Oltre a un corpo, a una mente, a una cultura, l'impresa ha anche
un'anima? Cosa avviene quando la mente dell'impresa prevale sulla
sua anima o quando la sua anima svanisce del tutto? E' possibile recuperarla
e alimentarla?
"Animula vagula, blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos
"
P.Aelius Hadrianus, Imp.
Con cinque versi struggenti, l'imperatore Adriano, il più
umano tra i divini imperatori, ha segnato un culmine nella poesia
universale e un punto di partenza obbligato ogni volta che ci si avventuri
negli itinerari dell'anima.
Esiste l'anima? E in che cosa consiste? E' un appannaggio esclusivo
degli individui o vi è anche l'anima collettiva di una famiglia,
di un popolo, di una generazione? E di un'impresa? esiste l'anima
dell'impresa?
Al contrario, può esistere un individuo, una famiglia, un popolo,
una generazione, senza anima? E un'impresa? può esistere, può
avere senso un'impresa senz'anima?
Adriano sostiene che, separata dal corpo, l'anima diventa piccola,
tenera, diafana, palliduccia e nuda: animula vagula blandula, pallidula,
nudula. E che perde la forza necessaria per conferire all'uomo la
giocosità. L'anima, dunque, unita al corpo, è fonte
di gioco, di allegria. E il gioco è sinonimo di vita.
Ma in che rapporto sono anima e corpo, anima e cervello? Tra il cervello
e l'anima c'è di mezzo la mente, o l'anima è la mente?
Brainware
Intrappolati nella patologica tentazione, alimentata dal progresso,
di considerare la tecnologia come prius e come modello rispetto alla
natura, possiamo azzardare che l'anima stia al corpo come il software
di un computer sta al suo hardware?
Nel nostro caso l'hardware sarebbe un brainware fitto di neuroni e
di reti. Un muscolo - il nostro cervello - cresciuto nel corso dei
millenni, parallelamente alla nostra intelligenza, passando dai 350
grammi dell'Australopithecus ai nostri 1424 grammi e che, grazie al
gioco del caso e della necessità protratto lungo 25 milioni
di anni, ha finito per dotarsi di neuroni ineguagliati per quantità
(tra gli 80 e i 100 miliardi), e di reti neuronali uniche per quantità,
complessità e funzione, capaci - esse sole nell'universo di
tutta la fauna terrestre - di svolgere attività creative, di
ordine scientifico e artistico.
Cervello e mente
Percezione sensoriale, coscienza del tempo, capacità di simbolizzare,
immaginazione, capacità espressiva sono le funzioni svolte
da questo prodigioso software che è la nostra mente e da questo
potentissimo hardware che è il nostro cervello, in cui ogni
singola parte possiede le capacità dell'insieme, grazie alle
qualità olografiche e alla sbalorditiva quantità di
interazioni.
Ma dove finisce l'hardware e dove inizia il software? Nell'attuale
stadio del lungo processo evolutivo, durato diecine di milioni di
anni e tuttora in atto, ci appare solo un po' più chiara di
quanto riuscì a Cartesio la distinzione e il rapporto tra cervello
e mente. Da una parte, un muscolo ben tangibile, che pesa tra i 1200
e i 1800 grammi, composto da mille miliardi di cellule, di cui cento
miliardi sono neuroni, diversamente strutturati con tutti i loro dendriti
ed assoni, i loro neurotrasmettitori, le loro sinapsi, i loro impulsi
che viaggiano alla velocità di 100 metri al secondo, la loro
plasticità e la loro varietà strutturale, funzionale
e molecolare: il cervello, insomma, fatto di cellule che comunicano
tra loro, si organizzano in reti e modificano via via le loro connessioni
in base all'esperienza.
Dall'altra, un'entità impalpabile fatta di memoria, immaginazione,
autoconsapevolezza, apprendimento, intelligenza, creatività,
emozioni, stati d'animo, impulsi, inclinazioni, desideri: la mente,
insomma, che dovrebbe essere frutto del cervello ma che a molti appare
irriducibile al funzionamento di un muscolo, per quanto complesso
esso sia. "Il fegato - ha notato ironicamente Gerald D. Fischbach
- contiene probabilmente 100 milioni di cellule ma mille fegati messi
insieme non producono certo ricchezza di vita interiore".
Questa vita interiore è dotata di una percezione sensoriale
e di una coscienza del tempo e dello spazio; è capace di simbolizzare,
immaginare, parlare, ricordare, creare, auto-organizzarsi, rappresentare
il mondo che ci circonda tramite la letteratura, la pittura, la scultura,
la musica, spiegarlo tramite le scienze esatte e quelle umanistiche.
Nessun uomo è un'isola
Il cervello umano è cresciuto quantitativamente fin quando
il singolo individuo ha dovuto fare affidamento soprattutto su se
stesso per escogitare tutti i metodi di sopravvivenza e per memorizzare
tutte le sue esperienze. Dopo che l'Homo sapiens ha imparato a usare
i suoi simili, le macchine, la scrittura, l'arte, la scienza e le
tecniche per delegare ad altri e ad altro una parte crescente delle
sue funzioni cerebrali, il cervello ha cessato di crescere quantitativamente
perché non ne aveva più bisogno.
Oggi il mio cervello è fatto anche del cervello dei miei collaboratori
e dei miei amici, è fatto dei miei e dei loro libri, dei miei
e dei loro computer, è fatto del mio orologio, del mio telefax,
del mio cellulare, della mia segreteria telefonica, dei miei dischi,
della mia rete internet. Nel bene e nel male, tutto ciò che
creo non da me solo è creato ma da tutte queste persone e da
tutte queste protesi cerebrali.
Mai come in questo campo vale la frase nazionalpopolare di Thomas
Merton "Nessun uomo è un'isola".
Cervello, mente, parola
Per inter-connettersi, questo nostro complesso brainwere ha bisogno
in input di un sistema percettivo capace di incamerare informazioni
dall'esterno; in output, ha bisogno di un sistema vocale e motorio
capace di esprimere le idee e attuare le strategie concepite.
"In principio era la Parola
e la Parola si fece carne"
dice il Nuovo Testamento. Ma la versione prosaica di questa genesi
ci costringe a riconoscere che fu il nostro apparato anatomico a trasformarsi
fino al punto da parlare. E' dunque la carne che si fece parola, non
viceversa. E la parola è molteplice come molteplici sono i
linguaggi.
"Al monologo con mia moglie - diceva Carl Kraus - preferisco
il dialogo con me stesso". Noi siamo in grado di articolare un
dialogo interiore, implicando solo la nostra immaginazione, e un dialogo
esteriore, usando il linguaggio della voce, del corpo, dei profumi,
dei colori, così come le api, per comunicare, usano il linguaggio
dei profumi e delle danze. Ma è la parola il mezzo aureo della
nostra comunicazione in output così come la vista e l'udito
sono i mezzi aurei della nostra comunicazione in input: l'una discontinua,
perché l'occhio è dotato di palpebre; l'altro continuo
perché le orecchie ne sono prive.
Non sappiamo ancora quando, come e perché gli ominidi hanno
cominciato a parlare, distinguendosi definitivamente dagli altri animali.
Tra i fattori genetici e culturali di questa diversità, il
linguaggio può vantare un posto e un fascino particolari, implicando
l'apparato vocale, quello nervoso e quello auditivo. E' in questi
complessi apparati, e nella loro interazione, che occorre cercare
l'origine del nostro modo di comunicare, unico per ricchezza, plurimo
per linguaggi e per lingue.
Come dice Aristotele nella sua Politica: "La natura non fa niente
senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce
indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l'hanno anche
gli altri animali (e, in effetti, qui giunge la loro natura, di avere
la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo
a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che
è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza,
il giusto e l'ingiusto
e gli altri valori".
Mente e anima
Quando parliamo dell'anima di un individuo, intenzionalmente intendiamo
qualcosa di diverso dalla sua mente, cioè dalla sua memoria,
dalla sua immaginazione, dalla consapevolezza di sé, dall'emozione,
dagli stati d'animo, dagli impulsi, dalle inclinazioni, dai desideri,
dall'apprendimento, dall'intelligenza. E persino dalla sua creatività.
Quando parliamo di anima di un individuo intendiamo qualcosa che trascende
queste singole capacità e persino la loro somma aritmetica.
Intendiamo la reciproca interazione di queste singole capacità,
intendiamo la loro sintesi capace di esprimere in forma intangibile
il livello di equilibrio, di bellezza, di etica, di efficienza cui
quell'individuo è pervenuto. Intendiamo ciò che lo fa
individuo e gli consente di essere "persona": non un individuo
qualunque, ma quell'individuo, quella persona, diversa da tutte le
altre.
La mente, insomma, è ciò che ci distingue dagli altri
animali; l'anima è ciò che ci distingue dagli altri
uomini.
L'anima come metafora
E' frequente la tentazione di trasferire a un sistema socio-politico
(come una nazione) o a un sistema socio-tecnico (come un'impresa)
le categorie di cervello, mente, anima che abbiamo dedotto dall'uomo.
Ciò avviene quando diciamo che il nostro paese è una
"patria" o quando diciamo che la nostra azienda è
una "famiglia". Prendiamo ad esempio il Brasile: molte razze,
molte religioni, differenze abissali di clima, paesaggi, usi, lavori
e costumi, eppure un comune denominatore, una "brasilianità"
, un'anima comune, sintesi di sensualità, comunicatività,
accoglienza, intraprendenza.
A prima vista una simile operazione sembrerebbe legittimare l'accusa
di "organicismo" che viene giustamente rivolta a Menenio
Agrippa per il suo famoso apologo o a Leone XIII per un passo altrettanto
famoso della Rerum Novarum ("Come nel corpo umano le varie membra
si accordano insieme e formano quell'armonico temperamento che si
chiama simmetria, così natura volle che nel civile consorzio
armonizzassero tra loro quelle due classi e ne risultasse l'equilibrio").
Ma l'organicismo di Agrippa e di Leone XIII ha una connotazione etica
perché condanna il conflitto come intrinsecamente antisociale
e una connotazione politica perché cela l'intento manipolativo
di addomesticare i poveri e risolverne la conflittualità a
vantaggio dei ricchi. Dire, invece, che l'anima del Brasile è
fatta di sensualità, comunicatività, accoglienza e intraprendenza
è soltanto un modo sintetico, simpatico e persino poetico per
offrire il succo di una ricca letteratura antropologica sulla brasilianità.
Nel nostro caso, dunque, il tentativo di assumere i concetti di cervello-mente-anima
e del loro reciproco rapporto così come sono deducibili dal
sistema biologico della singola persona umana, e applicarli al sistema
socio-tecnico dell'impresa, ha solo uno scopo ludico ed euristico:
giocare con questi concetti per cavarne spunti comparativi e ipotesi
circa il rapporto tra risorse tangibili e risorse intangibili nell'impresa.
Per certi versi, anche l'impresa ha il suo corpo (stabilimenti, uffici,
materie prime, componentistica, archivi, ecc.), la sua mente (strategie,
programmazione, organizzazione, studi e ricerche, pubbliche relazioni
e comunicazioni, rapporti con il pubblico e con la stampa, marketing,
ecc.), la sua anima (clima, immagine, estetica, missione, valori,
coesione, equilibrio, saggezza, emulazione, ecc.).
Cultura e anima
Così intesa, l'anima ha a che fare con ciò che Edgar
H. Schein chiama "cultura" ma per molti versi la trascende.
Schein collega il suo concetto di cultura d'impresa ai problemi che
l'azienda avverte in merito alla sopravvivenza esterna (missione,
strategia, obiettivi, struttura, sistemi, processi, identificazione
degli errori, sistemi di correzione); all'integrazione interna (linguaggio,
concetti comuni, confini e identità di gruppo, natura dell'autorità
e delle relazioni, assegnazione di premi e status); agli assunti di
base più profondi (relazioni umane con la natura, natura della
realtà e della verità, natura umana e delle relazioni
umane, natura di tempo e di spazio).
Ma Shein guarda alla cultura dell'impresa privilegiando la lente del
successo o dell'insuccesso economico del capitale. Io guardo all'anima
dell'impresa privilegiando la lente della felicità o dell'infelicità
umana di chi vi lavora e di chi con essa si rapporta.
Non possono esistere gruppi senza una loro cultura: nel momento stesso
in cui un gruppo nasce, comincia a sedimentare quel suo particolare
patrimonio di idee, di suppellettili, di procedure e costumi che costituisce
la sua specifica cultura. La cultura esiste a prescindere dalla volontà
del gruppo. Dove c'è un gruppo, lì c'è una cultura.
Possono esistere invece gruppi senza anima perché l'anima è
frutto intenzionale di un'azione, di un carisma, di un amore. La cultura
vive per il fatto stesso che vive il gruppo; l'anima invece va alimentata
giorno per giorno, altrimenti appassisce, e con essa sbiadisce la
felicità.
Nella mia concezione, anima è una parola femminile come femminile
è la parola impresa. Anima sopravvive al corpo, è la
sua parte duratura, condivisa anche dagli altri soggetti del macrosistema.
Anima trasforma un gruppo secondario, freddo, strumentale in gruppo
primario, caldo, espressivo. Anima è una presenza viva, emotiva,
amorfa, armoniosa che, a sua volta, conferisce all'impresa vitalità,
unità, profondità, femminilità, fecondità,
emotività, efficacia. Anima è visione e missione rivolte
al futuro, alla procreazione, alla crescita, alla formazione, alla
bellezza. Anima è fantasia, potenzialità, sensibilità,
androginìa, simbolicità. Anima è la madre della
creatività felice.
L'anima postindustriale
Per comodità espositiva possiamo assumere che l'evoluzione
storica dell'impresa moderna ha attraversato due fasi che vengono
in qualche modo evocate da termini correnti come "industriale"
e "old economy" da una parte, "postindustriale"
e "new economy" dall'altra. Il progressivo passaggio dall'una
all'altra fase è stato contrassegnato da un parallelo incremento
della mente dell'impresa a scapito del suo corpo e della sua anima.
Nella fase industriale le aziende erano prevalentemente manifatturiere;
la forza lavoro era prevalentemente operaia, semi-analfabeta, di estrazione
rurale; la tecnologia era meccanica e automatica; il lavoro era di
natura prevalentemente fisica; l'organizzazione era centrata sul controllo,
la razionalizzazione, la standardizzazione, la specializzazione, l'economia
di scala, la sincronizzazione dei processi produttivi, la centralizzazione
dei processi decisionali. Insomma, tutto ciò che va sotto il
nome di taylorismo e fordismo,
In tale fase possiamo dire che il corpo dell'impresa (muscoli, macchine,
materie prime, prodotti materiali) prevaleva sulla sua mente (sapere
organizzativo) e ancora più sulla sua anima (genialità,
personalità, carisma, tenacia dell'imprenditore; solidarietà,
rabbia, lotta dei lavoratori; familismo, paternalismo, spirito di
appartenenza nella comunità).
Poi, man mano, i lavori e i lavoratori intellettuali sono prevalsi
sui lavori e sui lavoratori manuali, l'azienda si è smaterializzata,
le officine hanno ceduto il posto agli uffici e ai laboratori di ricerca.
Nella Manchester dei tempi di Marx gli impiegati rappresentavano appena
il 4% di tutti i lavoratori industriali; nella Philadelphia dei tempi
di Taylor erano saliti al 15%. Il sorpasso dei "colletti bianchi"
sui "colletti blu" avvenne nel 1956 negli Stati Uniti e
poi, via via, in tutti gli altri paesi industrializzati.
Ormai, nell'attuale impresa postindustriale, prevalgono i lavoratori
intellettuali (impiegati, manager, professional, dirigenti); la tecnologia
è prevalentemente informatica ed elettronica; l'organizzazione
marketing oriented è centrata sulla motivazione; i prodotti
stessi sono smaterializzati e consistono prevalentemente in servizi,
informazioni, valori, simboli, estetica.
Nella new economy il processo è spinto agli estremi: la finanza
prevale sull'economia, la velocità prevale sulla riflessione,
il virtuale prevale sul tangibile, il globale prevale sul locale,
la mercificazione si è estesa dai beni materiali a quelli immateriali:
servizi, rapporti, cultura.
In sintesi, possiamo dire che nell'impresa industriale il corpo prevaleva
sulla mente e in qualche modo l'abbrutiva, ma i rapporti ancora rudi
e familistici conferivano spessore e fascino all'anima dell'impresa.
Esuberanza del corpo, mortificazione della mente, esaltazione dell'anima.
Nell'impresa postindustriale, invece, il corpo è atrofizzato
fin quasi a scomparire con il telelavoro, la mente è diventata
ipertrofica, l'anima è vanificata: un'animula vagula, blandula,
pallidula, nudula, potremmo dire con Adriano.
Il recupero dell'anima
A questo punto il problema è: occorre recuperare l'anima dell'impresa?
E, in caso positivo, come farlo?
Vivere in un contesto dotato di anima è gratificante, coinvolgente,
caldo, come sempre è vivere in un gruppo primario. Ovviamente,
lavorare in un'azienda dotata di anima era molto più importante
quando il lavoro durava tutta la vita. Oggi, nella prospettiva di
un ventenne, esso non raggiunge neppure un settimo della sua vita
futura. Ma si tratta pur sempre di un settimo particolarmente importante,
capace di dare un tono e una consistenza agli altri sei settimi. Dunque,
se l'anima di un'impresa presiede alla felicità di chi vi lavora,
occorre recuperare quell'anima che l'organizzazione postindustriale
ha mortificato a favore della mente. Occorre recuperare emulazione
ed emotività, soggettività e solidarietà, etica
ed estetica, amicizia, amore e convivialità, leggerezza e gioco.
"Nec, ut soles, dabis iocos" dice Adriano: con la morte,
l'anima smette di dare gioco, diletto, divertimento, ricreazione,
svago, felicità al corpo. Un'impresa fatta di punk in doppiopetto,
punti dal demone dell'attivismo, assillati dal lavoro come categoria
onnivora, compiaciuti dei loro ritmi stressanti, tesi fino allo spasimo
verso l'eliminazione del concorrente, nemici a tutti gli altri e,
in fondo, anche a se stessi, è un'impresa senz'anima, senza
gioco e senza felicità.
Se è facile comprendere che è indispensabile e urgente
recuperare l'anima dell'impresa affinché la sua carenza non
affligga i suoi collaboratori e non contagi via via tutto il corpo
sociale, molto difficile è tracciare un itinerario che consenta
questo recupero. In mancanza di una terapia scientifica, attinente
all'universo della precisione tecnica, l'uomo ha fatto sempre ricorso
a una terapia mitica, attinente al mondo del pressappoco poetico.
In mancanza della tabula, ha usato la fabula. Propongo perciò
di fare altrettanto, cercando spunti per una soluzione nella più
bella favola di tutta l'antichità classica e, forse, di tutti
i tempi: Amore e Psiche di Apuleio, studioso stravagante, taumaturgo,
predicatore di dogmi e di misteri, poeta straordinario.
Psiche: l'angoscia della bellezza
Come si sa, la favola Amore e Psiche è inserita nel romanzo
Le trasformazioni o L'asino d'oro di Apuleio, vissuto più o
meno negli stessi anni dell'imperatore Adriano.
Il romanzo narra le disavventure di Lucio, un giovane assetato di
novità e avido di esperienza fino al punto da sperimentare
una pozione magica che, sfortunatamente, trasforma le sue sembianze
in quelle di un asino, pur lasciandogli la mente e l'anima di un essere
umano. La ricerca di un modo per tornare alla normalità è
lunga e avventurosa, ma alla fine Lucio riesce a riacquistare le sue
umane sembianze.
In una delle tante peripezie, capita al Lucio-asino di ascoltare una
fiaba dolcissima con cui una vecchia cerca di distrarre e consolare
una fanciulla rapita dai briganti. E' la favola, appunto, di Amore
e Psiche, che fa tutt'uno con la più vasta favola di Lucio,
alla ricerca di un mezzo per liberarsi della sopraggiunta asininità
e riconquistare l'anima della bellezza. (Dunque, è di te impresa
che la favola narra).
C'erano una volta un re e una regina, con tre figlie: due belle e
la terza - Psiche - bellissima al punto da essere scambiata e adorata
come una novella Venere. La Venere doc, quella immortale, se ne adombrò
e decise di affidare la propria vendetta al figlio Amore-Cupido-Eros,
chiedendogli di indurre Psiche ad innamorarsi pazzamente di un uomo
sfortunato, povero, malato, infimo fra i mortali.
Iniziarono così le sventure della bella Psiche. Mentre le sorelle,
benché meno belle di lei, furono chieste in spose da due principi,
lei rimase zitella, sola e intristita. Il padre interrogò l'oracolo
del dio Milesio e questi emise un'implacabile sentenza: esporre la
fanciulla sull'alta e brulla cima di un monte dove un terribile drago
sarebbe venuto a ghermirla. Il paese intero cadde in lutto e accompagnò
con triste, pietoso corteo la fanciulla verso il suo funebre letto
di nozze.
Ma, quando Psiche rimase sola, tremante e in lacrime, ecco che Zefiro
la sollevò da terra e, col suo soffio leggero, la portò
giù giù lungo il pendio, fino a deporla nel cavo di
una valle d'erbe e di fiori.
Tutta la favola, come si vede fin qui, e come più ancora si
vedrà in seguito, è un alternarsi di fortune e sfortune,
di opportunità che si ribaltano in vincoli e di vincoli che
si risolvono in opportunità.
L'amante invisibile
Nel prato morbido di rugiadosa erbetta, un bosco fitto d'ombra e nel
bosco una magnifica reggia, con uno stuolo di invisibili ancelle e
musici soavi. E, a tarda notte, uno sposo invisibile entra nel letto
di Psiche, dolcemente la possiede e, prima dell'alba, misteriosamente
si dilegua. Sicché Psiche ne rimane incinta.
Ma della recuperata felicità di Psiche, nulla sapevano i genitori
che invecchiavano piangendo la loro bella figlia perduta, nulla sapevano
le sorelle che di Psiche si erano messe disperatamente alla ricerca.
L'amante, tangibile ma invisibile, mise in guardia Psiche: se avesse
accolto le sorelle, la loro pena si sarebbe subito trasformata in
competitività e invidia, provocando un grande dolore per lui
e addirittura la fine per lei. Ma Psiche, desiderosa di rivederle,
con i suoi sussurri d'amore riuscì a ottenne dall'amante il
permesso di riceverle.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle, e piansero
lacrime di gioia, ma Psiche, fedele alle promesse, non rivelò
l'enigma del suo sposo e lo descrisse come un bel giovane dal volto
ombreggiato dalla prima barba.
Le due forze che muovono tutta la favola di Apuleio sono l'amore e
l'invidia. Le sorelle, dunque, sono rose dall'invidia e macchinano
una loro tremenda vendetta. Intanto l'amante invisibile continua a
mettere in guardia Psiche: le sorelle la indurranno a scoprire il
suo aspetto e, se lei cederà alla tentazione di vederlo, da
quel momento non lo vedrà mai più. Il figlio, inoltre,
invece di nascere dio immortale, sarà un semplice mortale.
"Ansiosa, Psiche contava i giorni che si succedevano, i mesi
che passavano e nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso
e di quel ventre che, per una piccola trafittura, era tanto cresciuto".
Intanto le sorelle insistevano per rivederla e l'amante invisibile
rinnovava le raccomandazioni a Psiche, mettendola in guardia contro
quelle megere assatanate d'invidia.
Più volte Psiche, facendo ricorso alla seduzione delle sue
carezze, estorse all'amante il permesso di rivederle, finché
queste non misero in atto il loro piano sciagurato. Conquistata subdolamente
la sua fiducia, le insinuarono che l'amante invisibile nient'altro
fosse se non il mostro annunziato dall'oracolo: furtivo, orribile,
pericoloso, pronto a divorare madre e bambino subito dopo il parto.
Ed ecco l'unica via di salvezza: "Prendi un rasoio molto affilato
e nascondilo bene nel letto. Poi, sotto una pentola ben chiusa, poni
una lucerna piena d'olio. Quando lui, vinto dal primo sonno, comincerà
ad avere il respiro pesante, tu in punta di piedi va a tirare fuori
la lucerna e, alla sua luce, impugna senza esitazione l'arma a doppio
taglio, alza in alto il braccio e, con tutta la tua forza, stacca
al terribile drago la testa dal collo".
La sventurata ci credette e predispose ogni cosa per il delitto. "Ma
non appena il lume rischiarò l'intimità del letto nuziale,
agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite
di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio che
soavemente dormiva".
Questo che il lettore sta leggendo è un saggio, non un romanzo.
Sarebbe dunque sconsigliabile indugiare nella rilettura di questo
passo sublime. Ma sarebbe pure una barbarie non farlo. Psiche, dunque,
"vide la testa bionda e la chioma stillante ambrosia e il candido
collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle,
al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva;
sulle spalle dell'alato iddio il candore smagliante delle penne umide
di rugiada, e benché l'ali fossero immote, le ultime piume,
le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse
da un palpito".
Fu così che l'innocente Psiche s'innamorò di Amore.
Ma la lucerna, a sua volta invidiosa, fece cadere una goccia di olio
rovente sulla spalla di Eros, che si destò e, tradito nella
sua fiducia, senza dire una parola si involò.
Psiche alla ricerca di Eros
La trama, come si vede, infittisce: Eros riceve da Venere invidiosa
il mandato di indurre Psiche ad innamorarsi del più abietto
degli uomini. Invece, tradito il mandato, Eros si innamora di Psiche
che, a sua volta, indotta dalle sorelle invidiose, tradisce la fiducia
e l'amore di Eros.
Forzandone il senso, questa trama può essere assunta come una
smaccata allegoria del moderno mondo degli affari, dove spesso si
ha fiducia verso chi ci odia, si tradisce la fiducia di chi ci ama,
si scambiano per forze costruttive le distruttive perversioni della
competitività, dell'invidia, della concorrenza spietata. Con
la conseguenza che l'anima dell'impresa regredisce ad animula, i rapporti
umani regrediscono a bestiale aggressività, la bellezza degenera
in mostri.
Ma torniamo alla favola. Psiche, abbandonata da Eros, si getterebbe
disperata nel fiume se non fosse rincuorata dal saggio e provvido
dio Pan, che le consiglia di mettersi alla ricerca del suo Amore.
Ma Psiche è furibonda e, per prima cosa, consuma la sua vendetta.
Rintracciata la prima sorella, le riferisce che il suo invisibile
sposo, scoperta lei in procinto di ammazzarlo, l'ha scacciata urlandole:
"Assassina, infame, via dal mio letto. Ora è tua sorella
che io sposerò con legittime nozze".
A queste parole, la sorella, eccitata da una pazza libidine e da una
malvagia invidia, abbandona il tetto coniugale e fugge verso la rupe
fatale dove, invece di incontrare il bel giovane misterioso, si sfracella
sulle rocce.
Lo tesso esito Psiche ottiene con la seconda sorella e, esaurita la
sua vendetta, si mette in viaggio alla ricerca disperata di Amore
che, intanto, si è rifugiato nel palazzo della madre.
Intanto Venere, ignara di tutto, se ne sta a nuotare nel mare, dove
un gabbiano pettegolo le riferisce dell'amore di Eros per Psiche.
Catturato dal fascino della fanciulla, dice il gabbiano, Eros ha trascurato
tutto il resto del mondo, sicché gli uomini hanno smarrito
il senso dell'amore, del piacere, della gentilezza, della grazia,
dell'amicizia, della convivialità e tutto è divenuto
volgare, rozzo, selvaggio, aggressivo.
Venere, furibonda, si precipita in casa. Trovato Eros, lo investe
di ogni vituperia, e poi incarica il banditore Mercurio di battere
tutti gli angoli della terra per annunciare un premio ("sette
dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca")
per chiunque avesse consentito la cattura di Psiche.
"Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l'anima
in pena, giorno e notte, il suo sposo". In fine si risolverà
a presentarsi spontaneamente, umilmente a Venere per cercare di placarne
la collera violenta e recuperare, così, il suo perduto amore.
Venere prima la fa torturare a scudisciate dalle sue ancelle Angoscia
e Tristezza, poi la picchia personalmente a sangue, quindi la sottopone
a quattro successive prove, di crescente difficoltà, nella
speranza che la fanciulla ci rimetta la pelle, insieme al frutto d'Amore
che reca in seno.
La prima prova consiste nel separare entro l'imbrunire i chicchi di
frumento, orzo, lenticchie, ceci e fave mescolati in un unico grande
mucchio. Impietosito, il popolo delle formiche corre ad aiutare Psiche
e risolve la faccenda.
Allora Venere, inviperita, le ordina di sottrarre qualche fiocco della
lana d'oro lucente al vello di un branco di pecore selvagge, rese
ferocissime dal calore del sole. Questa volta è una canna che
aiuta Psiche a risolvere il problema.
La terza prova consiste nel portare a Venere un'ampolla d'acqua attinta
da una cascata inaccessibile, circondata, per di più, da orribili
draghi. Questa volta sarà un'aquila ad aiutare Psiche, riempiendo
l'anfora per lei.
La quarta prova consiste nel prendere un cofanetto di Venere e portarlo
negli inferi a Proserpina, affinché lo riempia con un poco
della sua bellezza. Questa volta è una torre parlante a impietosirsi
di Psiche e indicarle come superare i mille insidiosi ostacoli per
compiere la sua missione nel regno dei morti. La missione avrà
successo solo se, una volta che Proserpina avrà riempito il
cofanetto con un poco della sua bellezza, Psiche saprà riportarlo
a Venere resistendo alla tentazione di aprirlo.
Ma Psiche è donna e non può rinunziare all'idea di accrescere
ulteriormente la propria bellezza. Perciò disobbedisce alla
raccomandazione della torre parlante e apre imprudentemente il cofanetto.
Dentro non v'è altro che un sortilegio di sonno che l'avvolge
e la fa cadere addormentata, come morta.
Eros alla ricerca di Psiche
Eros, guarito dalla scottatura e guidato dall'amore per la perduta
Psiche, la rintraccia e la risveglia. Poi vola dal padre Giove e,
con mille lusinghe, lo implora di intervenire. Giove si commuove e
decide di risulvere ogni cosa. Ordina a Mercurio di convocare tutti
gli dei e di portare Psiche al suo cospetto. Ammansisce Venere e rende
Psiche immortale. Quindi, seduta stante, celebra le nozze e fa servire
un sontuoso banchetto nuziale. "Così psiche andò
sposa a cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una
figlia, che noi chiamiamo voluttà.
Il faut cultiver nôtre jardin
Cosa ci insegna questo mito di Amore e Psiche? Ci insegna che l'anima
dell'impresa, accoppiata al suo corpo, genera la bellezza e la voluttà,
cioè la gioia di lavorare e di vivere. Se un'impresa non è
bella nei suoi luoghi, nei suoi prodotti, nei suoi modi di comunicare
e di rapportarsi, significa che ha carenza di anima e, prima o poi,
vrà carenza di vita.
Ci insegna che l'anima dell'impresa non può consistere nello
spirito di concorrenza, nella competitività, nella ricerca
spasmodica di un infinito incremento del valore, nell'appiattimento
sul profitto. Persino Jeremy Bentham, padre dell'utilitarismo, esorta:
"Crea tutta la felicità che sei in grado di creare; elimina
tutta l'infelicità che sei in grado di eliminare. Ogni giorno
ti darà l'occasione, ti inviterà ad aggiungere qualcosa
ai piaceri altrui, o a diminuire qualcosa delle loro sofferenze. E
per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu
troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu
toglierai dai pensieri e sentimenti di un'altra creatura sarà
sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima".
Il mito di Amore e Psiche ci insegna che l'anima dell'impresa deve
essere giocosa: non deve temere la serenità e la felicità
ma, anzi, deve perseguirle con tenace e intenzionale leggerezza, convinta
che lavoro, studio e gioco possano valorizzarsi a vicenda ibridandosi.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è minacciata da quattro
pericoli: l'eccesso di razionalità (i semi da contare e classificare);
l'eccesso di avidità (la lana d'oro da raccogliere); l'eccesso
di spregiudicatezza (la cascata a strapiombo su cui sporgersi); l'eccesso
di curiosità e di pigrizia (il cofanetto del sonno da non aprire).
Ci insegna che l'anima dell'impresa, quando esiste, non invecchia:
resta giovane, curiosa, intraprendente. "Se dipendesse da me
- ha scritto Gilberto Freire - non sarei mai pienamente maturo né
nelle idee, né nello stile, ma sempre verde, incompleto, sperimentale".
Ci insegna che l'anima dell'impresa, come l'anima umana, è
fatta di paura e di ingenuità, di ottimismo e di curiosità,
di tenerezza e di intransigenza.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è più del suo corpo
e più della sua mente: è sua la vita. E' ciò
che vivifica il corpo e la mente, conferendo senso e significato ad
entrambi.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è sintesi e contraddizione:
ama e diffida, cerca e fugge, osa e si dispera.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è "noità":
unione più che separazione, sintesi più che analisi,
sentirsi tutt'uno non per la paura dell'ignoto ma per la gioia della
convivialità. E' emulazione solidale. E' farsi carico dei problemi
universali.
Ci insegna che l'anima dell'impresa può essere insidiata dall'invidia,
dalla sfiducia, dalla grettezza, dalla rozzezza.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è creatività: fantasia
e concretezza, entusiasmo e visione, identità e universalità,
riflessione oziosa e vitalità feconda.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è immaginazione, tensione
verso il futuro, rispetto delle radici, responsabilità verso
la natura.
Ci insegna che l'anima dell'impresa è fragile, più delicata
del corpo che la contiene. Non è mai costruita una volta per
tutte, va coltivata giorno per giorno, teneramente e caparbiamente.
Per coltivare l'anima dell'impresa, occorre amarla: solo un profondo
amore per l'impresa le conferisce un'anima, rendendola creativa e
procreativa.
Come esorterebbe Voltaire: "Il faut cultiver nôtre jardin".