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Può un'organizzazione
risentire delle rivoluzioni esterne tanto da esserne modificata fino
a scomparire? Cos'è che può salvarla dal fallimento? A sentire i capi
delle aziende più globalizzate del mondo sarebbe proprio il carattere
stesso della globalità a salvarle dalle crisi estreme dei mercati in
cui esse operano.
La Shell, l'ottava azienda più internazionale del mondo in base a una
ricerca di Global Finance, asserisce di non avere affatto risentito
del crollo del muro di Berlino o del crollo finanziario della Russia
in seguito al deprezzamento del rublo.
La ABB, quinta azienda più internazionale del mondo in base alla stessa
ricerca, dichiara di aver firmato l'accordo per la fornitura della tecnologia
alla russa Gazprom proprio in piena crisi del rublo. E' dunque dalla
dimensione e dall'esperienza, nonché dalla capacità di sapersi muovere
in contesti culturali diversi, che deriva la forza delle multinazionali
di resistere agli scossoni esterni. Inoltre, in molti casi, più internazionali
si è e più si è destinati a diventarlo grazie alla potenza che deriva
dal fatto di esserlo.
Global Finance ha costruito una classifica delle aziende più globali
al mondo in base a quattro variabili:
· la percentuale del fatturato prodotto fuori dal paese d'origine;
· il numero dei dipendenti fuori dal paese d'origine;
· la presenza diretta nei vari paesi; · un punteggio assegnato dagli
esperti e analisti di settore.
Cosa accomuna le aziende che occupano i primi venti posti al mondo in
quanto a "globalità"? Apparentemente nulla perché fanno parte di settori
differenti:
1 DHL corriere
2 Seagram alimentare
3 Glaxo Welcome farmaceutico
4 Northern Telecom elettronica
5 Asea Brown Boveri infrastrutture
6 Accor alberghiero
7 Bayer chimica
8 Shell energia
9 United Technologies conglomerati
10 Avon Products cosmetica
11 Nissan autoveicoli
12 IBM computers & software
13 KPMG International accounting & consulting
14 Reuters media & entertainment
15 AIG assicurazioni
16 Cable & Wireless telecomunicazioni
17 Citicorp banche commerciali
18 Lufthansa aerolinee
19 IKEA retailing
20 Credit Suisse First Boston banche d'affari
In realtà, a un'analisi attenta, viene fuori che le strategie su cui
queste aziende sono nate e cresciute sono sempre state improntate alla
dinamicità e ad una cultura molto flessibile che ha consentito loro
di dare sempre risposte veloci nei singoli mercati locali aggrediti.
Inoltre l'abilità di usare la tecnologia per ridurre e semplificare
i processi, unita a quella di saper attrarre e mantenere talenti, ha
offerto a queste aziende la garanzia di mantenere alti standard di qualità
in tutto il mondo. Rispetto a quelle del passato, le nuove aziende globali
presentano una loro intrinseca capacità di essere indipendenti da un
qualsiasi Stato sovrano al punto tale che risulta difficile identificarne
la nazionalità. Sembra che, all'avanzata del capitalismo internazionale,
corrisponda una dissolvenza del potere dello Stato.
Per esempio, è difficile identificare in quale posto del mondo la DHL
- prima azienda globale, con una presenza in 227 paesi - fa risiedere
il suo potere decisionale. L'azienda rappresenta oggi una realtà separata
in due grossi blocchi: una americana, la DHL Airways ancora basata a
San Francisco, la città natale; e la DHL International basata a Bruxelles.
Le due aziende operano separatamente sotto l'ombrello della DHL Worldwide,
ma ognuna delle due agisce come unico agente dell'altra. Questa struttura,
scelta all'inizio per ragioni fiscali, ha permesso loro di creare un
network più che un'azienda e ha permesso di sviluppare una medesima
cultura che, sempre secondo i chairmen, permette alla DHL di operare
come un unico team.
Un altro esempio è rappresentato dalla IKEA - al diciannovesimo posto
nella graduatoria di Global Finance - che ha due headquarters, uno in
Svezia e uno in Danimarca. La produzione e il design rimane in Svezia
mentre le attività di franchising vengono gestite dalla Danimarca al
fine di assicurare all'azienda maggiori vantaggi fiscali. Le multinazionali
moderne nascono tra le due guerre mondiali.
Ford, che ne è un pioniere, aprì la sua fabbrica britannica nel 1930.
Ma è dopo la seconda guerra, quando gli USA ne uscirono da veri e propri
leader economici, che le multinazionali statunitensi incominciarono
ad esercitare loro dominio nel mondo.
Un ulteriore grande cambiamento fu provocato poi dalla scomparsa del
comunismo e dall'apertura di nuovi, grossi mercati con le conseguenti
deregolamentazioni. Non a caso è proprio intorno alla metà degli anni
Ottanta che società con grosse ambizioni globali, come la Coca Cola
e la Nissan, compiono il loro grande balzo planetario.
Oggi la Nissan è più globalizzata della Ford o della General Motors
per il semplice fatto che ha il 70% dei dipendenti fuori dal Giappone
(contro il 19% della General Motors) e produce il 50% del fatturato
all'estero (contro il 29% della Ford). A sua volta la Avon è più globale
della Procter & Gamble perché produce il 66% del suo fatturato fuori
dagli Stati Uniti (contro il 50% della Procter) e ha il 77% dei suoi
dipendenti all'estero (contro il 39% della Procter).
Ma il caso eclatante viene dal settore Food & Beverages dove la Seagram
ha battuto la Coca-Cola seppur di poco. Nonostante la Coca Cola sia
presente in 200 paesi, contro i 150 della Seagram, quest'ultima produce
il 97% del suo fatturato all'estero (contro il 66% della Coca Cola)
e ha il 96% dei dipendenti all'estero (contro il 66% della Coca Cola).
Un ultimo esempio riguarda la Lufthansa, che distacca di un bel vantaggio
la British Airways con l'87% di fatturato derivante dall'estero (contro
il 64% della BA) e con il 52% degli impiegati all'estero (contro il
solo 18% della BA).
Nell'era della globalizzazione, tuttavia, nessuno è al riparo dalla
febbre delle alleanze, delle aquisizioni, delle fusioni.
Ogni impresa multinazionale è impegnata in operazioni di alleanze strategiche
nei vari comparti produttivi, contribuendo così a rivoluzionare ulteriormente
l'intero assetto economico del pianeta e a consolidare la tendenza generale
alla globalizzazione.
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