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Compito della
cultura è di portare il trash della vita quotidiana nel mondo dei valori
con un processo di mimesi più o meno adesivo o distorcente, fino al
surrealismo, assortito dalla formulazione narrativa, nelle cose, di
un giudizio.
Un si o un no riscattato da uno stile impeccabile.
Ma cosa succede oggi, in epoca di marketing, di tutto e pertanto anche
dei valori estetici? Succede che anche qui si afferma la legge economica
del Greshan: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Una corsa al ribasso, sotto l'implacabile spinta delle leggi del mercato
e, nel caso specifico, della tiratura e dei premi letterari. Il virtuale
e il reale o, nel linguaggio tradizionale, l'immaginario ed il concreto,
sono sempre in equilibrio instabile.
Oggi il virtuale domina. E nasce il romanzo-medium, vale a dire costruito
direttamente per un pubblico, pardon!, per un'audience: di corsa, con
quello che si ha sottomano.
Susanna Tamaro è l'ultima espressione del romanzo ottocentesco, artigianale,
pulito e polito, rivisitazione in chiave attuale della grande capacità
affabulatrice di Carolina Invernizio; Alessandro Baricco è un grande
realizzatore di romanzi-medium. Anche per i critici, o, come dice Paccagnini,
per i responsabili delle pagine culturali, il successo di pubblico è
criterio di valore. Gli autori lo sanno, ma, soprattutto, sanno come
fare.
Ispirandosi al peggior Mac Luhan, virtualizzano il messaggio: costruiscono
un testo, attingendo all'immaginario, al linguaggio, agli stilemi di
un'audience. Senza perder tempo con l'elaborazione stilistica e ...
con la grammatica.
Se mi è consentito un neologismo, il virtuema (unità minima di immagine,
scena o sequenza, anche di soli 10 secondi, come in un videoclip) rimpiazza
il narrema.(unità minima di azione narrativa) della testualità tradizionale.
Utile, efficace, indispensabile il virtuema nei generi mediatici, non
risulta ancora testualizzabile, se mai lo sarà, nel racconto.
In TV i bambini parlano come l'idealtipo pubblicitario del bambino -
e per questo sono insopportabili; così come, del resto, le madri, i
padri, i ragazzi-padre e gli amici invitati a cena. Niente di male e
di scandaloso se ogni cosa restasse al suo posto; vale a dire se il
fattuale alla fine non perdesse vigore, esistenza e realtà rispetto
al virtuale.
Alcuni autori contemporanei si sono affrettati ad adottare il linguaggio
più immediatamente accessibile al vasto pubblico, quello cinematografico
e televisivo, e a trasportarlo tal quale sulla pagina scritta.
Anche qui niente di male, quando tali linguaggi siano materiale di un'operazione
letteraria; quando quell'uso sia frutto di una scelta di stile e l'autore
conservi rispetto ad esso la distanza dello sguardo, parlando di quel
linguaggio in un metalinguaggio.
Se così non è, succede che la novella diventa articolo, l'articolo diventa
fumetto, il fumetto diventa poster, il poster diventa graffito, con
un massimo di audience, per finire, il tutto, nell'indistinto borborismo
dei ragazzi del muretto.
Mi sembra che qualcosa di simile sia accaduto con la produzione letteraria
di Alessandro Baricco, superpremiata in Italia e all'estero e oggetto
di culto da parte dei giovani dai 16 ai 22 anni interessati alla lettura
Di fronte al successo i critici diventano prudenti.
Con qualche eccezione: Ermanno Paccagnini e Masolino D'Amico. Resta
il fatto che Baricco piace ai ragazzi che non leggono altra letteratura
e anche alle ragazze cui non piace e a quelle cui piace la Tamaro. La
ragione, credo, risponda al nome di culturalismo, una malattia il cui
virus circola nelle famiglie dove la parola "cultura" viene pronunciata
con discreta frequenza.
Un post-adolescente che nel corso della sua educazione sentimentale
scopre la cultura, preferisce, se non avvertito, quella in scatola,
preconfezionata, a bastoncini, come i filetti Findus. La trova, ad es.
in Oceano Mare: a pag. 101 Baricco ricostruisce in studio, per così
dire, Il Naufragio della Medusa; a pag. 150 ripropone tal quale il suono
e il ritmo di Palazzeschi ... .
Ben inteso, se è cultura, qualcosa non si deve capire e in Baricco le
pagine incomprensibili sono più d'una, così come misterioso rimane l'intero
plot. Interpellati al riguardo, i post-adolescenti rispondono che "non
importa; il racconto è come una canzone e delle canzoni non si afferrano
tutte le parole".
Ed effettivamente la scrittura di Baricco è risonante. Una questione,
questa della seduzione del suono, che aveva colpito Nietzsche: "Gli
uomini possono essere sedotti coi suoni ad ogni errore e ad ogni verità.
Chi può confutare un suono?" (La Gaia Scienza, af. 106) e subito dopo
(af.173) "Chi si sa profondo, si sforza di essere chiaro; chi vorrebbe
sembrar profondo alla moltitudine, si sforza di essere oscuro: la moltitudine
considera profondo tutto ciò di cui non può vedere il fondo". L'ingrediente
decisivo della capacità seduttiva di Baricco sono però gli argomenti
elevati e i personaggi raffinati, così come elevati e raffinati sono
gli arredamenti e i personaggi degli spot televisivi o i problemi della
posta dei lettori al pari delle risposte dell'esperto.
Ne dà un parziale elenco Ermanno Paccagnini: ( Il Sole 24 Ore del 10/3/96):
la misteriosa fanciulla; la moglie che attende; il rapporto con se stessi;
il giardino che rispecchia la propria anima; "l'uomo che assiste alla
propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla" (queste
ultime sono parole dello stesso Baricco).
E naturalmente, sullo sfondo, abbiamo l'arredo del sublime: il mare,
la nebbia, l'edificio diruto... . Il post-adolescente che frequenta
questi "topoi", si sente adulto come quando, vincendo l'iniziale ripugnanza,
beve o fuma.
Ben inteso anche altri - Umberto Eco, ad esempio - sciorinano i loro
materiali culturali (medievali, rinascimentali, dell'illuminismo...),
ma lo fanno con distacco, con sguardo "meta" e non con mano furba. Baricco
lo fa senza leggerezza, senza distacco e sembra crederci. Ma è nello
stile, nel modo della scrittura, la ragione principale del favore giovanile.
Il ritmo cinematografico del dialogo, a frasi brevi, chiuse, senza rimandi;
il montaggio televisivo o, meglio, da videoclip, delle scene.
Queste, peraltro, spesso si perdono nel calderone della storia, anzi
delle storie intrecciate, alla Calvino, ma solo per il montaggio, o
restano un semplice accenno. Non sono "aperture diegetiche" o "semi
narrativi", destinati ad uno sviluppo nel plot, obbedienti, in ogni
caso, al "principio di necessità testuale", in base al quale tutto ciò
che entra nel testo deve avere un suo sviluppo e una sua conclusione.
Riporto un solo passaggio da pag. 4 di Seta. Subito dopo il già ricordato
"Gli uomini che assistono alla propria vita....", si precisa che costoro
"osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare
una giornata di pioggia".
Ora, a parte lo squilibrio di forza semantica tra "osservare" e lo spettacolo,
dato per banale, e quindi debole, della "giornata di pioggia" e a parte
il fatto che la reazione alla stessa dei più è presumibilmente varia,
il nostro Autore nota, nel primo capoverso del paragrafo successivo,
che Hervé Jancour, il protagonista ed osservatore, avrebbe risposto,
se gliel'avessero chiesto, "che la sua vita sarebbe continuata così
per sempre", con inopinata, dal punto di vista narrativo, ferma determinazione
volontaristica, invece che da disincantato o indifferente spettatore.
Il problema della prosa di Baricco è che la sua levità non è sostenuta
da una corrispondente dinamica testuale, come già osservato a proposito
dei "semi narrativi".
Pertanto l'accostamento che è stato proposto con Melville, Stevenson,
Conrad, Céline, Calvino, nonché con il giovanissimo contemporaneo Christophe
Bataille, autore di un Annam, prototipo di Seta, è del tutto superficiale
e certamente strumentale. Le catene iso-allotopiche (persistenza, ripresentazione
e sviluppo di tematiche, pur al variare della superficie del discorso)
sono assenti o sfilacciate.
Le figure, le immagini, pur ricche e varie quanto all'invenzione, sono
messe in pagina per colpire l'immaginario del lettore, non per sfidarlo,
turbarlo, provare a ricodificarlo. Una struttura che, alla fine, sembrerebbe
barocca, ma è rococò. Vedasi Oceano Mare. Già il titolo è un inutile
calco, peraltro di solleticante appeal, di Ocean Sea. In italiano basterebbe
Oceano, più solenne e meno corrivo; forse barocco, ma non barocchetto.
Quanto al testo, diciamo che non si capisce che cosa succede.
Volutamente non c'è plot. E' una lunga sequenza di figure, figurazioni,
immagini ed impressioni, che certamente ricorre, e non infrequentemente
nella produzione letteraria contemporanea. Ma qui il tutto risulta privo
di una matrice unificante. Ciò che resta è un repertorio di immagini
fugaci come in un videoclip. E questa è una prima contaminazione tra
generi e formati. La costruzione dei personaggi è spesso incongrua nel
rapporto soggetto-azione.
Due esempi. In Oceano Mare abbiamo un pittore che dipinge il mare semi
immerso nell'acqua e totalmente nella nebbia. Non vede nulla, anche
perché miope, e, coerentemente, non riporta nulla sulla tela. Una lucida
follia? no: una follia maniacale, priva di interesse umano e di spessore
narrativo; un fatto privato.
Secondo esempio. "Novecento" è il protagonista distaccato, olimpico,
semplice e magico dell'omonima pièce teatrale di Baricco. Ricorda il
dostoieskiano principe Misckin. Novecento, che è un pianista naturale,
viene sfidato a un duello pianistico da un antagonista irridente, prepotente
e volgare, come da copione. "Un duello", si chiede candidamente Novecento,
"e perché?". "Però era curioso" commenta la voce narrante (pag. 37).
Il duello si fa e Novecento, mettendo da parte il suo aplomb, nota del
suo avversario sconfitto: "Ma quello è completamente scemo" (pag. 41).
E dieci righe sotto: "L'hai voluto tu, pianista di merda!".
E tre pagine dopo: "In culo anche il Jazz", la musica dell'avversario.
Distacco e candore hanno, inspiegabilmente dal punto di vista narrativo,
ceduto il passo ad una sprezzante e volgare aggressività. Che piace
ai giovani lettori sia per lo stilema che per il lessico. Il linguaggio
del muretto! Attenzione! Non è che un personaggio non possa mutare atteggiamento.
Non può mutare natura, a meno di una metanoia che deve però essere costruita
narrativamente, mentre nel testo di Baricco non viene per niente tematizzata.
Idem per le parolacce. "Erano le tre del mattino e la città se ne stava
affogata nel bitume della propria notte. Nella schiuma dei propri sogni.
Nella merda della propria insonnia. Eccetera".(Castelli di Rabbia, pag.
38). "Merda" non è il punto di arrivo di un climax; è voce incongrua
ed appiccicata, soltanto corriva al linguaggio post-adolescenziale.
"Eccetera" è voce dell'approssimativo parlato del muretto, ma qui non
in bocca a parlanti del muretto. E' una caduta discorsiva e basta.
A pag. 176 incontriamo un'inutile bestemmia in un passaggio che riporta
le cesure di un componimento in versi, senza però avere il respiro della
poesia. "...- Ben tornato, signor Horeau / cinque metri, non di più
- uno spasimo, una tortura - che si scontrino finalmente, porco D. -
che esploda tutto come un grido / ma non risponde, ...". Inutile versificazione
ed inutile bestemmia.
La licenza più pericolosa per i giovani lettori, se di licenza si tratta,
è però quella grammaticale. "Langlais, un uomo che, dicevano, si chiamava
Adams. Alto, robusto... Avrebbe potuto sembrare un marinaio... "(Oceano
Mare, pag. 56); "Uno si costruisce su grandi storie ... non importa
quanto pazze sono" (ibidem, pag. 90); " ...perché nella sua testa avrebbero
potuto entrare" (Castelli di Rabbia, pag. 95); "C'era un uomo, accartocciato
per terra, nella sua divisa a strisce grigie e marroni" (Castelli di
Rabbia, pag. 225); "Si trovò a fissare la piega dei pantaloni, appena
accennata ma perfetta ... imperturbabile" (Seta, pag. 91); "A Lavilledieu
la gente tornò ad ammirarlo ... Dicevano che era così anche da giovane"
(Seta, pag. 93); "Voglio dire (il tormentone idiosincratico odierno,
mia nota), non c'era mai sceso da quella nave, proprio mai, non era
una palla... (nel senso di fandonia, mia nota) " (Novecento, pag. 32);
"C'aveva un pianoforte là sotto" (ibidem, pag. 35); "...era in mezzo
al mare, quando la terra è solo più luci lontane" (piemontesismo, mia
nota); "La sigaretta era sempre là ... mezza consumata ... Avresti detto
che non aveva voluto cadere per non far rumore ... Si sedette al piano"
(ibidem, pag. 39). Si può far ricorso, ben inteso, al linguaggio a-grammaticale
o sciatto delle parlate popolari o settoriali. Verga, Manzoni, Gadda,
Pasolini, Céline lo hanno fatto.
Ma non in bocca al narratore; o, almeno, non senza un'evidente distanza
metalinguistica. Si può sporcare il proprio linguaggio con i suoni e
le voci della realtà più compromessa con il quotidiano, ma sempre nella
vigilanza autoriale dell'uso e non nel pigro attingere o, peggio, nel
lenocinio del pigro lettore. Pasolini e Céline sono esemplari al riguardo.
Pasolini, nell'introduzione a La Poesia Dialettale del Novecento, a
proposito del Belli e del romanesco, introduce la categoria di "mondo
reale del parlante" e teorizza una "regressione dell'autore nell'ambiente
descritto". In uno scritto del 1951, I Parlanti, chiama questa regressione
"atto d'amore", una mimesi linguistica che "rivela un modo di essere
della realtà prima di descriverla".
Ma, attenzione, quell'autore mimetico mantiene sempre una postura metalinguistica
rispetto a quel mondo reale; non sprofonda in esso; non lo strumentalizza
corrivamente Non è questo il caso di Baricco. Nella sua scrittura abbondano
le trovate stucchevoli, da muretto. In Castelli di Rabbia, a pag. 127,
troviamo lo stucchevole calembour "Le locomotive hanno una memoria di
ferro", seguito dall'osservazione gratuita "Come tutto il resto, d'altronde".
Baricco, come già ricordato, scandisce la sua prosa con degli a capo,
delle pause e dei vuoti tipografici che vorrebbero fare ritmo e che
risultano invece fastidiosi, perché anch'essi gratuiti.
In Seta, pag. 40: "Vide sua moglie Hélène corrergli incontro ... -"Sei
tornato." (a capo) "Dolcemente." (a capo) -"Sei tornato." Trovo in questi
"a capo" una traccia della cosiddetta "addizione ritmica" di Céline
(vedasi Voyage au Bout de la Nuit). Ma mentre lì è costruita sapientemente,
nel Nostro è un ammiccante destrutturazione del testo a consolazione
degli sgrammaticati. Baricco vorrebbe sfiorare le cose con la levità
del suo tocco; rimane soltanto alla superficie o al di qua delle cose.
Vedasi la descrizione del mare in Oceano e le corrispondenti descrizioni
nel Cuore di Tenebra di Conrad.
In Conrad e negli altri autori, cui Baricco è stato accostato, la denotazione
è talmente precisa che da essa nasce, per necessità semantica, la connotazione:
la cosa detta è, allo stesso tempo, poeticamente validata. Al contrario
Baricco va direttamente alla connotazione, con furbesco ricorso, come
già notato in un diverso contesto, alle più triviali espressioni del
linguaggio ordinario come in: "Quella pelle liscia e incredibile" (Castelli
di Rabbia, pag. 27); " ... una stanchezza infinita" (Seta, pag. 59);
"E non sapevo se ero triste o felice da pazzi" (Novecento, pag. 50).
Concludo con le parole di Ermanno Paccagnini su Seta. "Un libro furbo
... sinuosamente ammiccante ... ". E, aggiungo, pericoloso, come i tanti
media che accarezzano un'audience pigra, viziata e inconsapevolmente
pretenziosa. E tuttavia anche il Baricco mediatico e virtuale può avere
una sua utilità, specie per quei giovani che vogliano scoprire cos'è
scrittura e vogliano magari apprendere ad usarla.
Posso consigliare un viaggio tra fonti e modelli, onde il Nostro attinge
a piene mani. Scopriranno che il medium, e forse anche il virtuema,
diventano, nelle mani giuste, messaggio e rivelazione.
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