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Lost in space
Con il definitivo abbandono delle avveniristiche sedi di Los Angeles
e di New York, l'audace esperimento dell'ufficio virtuale si poteva
considerare concluso. In effetti Jay Chiat, forse il pubblicitario più
influente dell'ultimo quarto di secolo, non aveva creduto che le ragioni
emotive dei suoi dipendenti potessero avere un peso così rilevante.
Confidava solo in quella che lui chiamava la privacy della mente. Tuttavia
era fallito per questo motivo il suo tentativo di trasformarli in nomadi
della pubblicità, liberati da stanzini e scrivanie, dotati di telefoni
portatili e PowerBooks ed emancipati da orari e regole da ufficio, in
modo da poter svolgere il proprio lavoro in qualunque posto e in qualunque
ora essi preferissero.
La storia di Chiat e della sua agenzia, la Chiat/Day, è piena di sfide
alle convenzioni del mercato e di successi, tra i quali il più noto
è senza dubbio il lancio dell'Apple Macintosh grazie alla orwelliana
campagna 1984. Tuttavia la crisi che li colpiva nei primi anni '90,
dovuta alle frange postmoderne del business pubblicitario e all'ascesa
di una nuova generazione di creativi, non poteva non provocare una reazione
dirompente.
La pubblicità si trovava davanti a un bivio, ingabbiata nei vecchi paradigmi,
per Chiat. La struttura convenzionale dell'ufficio americano era antiquata
e controproducente. Una rivoluzione era non solo inevitabile, ma addirittura
in ritardo.
Le uniche cose che contavano per lui in quel momento erano l'architettura
e la tecnologia, le uniche in grado di riportare l'attenzione dei clienti
verso la propria agenzia. Il concetto di luogo di lavoro aperto si fondava
sui princìpi dello spazio privato, essenzialmente mentale, piuttosto
che sullo spazio personale; il suo modello era il campus universitario,
dove le informazioni vengono acquisite durante le lezioni e poi rielaborate
in un flusso mentale libero, non condizionato da orari o luoghi prestabiliti.
Il cosiddetto V-Day, l'inizio della nuova era della pubblicità, scattava
così nel pieno scetticismo, nel primo giorno lavorativo del 1994. Nella
sede di Los Angeles Jay Chiat aveva rimpiazzato uffici privati e stanzini
con gruppi di divani distribuiti in grandi aree comuni, con sale per
conferenze, con cupole nelle quali sedere in coppia e fare brainstorming,
con una serie di sculture e con distibutori di dati alle pareti e piccoli
ricevitori sul soffitto, sparsi ovunque, ai quali collegarsi.
I piccoli armadietti in stile high school erano gli unici spazi personali
rimasti ai dipendenti.
Nel frattempo però c'era molto lavoro da svolgere e non era facile per
Chiat correggere i comportamenti conservativi dei propri dipendenti,
completamente disorientati e destabilizzati, senza più riferimenti certi
e senza nemmeno sapere dove andare e dove cercare i propri interlocutori.
Era proibito stanziare per più di un giorno nello stesso posto, lasciare
oggetti personali fuori degli armadietti, lavorare su carta o su dati
che non fossero immagazzinati nel sistema generale di computer.
Le stesse norme e gli stessi princìpi venivano riproposti nel nuovo
ufficio allestito a New York. Progettato dall'architetto italiano Gaetano
Pesce, che condivideva con Jay Chiat la passione per l'utopismo egualitario
e l'avversione per l'austerità nei luoghi di lavoro, esso suscitava
enorme interesse nel mondo del design e diventava addirittura oggetto
di visite guidate. I problemi e le reazioni tuttavia non si fecero attendere.
Dopo sei mesi una controrivoluzione era già in atto, sia nell'ufficio
di Los Angeles che in quello di New York: il lavoro non veniva svolto
a sufficienza, c'erano difficoltà nel semplice processo di cercare una
persona, gli impiegati si sentivano come bambini che marinavano la scuola
e cominciavano a usare i portabagagli delle loro auto come ufficio o
a collocare scrivanie improvvisate nei saloni.
Nonostante i media continuassero ad ammirare l'iniziativa e la risonanza
dell'idea continuasse ad essere enorme, Chiat a metà del 1995 accettava
l'idea di aver fatto male i conti: "le persone erano prese dal panico
perchè pensavano di non funzionare più" e concludeva: "in fondo siamo
ancora abitatori di caverne". L'agenzia veniva venduta a una compagnia
più grande, la Omnicom, che la veniva incorporata in un'altra del stesso
gruppo, la TBWA. Il presidente della nuova società, Bill Tragos, chiudeva
la sede di New York e trasferiva quella di Los Angeles negli uffici
di Plaza del Rey dove ognuno tornava ad avere la propria scrivania e
il proprio telefono.
La nuova cosiddetta Advertising City, era costituita da quartieri, giardini
e perfino un campo da basket; il messaggio adesso non era più quello
di prendere il proprio compito e imboccare una strada, ma piuttosto
quello di considerare l'ufficio come la propria casa e rimanervi finchè
lo si desiderava.
La normalità era stata ripristinata, la TBWA/Chiat/Day è oggi tornata
ai vertici con la campagna Think Different per la Apple e con una serie
di successo per Taco Bell, ma quello di Jay Chiat era stato senza dubbio
"il miglior modo possibile di mettere in pratica una pessima idea".
Lo zen e l'arte dell'organigramma
"I Samurai erano studenti Zen e si battevano con grande abilità
proprio perché coltivavano la pace interiore". E' così che Daniel Goleman,
nell'ultima intervista rilasciata a Wired, spiega il grande interesse
che le sue tesi suscitano in Estremo Oriente.
Daniel Goleman, psicologo formato ad Harvard ed ex redattore scientifico
del New York Times, è autore nel 1995 di Emotional Intelligence, bestseller
internazionale tradotto in più di trenta lingue dedicato all'utilizzo
dell'intelligenza emotiva nell'era della tecnologia.
Così come in Giappone, anche nel resto del mondo Buddisti, Cristiani
ed Ebrei sono particolarmente attratti da Emotional Intelligence e lo
considerano un grande libro sulle rispettive religioni. In realtà il
lavoro di Goleman si fonda sulla scienza, in particolare quella neurologica.
Le eterne questioni di tutte le grandi religioni si legano per lui alla
cosiddetta filosofia perenne, all'evoluzione, alla gestione delle emozioni
distruttive e delle relazioni tra gli uomini, e sono dirette dalla struttura
neurologica di base che governa l'esistenza umana.
Il suo nuovo lavoro Working with Emotional Intelligence va addirittura
oltre le idee manifestate nella pubblicazione precedente, fornendo all'America
delle aziende una sorta di filosofia morale: negli attuali settori tecnici,
sostiene, è necessario sviluppare particolarmente un insieme di abilità
soft per potenziare le proprie competenze interiori. La conoscenza tecnica
ha bisogno di un livello-base, sufficiente per svolgere il proprio lavoro,
ma non è ciò che fa la differenza in termini di performance.
Uno studio dell'Università di Berkeley dimostra, a tale proposito, come
l'intelligenza emotiva sia, nella determinazione del successo professionale
e del prestigio, fino a quattro volte più importante del quoziente intellettivo,
in base all'analisi di un gruppo di studenti di scienza e tecnica dagli
anni '50 ad oggi.
Tuttavia l'aumento delle relazioni telematiche, nella società come negli
ambienti di lavoro, rende le persone sempre più socialmente inabili,
impoverisce il livello medio dell'intelligenza emotiva e indebolisce
quei sistemi di rapporti che fanno funzionare un'azienda. Lo sviluppo
delle competenze emozionali diventa a questo punto fondamentale.
Esse, ritiene Goleman, possono senza dubbio essere apprese, ed è per
questo che vengono individuate delle linee-guida attraverso le quali
le aziende possono formare il proprio personale, evitando peraltro sprechi
di tempo e denaro destinati a soluzioni inadeguate. Naturalmente tali
programmi non costituiscono la risposta a tutti i problemi, visto che
poi bisogna confrontarsi con le realtà del mercato.
Tuttavia le capacità emotive possono influenzare l'atteggiamento con
cui tali realtà si affrontano, soprattutto in caso di difficoltà o di
vera e propria crisi: piuttosto che cedere al panico, negare l'evidenza
è necessario dunque di essere aperti e preparati alle cattive notizie,
prenderne atto pienamente e reagire con prontezza.
Il futuro è nella convergenza
Dopo tre stagioni di continui successi, la NBC, il più vecchio network
televisivo americano, può considerare vinta la sua battaglia per la
convergenza.
La recente acquisizione del polveroso motore di ricerca Snap è stata
soltanto l'ultima mossa di una strategia acclamata da Wall Street come
la più brillante condotta dalle aziende televisive tradizionali. "La
televisione non è agonizzante, è morta".
Questo l'assunto dal quale Robert Wright e Thomas Rogers partivano nell'elaborazione
del loro progetto. La scelta illimitata di intrattenimento, informazione
e transazioni in video, audio e rete, a loro giudizio, stava muovendo
inesorabilmente verso un'unica applicazione, che avrebbe minato l'economia
dei media tradizionali. In effetti per la maggior parte del secolo le
telecomunicazioni hanno goduto di protezioni tecnologiche e normative
che rendevano i network e i loro proprietari delle potenze oligopolistiche.
Oggi, al contrario, le tecnologie convergenti sono illimitate, ubique,
in tempo reale, integrate e personalizzate e frammentano l'audience
in una miriade di pezzi.
Tale incertezza sovverte le regole del mercato dei media, con particolare
riferimento all'aumento della concorrenza. In base a un'indagine della
Rupert Murdoch's News Corporation infatti entro il 2010 la convergenza
di TV e rete fornirà agli utenti una scelta di almeno mille canali,
rispetto all'attuale media di 55: la digitalizzazione, la compressione,
i nuovi collegamenti, e il satellite trasformeranno ogni sito web in
un network televisivo globale. Le ragioni del successo della NBC risiedono
dunque nell'incessante spinta verso una distribuzione variata e alternativa.
Così oggi più di una dozzina di network - analogici e digitali, in Europa,
Asia e Nord America, via etere, cable e rete - portano le ormai anacronistiche
iniziali della National Broadcasting Company.
La strategia della convergenza non è stata tuttavia incentrata unicamente
sulla tecnologia: Wright e la sua squadra sapevano che si trattava di
una combinazione di giochi politici, progetti finanziari e politiche
industriali. L'informazione era il prodotto sul quale puntare: esso
andava ripensato in modo da utilizzare un nuovo approccio al marketing
della comunicazione e della produzione, attraverso la differenziazione
del prodotto.
In occasione dei Giochi Olimpici di Barcellona del 1992 veniva lanciato
un ambizioso esperimento di convergenza: alla copertura dei giochi ad
opera del network venivano affiancati tre canali via cavo. Il cosiddetto
TripleCast, con una perdita di 100 milioni di dollari, non funzionava,
ma allo stesso tempo confermava l'idea che il cable non fosse abbastanza.
La tappa successiva non poteva che essere il digitale.
Il progetto Intercast permetteva così alla teletrasmissione di entrare
nel PC inserendovi simultaneamente le pagine Web relative. Il CD-ROM
Your Portfolio Interactive, lanciato nel 1994, inoltre confermava che
il concetto di flusso dell'audience poteva essere applicato anche ai
nuovi media: lo spostamento non sarebbe più avvenuto da una trasmissione
all'altra, ma da un mezzo all'altro.
L'accordo del 1995 con la Microsoft costituiva un ulteriore e decisivo
passo verso lo sviluppo di una piattaforma distributiva totalmente nuova.
La combinazione di un canale via cavo con la rete era il primo strumento
della NBC per incrementare la presenza in Internet: bisognava però coinvolgere
anche il network, come veicolo per indirizzare il flusso di audience
e per rafforzare la visibilità del marchio NBC. MSNBC Cable e MSNBC
Internet, lanciati nell'estate del 1996, costituivano il primo esperimento
di convergenza su larga scala nell'età della rete. Esistevano tuttavia
dei problemi.
In primo luogo, la qualità della programmazione era senza dubbio al
di sotto degli standard precedenti; il coordinamento delle vendite pubblicitarie
presentava difficoltà ancora maggiori; il modello finanziario del progetto
di convergenza, infine, risultava inefficiente. Proprio quest'ultimo
aspetto, considerato il più importante, veniva risolto grazie all'intuizione
che decretava il definitivo successo della strategia NBC: le questioni
dell'accesso alla rete e del motore di ricerca. Anche in questo caso
veniva applicata la teoria della gestione del flusso di ascolto: era
necessario pertanto semplificare l'accesso alla rete ad un pubblico
in forte aumento, in modo da garantirsi un'audience continua.
L'acquisizione di un motore di ricerca, Snap, era il punto di partenza
verso l'aggregazione dell'intera gamma di prodotti in una singola applicazione.
L'evoluzione in prodotti di nicchia, differenziati in base alle esigenze
dei consumatori, avrebbe poi ulteriormente spinto verso la creazione
di un universo illimitato di offerte in digitale, video e audio alle
quali accedere attraverso un portal generale, indipendente dal contenuto,
e determinato la definitiva affermazione di un modello unico di infotainment.
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