, via dal mio letto. Ora è tua sorella che io sposerò con legittime nozze".
A queste parole, la sorella, eccitata da una pazza libidine e da una malvagia invidia, abbandona il tetto coniugale e fugge verso la rupe fatale dove, invece di incontrare il bel giovane misterioso, si sfracella sulle rocce.
Lo tesso esito Psiche ottiene con la seconda sorella e, esaurita la sua vendetta, si mette in viaggio alla ricerca disperata di Amore che, intanto, si è rifugiato nel palazzo della madre.
Intanto Venere, ignara di tutto, se ne sta a nuotare nel mare, dove un gabbiano pettegolo le riferisce dell'amore di Eros per Psiche. Catturato dal fascino della fanciulla, dice il gabbiano, Eros ha trascurato tutto il resto del mondo, sicché gli uomini hanno smarrito il senso dell'amore, del piacere, della gentilezza, della grazia, dell'amicizia, della convivialità e tutto è divenuto volgare, rozzo, selvaggio, aggressivo.
Venere, furibonda, si precipita in casa. Trovato Eros, lo investe di ogni vituperia, e poi incarica il banditore Mercurio di battere tutti gli angoli della terra per annunciare un premio ("sette dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca") per chiunque avesse consentito la cattura di Psiche.
"Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l'anima in pena, giorno e notte, il suo sposo". In fine si risolverà a presentarsi spontaneamente, umilmente a Venere per cercare di placarne la collera violenta e recuperare, così, il suo perduto amore.
Venere prima la fa torturare a scudisciate dalle sue ancelle Angoscia e Tristezza, poi la picchia personalmente a sangue, quindi la sottopone a quattro successive prove, di crescente difficoltà, nella speranza che la fanciulla ci rimetta la pelle, insieme al frutto d'Amore che reca in seno.
La prima prova consiste nel separare entro l'imbrunire i chicchi di frumento, orzo, lenticchie, ceci e fave mescolati in un unico grande mucchio. Impietosito, il popolo delle formiche corre ad aiutare Psiche e risolve la faccenda.
Allora Venere, inviperita, le ordina di sottrarre qualche fiocco della lana d'oro lucente al vello di un branco di pecore selvagge, rese ferocissime dal calore del sole. Questa volta è una canna che aiuta Psiche a risolvere il problema.
La terza prova consiste nel portare a Venere un'ampolla d'acqua attinta da una cascata inaccessibile, circondata, per di più, da orribili draghi. Questa volta sarà un'aquila ad aiutare Psiche, riempiendo l'anfora per lei.
La quarta prova consiste nel prendere un cofanetto di Venere e portarlo negli inferi a Proserpina, affinché lo riempia con un poco della sua bellezza. Questa volta è una torre parlante a impietosirsi di Psiche e indicarle come superare i mille insidiosi ostacoli per compiere la sua missione nel regno dei morti. La missione avrà successo solo se, una volta che Proserpina avrà riempito il cofanetto con un poco della sua bellezza, Psiche saprà riportarlo a Venere resistendo alla tentazione di aprirlo.
Ma Psiche è donna e non può rinunziare all'idea di accrescere ulteriormente la propria bellezza. Perciò disobbedisce alla raccomandazione della torre parlante e apre imprudentemente il cofanetto. Dentro non v'è altro che un sortilegio di sonno che l'avvolge e la fa cadere addormentata, come morta.

Eros alla ricerca di Psiche
Eros, guarito dalla scottatura e guidato dall'amore per la perduta Psiche, la rintraccia e la risveglia. Poi vola dal padre Giove e, con mille lusinghe, lo implora di intervenire. Giove si commuove e decide di risulvere ogni cosa. Ordina a Mercurio di convocare tutti gli dei e di portare Psiche al suo cospetto. Ammansisce Venere e rende Psiche immortale. Quindi, seduta stante, celebra le nozze e fa servire un sontuoso banchetto nuziale. "Così psiche andò sposa a cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo voluttà.

Il faut cultiver nôtre jardin
Cosa ci insegna questo mito di Amore e Psiche? Ci insegna che l'anima dell'impresa, accoppiata al suo corpo, genera la bellezza e la voluttà, cioè la gioia di lavorare e di vivere. Se un'impresa non è bella nei suoi luoghi, nei suoi prodotti, nei suoi modi di comunicare e di rapportarsi, significa che ha carenza di anima e, prima o poi, vrà carenza di vita.
Ci insegna che l'anima dell'impresa non può consistere nello spirito di concorrenza, nella competitività, nella ricerca spasmodica di un infinito incremento del valore, nell'appiattimento sul profitto. Persino Jeremy Bentham, padre dell'utilitarismo, esorta: "Crea tutta la felicità che sei in grado di creare; elimina tutta l'infelicità che sei in grado di eliminare. Ogni giorno ti darà l'occasione, ti inviterà ad aggiungere qualcosa ai piaceri altrui, o a diminuire qualcosa delle loro sofferenze. E per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu toglierai dai pensieri e sentimenti di un'altra creatura sarà sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima".
Il mito di Amore e Psiche ci insegna che l'anima dell'impresa deve essere giocosa: non deve temere la serenità e la felicità ma, anzi, deve perseguirle con tenace e intenzionale leggerezza, convinta che lavoro, studio e gioco possano valorizzarsi a vicenda ibridandosi.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è minacciata da quattro pericoli: l'eccesso di razionalità (i semi da contare e classificare); l'eccesso di avidità (la lana d'oro da raccogliere); l'eccesso di spregiudicatezza (la cascata a strapiombo su cui sporgersi); l'eccesso di curiosità e di pigrizia (il cofanetto del sonno da non aprire).
Ci insegna che l'anima dell'impresa, quando esiste, non invecchia: resta giovane, curiosa, intraprendente. "Se dipendesse da me - ha scritto Gilberto Freire - non sarei mai pienamente maturo né nelle idee, né nello stile, ma sempre verde, incompleto, sperimentale".
Ci insegna che l'anima dell'impresa, come l'anima umana, è fatta di paura e di ingenuità, di ottimismo e di curiosità, di tenerezza e di intransigenza.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è più del suo corpo e più della sua mente: è sua la vita. E' ciò che vivifica il corpo e la mente, conferendo senso e significato ad entrambi.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è sintesi e contraddizione: ama e diffida, cerca e fugge, osa e si dispera.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è "noità": unione più che separazione, sintesi più che analisi, sentirsi tutt'uno non per la paura dell'ignoto ma per la gioia della convivialità. E' emulazione solidale. E' farsi carico dei problemi universali.
Ci insegna che l'anima dell'impresa può essere insidiata dall'invidia, dalla sfiducia, dalla grettezza, dalla rozzezza.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è creatività: fantasia e concretezza, entusiasmo e visione, identità e universalità, riflessione oziosa e vitalità feconda.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è immaginazione, tensione verso il futuro, rispetto delle radici, responsabilità verso la natura.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è fragile, più delicata del corpo che la contiene. Non è mai costruita una volta per tutte, va coltivata giorno per giorno, teneramente e caparbiamente. Per coltivare l'anima dell'impresa, occorre amarla: solo un profondo amore per l'impresa le conferisce un'anima, rendendola creativa e procreativa.
Come esorterebbe Voltaire: "Il faut cultiver nôtre jardin".

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