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    Numero 5
 


Claude Henri de Saint-Simon
"L'organizzatore"
testi scelti e commentati da Aris Accornero

 
In caso di disgrazia, per un paese moderno sarebbe peggio perdere d'un colpo tutti i suoi uomini di scienza e d'impresa o tutti i suoi uomini di governo e di Chiesa? Claude-Henry de Saint Simon non ha dubbi.
E voi?

La fortunata definizione di "società industriale" si deve - come è noto - a Claude-Henry de Saint-Simon, conte di Rouvroy (1760-1825), un aristocratico di antico lignaggio che non soltanto rinunciò ad essere nobile ma parteggiò apertamente per la Rivoluzione francese - non sempre da questa apprezzato - agendo per tutta la vita con ricca, umana generosità, perennemente sospinto da un anelito di raziocinio, di riforma, di produttivismo e di libertà. Un personaggio vulcanico e originale, sempre indaffarato e spesso squattrinato: ufficiale, diplomatico, patriota, amministratore, finanziere, commerciante, copista, inventore, educatore, pubblicista, polemista, pensatore, e na-turalmente utopista: con Robert Owen e Charles Fourier, Saint-Simon spicca nella famosa terna di cui, con qualche sufficienza, parlarono Karl Marx e Friedrich Engels nel Manifesto dei Comunisti. A 23 anni Saint-Simon presentò al Viceré del Messico un progetto per tagliare con un canale l'istmo di Panama, a 30 anni cominciò a impegnarsi in operazioni finanziarie, a 35 anni organizzò una rete di diligenze tra Parigi e Bordeaux e progettò un vasto centro commerciale nel bel mezzo della capitale.
Un po' come l'americano Benjamin Franklin, fu un tipo straordinario e un vero talentaccio. In Europa, fu il primo sostenitore e vate dell'industria e dell'industrialismo.
Benché all'epoca la Francia non fosse ancora una nazione molto addentro alla rivoluzione industriale, dichiarò infatti nel 1817: "lo stato di cose più favorevole all'industria è il più favorevole alla società", ben prima che un presidente Usa, un secolo dopo, dicesse assai più grettamente: "quel che va bene alla General Motors va bene agli Stati Uniti".

Saint-Simonismo e tecnocrazie
Saint-Simon è stato l'antesignano di vari filoni del pensiero tecnico-organizzativo-amministrativo che, fra bagliori utopici e venature fideiste, connotarono le élites dell'industria e del-l'economia, da John Babbage a Henry Fayol, dagli ingegneri ai manager, dalle "tecnostrutture" di Galbraith alle "tecnocrazie" di Meynaud.
Fu pertanto il padre putativo delle scuole politecniche e della cultura gestionale. Positivisticamente, sognava una "politica scientifica". E voleva l'istruzione elementare per tutti. Immaginava già allora una "Società Europea", con un solo corpo politico che riunisse nazioni le quali avrebbero mantenuto la propria indipendenza.
Era figlio di un Illuminismo quadrato e coi piedi piantati in terra, che traeva dalla tecnica i propri lumi e le proprie certezze. Fu lui a vivere e a descrivere quel passaggio d'epoca come l'uscita dalla società "teo-logica e feudale" e l'ingresso nella società "industriale e scientifica". Fu lui, prima di Thorstein Veblen, e ovviamente di James Burnham, a immaginare e sognare una "rivoluzione dei tecnici".
E ad anticipare quello che nel 1932 sarà poi definito da Berle e Means, non senza fideismi saint-simoniani, come l'inevitabile passaggio "dalla proprietà al controllo", ridimensionato poi negli anni '70 dall'inopinato riemergere del piccolo imprenditore. Nel suo socialismo utopico, Saint-Simon considerava infatti poco più di un banale impedimento il rapporto di proprietà che lega l'intrapresa al capitalista. (Marx forse pensava a lui quando rimproverava i socialisti perché volevano il capitale senza i capitalisti...).
La componente tecnocratica delle idee saint-simoniane è stata trasmessa a legioni di suoi seguaci - sia consapevoli che inconsapevoli - nei più vari campi del pensiero, non soltanto quello economico-gestionale od organizzativo-aziendale ma soprattutto quello sociale, sempre con un'impronta riformistica o con un taglio pianificatorio. Come ha notato Luca Meldolesi, Marx stesso e ancor più Engels furono dei saint-simoniani.
Non parliamo poi delle élites che patrocinarono svariate forme pianificatorie dell'intervento pubblico: quelle sovietiche capeggiate da Nikolai Bucharin e da Evghenij Preobrazenskij, quelle statunitensi del New Deal di Franklin Delano Roosevelt e quelle italiane inventate dall'IRI negli anni '30 e attuate poi negli anni '50-'60.
I sociologi ricordano Saint-Simon soprattutto perché allevò e protesse Charles Comte, che diventò poi il padre della nuova disciplina, ma bisogna ricordare che il concetto stesso di sistema sociale si deve in qualche modo al primo. Che, oltre a L'organizzatore di cui qui parliamo, scrisse testi di vera analisi e rifondazione sociale come Il sistema industriale, il Catechismo degli industriali, e L'Organizzazione sociale (l'unico neo nell'opera di Saint-Simon è Il Nuovo Cristianesimo, che fa ripiombare il suo sistema di pensiero nella "metafisica", com'era capitato ad altri che in vecchiaia costruirono vaghe e un po' matte teosofie sociali: un limite cui non si sottrasse neppure Comte, con tutto il suo positivismo...).

L'invettiva più liquidatoria
Il brano qui riprodotto apre un ciclo di lettere al pubblico scritte fra il 1819 e il 1820 sotto forma di fascicoli, con il titolo L'organizzatore e con lo scopo di delineare "i princìpi che devono ser-vire di base al nuovo sistema politico" e di "mettere in luce il problema del-l'organizzazione sociale".
Di fatto, attraverso queste missive ai concittadini, Saint-Simon metteva insieme molti elementi di una vera e propria "teoria dell'organizzazione sociale", delineando una visione politico-programmatica per lo sviluppo della società industriale. Il testo, drastico nella sua prosaicità, è l'atto di accusa più definitivo che mai sia stato pronunciato a nome dei ceti operosi balzati a dignità storica con la Rivoluzione francese, contro i ceti oziosi che essa sembrava dover spazzare via per sempre.
L'e-strema ruvidezza dell'at-tacco potrebbe sembrare plebea se l'autore non fosse egli stesso un aristocratico; ma è la sua estrema efficacia ciò che colpisce di più: la tecnica infatti sta nel banale confronto di utilità a cui Saint-Simon sottopone due popolazioni ben individuate: quelle che in un altro scritto aveva chiamato le api e i calabroni.
L'organizzatore arriva a dire che la Francia avrebbe subito una somma disgrazia se avesse perso i suoi 3.000 "pro-duttori essenziali" - i migliori artigiani, scalpellini, muratori, setaioli, artisti, scienziati, banchieri, armatori, negozianti, tipografi, ecc. cioè le classi industriose - mentre non avrebbe ricevuto assolutamente alcun danno dalla perdita di 3.000 suoi aristocratici, di-gnitari, consiglieri, prelati, prefetti, giudici, proprietari terrieri, cioè le classi oziose.
Erano parole così sanguinose che il duca di Berry, erede al trono, denunciò l'autore per ingiurie e sovversione. Saint-Simon si salvò, ma la lettera aperta indirizzata ai giudici viene da loro ritenuta un attacco ai principi costituzionali della monarchia, non ancora cancellata dalla Rivolu-zione.
La società industriale nasce davvero con questo orgoglioso libello, che è l'apoteosi del fare, del produrre, dell'utilità, del valore e di tutti coloro che "costituiscono veramente il fiore della società".

Da L'Organisateur di Claude Henri de Saint-Simon
Supponiamo che all'improvviso la Francia perda i suoi cinquanta migliori fisici, chimici, fisiologi, matematici, poeti, pittori, scultori, musicisti, letterati; i suoi cinquanta migliori meccanici, ingegneri civili e militari, artiglieri, architetti, medici, chirurghi, farmacisti, marinai, orologiai; i suoi cinquanta migliori banchieri, i suoi duecento migliori negozianti, i suoi seicento migliori coltivatori, i suoi cinquanta migliori fabbri ferrai, armaioli, conciatori, tintori, minatori, fabbricanti di panni, di cotoni, di sete, di tele, di chincaglierie, di ceramiche e porcellane, di cristalli e di vetri, i suoi cinquanta migliori armatori, le sue cinquanta migliori agenzie di trasporti, i suoi cinquanta migliori tipografi, incisori, orafi e altri specialisti nella lavorazione dei metalli; i suoi cinquanta migliori muratori, carpentieri, falegnami, maniscalchi, serraturai, coltellinai, fonditori, e le centinaia di altre persone di condizioni diverse, le più abili nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri che sommati assieme formano i tremila migliori scienziati, artisti e artigiani di Francia.
Poiché questi uomini sono fra tutti i Francesi i produttori più essenziali, coloro che forniscono i prodotti più importanti, coloro che dirigono i lavori più utili alla nazione, e che la rendono produttiva nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri, costoro costituiscono veramente il fiore della società francese; sono i Francesi più utili al loro paese, al quale procurano maggiori glorie, permettono di avanzare con maggiore rapidità sulla via della civiltà e della prosperità; nel momento stesso in cui dovesse perderli, la nazione diventerebbe un corpo senz'anima; cadrebbe immediatamente in uno stato d'inferiorità nei confronti delle nazioni con le quali oggi rivaleggia, e rimarrebbe loro inferiore sino a che non avesse posto riparo a questa perdita, fino a che una nuova testa non le fosse ricresciuta.
Per rifarsi da una disgrazia simile la Francia avrebbe bisogno per lo meno di una intera generazione, poiché gli individui capaci di distinguersi nei lavori di una utilità positiva sono vere e proprie eccezioni, e la natura non è affatto prodiga di eccezioni, soprattutto poi di questo tipo. Ed ora facciamo un altra ipotesi.
Ammettiamo che la Francia conservi tutti gli uomini di genio che possiede nel campo delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri, ma abbia la sfortuna di perdere nello stesso giorno, Monsieur il fratello del Re, il duca d'Angouleme, il duca di Berry, il duca d'Orléans, il duca di Borbone, la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, la duchessa d'Orléans, la duchessa di Borbone, nonché Madamigella di Condé. E contemporaneamente perda tutti i grandi ufficiali della corona, tutti i ministri di Stato (con o senza portafoglio), tutti i consiglieri di Stato, tutti i dignitari, tutti i suoi marescialli, tutti i suoi cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari e canonici, tutti i prefetti, i sottoprefetti, gli impiegati nei ministeri, i giudici, e inoltre i diecimila più ricchi proprietari fra coloro che vivono come i nobili.
Questo fatto affliggerebbe certamente i Francesi che sono gente di buon cuore, incapaci di assistere con indifferenza alla scomparsa improvvisa di un numero così grande di loro compatrioti. Ma questa perdita di tremila personaggi, ritenuti i più importanti dello Stato, procurerebbe loro un dolore di carattere puramente sentimentale, non risultandone infatti alcun danno politico per lo Stato. Per prima cosa, infatti, sarebbe facilissimo occupare i posti divenuti vacanti; molti Francesi sarebbero in grado di esercitare le funzioni del fratello del Re altrettanto bene di Monsieur; molti sarebbero in grado di occupare il posto di principe con altrettanta dignità del duca di Berry, del duca d'Orléans, del duca di Borbone; e molte Francesi sarebbero ottime principesse, né più né meno che la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, Madame d'Orléans, di Borbone, di Condé.
Le anticamere del palazzo reale sono piene di cortigiani pronti a occupare i posti di grandi ufficiali della corona; nelle file dell'esercito militano moltissimi ufficiali altrettanto capaci nel comando dei nostri marescialli attuali.
E quanti impiegati valgono i nostri ministri di Stato! Quanti amministratori sono in grado di gestire gli affari dei dipartimenti molto meglio dei prefetti e sottoprefetti oggi in carica!
Quanti avvocati, buoni giuristi come i nostri giudici! Quanti parroci hanno le medesime capacità dei nostri cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari, canonici!
Quanto poi ai diecimila proprietari che vivono come i nobili, i loro eredi non avranno certo bisogno di un lungo apprendistato per emularli nell'arte di fare gli onori di casa. Solo i progressi delle scienze, delle belle arti e delle arti e mestieri possono assicurare la prosperità della Francia; ora i prìncipi, i grandi ufficiali della corona, i vescovi, i marescialli di Francia, i prefetti e i proprietari oziosi non lavorano affatto al progresso delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri; lungi dal contribuirvi non possono che nuocere ad esso, giacché fanno di tutto per prolungare il predominio sinora esercitato dalle teorie congetturali sulle scienze positive; essi nuocciono necessariamente alla prosperità della nazione privando, come stanno facendo, del più alto grado di considerazione che loro compete legittimamente, gli scienziati, gli artisti, gli artigiani; essi vi nuocciono poiché impiegano i loro patrimoni in modi non direttamente utili alle scienze, alle belle arti, alle arti e mestieri; vi nuocciono poiché prelevano ogni anno sulle imposte pagate dalla nazione una somma da tre a quattrocento milioni, sotto forma di stipendi, pensioni, gratifiche, indennità, ecc., a titolo di compenso delle loro attività del tutto inutili alla nazione.
Queste ipotesi mettono in evidenza il fatto più importante della politica attuale, e consentono di coglierlo con un solo colpo d'occhio in tutta la sua estensione; esse dimostrano chiaramente, sia pure in forma indiretta, quanto poco perfezionata sia l'organizzazione sociale; come gli uomini si lascino ancora dominare dalla violenza e dall'astuzia, e come la specie umana (politicamente parlando) sia tuttora immersa nell'immoralità.
Poiché gli scienziati, gli artisti e gli artigiani, i soli dalla cui opera la società trae un'utilità positiva, e che non le costano quasi nulla, si trovano in posizione subalterna rispetto ai prìncipi e agli altri governanti, i quali per parte loro non fanno che uniformarsi, con maggiore o minore incapacità, alle consuetudini.
Poiché i dispensatori degli onori e delle altre ricompense nazionali devono generalmente la loro posizione di predominio soltanto al caso della nascita, alle lusinghe, all'intrigo e ad altre azioni poco stimabili. Poiché coloro cui compete l'amministrazione dei pubblici affari spartiscono fra di loro ogni anno la metà del gettito delle imposte, e non impiegano nemmeno un terzo dei contributi, di cui non si sono impadroniti personalmente, in cose utili agli amministrati. Queste ipotesi dimostrano come l'attuale società sia veramente il mondo alla rovescia. Poiché la nazione ha accolto come principio fondamentale quello che stabilisce che i poveri debbono dimostrarsi generosi nei confronti dei ricchi, e quindi le classi meno agiate rinunciano tutti i giorni a una parte del necessario per accrescere il superfluo dei grandi proprietari. Poiché i maggiori colpevoli, i ladri in generale, coloro i quali spremono tutti i cittadini e li derubano ogni anno di tre o quattrocento milioni, hanno poi il compito di punire i delitti minori contro la società. Poiché l'ignoranza, la superstizione, la pigrizia, l'amore dei piaceri costosi sono l'appannaggio dei capi supremi della società, e gli individui capaci, risparmiatori, operosi vengono impiegati soltanto in funzioni subalterne, come semplici strumenti.
Poiché in ogni tipo di attività, in una parola, sono gli uomini incapaci ad essere incaricati di dare ordini a quelli capaci; dal punto di vista morale, a quelli più immorali viene richiesto di educare i cittadini alla virtù; e da quello della giustizia distributiva, ai grandi rei viene affidata la massima autorità per punire le colpe dei delinquenti minori.
Sebbene questo estratto sia assai breve, ci sembra di aver sufficientemente dimostrato che il corpo politico era ammalato; che la sua malattia era grave e pericolosa; che esso non poteva contrarne di peggiore, dal momento che ne era colpito contemporaneamente nelle sue parti e nell'insieme.


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