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Un'analisi
francese del lavoro verso il 2000
All'inizio degli anni Sessanta, la Francia ha registrato un forte aumento
della sua popolazione attiva, passata da 19,9 milioni a 25,6 milioni
di persone tra il 1962 e il 1996, pari a 5,6 milioni di attivi in più.
Questo aumento dipende essenzialmente dall'arrivo in età lavorativa
dei giovani nati durante il baby boom, il periodo che seguì la seconda
guerra mondiale e che si prolungò fino agli anni Sessanta.
Nell' articolo Le prospettive d'impiego Hugues de Jouvenel, direttore
della rivista, pone il seguente interrogativo: come evolverà la popolazione
attiva durante i prossimi anni? Probabilmente essa continuerà ad aumentare
nella maggior parte dei paesi europei; in Francia sempre sotto l'effetto,
che si va attenuando, dell'evoluzione della fecondità e sotto l'effetto,
che si accentua, dell'aumento del tasso di attività femminile, supererebbe,
secondo le ultime proiezioni disponibili, i 28 milioni di persone nel
2006, data a partire dalla quale, al contrario, la popolazione attiva
comincerebbe a diminuire.
Se la Francia, durante il periodo di grande crescita economica del dopoguerra,
soffrì dell'insufficienza di manodopera, fortunatamente compensata da
un flusso migratorio di popolazione attiva importante (66mila immigrati
attivi in più all'anno dal 1954 al 1962), essa conobbe al contrario,
negli anni '60, un aumento della disoccupazione divenuto drammatico
a partire dal 1974, anno in cui il tasso era del 3%, fino a sfiorare
il 13% nel 1996. Tale fenomeno tocca, a livelli diversi, tutti i paesi
industrializzati: la Francia e l'Italia più degli Stati Uniti e del
Giappone, benché il tasso di attività in questi ultimi paesi sia sensibilmente
più elevato che in Europa.
Ma l'aumento della disoccupazione è inesorabile? Esso è sicuramente
in parte legato agli incrementi di produttività permessi dalle nuove
tecnologie, incrementi diversi a seconda dei paesi. Tuttavia, spiega
de Jouvenel, non si può considerare che questo aumento della disoccupazione
dipenda ineluttabilmente dalla mondializzazione e dalle nuove tecnologie
se si guarda alle comparazioni internazionali tra i diversi paesi.
E' soprattutto sconcertante il contrasto tra gli Stati Uniti e l'Europa:
infatti gli Americani hanno creato 37 milioni di posti di lavoro tra
il 1975 e il 1995 mentre i cinque principali paesi europei messi assieme
hanno creato nello stesso periodo solo 2,4 milioni di posti di lavoro.
Gli americani hanno fatto degli aggiustamenti attraverso i salari;gli
europei attraverso la sottoccupazione. In Francia, tra il 1978 e il
1994, la retribuzione media è aumentata del 20% (quelli che hanno un
lavoro guadagnano sempre di più), mentre il numero di posti di lavoro
non è aumentato.
Durante lo stesso periodo, la retribuzione media negli Stati Uniti è
aumentata solo del 5%, mentre il numero di posti di lavoro è aumentato
del 37%. Il notevole contrasto non è solo tra gli Stati Uniti e l'Europa,
ma è rilevabile anche tra i paesi dell'Unione Europea. Infatti, nel
1997 la disoccupazione raggiungeva il 5,6% nei Paesi Bassi, il 6,2%
in Austria, il 7,6% in Danimarca, mentre saliva all'11,4% in Germania,
al 12,4% in Francia, al 20,8% in Spagna. eppure tali paesi hanno conosciuto
la medesima evoluzione demografica e hanno vissuto gli stessi fenomeni
di globalizzazione e di progresso tecnico.
Il divario è ancora più sorprendente nel momento in cui prendiamo in
considerazione il tasso di occupazione, cioè la proporzione dei soggetti
in età lavorativa che hanno effettivamente un lavoro. Ad esempio, in
Francia questo tasso è passato dal 63,8% nel 1972 al 59,6% nel 1996
quando invece è molto più elevato nei paesi scandinavi, dove non ha
cessato di progredire. (A tal proposito ci saremmo aspettati che l'autore
avesse notato come in Usa, nonostante la vantata creazione di milioni
di nuovi posti, gli occupati erano il 63% della popolazione attiva nel
1989 e sono saliti appena al 63,8% nel 1997).
Questo rivela che la disoccupazione e la sottoccupazione non sono fenomeni
ineluttabili e che dipendono, in Francia, non solo dalle scelte collettive
che sono state fatte, ma anche dalla dinamica d'insieme di quella società.
Per ciò che concerne il fenomeno della sottoccupazione francese, la
Francia non ha creato posti di lavoro in un periodo marcato da un forte
aumento della popolazione attiva: il numero totale di posti di lavoro
è passato da 21,4 milioni nel 1973 a 22 milioni nel 1994, corrispondente
a una creazione netta di solo 650mila unità. Essendo il volume dei posti
di lavoro quasi stagnante mentre la popolazione attiva aumentava rapidamente,
non è sorprendente che il tasso di disoccupazione e di sottoccupazione
sia aumentato.
In uno slancio previsionale Hugues de Jouvenel dice che se si continua
a perseguire la stessa politica, questi fenomeni rischiano di aumentare
fino al 2005-2010. Di conseguenza si continuerebbe ad incoraggiare i
giovani a prolungare gli studi piuttosto che attendere un impiego e
i quinquagenari a lasciare la vita lavorativa sempre prima.
Le disuguaglianze di fronte al lavoro sono, in Francia, evidenti.
Lo testimonia il contrasto tra quei 7 milioni di francesi che dispongono
praticamente di un impiego a vita e i 7 milioni che, al contrario, sono
in una situazione di precarietà. Di fronte a tale situazione si è tentati
di proclamare che bisogna lavorare meno per lavorare tutti: ridurre
il tempo di lavoro per meglio ripartire la scarsezza.
Tuttavia, secondo l'autore, la sfida maggiore sta soprattutto nella
creazione di nuove attività e nella metamorfosi del lavoro. Il periodo
di forte crescita del dopoguerra è stato caratterizzato dallo sviluppo
del lavoro dipendente a tempo pieno e a durata indeterminata: tutti
disponevano dello stesso statuto per lo stesso numero di ore di lavoro,
tutti negli stessi luoghi e alla stessa ora, dal lunedì al venerdì,
dalle 9 alle 18.
I prossimi anni saranno sicuramente caratterizzati dalla forte diversificazione
delle forme di lavoro, per quel che riguarda sia le ore che i luoghi
di lavoro.
Si ragionerà sempre meno in termini di statuto e molto più in termini
di funzione, poiché la questione non è più quella di sapere se le persone
abbiano il titolo di studio quanto di sapere se siano qualificate. A
sua volta la remunerazione dipenderà sempre più dalle prestazioni svolte
rispetto ad un obiettivo da raggiungere. Forse siamo agli esordi di
una nuova era in cui bisognerà abituarsi all'autonomia e al partnerariato.
Ma poiché non tutti gli individui hanno uno spirito imprenditoriale,
la transizione richiederà del tempo, si scontrerà con molte rigidità
e rischierà di causare fenomeni di precarietà ed esclusione che bisognerà
imparare a gestire in modo diverso da come si è fatto finora.
Non si può pensare, quindi, di entrare nel XXI secolo senza cambiare
le nostre abitudini e la nostra organizzazione collettiva.
Finalmente il 2000!
In assoluto, l'anno 2000 non è niente: un intervallo come gli altri
nella storia dell'universo, che non dovrebbe essere intaccata da questo
evento.
Come tutte le date, è solo una convenzione, un continuum logico, il
risultato di un calcolo effettuato nel VI secolo dagli inventori di
un calendario successivamente universalizzato.
Ma poiché le nostre società hanno l'abitudine di marcare i cambiamenti
di data, i compleanni o i fine anno attraverso il festeggiamento, il
2000 non sfuggirà a tale regola, tanto più che, per principio, il conto
alla rovescia per i cambiamenti di secolo è maggiormente carico di emozioni
e significati rispetto a quello degli anni ordinari.
Attesa come occasione eccezionale da festeggiare, la notte del 31 dicembre
1999 dovrebbe costituire l'apice storico in tale ambito. Chi di noi
non ha fantasticato su come vivere questo momento di euforia generale?
Tutto il pianeta sarà interessato dall'evento. Il calendario cristiano
si è imposto in tutti gli scambi internazionali e in seguito all'influenza
culturale dell'Occidente la portata simbolica del 2000 si è universalizzata.
Strettamente legata a certi miti, valori o visioni, quello del 2000
è un appuntamento noto a tutti, che interviene in piena globalizzazione,
nel momento stesso in cui gli uomini acquisiscono la convinzione che
l'avventura va vissuta insieme.
L'evento mondiale e multiforme che si delinea potrebbe costituire una
tappa importante della globalizzazione. Il 2000 è innanzitutto un mito
un po' desueto, nato nel secolo scorso.
Grazie alla magia delle cifre tonde e grazie ad autori come Giulio Verne
o Alberto Robida, l'espressione "anno 2000" si è imposta per simbolizzare
un futuro perfetto, verso il quale avrebbero dovuto condurci i progressi
incessanti dell'umanità. Reso così popolare, esso ha conosciuto il suo
apogeo nell'ottimismo degli anni Cinquanta e Sessanta e ha perduto intensità
dal momento in cui il vero anno 2000 ha cominciato ad avvicinarsi.
Nella cultura popolare, il 2000 occupa un posto del tutto particolare.
Ci riporta all'immaginazione futurista della nostra infanzia, ai sogni
tecnologici dei nostri avi, ingegneri o romanzieri di science-fiction,
che hanno focalizzato su questa data le nostre visioni del futuro. Tutto
e il contrario di tutto è stato scritto sull'immaginario anno 2000,
oltre che in moltitudini di studi di prospettiva, di analisi serie e
discorsi sull'"orizzonte 2000" che hanno alimentato il diffuso fantasma
di un mondo nuovo, sviluppato, migliore. Allora! Oggi l'anno 2000 è
l'occasione per poter comparare i nostri sogni con la realtà. Questo
confronto ha anche una dimensione esistenziale. Cullati da simili miti,
abbiamo riservato un posto particolare a questo momento fatidico. Abbiamo
calcolato sin da bambini l'età che avremmo avuto nel 2000, sperando
sempre di arrivare a vederlo.
Il mito popolare ha fornito a tutti una barriera psicologica, spesso
associata a risoluzioni importanti. Il 2000 diventa un evento per un
bilancio personale e universale; nel prossimo secolo non ci sarà più
un punto di riferimento equivalente. Nelle rappresentazioni che ci facciamo
del tempo e della storia, il 2000 conclude il XX secolo, segnato da
numerosi picchi di genialità e intelligenza e da equivalenti picchi
di barbarie.
Se guardiamo fino a duemila anni indietro, il millennio ci rimanda a
calendari, a grandi leggende fondatrici, alla religione cristiana e,
in un mondo ossessionato dall'urgente e dell'istantaneo, esso illumina
scale di tempo che preferiamo generalmente ignorare. Aperto sul lungo
termine di un nuovo millennio, esso pone delle questioni legate al tempo,
al destino e a ciò che chiamiamo il senso. Sicuramente è una questione
molto ampia quella del cammino che l'umanità ha percorso dai tempi ancestrali
o quella del futuro che attende noi e poi i nostri discendenti. Questioni,
queste, del tutto legittime, in questa fine del secolo inquieta, che
non mancheranno di accompagnare il movimento collettivo di autocelebrazione.
Il superamento della data mitica apre il nostro spirito sul destino
del mondo; gli anni 2000 saranno più spirituali dei precedenti.
Al di là delle paure irrazionali per una fine del mondo imminente, che
celebri predizioni apocalittiche hanno contribuito a creare, le angosce
del futuro conosceranno un ritorno d'intensità. Non a caso la polizia
di Los Angeles si è fornita di un corpo speciale per i suicidi del 2000.
La prospettiva vertiginosa di un futuro di dieci secoli, insopportabile
per certi spiriti fragili, ci interroga in profondità sullo stato reale
del mondo contemporaneo.
Di fronte ai pericoli crescenti che lo minacciano (basti pensare al
futuro ecologico e demografico), essa interpella seriamente la nostra
capacità comune di evitare il caos definitivo. Il 2000 mette tutti di
fronte a questioni essenziali: "le onde della coscienza planetaria si
agiteranno come non mai". Il primo simbolo evidente del periodo che
si apre è il pianeta, l'immagine più generale che ci sia, quella del
nostro comune denominatore. Più facilmente associato ai miti del XIX
e XX secolo che a quelli della Storia Santa, il 2000 è un concetto laicizzato
anche per molti cristiani. Storicamente, infatti, esso non corrisponde
più con esattezza al bimillenario della nascita di Gesù che, secondo
la Chiesa stessa, non sarebbe nato nel corso dell'anno "zero" del nostro
calendario, ma da quattro a sei anni prima. Momento ecumenico, l'anno
2000 non focalizzerà la nostra attenzione su un evento preciso e definito,
come i mondiali di calcio o i primi passi dell'uomo sulla luna, ma su
una moltitudine di eventi: la guerra degli esseri umani contro l'effetto
serra, contro la penuria di acqua potabile, la desertificazione, la
scarsezza alimentare. Altrimenti non ci sarà futuro.
Le soluzioni globali e individuali che permetteranno forse al XXI secolo
di evitare il peggio sono già presenti in questo movimento trasversale
di autocelebrazione, interiorizzato e collettivo. Gli anni del 2000,
autorizzando i cambiamenti nei comportamenti e nei modi di pensare (quelli
che ricordano gli aspetti più nefasti del XX secolo) favoriranno la
diffusione delle pulsioni vitali e dei temi dell'avvenire. Esiste una
coincidenza profonda tra gli anni 2000 e la globalizzazione, tra l'arrivo
del nuovo millennio e l'urgenza sempre più sentita di soluzioni durevoli.
Il superamento di questo traguardo simbolico si produce quando invenzioni
tanto radicali come la clonazione, o scoperte come quelle di pianeti
al di fuori del sistema solare, stravolgono la nostra visione del futuro.
I festeggiamenti senza precedenti del prossimo capodanno e capomillennio
saranno la parte emergente di un movimento di fondo provocato dall'impatto
psicologico di una tale coincidenza. Da questo punto di vista gli anni
2000 sono un'occasione straordinaria e insperata per misurare il desiderio
profondo dell'essere umano di affrontare i pericoli che lo attendono.
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