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    Numero 5
 

Giulio Einaudi: un ricordo
Cesare de Seta

 
Ritratto affettuoso di un intellettuale militante a tutto campo, destinato a sopravvivere alla volgare miopia del mercato

Con Giulio Einaudi se ne va una parte grande della cultura italiana e dico grande non solo in termini di prodotto editoriale - sulla cui eccellenza non vale la pena di insistere - ma nel senso più autentico e pieno del termine.
Einaudi è stato un intellettuale militante a tutto campo e la sua casa editrice per molti decenni la punta di diamante dell'industria culturale in Italia. Sono stato autore e consulente dello Struzzo per circa quindici anni, fino a quando lui è stato il vero capitano della nave ancorata in via Biancamano, cioè fino alla grande crisi e all'amministrazione controllata a metà degli anni Ottanta.
Crisi dalla quale lui e lo Struzzo stesso furono travolti e stravolti.
Non intendo con ciò dire di essere stato un amico di Giulio, perché credo che siano pochissimi quelli che si possano qualificare a buon titolo come tali e molti non sono più tra noi, altri si sono allontanati dalla casa editrice dopo quella terribile crisi.
Di Einaudi voglio ricordare un solo episodio, che è nella mia memoria e il cui ricordo mi ha sempre impedito di passare dalla parte, non dico dei suoi acerrimi avversari, ma dei suoi critici che sono divenuti legioni negli ultimi anni.
Le critiche al suo operato di editore e di uomo dalla personalità piena di spigoli possono essere in taluni casi fondate, in altri casi del tutto strampalate: ma ci sono gesti che io non ho dimenticato e che ai miei occhi valgono più di tutti gli errori che un uomo, che ha attraversato il secolo con tanta spavalda intelligenza, può aver commesso.
Nel dicembre del 1980 mi telefonò per chiedermi se il terremoto che aveva colpito Napoli e il Mezzogiorno era davvero quel disastro che si diceva: aveva letto tutto quanto riferivano i giornali e anche qualche mio articolo sul Corriere della sera.
Mi chiese se davvero il centro storico era nelle condizioni che descrivevo. Gli dissi che era vero e che il terremoto di Napoli era un terremoto "freddo", ma non per questo meno grave di quello che aveva devastato l'Irpinia insanguinata di vittime, paure e lutti.
Mi chiese se potevo accompagnarlo per la città: venne giù con la sua auto in compagnia di Nuto Revelli, in Irpinia ci raggiunse Diego Novelli allora sindaco di Torino.
Li condussi per la città. Non c'era ancora stata la terribile scossa di febbraio che mise in ginocchio la città, ma il giro che facemmo a piedi per due giorni interi lo rese sempre più cupo: volle andare a Capodimonte e Raffaello Causa, che aveva chiuso il museo e sbarrato tutti i grandi balconi del palazzo, ci condusse per le sale deserte mostrandoci le ferite più gravi.
Mi chiese se me la sentivo di scrivere un rapporto veloce, da stampare subito, sulle condizioni della città, sui problemi da affrontare immediatamente per la tutela di un centro storico che conosceva meglio di quanto si potesse immaginare.
La città era tutta transenne, barbacani ovunque, chiese sprangate, impalcature di tubi innocenti in ogni dove: soprattutto nei quartieri Spagnoli.
Mi chiese se volevo proseguire con lui in Irpinia dove l'attendeva Manlio Rossi Doria: trascorremmo con questa guida eccezionale alcuni giorni, per me memorabili, fermandoci un po' ovunque. Rossi Doria conosceva questa gente - in ogni paese c'era qualcuno che l'attendeva - ci narrava della natura dei terreni, dei paesi che andavano veramente evacuati e di quelli che dovevano essere ricostruiti, di quello che si poteva fare per il futuro di questa gente puntando sul rilancio dell'agricoltura.
Einaudi aveva un autista dai nervi d'acciaio: "perché vai così piano", "perché corri tanto", "hai visto la neve", "stai attento", "fermati", "rallenta", era un continuo dare prescrizioni: con Rossi Doria, Revelli, e Novelli ci guardavamo interdetti, fidando sulla pazienza di quel bravissimo autista che forse si chiamava Giobbe. Scendemmo in un alberguccio, mangiammo alla tavola dei campi di accoglienza, una sera fummo ospiti alla tavola di un farmacista amico di Manlio, che andava almanaccando, tra sterrati e calanchi, le colture più idonee a questo o quel terreno, convinto che bisognasse puntare sull'agricoltura specializzata e meccanizzata.
Giulio, andando verso Potenza, chiese a Rossi Doria di scrivere qualcosa da stampare subito: in soli due mesi fu stampato quel Rapporto Rossi Doria, distillato del sapere di un meridionalista e un economista agrario che conosceva l'osso del Mezzogiorno come nessun altro. Nel corso di quella settimana, che cadeva a ridosso di Natale, io tornai a casa: mi diede un regalino per le mie figlie, come faceva ogniqualvolta veniva a Napoli e ci si incontrava per motivi di lavoro.
Giulio passò il Natale in tenda con Rossi Doria e i suoi amici torinesi. Rientrato a Torino continuò a tempestarmi di telefonate perché gli inviassi il rapporto sul centro storico: gli dissi che era più urgente scrivere articoli, seguire le vicende giorno per giorno, anche perché non avevo dati sufficienti per scrivere qualcosa che non fosse già più o meno noto. Si arrabbiò moltissimo; mi disse, per ferirmi e senza riuscirci, che ero "un napoletano sfaticato": sapeva benissimo che tra gli innumerevoli difetti che ho non c'è la fannullagine. Tuttavia, in quel terribile dicembre di vent'anni fa, conobbi un Einaudi che non immaginavo potesse albergare nello stesso uomo altezzoso, gelido, a volte supponente e sferzante.
Da allora in poi ogni intemperanza del suo carattere è passata in secondo ordine, ogni impennata con i collaboratori un vezzo del suo carattere di "figlio di papà" con tutti i vizi e i vezzi dei figli di papà. Giulio era un padre amorosissimo: ero amico di Elena, una ragazza bella e intelligente, che, schiacciata dal nome che portava, se ne era andata a vivere a Firenze per morirvi in modo assurdo poco più che trentenne.
Ai funerali, a Firenze, lo vidi arrivare con sua moglie Renata al braccio, indossava un cappotto troppo grande e lui, d'un tratto rimpicciolito, mi parve invecchiato di vent'anni. Questo Einaudi ripiegato sul più privato e straziante dei dolori, questo Einaudi intento a fare qualcosa di serio e di positivo per il nostro Mezzogiorno ferito a morte, l'hanno conosciuto in pochi. Per questo mi è parso utile narrare episodi che non fanno parte della vicenda dell'odiatoamato Principe trionfante.
Dopo la crisi dell'Einaudi i nostri rapporti si erano diradati, anche se sapeva benissimo chi tra i suoi collaboratori si era comportato da Giuda. Ci rivedemmo al convegno per Lalla Romano a Milano e facemmo colazione assieme con Lalla, Cesare Segre e altri amici. "Hai qualcosa per noi?", mi disse: era un suo intercalare, ma feci cadere il discorso.
Qualche anno fa gli spedii un mio dattiloscritto e lui, dopo un paio di mesi: "ho letto solo l'ultimo capitolo - mi scrisse - e mi è piaciuto". Poi, senza dirmelo, l'aveva dato in lettura alla sua fidata "lettrice" Carla Ferrero. Non sapendone più nulla, lo chiamaie lui mi disse che il dattiloscritto era in casa editrice.
Ma lo Struzzo a cui l'aveva trasmesso ormai era tutt'altro animale rispetto a quello che avevo conosciuto, Giulio Einaudi imperante.


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