|
Skindapsos,
un caso esemplare
Skindapsos,
nome di fantasia, rappresenta un'azienda media, di circa cinquecento
persone, che fa parte di una multinazionale, e si occupa di produzione
di quello che si chiama mass market, beni di largo consumo. Prima vi
racconto questo caso, poi vi dico perché, a mio avviso, l'apprendimento
organizzativo è così interessante per un filosofo, per uno che si occupa
di scienze umane.
La citata organizzazione ha attraversato, qualche anno fa, una grossa
crisi, comune a tutte le aziende di mass market, la cui origine è rintracciabile
nel cambiamento di un rapporto di forza nelle relazioni con la grande
distribuzione. E' un fenomeno storico, per le imprese tra gli anni '80
e '90, nel settore del cosiddetto trade: l'avvento del discount market
è un episodio interessantissimo proprio dal punto di vista della sociologia
dei consumi. Questi tipi di aziende si trovano schiacciate dalla grande
distribuzione sempre più centralizzata e invadente, ma anche più progettuale,
con marche proprie.
Mentre alla fine anni '80 e inizi anni '90 le aziende di marca erano
in grado di dettare le loro condizioni alla distribuzione, il rapporto
di forza ora si inverte. Le aziende di marca come Skindapsos, che fatturano
cinque o seicento miliardi l'anno, quindi piuttosto grosse, che fanno
molta pubblicità e quindi sono molto visibili sul mercato, non hanno
più possibilità di essere ascoltate dal distributore, spesso costituito
da organizzazioni che fatturano 2.500/5.000 miliardi.
Ne deriva una grande crisi nelle relazioni organizzative, ma anche una
crisi di carattere ideologico per la perdita della identità tradizionale.
E' così che questa serie di eventi porta a ristrutturazioni, a un andamento
negativo della produzione, a un'ondata di prepensionamenti, alla riprogettazione
della struttura organizzativa. In particolare il reparto marketing e
il reparto vendite vengono fusi e il marketing perde di importanza a
favore delle vendite. Non solo, ma mentre negli anni '80 queste aziende
erano dirette dal marketing, oggi si inverte il rapporto, sono le vendite
che diventano la funzione determinante. Molti impiegati se ne vanno,
soprattutto gli anziani, si rimpicciolisce tutto, vengono rivisti gli
obiettivi, le strategie; poi passano un paio d'anni e l'azienda ricomincia
a stare in piedi. In una delle sezioni periferiche di Skindapsos, un
giovane dirigente, in relazione a una certa linea di prodotti, pensa
e dice: "però, si potrebbe provare a fare qualcosa di nuovo". Il che
vuol dire: nessuno me lo impedisce, le condizioni sono sufficientemente
caotiche perché qualche cosa di nuovo possa essere realizzato; non ci
sono più moltissimi vincoli, vediamo se i capi me lo lasciano fare.
Allora scrive una lettera ad alcuni suoi amici, giovani come lui che
lavorano nella fabbrica, nelle vendite, nel marketing. "Cari amici -
recita la lettera - sono convinto che si possa fare qualcosa di interessante,
di nuovo, di innovativo, di creativo e di divertente per la linea di
prodotto x. Secondo me ci sono degli spazi… Vi piacerebbe collaborare
a questa iniziativa?" Sottolineo il fatto che la cosa parte dalla periferia
e dal basso. La lettera viene scritta su supporto cartaceo e viene creato
una specie di marchietto, come se fosse una micro marca interna, ad
esempio Skindapsos innovation. Ne vengono inviate in giro una ventina
di copie.
Riceve delle adesioni entusiastiche e insieme decidono di ritrovarsi
in pizzeria. Tutto avviene fuori dai confini dell'organizzazione, e
naturalmente, non in orario di ufficio. Dunque un'iniziativa di volontariato,
modello avventura. Ne segue lettera di reclutamento, adesioni spontanee,
si forma una sorta di gruppo trasversale che comprende differenti funzioni
e livelli gerarchici, qualcuno molto giovane appena arrivato in azienda,
qualcun altro a ruolo dirigenziale. Insomma si costruisce la matrice
organizzativa, sia in orizzontale che in verticale. Si crea una micro
brand e gli aderenti a questa iniziativa decidono di darsi un nome,
di stampare la loro carta intestata con quel nome, e quindi di avere
una sorta di posta interna. Gli obiettivi se li danno autonomamente,
si crea un team autodirector, trasversale, transdisciplinare, transfunzionale.
In breve tempo questa microazienda virtuale, lavorando sulla promozione
e la parziale riprogettazione di alcuni prodotti secondari, e finora
di scarso successo, ottiene eccellenti risultati con una crescita del
fatturato del 15%. Passano alcuni mesi e i resoconti sono questi: la
gente si diverte, il lavoro non pesa.
E la cosa ancora più interessante è che tutto diventa più semplice con
pochissima procedura, con pochissima inerzia organizzativa, perché è
un gruppo che lavora in termini di "detto/fatto". Il seguito però si
fa più complicato. Succede che la gente comincia a stancarsi, e dice:
si però io lavoro dieci ore al giorno, la sera devo fare gli straordinari
e una volta ogni dieci giorni devo anche andare in pizzeria. E' tutto
molto piacevole ma è piuttosto oneroso dal punto di vista energetico.
Questa storia ha dei punti di discontinuità: il primo si ha quando il
creativo comincia a pensare: perché non provo a fare questa cosa? Il
secondo punto di discontinuità positivo, secondo me, è quando questo
gruppo si rende conto che la gente si diverte, il lavoro non pesa, tutto
diventa più semplice. Ma allora, e questo è il vero punto di discontinuità,
perché il lavoro non può essere sempre così? La discontinuità consiste
nel fatto che da un lato c'è un'azienda che funziona in un modo vecchio
e dall'altro lato un embrione di organizzazione che funziona in modo
radicalmente diverso, molto più semplice, coinvolgente, divertente,
ricco di senso. E qui avviene la crisi. Aggiungiamo il fatto che i capi
di questa azienda si rendono conto che questa faccenda può diventare
esplosiva e quindi tendono a dividersi: vuole andare avanti e realizza
una sorta di clonazione di questo gruppo. Ma mentre il primo gruppo
era nato per deriva naturale, casuale, il secondo, quello clonato è
iper-progettato e, quindi, privo di vita, per cui non funziona. Un'altra
parte del management direzionale assume un atteggiamento negativo del
tipo: "Ma questa cosa ai grandi capi europei potrebbe non piacere".
Oppure: "Si, però una faccenda così è pericolosa perché si liberano
troppe energie. Dopo questi qui che cosa li mandiamo a fare, dove li
mettiamo? e la vecchia struttura che fine fa?" Allora alla vecchia struttura
se ne sovrappone un'altra con pensieri più biechi ma naturali: "E il
mio potere dove va a finire?" A questo punto l'episodio si interrompe,
cioè i capi si ritirano e la gente comincia a far prevalere i propri
legittimi vincoli e interessi. Nel giro di poco tempo la faccenda si
scioglie. Secondo me questo caso di apprendimento presenta caratteri
estremamente innovativi perché nessun consulente è andato lì a dire
come si sarebbe dovuto fare, nessun modello è stato proposto in anticipo,
le potenzialità straordinarie sono state recepite come tali, eppure
è fallito. Ciò innesca una catena di domande: perché e quante volte
nelle organizzazioni di impresa succedono cose di questo genere? E come
mai quasi tutte vanno male o soltanto alcune vanno bene? Noi conosciamo
quelle che vanno bene, conosciamo la 3M, la Goretex e altre aziende
di questo genere ma su una che va bene ce ne sono cento destinate a
fallire. Tutto ciò sollecita domande su come si potrebbe fare per far
nascere queste forme di auto-organizzazione, di apprendimento, di "speciazione"
in senso proprio, senza soffocarle, accompagnandole e non dirigendole.
L'apprendimento:
un problema originario
Associamo ora a
questo racconto una serie di considerazioni sull'apprendimento e sull'organizzazione
che derivano dall'incrocio tra le discipline aziendali e altre discipline,
come le teorie della mente, le scienze della cognizione ma anche la
storia della scienza, la storia e dell'arte. Il tema dell'apprendimento
per me che sono un filosofo e cultore di scienze sociali è molto interessante
perché rinvia al problema di che cos'è la conoscenza. Avete presente
il mito della caverna raccontato da Platone, o la nozione di esperienza
che c'è in Aristotele? Allora scopriamo che la nobile origine del tema
della conoscenza in realtà può essere applicata a frammenti della vita
quotidiana e soprattutto alla vita lavorativa. Ciò nobilita il tema
dell'apprendimento organizzativo ma conferisce anche una grossa responsabilità;
parlare di apprendimento nell'organizzazione significa porsi il problema
di come i gruppi sociali diventano dei nuovi soggetti di scoperta, di
invenzione, di creazione. In genere, quando si pensa alla creazione,
si immagina un individuo isolato, un grande genio, mentre la maggior
parte delle scoperte o delle invenzioni delle ultime generazioni sono
invenzioni collettive. Inoltre, nella retorica tradizionale siamo convinti
che i creativi sono quelli che fanno pubblicità, che scrivono le poesie,
che dipingono, che fanno i film ecc.; in realtà la creatività, si potrebbe
dire, parafrasando l'inizio del Discorso sul metodo di Cartesio riferito
al buon senso, è la cosa nel mondo meglio ripartita. Cosicché anche
una persona che inventa una nuova procedura di budget è un creativo.
Le direzioni dell'apprendimento
Il tema dell'apprendimento è sterminato. Io lo vorrei affrontare esibendo
due princìpi. Il primo è la risposta a due domande fondamentali: "che
cosa si impara?" e "come si impara?" Alla prima domanda si possono dare
due risposte:
1. impariamo una cosa che tutti sanno già e noi no,
2. impariamo qualcosa che non sa nessuno, in tal caso la scopriamo.
Nel primo caso abbiamo l'adeguazione a un frame, nel secondo caso abbiamo
la scoperta di nuovi frames.
Nella vita organizzativa ci sono tutti e due, sebbene i secondi siano
più rari, per una serie di circostanze, alcune dovute a vincoli tipici
delle organizzazioni di impresa, per esempio l'estrema finalizzazione,
("una cosa che fai deve sempre servire a qualcosa") mentre, nella realtà,
la scienza procede proprio per esperimenti su cose che non servono a
nulla.
Tale questione mi porta all'oggetto specifico di questa conversazione,
cioè al concetto di break down e specificamente al rapporto tra frame
e break down, che è il punto più importante, secondo me, dei processi
di apprendimento innovativi.
Per un modello sociale dell'apprendimento
Quando parliamo di apprendimento nelle organizzazioni generalmente siamo
vincolati ad alcuni grandi paradigmi delle scienze della natura. Fin
dai tempi del positivismo di Comte, per le scienze dell'organizzazione,
per le scienze sociali in generale, la massima ambizione è ancora quella
di essere precise come la matematica o la fisica; così precise com'è
una scienza naturale. Salvo poi trascurare il fatto che le scienze naturali
non sono affatto precise. Voglio dire che quando parliamo di processi
di scoperta, di apprendimento e così via siamo generalmente indotti
a usare una metafora di tipo naturalistico, cioè a confrontare l'insieme
sociale, con le specie naturali nella loro evoluzione.
Oppure utilizziamo la metafora dell'azienda intesa come un cervello,
cioè confrontiamo dei gruppi sociali, degli individui con delle entità
di tipo sub-individuale come i neuroni. Questo apre un problema vastissimo:
quanto possiamo prendere dalla biologia, dalla fisica, dalla matematica
e quanto, invece, dobbiamo costruire autonomamente, quando siamo sul
terreno del sociale?
Essendo noi esseri biologici, quindi appartenenti alla natura, possediamo
un vincolo ultimo in tutte le nostre attività che è costituito dalla
vita e dalla morte; tuttavia ad un certo punto l'evoluzione porta ad
una discontinuità, ovvero i primati si evolvono fino a quando avviene
una specifica "speciazione" biologica. A quel punto che cosa succede?
Avviene una discontinuità, la discontinuità tra natura e cultura, che
ci porta ad un rilievo di tipo paradossale per il quale la nostra cultura,
che è basata sul linguaggio, sebbene strettamente derivante dall'evoluzione
biologica, è però discontinua rispetto all'evoluzione biologica stessa.
Prima della cultura c'è la natura, cioè c'è riproduzione in termini
naturali. Dopo il linguaggio, invece, aumenta la velocità della riproduzione
sociale e, pur restando noi esseri biologicamente determinati, diventiamo
quello che un filosofo contemporaneo, Richard Rorty, dice con una bellissima
frase: "noi diventiamo la specie poetica". La specie poetica o poietica
è la specie che produce - che produce se stessa essenzialmente - ovvero
riproduce con ritmi accelerati, passando attraverso la mediazione linguistica,
e quindi si riproduce in modo diverso dalla semplice riproduzione biologica.
Produce se stessa perché ha il linguaggio.
A partire dal linguaggio in poi, noi siamo cultura o, anzi, si potrebbe
dire: la cultura è la nostra seconda natura. A partire dal linguaggio
abbiamo una nuova forma di determinazione; o meglio siamo bideterminati,
siamo due volte determinati: una volta dal punto di vista naturale,
come specie; una seconda volta dal punto di vista culturale, come esseri
appartenenti ad una determinata cultura. Questo circuito diventa interessantissimo,
ci dice che noi dobbiamo stare molto attenti, quando parliamo di apprendimento,
a ragionare in termini di metafore biologiche e dobbiamo stare anche
molto attenti, quando parliamo di organizzazione, a usare metafore di
tipo cerebrale. Perché il cervello è un'entità biologica, plastica che
ha una serie di ritmi intrinseci, mentre la cultura non è un'identità
biologica ma un'identità, di tipo culturale, linguistica.
Questo porta ad una serie di problemi affascinanti per quanto riguarda
l'apprendimento organizzativo: sottolinea la nostra necessità di un
modello sociale e non biologico dell'apprendimento organizzativo. Ad
esempio, quando noi diciamo che le persone in un gruppo si comportano
come un reticolo neurale facciamo un'analogia, ma l'analogia è valida
solo fino ad un certo punto, perché i neuroni non parlano e non sono
in grado di produrre modelli di se stessi. Il linguaggio permette di
riflettere su ciò che si sta facendo, di costruire un modello interno
del sé. Infatti accade che noi, mentre agiamo, mentre ci sforziamo per
trovare una soluzione, stiamo creando un nuovo modello di organizzazione,
salendo sulle spalle di noi stessi con il linguaggio e, solo perché
possediamo il linguaggio, lo possiamo fare. Nel momento in cui distinguiamo
la natura e la cultura diveniamo consapevoli di un concetto, espresso
bene da una frase di un giovane filosofo italiano, Maurizio Ferraris,
che dice: "gli uomini, nella città conoscono la propria anima vedendo
altri uomini". Siamo nella città perché siamo esseri umani e nella città
siamo abituati a pensare. Posso infatti riflettere tra me e me, ma questo
tra me e me è già stato socializzato prima, altrimenti non esisterebbe
come riflessione individuale.
Quindi se non si ha interiorità, non si ha socialità. Al contrario i
classici, compreso Cartesio, compresi i moderni, pensano che si ha socialità
soltanto perché si esprime qualcosa che esiste già nell'interiorità
individuale. Invece, in realtà, funziona al contrario.
Noi conosciamo noi stessi perché ci sono gli altri, perché noi li vediamo
e conversiamo con loro e quindi apprendiamo, scopriamo, creiamo, perché
esiste un'interazione relazionale con altri individui.
I frames nei processi di apprendimento
Nei fenomeni di apprendimento organizzativo, sociale, di scoperta scientifica
e di invenzione, ci troviamo ad avere a che fare con la coppia "frame
- break down", cioè "continuità-discontinuità".
Frame è una parola che ha luoghi di nascita abbastanza vari e disparati
nelle scienze dell'uomo: per esempio, nell'antropologia, nelle scienze
della cognizione, nella sociologia, nell'estetica. Una delle traduzioni
della parola frame in italiano è "cornice", un vocabolo esteticamente
molto interessante.
Dunque cos'è la cornice o frame? E' un meccanismo centripeto produttore
di senso, che delinea: qualcosa è fuori, è ambiente, è caos, è privo
di ordine; qualcosa è dentro, è ordine, è bellezza, è significato. Che
cosa faccio con la cornice? Traccio una forma, cioè faccio un'operazione
di creazione di senso, oppure qualcun altro lo fa prima di me, lo fa
per me. Esprimendolo nel modo più astratto possibile, lo potremmo definire
in questo modo: il frame è una rete, un reticolo essenzialmente composto
di nodi e di relazioni come una carta geografica. Una carta geografica
reca le strade, le città grosse e piccole, i confini nazionali, alcuni
aspetti della fisica, i fiumi, i mari, ecc..
Una rete di nodi e di relazioni che, in qualche modo, è presente nella
mente. Ma sappiamo anche che la mente individuale è intrinsecamente
sociale, cioè gran parte dei nostri frames li abbiamo ereditati crescendo
in una certa società. Potremmo definire i frames come delle reti con
dei terminali scoperti o, si potrebbe anche dire, un puzzle con delle
tessere fatte in modo che qualsiasi evento possieda una tessera combinata
con un terminale del mio frame. Nel caso in cui l'evento non si combinasse,
occorre cambiare frame.
Nel caso in cui non si trovasse un nuovo frame, si va in crisi, non
si viene cioè in contatto con un frame capace di comprendere l'evento,
di dargli senso, così quell'evento resta sporgente. Questa nozione di
frame è così interessante perché è applicabile agli episodi di tipo
socio-organizzativo. Uno scienziato cognitivo americano, John Seely
Brown, che tra l'altro è anche il direttore del dipartimento della Ricerca
& Sviluppo della Xerox di Palo Alto, sostiene che le organizzazioni
funzionano come comunità di pratiche.
Le comunità di pratiche sono frames impliciti, cioè sono routine, sono
modelli di routine o di sub-routine, reticoli di routine talmente rodati
che per noi sono al di sotto della soglia di visibilità. Nelle organizzazioni
di impresa, i frames sono reti di routine o di sub routine, cioè routine
di livello minore, stratificati, che noi sovrapponiamo agli eventi dell'organizzazione
in modo da dargli un senso, senza entrare in crisi.
Ma non tutti gli eventi sono tali da poter sottostare ai frames, ci
sono degli eventi anomali. Per esempio quando nel '90-'91 ci fu l'irruzione
dei discount market ricordati in precedenza, tutte le aziende di marca
entrarono in crisi, nessuno riuscì a capire che quella anomalia non
era "rimarginabile" e tutti pensavano nel vecchio modo, cioè provavano
ad utilizzare il vecchio frame. L'episodio del discount market è interessante
perché potrebbe essere davvero analizzato con il linguaggio delle scienze
della cognizione.
I frames sono stratificati su diversi livelli di rigidità, possono avere
protezioni maggiori o minori. Quelli più superficiali sono più plastici,
quelli più profondi lo sono meno, ed è come se noi, di fronte all'evento,
convocassimo delle schiere di frames, da quella meno profonda a quella
più profonda, per avere un criterio di spiegazione. Quando non riusciamo
a spiegare l'evento, crolla una cultura. Si pensi al passaggio dal paradigma
tolemaico al paradigma copernicano come un'interruzione di un frame
profondo. La teoria della relatività del 1905 è un altro esempio potente
di rottura dei frames.
Ma ci sono anche dei frames culturali, come per esempio l'incesto e
il divieto di incesto, il cannibalismo e il divieto di cannibalismo,
tutti frames culturali, ma ad un livello così profondo di stabilizzazione
dentro la nostra vita sociale, a livello così archetipico, da non essere
convertibili: quando noi entriamo a contatto con culture che praticano
queste forme, per noi è un orrore. E l'orrore è un'anomalia non rimarginabile,
è l'estraneo assoluto, è "Alien" che esce dalla pancia dell'astronauta
e non è confrontabile con nessun altro essere vivente. Non a caso Alien
somiglia a un insetto, perché gli insetti sono gli esseri più alieni
tra tutti i viventi, sono quelli che hanno meno caratteristiche umane,
sono quelli che interrompono, con più durezza, il nostro frame. Nell'organizzazione
ci sono dei frames molto potenti ed alcuni coincidono con i frames socio-culturali
della società, altri sono particolari dell'organizzazione, e tutte le
volte che abbiamo a che fare con un evento siamo indotti a convocare
i nostri frames per cercarne la comprensione.
Quindi che cos'è un frame?
Quando noi parliamo di eventi sociali, è un autoritratto e quindi è
una costruzione interpretativa condivisa che noi offriamo a noi stessi
per darci una comprensione di ciò che stiamo vivendo. Come diceva Max
Weber, io so che una cosa ha senso quando riesco a situarlo in una mappa
e a relazionarlo a comportamenti intersoggettivi condivisi. Quindi il
frame ha a che vedere con un autoritratto, con una sorta di testo costruito
interattivamente. Per questo è così importante.
Il break down
Tra il frame e il break down vi è una relazione facilmente intuibile:
il break down è l'interruzione di un frame o di più frames a differenti
livelli.
Anche nel caso del break down abbiamo molte discipline che intervengono
con il diritto di paternità su questo vocabolo, per esempio la psicologia
e la psicoanalisi.
Anche Bion e Winnicot parlano della nozione di break down in termini
molto precisi, in termini di catastrofe psicologica individuale.
Una persona ha un break down quando entra in una crisi irreversibile
di fronte a una serie di problemi che gli vengono posti dall'esistenza
e che lui non riesce più a fronteggiare. Sul piano epistemologico Thomas
Kuhn parla della rottura di paradigma, nel suo famoso libro sulla Struttura
delle rivoluzioni scientifiche, parla di qualcosa che è assimilabile
al break down. La rottura di un paradigma scientifico, come il passaggio
dal paradigma tolemaico al paradigma copernicano, è un break down nella
storia della scienza.
I vecchi modelli divengono inservibili e interviene un momento di incommensurabilità
tra l'uno e l'altro paradigma. Poi c'è una terza versione, quella della
scienza cognitiva di Minsky e Varela, e soprattutto quella di due grandi
studiosi di apprendimento organizzativo come Terry Winograd e Fernando
Flores.
Questi due autori hanno scritto nel 1987, un libro molto bello, tradotto
in italiano, col titolo Calcolatore e conoscenza. In questo saggio si
tratta dell'apprendimento organizzativo e specificamente del break down,
interpretandolo come un'interruzione delle nostre normali abitudini
di vita.
Ecco, il break down secondo Winograd e Flores è l'interruzione del nostro
stato di comoda abitudine grazie al quale noi, in un certo senso, riusciamo
ad uscire da noi stessi e la natura delle nostre pratiche, sociali,
organizzative, interattive, ci si rivela in modo che noi la possiamo
osservare.
"Il balenare improvviso dell'aspetto"
Quindi la nozione di break down è interessante perché ha due versanti
contrapposti: quello negativo, per il quale è interruzione, crisi, crollo,
catastrofe; quello positivo, per il quale rappresenta invece un'occasione.
Il break down, occasione di cambiamento, è come le due inscindibili
facce di uno stesso foglio. Purtroppo, però può verificarsi soltanto
un break down negativo. Posso cioè entrare in una crisi tale per cui
non torno indietro, oppure posso sollecitarla io stesso in episodi di
apprendimento, accelerando la disgregazione dei frames per fare in modo
che sorgano degli episodi di illuminazione, di re-framing.
In questo caso avviene quello che Wittgenstein chiama "il balenare improvviso
dell'aspetto", cioè le cose cambiano completamente aspetto, possono
essere guardate in modi nuovi come ad esempio l'immagine delle scale
che può essere guardata da sopra e da sotto. Il break down ti introduce
alla porta che, a sua volta, ti introduce a questo tipo di cambiamento
catastrofico, discontinuo, che non avviene per accumulazione, per pressioni
successive. Cioè, non si apprende avendo accumulato un certo numero
di funzioni. Il break down funziona in modo discontinuo, da zero a uno;
prima niente poi tutto, o prima tutto e poi niente.
D'altra parte, gli scienziati della cognizione dicono: cosa si può fare
quando non riusciamo a risolvere un problema, cioè quando l'anomalia
esorbita dai nostri frames? Si può cercare di vedere le cose in modo
nuovo o descriverlo in termini diversi (re-framing).
La riformulazione è il metodo più efficace per cercare di sfuggire a
quella che sembra una situazione disperata. Ma come avviene il passaggio,
il break down? Non lo sappiamo. Una delle cose più affascinanti che
stiamo cercando di fare, con degli altri amici che si occupano di apprendimento
organizzativo, è capire che cosa succede dentro il break down: cioè
quando sei nel caos, che cosa ti succede?
Il caos vuol dire: non hai più i vecchi modelli a disposizione, non
ne hai ancora di nuovi, sei nel mezzo. Allora crisi, disintegrazione
del frame, oppure occasione, scoperta. Ma a me personalmente interessa
che cosa c'è nel mezzo e che non sappiamo.
Quello che io so è che, se applico determinati princìpi organizzativi
e un modello molto plastico di intervento nelle organizzazioni, gli
episodi di apprendimento si configurano come episodi di rottura di frames,
di break down creativi, quindi positivi sebbene rischiosi.
Ancora però non so cosa succede quando si va nel caos e se c'è una logica
di questa rottura. So che prima c'è una cosa e poi ce n'è un'altra,
ma questo durante, questa interruzione è significativa dal punto di
vista delle interazioni sociali, è significativa dal punto di vista
di quello che succede nei gruppi organizzativi.
Io sostengo che si può aiutare un gruppo sociale a mettere in piedi
episodi di apprendimento forti di creatività, che si può accompagnarli
e guidarli in questa discontinuità e che gli episodi più interessanti
avvengono per discontinuità e non per semplice assimilazione.
Inoltre gli episodi più significativi sono quelli nei quali il gruppo
sociale scopre da sé, attraversando il break down, quali sono le soluzioni
appropriate e che nessuno conosce prima. Sarebbe infatti profondamente
mistificatorio dire: io che sono un consulente so come deve andare la
faccenda.
In realtà non sappiamo come devono andare le cose, possediamo però alcuni
principi, quindi siamo relativamente fiduciosi che, se un gruppo sociale
si comporta in un certo modo, quasi sempre succede qualcosa di molto
interessante.
I livelli di break down sono differenti: ci sono break down epocali,
disastrosi, (il modello di Copernico ad esempio, come sappiamo, non
è stato accettato per secoli, perché era troppo discontinuo rispetto
al paradigma dominante), ma all'interno di un frame o di un paradigma
ci sono altri differenti possibili livelli di break down. Si può ragionare
in termini di periodi di continuità e periodi di discontinuità, scienza
"normale" e scienza rivoluzionaria.
In realtà noi sappiamo, che anche all'interno della scienza normale
possono verificarsi molti break down: la scienza, infatti, è un insieme
di caos continui entro i quali la scoperta scientifica, l'invenzione,
avviene agglomerando in modo totalmente irrazionale.
Cinque requisiti per facilitare l'innovazione
Le organizzazioni di impresa sono gruppi creativi che hanno a che fare
con problemi di innovazione e che sono fortemente frenati da strutture
organizzative e da modelli di apprendimento obsoleti. Questi ultimi
si basano sul fatto che c'è qualcuno che sa e qualcuno che non sa, e
quel qualcuno che sa lo trasmette all'altro. E' simile ai modelli della
creatività di tipo sequenziale : "Se volete essere creativi, fate questo
e quest'altro", ma poi, come ben sappiamo, non succede mai niente.
Sappiamo invece che, cambiando alcune variabili organizzative, i processi
di apprendimento, scoperta e discontinuità migliorano, sono cioè fortemente
agevolati:
· Il primo aspetto riguarda la personalizzazione contro la burocrazia.
Per personalizzazione intendo che tutte le organizzazioni creative con
cui mi è capitato di entrare in contatto, si sono inventate dei modelli
organizzativi che non esistevano nell'esperienza precedente. Sto parlando
di aziende come la Diesel, l'Alessi, la Benetton, la Fiorucci e altre
di questo genere. Per queste organizzazioni i modelli organizzativi
sono basati su rapporti a vista, personali, addirittura rapporti di
coppia. Alessi mi ha raccontato personalmente come le sue famose linee
di oggetti per la casa siano nate da rapporti di amicizia personale
tra lui e Mendini, o tra lui e Magistretti. Analogamente, la coppia
Benetton-Toscani è rappresentativa di un gruppo estremamente personalizzato
i cui contatti sono molto informali, basati su relazioni di amicizia,
magari molto violente. Amicizia, infatti, non vuol dire che non ci sia
conflitto. Questi esempi rappresentano tutto il contrario dell'organizzazione
razionale che noi siamo abituati a pensare, in cui se tu sposti una
persona non succede niente perché, intanto, ce n'è un'altra intercambiabile.
Nei gruppi come quelli citati, se tu sposti una persona succede una
catastrofe, perché queste organizzazioni sono ricalcata sulle persone.
· Secondo aspetto: strutture leggere e temporanee contro strutture stabili
e pesanti, cose che si fanno e si disfanno continuamente, gruppi di
progetto, team, cose continuamente mobili, confini imprecisi, difficili
da gestire perché caotici, esperienze personali di coach con gruppi
creativi.
· Terzo aspetto: scarsa definizione del confine tra interno ed esterno.
Si creano in questo modo strutture molto caratteristiche dal punto di
vista creativo; esse sono, ad esempio, quelle in cui ci sono dentro
un paio di collaboratori del capo, il capo, due consulenti esterni,
uno che va e viene, un altro che frequenta l'azienda da dieci anni ma
non è dipendente, un tizio che è stato chiamato dalla Finlandia perché
è particolarmente bravo a fare una cosa specifica. Si tratta, cioè,
di strutture oscillanti di tipo ameboide, che non rappresentano più
l'azienda chiusa; si tratta di mescolanze di interno ed esterno.
· Quarto aspetto: coltivazione dell'eccedenza versus coltivazione dell'efficienza.
Questo vuol dire che, al posto di avere un'organizzazione con processi
perfettamente rodati dalle consuetudini che funzionano a meraviglia,
si verificano degli intasamenti. L'organizzazione creativa, infatti,
è estremamente inefficiente. Ma anche la natura è estremamente inefficiente:
per creare una specie deve buttare via una quantità spaventosa di energie.
La natura, dice Gould, lavora per bricolage, non lavora in modo efficiente,
mette insieme quello che trova. Coltivazione dell'eccedenza cosa vuol
dire? Vuol dire disponibilità a perdere un sacco di tempo e a spendere
un sacco di soldi su progetti non finalizzati, all'inseguimento di idee
che sembrano fantasiose ma prive di futuro. E' questa, però, è una delle
dinamiche più interessanti dal punto di vista dell'apprendimento.
· Quinto aspetto: reticolo versus sequenza. Per sequenza si intendono
delle attività ripetute, mentre per reticolo si intende la possibilità
di cominciare da qualunque punto, la sequenza non è fissa, le persone
che possono intervenire nel processo sono variabili, il processo assume
configurazioni diverse tutte le volte. In questo caso: ruolo fondamentale
della leadership personale versus ruolo fondamentale delle strutture
impersonali.
Questi punti rappresentano, secondo me, le condizioni di facilitazione
organizzativa.
Nella mia esperienza di lavoro con organizzazioni di impresa, ho notato
che, tutte le volte che ricorre creatività, innovazione e così via,
le soluzioni organizzative sopra elencate sono le più probabili e tutte
mi portano verso un'organizzazione di tipo relativamente caotico. Sono
condizioni sufficienti? No, sono solo condizioni necessarie.
Un modello dinamico di apprendimento
Vorrei infine farvi la sommaria ricostruzione di un processo di invenzione
o di innovazione. Mi riferisco a scoperte scientifiche, innovazioni
artistiche, innovazioni imprenditoriali e cose simili.
Il processo di innovazione presenta, grosso modo, sei stadi: abitudine;
attenzione; anomalia; break down; cristallizzazione; rinormalizzazione,
ovvero costruzione di un nuovo frame.
La prima tappa, l'abitudine, rappresenta la scienza "normale" di Kuhn,
l'apprendimento per adeguazione i frames consolidati. Lo stato di attenzione
è molto importante: se non si possiede, non si può nemmeno entrare in
uno stadio di confusione.
Come dice giustamente Domenico De Masi, le persone creative e intelligenti
sono persone fragili e anche i gruppi creativi e intelligenti sono entità
fragili. Se uno non va mai in crisi, non è perché è solido come una
roccia: probabilmente è perché non è molto intelligente.
Andare in crisi è una manifestazione di intelligenza. Il livello di
attenzione può essere sollecitato in un gruppo organizzativo con dei
meccanismi.
Per esempio, con modelli di osservazione non consueti.
Vi faccio un esempio: Benetton manda la gente in giro per il mondo a
raccogliere materiale, alla rinfusa, come gli capita. Tenere alto il
livello di attenzione, è come avere sulle spalle un cesto che tu riempi
con tutto quello che, in qualche maniera, dal punto di vista qualitativo,
totalmente irrazionale, ti sembra interessante.
Il livello di monitoraggio alto è una caratteristica distintiva delle
aziende creative.
Sulla base di uno stato di attenzione molto forte noi possiamo notare,
in anticipo rispetto ad altri, le anomalie. La scoperta la fa chi è
preparato a farla: se si è sensibili all'anomalia, se lo stato di attenzione
è alto, se si è colpiti dall'anomalia, ci si può lavorare sopra. La
ricerca scientifica considera l'anomalia come un dato prezioso, mentre
l'azienda considera l'anomalia come qualcosa da eliminare.
Lo scienziato ragiona nettamente al contrario: hai un problema? prendilo,
coltivalo, dormici insieme perché questo problema può portarti alla
scoperta.
Quando l'anomalia si amplia e sporge rispetto al modello dei frames
consueti, puoi avere un break down. I break down si verificano sulla
base di uno stato di attenzione molto forte, di una sensibilità alle
anomalie.
Solo nel break down c'è la possibilità di rintracciare "il balenare
improvviso dell'aspetto", ossia la ristrutturazione del dato percettivo
che si costruisce in modo completamente nuovo.
|