Worky.it
    Numero 5
 

Il pianeta post-internazionale
Emma Gori*

 
Pressata dalle spinte contrastanti dell'equilibrio e della turbolenza, dell'accentramento e del decentramento, l'organizzazione mondiale ha davanti a sé quattro possibili scenari che aziende e manager non possono ignorare

Una complicazione nel redigere questo scritto nasce insidiosamente dalla molteplicità dei temi da trattare e tutti da inserire in un contesto coerente, creato dall’incastro di suggestivi e drammatici scenari per il terzo millennio.
Nel ventesimo secolo è stato riduttivo concepire l’umanità come una collezione di paesi e tanto meno di relazioni tra i paesi in un mondo che si fa sempre più piccolo e più interdipendente, dove i flussi del cambiamento precipitano in seno alle collettività alterando il concetto occidentale come prospettiva dominante. Tuttavia, il ritratto convenzionale di 197 nazioni viene adottato ancora come punto di riferimento, benché l’umanità sia piuttosto: "Una congerie di relazioni di autorità, alcune delle quali sono contermini con i paesi e con gli Stati e altre invece sono situate all'interno o si estendono al di la dei confini dello Stato".

Partiamo da questa affermazione di J.N.Rasenau per sintetizzarne il libro La turbolenza nel mondo politico: una teoria del cambiamento e della continuità (1990), che il tempo non ha appannato e che può fornire ai lettori di NEXT utili mappe per cartografare il contesto internazionale in cui le imprese si trovano ad operare.
Rasenau preferisce rappresentare il mondo non come un insieme di Stati codificati ma come un collage di molteplici entità sopranazionali, subnazionali e transnazionali, che acquistano sempre più preminenza e autorità. Questa mappa qui di seguito presentata costituisce, appunto, il paradigma post-internazionale di James N. Rosenau con cui è utile interpretare il secolo che sta terminando e quello che sta nascendo.

Un paradigma per il ventunesimo secolo
"Dispiegate ed esaminate il modello degli eventi -ha scritto H.G. Wells - e vi troverete faccia a faccia con un nuovo schema dell’essere, fin qui inimmaginabile dalla mente umana."
Per interpretare il sistema internazionale e per individuarne le anomalie come base di discernimento, esso va prima sottoposto ad una vera e propria ricognizione. Rosenau suggerisce di avanzare sulla base delle prospettive soggiacenti, ponderando la natura della storia e considerando che, negli affari umani e nelle loro comunità, un nuovo paradigma può essere costruito "solo con l’ammissione di discontinuità storiche e di grandi svolte in nuove direzioni"(p.4).

Così, ad esempio, le recenti ondate di autoritarismo in Algeria, in Ruanda, in Messico, in Albania, in Afganistan, nello Zaire, nei Balcani, in Irlanda, in Angola, in Iraq, nei Territori occupati da Israele, in Israele, secondo Rosenau, sono le prime avvisaglie di mutamenti storici di rotta, per cui già la dinamica del cambiamento altera le strutture fondamentali della politica mondiale. Le regole tradizionali di questa politica appaiono ormai obsolete, come del resto la stessa nozione di "relazioni internazionali" di fronte al fatto che "un numero sempre maggiore delle interazioni che sostengono la politica mondiale si esplica senza un diretto coinvolgimento di nazioni o di Stati. Occorre dunque coniare un nuovo termine, che indichi la presenza di strutture e processi, ma allo stesso tempo ammetta ancora un ulteriore sviluppo strutturale. Un'etichetta accettabile potrebbe essere politica post-internazionale"(p.6).

Il termine indica il tramonto di modelli durevoli senza anticipare dove questi cambiamenti possono portare. Indica, inoltre, un flusso ed una transizione pur ammettendo la presenza di strutture stabili; tollera il caos ma insinua la coerenza. Ricorda che la materia "internazionale" non può più essere la dimensione dominante della vita globale. Usato come una stenografia, esso indica i cambiamenti operati dal turbamento globale: la crescente interdipendenza, in cui il lavoro si presenta più specializzato ed il numero dei protagonisti collettivi conseguentemente prolifera; le tendenze centralizzanti e decentralizzanti, che alterano l’identità e il numero dei protagonisti sul palcoscenico mondiale; le mutevoli relazioni che modificano il concetto di autorità fra protagonisti; la dinamica della biforcazione culturale: promotrice di nuovi accomodamenti attraverso i quali i vari protagonisti perseguono le loro méte.

Tra i temi fin qui delineati, tre si presentano particolarmente stimolanti per il prossimo secolo: il primo coinvolge il presente come prossimo punto di rottura storica; il secondo concerne la biforcazione delle strutture macroglobali nel mondo Stato-centrico e nel mondo multi-centrico della politica mondiale; il terzo è incentrato sul microlivello e sull’ipotesi che le capacità analitiche ed emozionali degli adulti siano in aumento.

Sono queste, secondo Rasenau, le forze promotrici della trasformazione globale che, insieme all’esplosione delle tecnologie moderne ed altre fonti, stanno rendendo il mondo sempre più interdipendente. Le lezioni della storia, quindi, non possono più bastare.

Cambiamento turbolento
La dinamica del cambiamento può influenzare le strutture sociali, economiche e politiche che sostengono gli affari mondiali e discernere i più ampi modelli può essere un compito che non paga, se non addirittura impossibile, inducendo ad abbandonare la scena mondiale come troppo caotica ed imprevedibile. Potrebbe sembrare a prima vista inaccettabile ricercare un ordine nel disordine degli affari mondiali, ma la contraddizione è superata quando si riconosce che vi sono implicati due concetti di ordine.

Un primo ordine soggiacente, che permette di organizzare l’indagine svolgendo il ruolo di assunzione organizzativa, è chiamata da Rasenau "Ordine I". Un secondo ordine si incentra sul contenuto e sui modelli della politica mondiale, che guidano il comportamento, rendendolo coeso e ripetitivo. É indicativo che, quando un tale accomodamento crolla o altrimenti subisce una trasformazione, noi parliamo di "vecchio ordine" che cede il posto al "nuovo"(pp.50-51). Questi accomodamenti strutturali sono chiamati da Rasenau "Ordine II".

Se prospettate così le cose, è fondamentale riaffermare l'esistenza dell'Ordine I, offrendo un Ordine II nella politica mondiale che dia un senso all'apparente caos e suggerisca, quindi, una soluzione all'enigma del perché la condizione umana è contrassegnata dalla turbolenza quando ognuno preferisce la tranquillità.

La scena mondiale è segnata da laceranti domande e controdomande via via che i gruppi esprimono aspirazioni alle quali altri rifiutano di accedere. Così sviati da ciò che si osserva, non si concepisce il mondo come un luogo in preda al disordine e non ci si accorge che la turbolenza riflette l'ordine predominante dell'attuale politica globale.

Insomma, ci puo essere un ordine nel disordine, una presunzione di ordine (I) soggiacente e un'osservazione di profonda turbolenza(II). É importante sottolineare che i modelli caratterizzati dalla dinamica dell'Ordine II non sono necessariamente coordinati. La "mano invisibile" che Adam Smith a suo tempo, notò come una dinamica centrale delle economie capitalistiche è il classico esempio di Ordine II non coordinato"(p.51).

Dalle scienze organizzative
Scrive Daniel Bell: "Le abitudini del passato sono state pressanti, anche se l’esperienza precedente invita alla cautela. Il senso del cambiamento sociale è così vivace e i cambiamenti nella struttura sociale sono cosi drammatici che ogni teorico della sociologia di qualsiasi rilevanza ha presente una chiara mappa concettuale del terreno sociale ed un sistema di cartelli indicatori della società futura".

Il concetto di turbolenza, come strumento di analisi, è stato sviluppato, da varie branche disciplinari: dai fisici (inclini a vedere i processi di turbolenza come omnipresenti), dagli ingegneri, dai chimici, dagli economisti e dai teorici della organizzazione. Grazie ai primi, un’ampia letteratura è stata prodotta sulla "teoria della turbolenza" Ma come spiegarne il concetto e l’emergenza di adottare il modello della politica postinternazionale? La domanda trova una risposta appropriata nelle Scienze Organizzative che mettono in chiaro come tale concetto può essere utilmente applicato dalla politica mondiale.

L'interesse della teoria organizzativa per la turbolenza nasce dalla necessità delle organizzazioni di dover affrontare sempre più le spinte verso una maggiore interconnessione tra gli attori nel loro ambiente. Tale interconessione tende a fluttuare più frequentemente e rapidamente in una condizione dove: "La crescente complessità e dinamicità della società moderna si sposta da uno stadio di sviluppo industriale ad uno postindustriale".

La teoria organizzativa, ricorda Rosenau, si affida ad un modello di organizzazione che identifica la turbolenza come condizione a cui essa deve far fronte quando il suo contorno è caratterizzato da un alto grado di complessità e dinamismo. In questa formulazione, l'alta complessità non è un sinonimo di eventi o di spinte che si presentano difficili da interpretare; essa si riferisce, piuttosto, a "quel disordinato numero di protagonisti residenti nel contorno e a quell'esteso grado di interdipendenza tra di loro che fanno si che il contorno appaia denso (anziché rado) di strati causali. Ed è proprio questa densità in grado di creare uno scuotimento incessante, che si ripercuote nei suoi stessi sistemi, cioè quando numerose micro-azioni culminano in macro-risultati che stanno fuori dal funzionamento normale del sistema" (p.60)

La genesi della turbolenza politica, non è negli individui e tanto meno nelle collettività, piuttosto si riproduce quando l'alto dinamismo dei primi interagisce con 1'alta complessità delle seconde, creando una circostanza nuova alla quale tutti gli attori si devono adattare.

E ancora una volta possono essere di aiuto le linee direttrici della teoria organizzativa, che identifica tre dimensioni caratterizzanti la complessità negli ambienti: il numero degli attori sociali, le loro diversità ed indipendenza, nonché le loro interazioni. Su queste dimensioni non è possibile il controllo organizzativo: 1’ambiguità e l'incertezza sono elementi che continuamente lo coinvolgono.

L'azione razionale e le energie sociopolitiche, necessarie entrambe a gestire tale sitazione, sono attività così antitetiche l'una all 'altra che 1'una può essere incrementata solo a spese dell 'altra.

Cambiamenti parametrici
Se sin qui si può arguire che la turbolenza ed il cambiamento sono sempre stati attivi nella politica mondiale, un'altra caratteristica della turbolenza politica è nel cambiamento parametrico. "Solo quando i parametri basilari della politica mondiale, cioè quelle costrizioni limitative che danno forma e delimitano le fluttuazioni delle sue variabili, sono inghiottite da un'alta complessità e da un alto dinamismo, solo allora si considera stabilita la turbolenza"(p.10). Essendo dei limiti, i parametri sono normalmente stabiliti. Essi rendono possibile la continuità della vita politica, dei protagonisti individuali e collettivi da un giorno al successivo e da un'era a quella che viene dopo. Perciò, quando gli orientamenti, le capacità, le relazioni e le strutture che hanno sostenuto i parametri della politica mondiale cominciano a sgretolarsi, la corsa degli eventi volge necessariamente verso la turbolenza.

Le tre dimensioni della politica mondiale concettualizzate con i loro parametri principali sono: il parametro strutturale, che esprime la costrizione implicita, esercitata dal potere tra e nelle collettività del sistema globale; il parametro delle capacità, che opera al micro livello degli individui; il parametro relazionale che riguarda la natura delle relazioni autoritarie che predominano tra gli individui al macro livello e nelle macro-collettività.

Questi tre parametri stanno subendo oggi una trasformazione così intensa da portare la turbolenza nel sistema internazionale a livelli mai visti prima. É qui, comunque, il caso di sottolineare che le condizioni di turbolenza della politica postinternazionale non devono essere paragonate a quelle della violenza, anche se 1'incertezza puo favorire la possibilità di conflitti armati. La turbolenza può dominare in seno alle comunità, ai mercati, alle organizzazioni ed alle alleanze senza che i loro conflitti portino inevitabilmente all'uso delle armi.
Si studia la turbolenza per rispondere all'incertezza, ai cambiamenti portati dalla tecnologia e da una interdipendenza in continua espansione; la guerra non è che una di queste risposte.
Tra le forze all'opera che guidano le trasformazioni parametriche per il prossimo millennio, cinque sono senza dubbio quelle più rilevanti: la prima implica il passaggio da un ordine industriale ad uno postindustriale e focalizza la dinamica delle tecnologie associate con la rivoluzione microelettronica, che ha reso le distanze più brevi, le informazioni più rapide e pertanto 1'interdipendenza delle persone e degli eventi tanto più grandi; la seconda riguarda l'emergenza dei fatti come l’inquinamento atmosferico, il terrorismo, la droga, l’AIDS, ossia la maggiore interdipendenza del mondo con la sua portata transazionale dei fenomeni; la terza concerne la ridotta capacità degli Stati e dei governi a proporre soluzioni soddisfacenti alle domande politiche non più di loro completa giurisdizione perché intrecciate con altre componenti internazionali; infine la quarta favorisce la tendenza alla decentralizzazione e al gruppismo a causa dei-sub sistemi che hanno una coerenza, un’efficienza ed una corrispondenza più grande. Infine, il dinamismo tecnologico è stato decisivo nell ‘era postindustriale: gli sviluppi in agricoltura, nella genetica, nei trasporti, nei mezzi di comunicazione, nell’elaborazione delle informazioni hanno ridotto le distanze sociali e quelle geografiche trasformando anche la distribuzione di risorse naturali.
Ognuno di questi sviluppi ha reso più indipendente e interattiva la popolazione mondiale ed il suo il rapido aumento ha alimentato il grado di complessità dei tre parametri, che in ugual misura contribuisce alla proliferazione organizzativa.

Le dinamiche centralizzanti e decentralizzanti sono comunque operanti nel mondo simultaneamente e, di conseguenza, in continua tensione. Le tendenze verso la decentralizzazione nascono da una più grande interdipendenza dei popoli, dei gruppi, delle economie e dei Paesi che hanno creato una serie di nuove istanze, note come "istanze di interdipendenza". Esse sono, ad esempio, i cambi monetari non equilibrati, i debiti del Terzo mondo, il terrorismo, l'inquinamento atmosferico, 1’AIDS, il commercio della droga.
Queste sono soltanto alcune delle fonti che hanno determinato la complessità e la turbolenza della politica mondiale e ciò è accaduto man mano che 1'ordine postindustriale si sollevava contro le abitudini del tempo in cui le norme e gli impulsi erano semplici e stabili.

Un nuovo paradigma: il mondo biforcato
Scrive L.H. Lapham: "Logorando 1'autorità dello Stato centralizzato, le nuove tecnologie hanno spostato il luogo dell'azione decisionale a più concentrazioni d'intelletto e di volontà. Queste organizzazioni minori possono essere definite come corporazioni transnazionali, come città Stato mercantili (Singapore, Taiwan, Hong Kong), come movimenti militanti (Olp, Ira), perfino come individui così intransigenti come Manuel Noriega e Muammar Gheddafi, come i comandi-carro armato israeliani, come i trafficanti di droga colombiani, come i deposta africani, come gli assassini turchi e i terroristi libanesi. Finora nessuno ha disegnato una mappa che specchi il nuovo ordine."

A loro volta,T. Rurns e H. Flam hanno affermato che "La società moderna non ha un singolo designer, né un design complessivo e coerente. Vi sono molteplici fonti di principi organizzativi, regole e politiche, molte delle quali sono in concorrenza con o contraddicono le altre. Le spinte a cambiare sono molte e diverse. Vari gruppi ed istituzioni, produttori di norme perseguono propri interessi, visioni e modi di sviluppo della conoscenza, che rendono deboli il coordinamento e 1'integrazione tra i vari processi di produzione delle norme, e degli agenti. Chiamano questa condizione incoerenza strutturale."

Rosenau, con queste due citazioni, delinea una mappa del nuovo ordine mondiale per sostenere la concezione del mondo biforcato, descrivendolo empiricamente con la prima e costruendolo astrattamente con la seconda.

Il paradigma del sistema Stato è ormai superato, occorre dunque indicare un'alternativa, con la quale si possa valutare una nuova forma di ordine mondiale sia pure strutturalmente non coesiva.

Occorrono nuovi principi organizzativi per comprendere le basi politiche della vita globale. Le dinamiche del postindustriale stanno simultaneamente alimentando le tendenze centralizzanti e decentralizzanti nella vita globale, annullandosi alcune anche a vicenda, mentre molte altre circoscrivono le nazioni-Stati ed il sistema internazionale che hanno sostenuto per svariati secoli. Nascono così presunzioni durevoli che permettono cambiamenti parametrici, nei quali si discerne: ".... un nuovo mondo multi-centrico che sfida, rivaleggia, ignora o in qualche modo coesiste a fianco - subordinato superordinato- del mondo Stato-centrico storico. Il risultato è un paradigma che né insidia e né nega un modello Stato-centrico, ma lo salvaguardia da un più ampio contesto, che colloca gli attori vincolanti dalla sovranità o liberi dalla sovranità come abitanti di mondi separati che interagiscono in modo tale da rendere la loro coerenza possibile"(pp.246-247).

Come periodo in cui si è vericata la biforcazione del sistema mondiale può essere indicato, approssimativamente quello che corrisponde agli anni ‘50 e che ha toccato il suo apice intorno gli anni ‘60. Tuttavia, nessun evento particolare può essere citato come il punto in cui le trasformazioni hanno raggiunto la loro punta massima. Le origini si possono far risalire agli anni successivi alla seconda guerra mondiale con lo smembramento degli imperi britannico e francese e con l’acquisizione dell’indipendenza di molte colonie, prima l’India nel 1947. Il diffondersi di questo processo è riflesso ulteriormente nella crescita delle Nazioni Unite. Gli antecedenti immediati della turbolenza risalgono a subito dopo la seconda guerra mondiale con il blocco di Berlino del 1948. Il sistema statale si è formato in un serrato bipolarismo con due superpotenzetenze: USA ed URSS, che esercitavano stretti controlli sui rispettivi blocchi. Negli anni '50 la Cina si dissociò dal blocco sovietico, la Francia si allontanò da quello statunitense, il Terzo mondo aveva inziato a percepire la sua potenzialità di paese neutro. Negli anni ‘90 con la caduta del muro di Berlino si profila un’organizzazione mondiale che sfocia in un mondo a struttura biforcata, ovviamente meno coesivo e strutturato del mondo Stato-centrico. Esso è non solo decentralizzato ma soprattutto anarchico, non essendo coperto da un governo mondiale. Minima è comunque questa anarchia confrontata al caos che caratterizza il sistema multicentrico, dovuto alla decentralizzazione..

Dalla politica postinternazionale deriva un incentivo all'azione congiunta. Questo è evidente soprattutto nel mondo Stato-centrico: gli Stati più direttamente interessati hanno cercato di superare i loro conflitti cooperando, come nella guerra del Golfo del ‘91. Analoghi atteggiamenti si sono riscontrati nei protagonisti del mondo multi-centrico con il caso di Chernobyl, che minacciava il suo "Ordine II".

Relazioni rivisitate
Quando subentra la turbolenza, le abitudini cominciano a sgretolarsi e le premesse di sottomissione diventano poco chiare, instabili e aperte a contrattazioni.

Il postinternazionale è caratterizzato dall'instabilità su scala mondiale dei rapporti di autorità in crisi, da un confronto ostile determinato dall'inquietudine, dalla violenza o dall'alienazione, che culmina poi in una sottomissione al micro-livello ed in una incapacità di intraprendere un'azione efficace al macro-livello. La politica postinternazionale è così contrassegnata in ogni parte del mondo da crisi di autorità, che pur non collegate ad un'unica fonte mondiale, non dimeno sono isolate ed indipendenti 1'una dall'altra L'interdipendenza mondiale genera: "... delle reti di crisi, che si evolvono quando 1'informazione su una crisi in una collettività si riversa nelle altre e quando le sue conseguenze si ramificano. In virtù dei flussi di informazione e dell'interazione generata dai profughi, dai rifugiati, dai commercianti, dai terroristi o da altri individui e gruppi che attraversano le frontiere, le crisi di autorità si sovrappongono attraverso le collettività formando legami tra di loro su una questione o su una base regionale"(p.390).

Così, le crisi generate dall'ultima guerra nel Golfo e nei Balcani hanno riversato i loro effetti in tutto il mondo; una crisi di autorità in Perù o nei Caraibi porta al mancato pagamento del debito estero, considerato emulabile da altri paesi; la glasnost nell'Unione Sovietica generò quesiti sulla legalità della sua supremazia sull'Europa Orientale; un sovvertimento nelle Filippine scuote la politica della Corea del sud e lascia delle tracce sul suo effetto in Pakistan.

In questo senso una crisi globale di autorità crea conflitti negli affari mondiali ma soprattutto cambia i rapporti sottostrutturali e duraturi, sui quali le collettività convogliavano le loro energie ed intese.

Prima dell'avvento delle turbolenze globali, negli anni ‘50, le azioni venivano promosse e sostenute attraverso rapporti stabili e stabiliti, gerarchici e radicati profondamente. I modelli che esistevano a livello globale piu "laterali" e meno coerenti erano caratterizzati da politiche estere intraprese da attori ad hoc che erano tra loro in trattativa e non in conflitto.

La turbolenza delle ultime decadi e 1’interdipendenza prorompente ha trasformato la simmetria dei rapporti globali di autorità in asimmetrie di un mondo bipolare ed in ricorrenti crolli nelle abitudini di sottomissione.

Spettatori ed attori di un palcoscenico che propone 1'invasione di territori nazionali e di ambasciate, Paesi che si ritirano dall'UNESCO rifiutandosi di pagare la loro quota alle Nazioni Unite; accordi internazionali non riconosciuti vincolanti da alcuni governi; governi rivali che competono per il potere territoriale; il Papa sfidato dagli arcivescovi. Aggiungiamo a tutto questo l'esplosione di attività politiche indipendenti in molti Stati, nelle famiglie mafiose, nelle fazioni, nei gruppi di profughi e di rifugiati. Gli esempi potrebbero essere infiniti per dimostrare quanto le collettività e gli individui stiano creando nuove fonti di lealtà.

Se tale frammentazione potrebbe essere spiegata anche da fattori generazionali, oltre che dall 'informazione, resta comunque il fatto che le autorità vengono oggi sfidate in ogni momento e c'è in gioco più che la semplice rivolta dei dissidenti. La questione riguarda la natura, la funzione dell'autorità stessa: il suo significato.

La comunicazione trasmette immagini di autorità, sfidate con successo in qualsiasi parte del mondo, incoraggiando così il riconoscimento di autorità ai leader sulla base del loro rendimento e non per motivi tradizionali. L'interdipendenza mondiale spinge i gruppi a cercare leaderhip efficienti e sicure, rinunciando pure alla fisicità.

Con le armi nucleari lo Stato-nazione, nell 'era postinternazionale non può più garantire protezione ai suoi cittadini, che si muovono verso collettività più penetrabili in cerca di armonia e sicurezza interna, e questo è nell’ordine del postindustriale.

Oltre la turbolenza
Il dinamismo implacabile che sottende le trasformazioni in corso non chiarisce se l'agitazione universale sia una condizione transitoria oppure permanente. Rosenau cita in proposito H.R. Isaac: "Ciò che continuiamo a sperimentare non è la formazione di nuove coerenze più grandi ma un mondo che continua a spezzettarsi in parti che esplodono come stelle dalle galassie. Ogni stella gira vorticosamente nel proprio turbine centrifugo, ognuna si sforza di tenere insieme i piccoli pezzi separati che a loro volta cercano di liberarsi. Le più grandi hanno trazione gravitazionale ancora debole per creare o per tenersi legate a nuovi universi, le piccole sono abbastanza energiche per non essere trascinate in orbite più grandi ma allo stesso tempo sono troppo deboli per creare proprie orbite. Il nuovo aspetto del mondo politico è formato dalla somma di tutte queste parti in evoluzione. Il paradosso si spiega da solo, i frammenti compongono il tutto intero."

La collisione tra le tendenze centralizzanti (che determinano i settarismi) e decentralizzanti (che giustificano l’interdipendenza mondiale) modellerà il corso della politica mondiale per il prossimo millennio. Un certo ordine unitario potrà essere raggiunto quando i problemi internazionali diverranno sempre più evidenti ed importanti così che il mondo superi il suo stato attuale di turbolenza? Oppure predominerà un’anarchia internazionale sempre piu’ alimentata dalle diversità storiche e culturali, che si dimostreranno così potenti da assorbire tali problemi fino a condurre un predominio statale? O forse le problematiche internazionali saranno frammentate in problemi di immediato autointeresse?

E’ importante non farsi cogliere dalla presunzione che esista un tipo di struttura universale al di là della turbolenza e che il mondo a struttura biforcata sia soltanto un’organizzazione transitoria, destinata a cedere di fronte ad una piu’ durevole.

La gente può benissimo abituarsi a coesistere con il centralismo statale e con i mondi multi-centrici e questa coesistenza potrà anche dimostrarsi una struttura durevole. E’ possibile che le collettività ed i popoli imparino a convivere con il ritmo delle trasformazioni di modo che la stessa velocità diventi una costante e che, nel suo contorno, si sviluppino procedure regolari per gli affari del mondo.

Dalla prospettiva di Rosenau sembrano plausibili quattro scenari, ognuno dei quali descrive un emergente "Ordine II" che viene a configurarsi nell'ambito della turbolenza investendone i parametri in trasformazione.

Tre di questi scenari ipotizzano che 1'attuale mondo a struttura biforcata rappresenti una fase transitoria, che potrebbe risolvere la tensione tra le forze centralizzanti e decentralizzanti. Il quarto anticipa che le tensioni continueranno ad esistere e la struttura biforcata diverrà permanente. I primi tre sono stati definiti rispettivamente: la società universale, il sistema statale restaurato, lo scenario pluralista; il quarto è lo scenario della biforcazione permanente.

Lo scenario della società universale
Prevede che le potenziali fonti di interdipendenza aumenteranno progressivamente e si amplieranno al punto in cui espliciti legami si svilupperanno per tenere insieme le comunità. Un analista definisce questi legami: "la comune marketizzazione delle relazioni internazionali".

Essi derivano da aspirazioni, norme procedurali e lealtà condivise universalmente, che riflettono gli orientamenti diffusi ed efficaci in grado di creare un contesto in cui i protagonisti sia dei mondi multi-centrici sia degli universi a centralizzazione statale possano condurre i loro affari.

Questo scenario proietta la possibilità che arriveranno a predominare i valori della società universale sebbene essi non trovino espressione in specifiche politiche intese ad istituzionalizzarli.

I diritti umani rappresentano un comma prioritario del mondo: segno dello sviluppo della coscienza mondiale e di una società universale. Sono, infatti, diventati problemi legittimi i diritti dei popoli di viaggiare liberamente, di riunirsi, di parlare. Per decenni queste norme sono state violate dal Sud Africa, da Israele e continua in questa violazione l’Iraq sul diritto di esistere dei Curdi.

La possibilità di una società universale non può certo essere liquidata come puro idealismo tenendo conto di un suo ulteriore sviluppo, per ora difficile da afferrare perché ostacolato dalle dinamiche che sono alla base delle crisi di autorità, dalla formazione dei settarismi ed altre tendenze verso la decentralizzazione.

Lo scenario del sistema statale restaurato
Prevede che le tensioni tra le tendenze centralizzanti e decentralizzanti si risolveranno a favore delle prime e i beneficiari della soluzione saranno i protagonisti destinati alla sovranità. I capi, quindi, persuaderanno il popolo ad accettare che nessuna forma politica al di fuori dello Stato sia capace di mantenere l’ordine e di avere le forze necessarie per risolvere le sfide create dalla rivoluzione microelelettronica e dalla politica dell'interdipendenza.

In questo scenario del sistema statale restaurato si prevede che i leader sosteranno lo Stato come unica forma politica in grado di far fronte sia alle tendenze della decentralizazzazione sia all 'eccessiva centralizzazione. A tale proposito Margaret Thatcher sostenne: "Noi non abbiamo limitato le nostre frontiere dello Stato in Gran Bretagna per vederle poi imposte a livello europeo, con un suo superstato che eserciti un nuovo dominio a Bruxelles. E’ ovvio che non possiamo abolire completamente i controlli alle frontiere se dobbiamo proteggere i nostri cittadini dai crimini e se dobbiamo arrestare il movimento della droga, dei terroristi e degli immigrati illegali".

Una coalizione nazionalista ed una forza legittimata sostengono tale argomentazione, il cui messaggio potrebbe coinvolgere i cittadini limitandone le comunicazioni e la mobilità, mentre i cittadini legati a tale sovranità riconquisteranno 1'autorità perduta nei tempi turbolenti. La vitalità che per molti secoli ha accompagnato questo sistema statale, in grado di proteggere la sicurezza dei suoi membri, lo rende ancora plausibile.

Lo scenario pluralista
Prevede che: "...il dinamismo della centralizzazione riuscirà a dominare intensificando le crisi di autorità dei governi, rafforzando la formazione dei sottogruppi ed incoraggiando gli individui ad allontanarsi dalle società nazionalistiche"(p.451).

Una simile aspettativa deriva dalla proiezione di un aumento del dinamismo tecnologico e dalla premessa che le nuove tendenze dei cittadini perdureranno nel tempo resistendo ai tentativi manipolativi dei leader nazionalisti, che cercheranno di riconquistare la loro sudditanza. I leader, indubbiamente, sono in grado di riconquistare il favore dei popoli elargendo promesse, che progressivamente diminuiscono le loro capacità di trovare soluzioni nazionali per sistemi che si avviano alla frammentazione. Infatti: "....è più facile ottenere voti per le appropriazioni che per le tasse, facilitare il consumo che stimolare la produzione, proteggere un mercato piuttosto che aprirlo, inflazionare che deflazionare, prendere un prestito che risparmiare, esigere che venire a compromessi, essere intransigenti che negoziare, minacciare la guerra che prepararsi ad essa"(p.452).

Lo scenario pluralista ipotizza il dominio di un mondo multicentrico sulla controparte a centralizzazione statale. Esso prevede una diminuzione della funzione esecutiva dei governi nazionali ed un incremento delle problematiche legate all 'autonomia, che portano ad accettare sia conflitti violenti sia di scarsa intensità, sia disordini pubblici di alta intensità, come se facessero parte della normale vita di routine della vita nazionale e mondiale.

Lo scenario a struttura biforcata permanente
Si basa sulla supposizione che "la collisione tra le forze centralizzanti e decentralizzanti non saranno risolte con il risultato che né il mondo a centralizzazione statale, né il mondo multi-centrico perderanno la loro autonomia divenendo subordinati 1'uno all'altro"(p.453).

Questo scenario non prevede alcuna moderazione del dinamismo tecnologico che favorisce le crisi di autorità e la tendenza a formare gruppi.

Coloro che sono legati alla sovranità statale e coloro che ne sono sufficientemente distanti potrebbero essere così potenti da resistere reciprocamente, ma né gli uni né gli altri riusciranno ad essere così potenti. In questo scenario a struttura biforcata permanente, i popoli continueranno a raffinare le capacità analitiche indebolendo allo stesso tempo il potere dei governi ed intensificando la frequenza e la durata dei conflitti di scarsa intensità. Esso dipinge un futuro in cui continuano a persistere le tensioni tra continuità e trasformazione.

I fautori della decentralizzazione non saranno in grado di sostituire i governi nazionali nei problemi di carattere territoriale di sicurezza delle società organizzate, ma nemmeno i fautori della sovranità dello stato saranno in grado di acquisire il controllo sui complessi legami delle questioni internazionali.

Come gli altri tre scenari, anche questo non è immune da incertezza.

La plausibilità degli scenari presentati per ognuno di noi sarà influenzata dalle concezioni che si hanno sulle micro-macro interazioni.

Per i lettori che rifiutano la possibilità di trasformare le capacità dei cittadini, lo scenario del sistema restaurato può apparire il più plausibile, mentre per coloro che sostengono i valori liberali sarà quello pluralista.

Coloro che si sentono liberali ed ottimisti circa le capacità del popolo di acquisire nuove capacità, preferiscono una società universale dove gli interessi personali saranno liberi dai pregiudizi e si potranno estendere ad un tipo di cultura flessibile a1ivello individuale.

Una più acuta prospettiva hanno i lettori che percepiscono le trasformazioni che procedono in modo irregolare e con adattamenti marginali. Essi riconosceranno la divisione della popolazione tra coloro che danno molta importanza agli obiettivi collettivi e coloro che privilegiano i propri interessi. Questa posizione pragmatica rende più convincente lo scenario a struttura biforcata.

"La biforcazione della politica mondiale, da questa prospettiva, sembra essere una valida organizzazione strutturale"(p.461).

* Emma Gori è esperta di scienze organizzative e di problemi internazionali

Worky.it                   Vai all'articolo precedente        Torna all'indice del numero        Vai all'articolo successivo                                      [ Torna su       
Chi siamo Feedback Vai nell'Area Archivio Novità Ultimo Numero Strumenti Torna alla Home Page Vai nell'Area Tools Scrivi alla redazione Credits&Copyright Scrivi al Webmaster