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Tre tutor:
Morgan, Kuhn, Chatwin
Tre tutor ideali ci faranno da guida in questo viaggio alla ricerca
dei nuovi paradigmi della formazione manageriale.
Il primo è Morgan, che ha scritto uno dei più bei libri di management
degli ultimi anni, dall'accattivante titolo: Images. Metafore dell'organizzazione
(Franco Angeli).
Il secondo è Kuhn, uno dei più importanti epistemologi del nostro secolo,
che ha rivoluzionato la teoria della conoscenza con un saggio di duecento
pagine: La struttura delle rivoluzioni scientifiche (Einaudi).
Il terzo è Chatwin, che meglio di ogni altro ha elaborato e impersonato
la filosofia del nomadismo, in particolare attraverso due fascinosi
scritti: Anatomia dell'irrequietezza e Che ci faccio qui, entrambi pubblicati
da Adelphi.
Secondo Morgan, gli esseri umani trasformano le loro esperienze in metafore,
le quali, a loro volta, diventano altrettante briglie mentali che impediscono
di correre liberamente e pensare a forme nuove. Se, ad esempio, mi porto
in mente una piramide come metafora dell'organizzazione, questa metafora
mi condizionerà al punto tale che ogni volta che cercherò di organizzare
un gruppo o una società, finirò sempre per strutturarlo in forma piramidale.
Se, invece, mi porto in mente una rete come metafora dell'organizzazione,
tenderò a strutturare i gruppi e le relazioni in forma reticolare. Quindi,
per modificare sia le organizzazioni che il comportamento organizzativo
occorre modificare anche le metafore di riferimento; se non si passa
da metafore più arretrate a metafore più avanzate, si resta inchiodati
a vecchi sistemi di organizzazione.
Di Kuhn è necessario ricordare l'evoluzione per paradigmi della struttura
della conoscenza scientifica.
Da Chatwin, infine, occorre prendere in prestito la sua ricca esperienza
di nomade intellettuale.
Assistito da questi tre tutor, analizzerò la mappa dell'universo concettuale
e fisico in cui oggi siamo inseriti, e poi accennerò a come navigare
in questo universo e utilizzare questa navigazione come attività formativa.
L'esperienza di chi si occupa di formazione da tempo, affonda le radici
in modelli di apprendimento realizzati attraverso metodologie, oggi
classiche, quali il metodo dei casi, il role-playing, le esercitazioni
sociometriche.
In una ipotetica analisi delle analogie e differenze con le metodologie
di apprendimento usate nel passato, oggi si registra un minore utilizzo
di queste tecniche a favore di una concentrazione di eventi formativi
incentrati sulla comunicazione ad una via. In passato, quando lavoravo
nelle business school, le loro metodologie formative mi affascinavano
più dei contenuti perché le trovavo più innovative.
Le tecniche erano moderne, mentre i contenuti erano così arcaici da
risalire fino a Taylor.
Chatwin e la filosofia del nomadismo
L'idea di utilizzare il pensiero di Chatwin e la sua filosofia del nomadismo
nasce dall'esigenza di proporre una metafora innovativa della formazione.
Il motivo per cui Chatwin cominciò a viaggiare mi sembra un ottimo punto
di partenza anche per noi.
Una visita medica gli prefigurò una cecità imminente a causa della permanenza
eccessiva in luoghi chiusi. Da lì la decisione di vivere in grandi spazi
luminosi per dare ai suoi occhi la capacità di vedere lontano.
E' una bella metafora che piacerebbe molto anche a Morgan. Invece, quasi
sempre la formazione viene consumata in luoghi chiusi, deprivati di
ogni stimolo creativo e di ogni appiglio per l'immaginazione.
La filosofia del nomadismo può essere connessa ai concetti di multinazionali
e di globalizzazione. Il nomadismo del manager avviene in relazione
a questi due concetti: esplorare un mondo globalizzato e segnato dalla
presenza forte delle multinazionali.
Occorre dunque capire come è possibile rifondare la formazione in un
mondo globalizzato nel quale il manager da noi formato deve, poi, agire.
La differenza tra formazione e addestramento
Vale la pena di chiarire cosa intendo per formazione e cosa intendo
per addestramento.
Per formazione intendo quell'attività che consente a chi la pratica
di:
· arricchire le cose di ulteriori significati;
· arricchire le reti di ulteriori relazioni.
Vale a dire, una persona formata, rispetto a una persona meno formata,
riesce a cogliere maggiore spessore e a conferire maggiore ricchezza
di significati alle cose che osserva e che apprende.
Due persone che vanno a vedere lo stesso film e che possiedono due livelli
diversi di formazione, di fatto vedono due film completamente diversi;
due persone che visitano lo stesso museo, a seconda che siano portatrici
di maggiore o minore formazione, vedono due musei completamente diversi.
E assai spesso siamo in disaccordo con altri non perché abbiamo differenza
di angolo di visuale, il che è del tutto legittimo, ma perché abbiamo
una diversa qualità di formazione.
Ad esempio, gli ingegneri hanno una formazione molto tecnica e pretendono
che, per qualsiasi aggeggio comprato, dall'aspirapolvere al computer,
ci sia sempre un manuale da studiare prima di usarlo. Gli stessi ingegneri,
se vanno a vedere una mostra di Picasso o di Mondrian, pretendono di
comprenderne le opere senza nessun manuale, senza nessuna istruzione
per inquadrarli storicamente e per gustarli esteticamente.
La formazione, dunque, è un'attività intellettuale e comportamentale
che consente di arricchire le cose di ulteriori significati e le reti
di ulteriori relazioni. Tutti noi abbiamo rapporti d'amore, rapporti
di odio, rapporti d'affari, rapporti di contiguità, rapporti di differenza
con gli altri.
La formazione fa sì che si scoprano, nella nostra rete, relazioni molto
più fitte di quanto noi avessimo potuto immaginare e ci aiuta a decifrare
le reti di relazioni che noi abbiamo con tutti gli altri, predisponendoci
ad arricchire ulteriormente questa rete.
L'addestramento, invece, serve ad arricchire il nostro bagaglio di tecniche
e il nostro bagaglio di norme. La sua natura è prevalentemente quantitativa:
grazie ad esso, infatti, qualcuno che sa come si fa una certa cosa,
la insegna a qualche altro che ancora non lo sa. Alla fine si valuta
l'apprendimento attraverso esercizi e tecniche di misurazione. Naturalmente
non si tratta sempre di un processo semplice o lineare, perché molte
cose da insegnare sono estremamente complesse.
Né si può considerare netta la distinzione tra formazione e addestramento,
perché entrambi fanno parte dello stesso processo di apprendimento e
di crescita, anche se l'uno è incentrato sugli aspetti più qualitativi
e comportamentali, l'altro su quelli più quantitativi e tecnici.
Kuhn e il paradigma della luce
Non più difficile è ricordare che cos'è un paradigma secondo la concezione
kuhniana. L'apprendimento avviene per paradigmi.
Qualsiasi problema affrontato dagli esseri umani si risolve attraverso
una sequenza.
In una prima fase, si fanno ipotesi che hanno una natura magica, mitica,
infantile.
Le prime spiegazioni hanno sempre questo carattere, perciò i miti sono
belli. Prendiamo ad esempio la luce: come mai, ad un certo punto tutto
dell'alba il mondo si illumina, mentre al tramonto tutto il mondo si
oscura? Che cosa è questa luce? Come mai quando c'è la luce noi vediamo,
mentre quando non c'è non vediamo? Cosa passa tra il mio occhio e l'oggetto
visto? La spiegazione iniziale è mitica. La famosa tela dell'Aurora
di Guido Reni rappresenta la luce attraverso la raffigurazione di Giove
che su un carro di fuoco, all'improvviso, attraversa il cielo: quando
attraversa il cielo, fa giorno; quando invece se ne va, fa notte. Nello
stadio successivo, cominciano i vari tipi di spiegazioni più sofisticate
e, di solito, le spiegazioni sono plurime. Per esempio, nel caso della
luce, c'è la spiegazione dei presocratici, dei socratici, c'è la spiegazione
di Aristotele, quella platonica, quella neoplatonica e altre.
Queste spiegazioni sono definite da Kuhn, "pre-paradigmatiche". Prima
o poi, però, arriva un grande scienziato che di tutte queste spiegazioni,
insoddisfacenti, parziali, dà una versione unitaria, seria, pregnante,
forte, che finalmente convince.
Abbiamo così l'autore "paradigmatico" e con lui un nuovo "paradigma".
Nel caso specifico, ad esempio, Newton offre una spiegazione che viene
accettata da tutti: la luce è fatta di corpuscoli, dice Newton. Quando
una spiegazione è sufficientemente scientifica e sufficientemente plausibile,
altri scienziati ne sperimentano la veridicità, cercando di spiegare
tutto partendo dal nuovo paradigma. Continuando nell'esempio, se la
luce è un fatto corpuscolare, allora cos'è l'ombra? Cos'è la rifrazione?
Cos'è la diffrazione? E ad uno ad uno, gli scienziati cercano di applicare
il nuovo paradigma ai vari fenomeni.
Kuhn dice che, in questo caso, Newton è uno scienziato paradigmatico,
cioè che ha scoperto un nuovo paradigma a cui tutti gli altri scienziati
si riferiranno per "normalizzarne" la conoscenza. Alla prima anomalia,
al primo fenomeno a cui non si riesce a dare una spiegazione con i nuovi
canoni imposti dal nuovo paradigma, ritorna la necessità di verifica
fino alla comparsa di un nuovo paradigma che, attraverso nuove e spesso
contestate ipotesi, arriva poi ad offrire la nuova spiegazione mancante.
Continuando ancora nell'esempio della luce, occorre arrivare fino a
Fresner che spiega la luce come fenomeno ondulatorio, offrendo le basi
per nuove spiegazioni scientifiche. Ci si accorge che questo paradigma
spiega molti più fenomeni scientifici e, allora, si cominciano a riscrivere
i libri.
Ma anche qui, dice Kuhn, prima o poi emergerà qualche anomalia, ci sarà
qualche fenomeno, connesso alla luce, che non si riuscirà a spiegare
in chiave ondulatoria.
Ma il paradigma ormai è consolidato, ha le sue cattedre, ha le sue scuole,
ha le sue mafie, ha i suoi sacerdoti. Infine, arriva qualcuno che dice
che la luce non è un fenomeno né corpuscolare né ondulatorio, ma è un
fenomeno di energia. E questo è Einstein. E così di seguito fino all'infinito.
Il progresso della conoscenza, secondo Kuhn, è un progresso che passa
attraverso problemi da spiegare, spiegazioni paradigmatiche, applicazioni
di queste spiegazioni, scoperta di anomalie, nuovi paradigmi, nuove
applicazioni, nuove anomalie, nuovi paradigmi. La scienza va avanti
per rivoluzioni.
Ma che cosa è un paradigma? La definizione che Kuhn ne offre è un insieme
di almeno tre elementi. I primi sono di natura simbolica, sono forme,
definizioni, leggi, formule o definizioni astratte. I secondi sono elementi
di natura metafisica.
I terzi sono elementi di natura etica come valori, accuratezza, coerenza,
eleganza e così di seguito.
I paradigmi della formazione manageriale
Quali sono stati fino ad ora i paradigmi della formazione manageriale?
I paradigmi della formazione manageriale si sono basati per anni sul
presupposto che la motivazione dipenda dagli incentivi economici: pago
di più e ottengo maggiore motivazione, pago di meno e ottengo minore
motivazione.
Taylor e il suo paradigma hanno impiegato 15-20 anni per affermarsi.
Al paradigma tayloristico si è poi sostituito quello delle Human Relations
che appariva eretico rispetto al primo. E poi è venuto il paradigma
dei sistemi socio tecnici, che, a sua volta, appariva eretico rispetto
al paradigma delle Human Relations. E così via.
In linea generale, credo che oggi un modello di formazione va utilizzato
se ha almeno la velleità di esplorare un nuovo paradigma. Infatti, i
paradigmi che oggi abbiamo disponibili sembrano essere insoddisfacenti
perché non riescono a spiegare i complessi fenomeni attuali.
Mi piacerebbe sapere che cosa farebbe se Taylor vivesse adesso, lui
che ha lottato tanto per concentrare tutti in uno stesso reparto. Cosa
farebbe oggi che la globalizzazione disperde i componenti di un reparto
e l'informatica consente di lavorare a distanze enormi. Come reinventerebbe
l'azienda? Certamente sarebbe post-taylorista o antitaylorista.
Allora, per trovare un nuovo paradigma della formazione, la metafora
di Chatwin ci potrà essere molto utile.
Però bisogna capire in quale contesto si colloca la formazione oggi
rispetto all'epoca di Taylor o di Ford.
La globalizzazione come spinta allo sviluppo della conoscenza
Credo che la globalizzazione sia, praticamente, un istinto. Lorenz,
uno dei più grandi etologi del nostro tempo, afferma che gli istinti
degli animali sono riducibili a quattro: l'istinto di fuga, quello di
attacco, quello di riproduzione, quello di nutrizione.
Quali sono quelli degli uomini?
A questo ha risposto Jung con una famosa conferenza, tenuta ad Harward
nel 1938: gli istinti sono gli stessi degli animali, ma l'uomo ne ha
uno in più: la creatività. Io vi aggiungerei l'istinto della globalizzazione.
Un impulso forte alla globalizzazione deve essere avvenuto circa 7.000
anni fa in Mesopotamia, quando sono state realizzate importanti scoperte,
tra cui l'astronomia, che consente di viaggiare anche di notte orientandosi
guardando il cielo. Viene scoperta l'utilizzabilità del cavallo. Viene
scoperta la ruota che accelera di molto gli spostamenti. Viene scoperta
l'economia e con essa la moneta come bolla di accompagnamento. Viene
scoperta la scrittura.
Sono tutti supporti alla globalizzazione, alla possibilità di andare
più lontano e di conquistare nuove terre. L'impulso di globalizzazione
dei Greci fa coincidere tutto il mondo con la terra in cui si parlava
greco e in cui c'erano traffici con gli altri paesi in cui si parlava
greco. Quella greca è una rete di luoghi in cui si parla la stessa lingua,
si venerano miriadi di dei e si coltiva il senso estetico. Passiamo
ai Romani. Traiano cercò di ampliare al massimo l'impero globalizzando,
praticamente, tutta la terra allora conosciuta.
Naturalmente più si allargavano i confini dell'impero, più c'era bisogno
di difenderli, per cui si doveva aumentare la quantità di persone che
difendevano il perimetro. D'altra parte, questo rendeva necessario ridurre
il perimetro dell'impero.
Successivamente, veniva di nuovo la voglia di allargarlo, con una sistole
e una diastole continue a cui pone fine Adriano, facendo costruire una
grande muraglia che delimita l'impero romano, tanto da invogliare i
barbari ad entrare.
Per i romani il pianeta globalizzato coincide con tutto il mondo in
cui si parla latino, ci sono i proconsoli romani e si applica il diritto
romano. Cioè gli strumenti di globalizzazione, per i romani, sono: la
lingua, il diritto, le armi.
Arriviamo, dopo il dodicesimo secolo, alla serie delle grandi esplorazioni
in cui, man mano, si comincia a capire che si può andare al di là delle
colonne d'Ercole, che il mondo è rotondo e, quindi, circumnavigandolo
si ritorna al punto di partenza e che ci sono sconfinate ricchezze di
cui ci si può appropriare.
Quindi, abbiamo la globalizzazione realizzata attraverso la marina,
la bussola, il timone moderno. E abbiamo le grandi conquiste fatte con
le armi, con le merci, con la flotta, col danaro e con la cultura. Riepilogando:
la prima forma di globalizzazione è una progressiva esplorazione dell'universo
che aiuta a conoscerlo, a cartografarlo e a sfruttarne le risorse. Una
seconda forma di globalizzazione è lo scambio di merci, cominciato,
soprattutto, in Mesopotamia. Una terza forma di globalizzazione è quella
militare, naturalmente la più costosa in termini di vite umane e in
termini di mezzi. Una quarta forma di globalizzazione è la colonizzazione
attraverso le merci, intesa non come scambio, ma come imposizione di
alcune merci. Un'altra forma è rappresentata dalla colonizzazione attraverso
la moneta di riferimento per tutte le altre.
Pensate al dollaro dopo i patti di Bretton Woods. Un'altra formula è
quella della delocalizzazione, da parte delle multinazionali, dei sistemi
produttivi. Anche la Fiat produce l'ultima auto contemporaneamente in
tredici paesi, tra cui Ecuador, Algeria, India e Venezuela.
Da Torino un calcolatore su cui scorrono, via satellite, tutti i componenti
dei materiali, controlla il montaggio. Un simile tipo di organizzazione
elimina le esportazioni. Gli Stati Uniti, per esempio, ricavano solo
il 5% della propria ricchezza dalle esportazioni; non c'è la necessità
di esportare automobili o Coca Cola in Europa perché vengono prodotti
direttamente in Europa, nei relativi stabilimenti. Quindi, esportare
i centri produttivi è una forma più moderna che esportare i prodotti.
Altra forma di globalizzazione è la creazione di organismi multinazionali
superpartes. Gli organismi multinazionali, che erano un centinaio all'inizio
del secolo, ora sono alcune decine di migliaia. E, infine, ci sono apparati
post internazionali che consentono di spostare in pochi secondi, da
una parte all'altra del pianeta, ricchezze enormi.
Tutti gli andamenti azionari, i dati delle imprese, i grafici sono a
disposizione nello stesso momento. Chi anticipa gli altri di un secondo
può perdere o guadagnare milioni e, attraverso internet, anche i piccoli
investitori oggi si arricchiscono sempre più giocando nelle borse virtuali.
Nel casinò globale non si chiude mai così come a Las Vegas: al mattino
si apre la borsa di Tokyo, poi di Hong Kong e più tardi in Europa; quando
chiudono Francoforte e Londra va avanti New York e così via, in un circolo
che non conosce soste.
Le somme che vengono spostate ogni giorno sono quasi il doppio delle
riserve monetarie di tutte le banche centrali. Sul solo mercato di Londra
vengono scambiati ogni anno 75 trilioni di dollari pari a 25 volte il
valore di tutti i beni prodotti nel mondo in un anno.
E' chiaro che questo tipo di situazione comporta una struttura planetaria
in cui la formazione non può non tenere conto di condizioni completamente
nuove. Tutte le forme di globalizzazione elencate fin qui preludono
ad una decima, quella attuale. La novità dell'attuale globalizzazione
è che le forme precedenti di globalizzazione sono tutte compresenti
sul pianeta. Inoltre, un solo paese, gli Stati Uniti, per la prima volta
nella storia umana, governa praticamente su tutti gli altri. Ciò non
era mai avvenuto prima, anche quando Roma dominava su tutto il Mediterraneo,
esistevano America, Australia, Africa, che sfuggivano al controllo.
Qual'è la proiezione di tutto questo a livello soggettivo? Immaginiamo
anche soltanto una giornata: la mattina siamo svegliati da un giornale
radio che offre notizie da tutto il mondo; facciamo la doccia sotto
un rubinetto tedesco e con un sapone francese; andiamo in ufficio con
un'automobile assemblata in Italia, ma che ingloba pezzi tedeschi, giapponesi
e coreani; gareggiamo sui mercati mondiali con capitali italiani; vendiamo
e compriamo merci e informazioni su tutto il pianeta; ascoltiamo un
disco registrato negli studi di vari paesi e mixato in altri ancora;
sappiamo che un virus può fare il giro del mondo e infettarlo in pochi
giorni; viviamo in un luogo e lavoriamo in un altro, facciamo le ferie
in un altro ancora, raggiungendo ognuno di essi in un batter d'occhio;
dialoghiamo in tempo reale attraverso il telefono e la posta elettronica.
I nuovi paradigmi di riferimento
Tutto ciò rappresenta il campo d'azione della nuova formazione manageriale.
La formazione deve aiutare a far capire al manager di oggi quali competenze
saranno necessarie nel futuro prossimo e remoto.
La formazione deve aiutare a far capire ai giovani quale futuro spetta
loro. Per Giulio Cesare e per Napoleone il tragitto Roma-Parigi poteva
essere coperto nello stesso numero di ore pur essendo separati da diciotto
secoli di distanza.
Tra noi e Napoleone, a due secoli di distanza, c'è un abisso e la cosa
interessante è che noi non siamo imperatori, non fruiamo di mezzi di
trasporto privilegiati. Sono quelli di massa che pure ci distinguono.
Allora abbiamo un imprinting che riguarda sviluppi di velocità che in
millenni sono stati di un certo genere.
All'improvviso tutto è diventato più veloce costringendoci ad accelerare
enormemente le nostre categorie di tempo e di spazio.
Un chip raddoppia la sua potenza ogni diciotto mesi e, come è noto,
la potenza dei chip si incarna in tutto: dalle telecamere agli orologi,
ai frigoriferi, alle automobili, ai supersonici, ai computers. A questo
tipo di velocità, noi non siamo abituati. Inoltre, i rapporti di forza,
di dominio e di subalternità si pongono in maniera diversa per sfasatura
di tempo e di spazio, per accelerata velocità dell'uno e dell'altro,
per nostra necessità di costruire categorie nuove che ci consentano
di gestire la complessità.
Viviamo in un mondo più complesso solo se gli strumenti conoscitivi
a nostra disposizione non crescono al pari della complessità del contesto
in cui ci troviamo. Se la velocità con cui cresce la complessità del
mondo è identica alla velocità con cui cresce la potenza dei nostri
strumenti di interpretazione e di gestione, noi non viviamo in un mondo
più complesso. Infatti, alcuni di noi hanno la sensazione di vivere
in un mondo molto più semplice di cento anni fa e altri hanno la sensazione
di vivere in un mondo molto più complesso.
Concludendo, ci troviamo di fronte ad un nuovo paradigma, costituito
dai seguenti punti.
1. Siamo molto più longevi dei coetanei di Taylor e di Taylor stesso.
Le statistiche che a Taylor assegnavano sessanta anni di vita, oggi
ne assegnano settantotto agli uomini e ottantadue anni alle donne. La
longevità cambia l'ottica, ovviamente.
2. La nostra esperienza è un pachwork. C'è una forte implicazione di
un'ottica fatta di pachwork, direbbero i teorici del postmoderno, un
caleidoscopio di milioni di immagini che sono nella testa di ognuno
di noi. Siamo un pachwork di idee, che si sovrappongono, si giustappongono,
che messe in un certo ordine ci sono utilissime, fuori da questo ordine
ci coinvolgono in una confusione inaudita.
3. Noi siamo, ormai, consapevoli, che l'ingegneria genetica va avanti,
cioè che riusciamo ad intervenire sull'infinitamente piccolo, come del
resto, con i voli spaziali, sull'infinitamente grande. Proprio in questi
giorni è stata finanziata la stazione spaziale sulla Luna, che consentirà
di andare su Marte nel 2013.
4. C'è l'avanzata straordinaria della virtualità. Eravamo abituati,
da esseri animali, a dialogare tramite la tattilità. Naturalmente bisogna
fare sforzi per conquistare la virtualità, fino alla virtualità di internet
che consente, praticamente, a tutti di dialogare con tutti in tempo
reale.
5. L'avvento di nuovi esperanti è un altro elemento da considerare:
l'esperanto del rock, l'esperanto del rap, l'esperanto del linguaggio
web.
6. L'affermarsi dell'androginia è un'altra componente del nuovo paradigma:
i modelli maschili si mischiano con quelli femminili.
7. Il settimo elemento è costituito dall'omologazione dei gusti e delle
attività. Un'estetica postmoderna è data dalla tolleranza verso frammistioni
di stili diversi che prima, invece, dovevano essere nettamente separati.
Un palazzo doveva essere in stile dorico, in stile corinzio, in stile
modernista, in stile liberty; oggi può esserci, tranquillamente, una
parte liberty, una parte classica, una parte neoclassica, come nelle
opere di Bob Venturi.
8. La disoccupazione diventa uno stato non patologico per tutti i disoccupati
colti e agiati, cioè laureati e diplomati che hanno qualcuno che li
mantiene.
9. Il tempo libero diventa i nove decimi della vita umana, mentre per
i nostri bisnonni era la metà della vita umana. L'infedeltà aziendale
è diventata un fatto ovvio: ognuno è fedele alla propria professione,
forse neppure a quella, mentre prima era fedele all'azienda.
La formazione postindustriale
Il nuovo paradigma ci pone, per quanto riguarda la formazione, davanti
ad un bivio: dobbiamo sentirci oberati da una oppressiva quantità di
innovazione che non siamo in grado di gestire o riusciamo a gestire
tutto questo perché abbiamo un'attrezzatura mentale che ce lo consente?
A mio avviso i valori della formazione postindustriale devono essere
coerenti con i valori di un mondo globalizzato. Coerenti significa,
praticamente, che debbono valorizzare il fatto che, ormai, facciamo
tutto con la testa e questa è l'intellettualizzazione; il fatto che
quello che frutta di più per un'azienda non è risparmiare sui tempi
di produzione, ma arricchire i modi di ideazione, la creatività; il
fatto che la società industriale è stata più onesta della società rurale
e la società postindustriale è costretta ad essere più onesta della
società industriale; il fatto che i soggetti hanno un valore fondamentale:
l'importanza di coniugare emotività più razionalità.
La formazione postindustriale deve aiutare la destrutturazione del tempo
e dello spazio. Deve abituare a navigare nella globalizzazione come
nomadi contigui e come nomadi virtuali. Tutto questo significa gestire
dicotomie di tipo nuovo, ognuna delle quali è stata coltivata solo per
metà nel corso della società industriale. Dobbiamo abituarci a vivere
la dialettica con l'altra metà.
Per esempio, la società industriale è vissuta nella religione del lavoro,
ora bisogna coniugare la quantità del lavoro con la qualità della vita
e non sempre le due cose vanno d'accordo. E' necessario coniugare il
lavoro con le altre attività e il tutto con l'ozio.
Oggi si tende a coniugare più lavori affini o addirittura diametralmente
opposti, anziché fare sempre e solo una cosa che diventa poco feconda.
Inoltre, è necessario coniugare la razionalità con l'emotività, la burocrazia
con la creatività.
Un'altra dicotomia da coniugare è quella tra il machismo dell'organizzazione
aziendale e l'androginia che, invece, rappresenta la qualità di rapporti
interumani della società postindustriale. E' necessario coniugare l'esigenza
del collettivo con l'esigenza del soggettivo. Coniugare l'unità di tempo
e luogo con la destrutturazione dei luoghi e l'opportunità di lavorare
ovunque.
Infine, occorre coniugare stanzialità e nomadismo, realtà e virtualità.
A tutto ciò deve provvedere un nuovo modo di fare formazione.
Il nomadismo formativo
Da quanto detto in precedenza si possono ricavare suggestioni per modificare
la formazione fin dalle sua fondamenta? Io credo che la società industriale
ci ha consentito di estendere ad un numero enorme di persone, la borghesia,
quelle garanzie e, spesso, quei privilegi, che erano propri dell'aristocrazia.
Uno dei privilegi, riservato a pochi aristocratici nel '700, in parte
nell'800 e in parte ancora minima agli inizi del '900, è stato il Gran
Tour, cioè la possibilità di viaggiare in paesi nuovi per scoprire altre
culture e stili di vita e nutrire nuove idee.
Personaggi come Goethe, Keynes, Sthendal si formavano in questo modo:
arrivati ad un certo livello di studi, che corrispondeva, più o meno,
o alla licenza liceale o alla laurea, partivano per due o tre anni.
Taylor per tre anni ha girato l'Europa insieme al padre e alla madre.
Tre anni senza un programma, senza una meta precisa, a vagare dando
senso agli itinerari così come andavano, man mano, dipanandosi. La differenza
tra il nomade e lo stanziale è che lo stanziale si affeziona ad un luogo,
il nomade si affeziona ad un itinerario.
Tutti e due si affezionano a qualcosa, non sono così disumani da non
aver bisogno di una iterazione.
Il nomade si affeziona ad un itinerario con un atteggiamento diverso,
a seconda se è un ebreo o se è uno zingaro. L'ebreo gira sentendosi
dovunque estraneo, lo zingaro gira sentendosi dovunque a casa propria.
Quindi dopo aver scelto tra nomadismo e stanzialità bisogna, ancora,
scegliere tra un nomadismo fatto dal sentirsi a casa propria, come era
per Chatwin, e un nomadismo fatto di sentirsi, dovunque, fuori casa,
come è per esempio il caso di Hemingway o di altri che spesso hanno
come esito l'autodistruzione.
Un primo elemento, secondo me, importantissimo di nomadismo formativo
può essere il darsi periodi lunghi di spostamento. Periodi lunghi significa
uno, due o tre anni: si abbandona il proprio tipico luogo di lavoro,
la propria azienda e si gira per il mondo.
Il nomadismo significa disponibilità alle più varie esperienze in modo
che, queste esperienze, arricchiscano noi stessi di nuovi significati.
Naturalmente una forma un po' più elementare di nomadismo formativo,
rispetto alla riproposizione del Grand Tour, è lo stage. Purtroppo gli
stages sono, il più delle volte, troppo codificati, pianificati, quindi
non hanno lo stesso valore del Grand Tour. L'altro nomadismo formativo
è dato dal turnover tra le varie sedi di una stessa azienda, dal turnover
tra le varie aziende, dal turnover tra le varie professioni - affini
o non affini -. E, poi, la cosa più importante è il turnover tra vari
mondi vitali fondamentali.
Questo significa che praticamente sarebbe bello se ogni manager, nel
tempo libero - che va recuperato andando via alle cinque, puntualmente,
e tifando non per le 35 ore ma per le 32, in modo da avere uno week-end
di tre giorni - coltivi tutt'altra cosa, dalla danza alla letteratura,
al cinema, al vagabondaggio e così di seguito.
Le aziende si arricchirebbero enormemente.
Quali sono gli strumenti di questo tipo di formazione? Il primo strumento
è domestico: consiste in un diverso uso del tempo e dello spazio. La
ristrutturazione di queste due categorie è fondamentale. Il reimpiego
del tempo e dello spazio è stato molto utile per i turnisti, i quali
hanno dovuto, comunque, adattarsi e riadattarsi continuamente tra il
giorno e la notte. Questo ha imposto enormi sacrifici, ovviamente, però
ha arricchito enormemente di significato la vita.
L'altro elemento della formazione nomade è l'eliminazione drastica dell'overtime,
cioè non può esserci nomadismo formativo se si rimane in ufficio fino
a tarda sera. La formazione nomade comincia dalla semplice costrizione
ad uscire prima dall'ufficio.
Poi ci sono letture e cinema, televisione satellitare, ma queste cose
vanno fatte con un minimo di coaching. Inoltre, il problema è coltivare
reti personali, club, gruppi, possibilmente fatti da persone che non
siano solo manager.
Infine, occorre una formazione nomade fatta di percorsi e sentieri multipli,
anziché la formazione stanziale delle Business School, che obbligano
a stare otto ore al giorno chiusi in un'aula per sentire una lezione
di marketing uguale in tutto il mondo.
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