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    Numero 5
 

Le trappole dell'inconscio e i processi della conoscenza
Simona Argentieri*

 
Ogni sofferenza della mente sacrifica una quota di pensiero. Molti fenomeni della società moderna ostacolano l'apprendimento e portano all'impoverimento della nostra capacità di pensare
L'esposizione che segue muove da competenze psicoanalitiche, che possono apparire lontane per chi si confronta quotidianamente con i problemi legati alla vita nelle organizzazioni. La psicoanalisi non è una sorta di licenza di interpretare a livelli inconsci in qualunque occasione, senza che nessuno mai si premuri di dare un po' di rigore.
La psicoanalisi non è approssimazione senza metodo. E', invece, una scienza faticosa.
Forse possiamo rinunciare all'idea di considerarla scienza e ritenerla una forma di artigianato che, muovendo dall'esperienza clinica della sofferenza umana, cerca di capire come funzioni il nostro apparato psichico, non soltanto a livello cognitivo, ma anche a livello delle emozioni, degli affetti, dei processi inconsci. Fin dall'origine, come è noto, la psicoanalisi ha avuto due anime: Freud e Jung. Freud era medico, più precisamente neurologo e ha dedicato i primi studi alla neurobiologia. Soltanto con l'arrivo di Jung cominciarono a guadagnare spazio quei livelli più metaforici, poetici e suggestivi - talvolta addirittura mistici - che hanno allontanato sempre più la psicoanalisi da un terreno solido e scientifico per portarlo, invece, verso il mondo dell'ineffabile e dell'allusivo.

Le origini della psicanalisi: Freud
Partiamo, dunque, dalle origini. La psicoanalisi è un processo che si sviluppa a partire dalla fine dell''800 attraverso l'esperienza di Freud, la sua carriera di medico, biologo, neurofisiologo e poi psichiatra di giovani isteriche. Attraverso queste vicissitudini cliniche, egli comincia a rendersi conto che il nostro funzionamento dipende in minima parte dalla coscienza. L'iceberg è la metafora che descrive meglio questo concetto. Ciò che fa parte della nostra personalità cosciente è soltanto la punta dell'iceberg. Tutto ciò che invece è sommerso, e che corrisponde alla massa della montagna di ghiaccio, appartiene all'inconscio.
Soltanto attraverso un lavoro faticoso è possibile riconoscere in noi stessi l'esistenza di livelli che sfuggono al controllo della coscienza e guidano il nostro operare quotidiano. Per andare su un terreno molto semplice pensiamo all'esperienza dei sogni. Durante il sonno ciascuno di noi sperimenta una vita, un mondo fantastico ricco di fantasie, emozioni, desideri e incubi che non sono spiegabili attraverso i soli elementi della vita quotidiana e cosciente. Il lapsus è un altro esempio attraverso il quale è possibile scorgere il funzionamento dell'inconscio.
Il lapsus rappresenta la continua possibilità di tradire noi stessi attraverso una dimenticanza o lo sbaglio di un nome. L'origine della parola deriva dal verbo latino scivolare e, infatti, il lapsus rappresenta le situazioni in cui noi scivoliamo sul nostro inconscio. Attraverso questo meccanismo si palesa qualcosa di segreto che, durante la maggior parte della nostra vita, rimane relegato nell'inconscio e, nostro malgrado, trova una via per manifestarsi e per rivendicare le sue ragioni. E' un modo assai semplice per scavalcare tutte le regole del vivere quotidiano, le norme morali, i codici di comportamento e prendersi delle piccole vendette che partono, appunto, dai desideri dell'inconscio. Quante volte ci dimentichiamo delle cose spiacevoli che dovremmo fare o aggrediamo in modo indiretto qualcuno che detestiamo, storpiando il suo nome o dimenticandolo. Secondo ammissione dello stesso Freud, la psicoanalisi, nonostante il fascino e le apparenze, è un processo sgradito, poiché infligge all'uomo un insulto alla sua componente narcisistica. Il narcisismo ha subìto nei secoli tre assalti. Il primo risale alla rivoluzione copernicana e alla scoperta che l'uomo non è il centro dell'universo, bensì l'abitante di un piccolo pianeta in un universo infinito. Il secondo è attribuibile alla teoria evolutiva di Darwin. Non solo l'uomo non è al centro dell'universo, ma non discende neanche direttamente da Dio, bensì da una scimmia. Infine, il terzo è stato inferto proprio dalla psicoanalisi. Infatti, l'uomo non solo non è al centro dell'universo, non solo non deriva direttamente da Dio, ma non è neanche padrone in casa propria. L'Io, questa orgogliosa coscienza, esaltata da tutte le psicologie cognitive, e cui tutte le principali filosofie tributano massimo riconoscimento, è soltanto un pezzettino della nostra mente, del nostro funzionamento. L'Io, infatti, è soltanto una piccola quota di quello che noi, al livello di coscienza, consideriamo il nostro essere.

Io, Es, Super Io
Con questa breve introduzione abbiamo ripercorso quella che in psicoanalisi viene chiamata la prima topica, ovvero la distinzione tra conscio, inconscio e preconscio. Quest'ultimo è una sorta di cerniera che presiede alla continua negoziazione di ciò che può avere accesso alla coscienza e ciò che, invece, deve rimanere rimosso nell'inconscio.
A tale proposito può essere importante soffermarsi sul meccanismo della rimozione. Anche questo concetto ha avuto una grande diffusione, perdendo, molto spesso, di senso e di valore. L'individuazione dei tre livelli porta Freud a formulare una seconda topica, attraverso la quale individua la struttura che regola il funzionamento psichico, per la cui comprensione ci possiamo avvalere di una metafora di tipo architettonico. L'Io rappresenta il piano terra di un palazzo, al di sotto del quale si trova il cosiddetto Es o Id. Questo piano sotterraneo raccoglie gli istinti, i livelli più primitivi, ovvero tutto ciò che appartiene alle epoche arcaiche della vita. Il bambino, appena viene al mondo, è dominato principalmente da impulsi, istinti, bisogni. La mente non esercita ancora la capacità di pensare, simbolizzare e astrarre il mondo dell'Es o degli istinti. Nel corso dello sviluppo, attraverso l'educazione che il mondo esterno impartisce al bambino, attraverso i genitori e gli adulti che si prendono cura di lui, cominciano ad intervenire funzioni di tipo repressivo, che concorrono a formare ciò che, prima della psicoanalisi, si chiamava coscienza morale, ovvero il codice etico di ciascuno, il cosiddetto Super Io. Il Super Io esercita una funzione normativa, ma anche protettiva all'interno di ciascuno. Rappresenta una sorta di introiezione di tutti quei precetti morali che inizialmente appartenevano alle norme esterne e venivano proposti dalle persone adulte e importanti. Progressivamente diventano, invece, una parte della nostra personalità. Tornando alla metafora, il Super Io rappresenta, dunque, l'attico di questa struttura architettonica. Ne consegue che il povero Io risulta schiacciato tra due padroni, perché contemporaneamente dal basso premono i bisogni, gli istinti e i desideri. Gli istinti sono per Freud il motore della nostra vita e, tra tutti, due in particolare, entrambi potenti, attivi e quasi sempre in conflitto: la libido o istinto sessuale di vita e la distruttività o istinto di morte. Proprio a causa della loro potenza, sono forze minacciose per il nostro equilibrio interno e per gli altri con i quali veniamo in contatto.
Se ci soffermiamo ad esaminare il comportamento di un bambino molto piccolo, è facile vedere come sia dominato soltanto dalle sue pulsioni istintuali, aggressive o amorose. Il bambino, quanto più è piccolo, tanto più ha una presa diretta tra ciò che vuole e il comportamento che adotta. Crescendo, invece, si è costretti a negoziare con i bisogni e gli impulsi che insorgono e ad imparare a tenerli a bada. Momento basilare del percorso di sviluppo è la fase edipica. Il significato del complesso di Edipo va oltre la storia secondo la quale ogni bambino desidererebbe avere rapporti sessuali con la madre e uccidere il padre. L'essenza del complesso di Edipo, il nodo evolutivo che esso rappresenta, è invece legata alla necessità che il bambino si renda conto che esiste una realtà nella quale deve vivere e con la quale deve convivere. Non può più semplicemente aspettarsi che il mondo esterno sia al servizio dei suoi bisogni. Deve imparare, invece, che buono e bene, cattivo e male non sempre coincidono. Ciò significa affrontare un lavoro costante di discriminazione dei desideri e delle esigenze, cioè venire a patti con la realtà. Un punto fermo della disciplina psicoanalitica, che vale per l'individuo umano sempre e comunque, normale o affetto da patologie, è la contrapposizione tra il principio del piacere-dispiacere e il principio di realtà.
Il principio del piacere-dispiacere rappresenta il funzionamento primitivo dell'inconscio, cioè la tendenza a cercare di perseguire il piacere ed evitare il dispiacere. Il bambino e lo psicotico agiscono privilegiando il principio del piacere-dispiacere. Il principio di realtà, invece, tiene conto, appunto, della realtà. Ciò non significa che tale principio debba portarci a soffrire; anzi, è esattamente il contrario. Seguire semplicemente il principio del piacere-dispiacere sul piano concreto della realtà spesso non conduce a nulla. Anzi, può addirittura diventare fonte di continue frustrazioni. E' più facile riuscire a conquistare quel poco di piacere che la realtà offre se si tiene conto delle sue leggi. Per ottenere ciò che desideriamo, si tratti di una méta, una posizione di prestigio o una persona amata, dobbiamo in molti casi penare, e forse in seguito potremo avere successo. Eliminando la fatica e assecondando l'impulso immediato che spinge a volere tutto e subito, molto spesso si va incontro solo a frustrazioni.

La fatica della conoscenza
Applichiamo questa riflessione al campo dell'apprendimento. Uno degli ostacoli all'apprendimento e all'acquisizione di particolari competenze risiede proprio nella necessità di anteporre il principio di realtà al principio di piacere-dispiacere. In sostanza, si tratta di riuscire a tollerare il fatto che, per raggiungere certe tappe di conoscenza, si debbano affrontare degli sforzi e che ciò non possa essere in alcun modo evitato. Questa difficoltà è facilmente riconoscibile in quei giovani che spesso denunciano difetti di apprendimento. Si tratta di persone spesso molto intelligenti, piene di ambizioni, che non riescono a capacitarsi dei propri insuccessi. Per lo più, sono persone che non si rassegnano ad accettare la frustrazione del loro narcisismo, il quale deriva dal fatto che, per imparare, si deve fare fatica. Il fatto stesso di doversi sforzare, sembra mettere in discussione la loro stessa autostima.

Le trappole della vita quotidiana
Possiamo applicare questo principio a comportamenti quotidiani, come ad esempio la puntualità. In molti casi arrivare tardi ad un appuntamento dipende da quella parte di onnipotenza che ciascuno di noi conserva e che induce a pensare di potere arrivare in tempo senza fare i conti con il traffico o con altri eventi esterni. Oppure, non si tollera l'umiliazione di arrivare un po' prima, perché ciò ci fa sentire piccoli, deboli, in svantaggio rispetto all'interlocutore. Sono queste le piccole trappole, i residui degli aspetti megalomanici, onnipotenti, infantili, che ci portano ad ignorare la realtà. Il contrasto tra principio di piacere-dispiacere e principio di realtà rappresenta la battaglia quotidiana di ciascuno di noi e, in particolare, di coloro che soffrono di determinate patologie
I nevrotici, ad esempio, coltivano, a livello inconscio, il sogno di trovare una scappatoia che eviti loro di riconoscere di essere malati. Sono aggrappati alla speranza di non essere loro a dover cambiare, ma che la realtà si modifichi per adattarsi ai loro bisogni.

La scorciatoia della seduzione
Una fantasia universale è quella di risolvere i problemi attraverso l'amore, perché essere amati significa essere accettati come si è, senza cambiare e, quindi, senza fare i conti con il principio di realtà. Questo rappresenta uno spunto interessante per chi lavora in organizzazioni complesse e gerarchiche. Mi riferisco a tutti quei giochi di seduzione che si mettono in atto in situazioni improprie. In passato questo comportamento era prevalentemente attribuito alle donne, anche se molti uomini lo adottavano in modo più subdolo e nascosto. Ciò si verifica tutte le volte in cui si mettono in moto dei meccanismi inconsci di seduzione nei confronti dell'autorità per cercare di ottenere, attraverso l'erotizzazione del rapporto, delle scorciatoie rispetto ad un obiettivo. Non nel senso grossolano e banale di cercare di ottenere una promozione attraverso una prestazione sessuale. Ci riferiamo, più in generale, alla modalità con cui si possono impostare i rapporti gerarchici. Di fronte a qualcuno in una posizione di vantaggio, si può avere la tentazione di erotizzare il rapporto per riuscire in questo modo a placare le ansie che la situazione crea o mitigare l'aggressività del superiore. Ecco un'altra trappola pericolosa. Non fosse altro perché chi domina è spesso portato a credere che le attenzioni ricevute dipendano dal proprio fascino e non dalla posizione che ricopre.


La conoscenza e le emozioni
Proseguiamo questa riflessione concentrandoci sul funzionamento della mente. Dal punto di vista psicoanalitico non esiste la possibilità di fare una separazione tra funzioni e livelli cognitivi e funzioni e livelli emotivi ed affettivi. Secondo l'esperienza e la teoria psicoanalitica questi aspetti della psiche sono sempre inesorabilmente intrecciati. Talvolta ci illudiamo di avere delle funzioni intellettuali completamente esenti da zavorre e da implicazioni affettive. Ma si tratta, appunto, di illusioni, perché a livello inconscio queste diverse modalità di funzionamento sono sempre reciprocamente capaci di condizionarsi. Facciamo ancora un esempio. C'è stato un lungo, secolare, pregiudizio nei confronti della differenza tra i sessi.
Si è detto, per tanti, tanti secoli, che le donne erano meno intelligenti dei loro compagni maschi e tale affermazione sul piano della realtà comportamentale poteva avere basi concrete. Ciò che, però, già Freud aveva messo in luce era la necessità di mettere in relazione l'inibizione dell'intelligenza femminile con l'inibizione della sessualità che veniva loro inflitta da un certo tipo di educazione. L'apparente minore intelligenza di tante donne, in realtà, era dunque riconducibile all'inibizione delle pulsioni sessuali che la cultura aveva tradizionalmente imposto loro. In tutte le circostanze in cui una pressione limita in misura significativa le nostre pulsioni aggressive o sessuali o i nostri affetti o le nostre emozioni, inesorabilmente questa mortificazione comporta un impoverimento degli aspetti intellettuali e cognitivi.
Prendiamo, ad esempio, lo sviluppo dell'intelligenza dei bambini e le loro facoltà di apprendere. La voglia di conoscere e di sapere fa parte delle caratteristiche dei bambini, ed è ciò che definiamo istinto scopofilico. Le prime curiosità dei bambini riguardano il corpo e il suo funzionamento, la nascita e la sessualità. Se queste curiosità vengono sacrificate e mortificate in modo troppo violento, si impoverisce l'impulso a conoscere e le conseguenze si possono manifestare lungo l'intero arco della vita dell'individuo. Il risultato può essere l'adozione di comportamenti ossessivi. Si è portati a vedere le cose in modo settoriale, senza la libertà creativa di spaziare, di fantasticare per poi ritornare ad un pensiero logico. Vi sono, però, anche altre modalità attraverso le quali può essere impoverita la potenzialità creativa dell'intelligenza di un bambino.
Ad esempio, l'errore opposto, ovvero offrire troppi stimoli o concedere troppa libertà. Questo è, probabilmente, l'errore che contraddistingue la nostra epoca, nella quale siamo passati da un eccesso di repressione ad una carenza di autorità. Adesso tutti hanno paura di fissare un limite, di stabilire un confine tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Il bambino, in questo caso, non riceve dall'esterno alcun tipo di contenimento, di protezione dai suoi impulsi ed è precocemente costretto a cercare da solo di capire il limite fino al quale può spingersi.
Ne consegue, anche in questo caso, un impoverimento dell'intelligenza e delle funzioni dell'apprendimento. Diminuisce l'intensità delle passioni, delle emozioni, dei desideri, come dimostrano i bambini e gli adolescenti di oggi, dei quali tutto si può dire tranne che siano dominati dalla passione per il sapere.

Processi di apprendimento e cultura
Quest'ultima riflessione ci porta a spostare la nostra attenzione sul dibattito relativo alla civiltà dell'immagine. La polemica sull'eccesso di stimolazioni visive, che i bambini ricevono fin da età molto precoci, risulta in molti casi tanto enfatica quanto confusa. Sbagliamo obiettivo se pensiamo che la soluzione sia quella di limitare il numero di ore che i bambini passano davanti al televisore. La vera sfida è nel riuscire a favorire lo sviluppo delle funzioni mentali di controllo. Si tratta di costruire una struttura dell'Io capace di elaborare ed interpretare l'insieme di stimoli prevalentemente visivi all'interno del funzionamento globale della mente.
Un altro motivo dell'impoverimento della capacità mentale dei ragazzi in età scolare deriva dal fatto che gran parte dei processi di apprendimento sono privi di agganci con le esperienze sensoriali, così importanti per costruire il nostro mondo interno. Senza voler demonizzare la realtà virtuale, i computer o il mondo delle immagini, è importante avere presente che, nel momento in cui si impara qualche cosa attraverso un libro, insieme alla nozione, si assimilano tutta una serie di memorie di tipo sensoriale. Le dita sporche di inchiostro, il sapore di una penna rosicchiata, le pagine sfogliate, offrono una serie di associazioni sensoriali che arricchiscono enormemente l'apprendimento.
Tutti gli spunti finora proposti possono destare qualche perplessità a chi affronta il problema dell'apprendimento rivolgendosi a persone adulte e che hanno, pertanto, processi di sviluppo raffinatissimi. Tuttavia, è importante comprendere che molti dei problemi attuali hanno origine in fenomeni ben diversi da quelli che si sbandierano come battaglie culturali. Il problema non è quello di mettere il chiavistello alla televisione, ma di comprendere quanto il nostro processo cognitivo e di apprendimento, nel corso di questi ultimi cinquanta anni, sia andato, progressivamente, impoverendo tutto quel tessuto sensoriale che dovrebbe far parte della struttura dell'individuo. Questo lo vediamo dalla difficoltà dei ragazzi di oggi proprio nel ricordare, poiché l'archivio delle memorie è fuori dalla loro mente.
Le associazioni sono sempre più spesso affidate al computer che fornisce, però, nessi prefabbricati, privi di storia per chi deve ricordare. L'apprendimento si avvale enormemente del patrimonio di associazioni a cui ciascuno di noi può attingere, che rappresenta quella parte sotterranea dell'iceberg che dà spessore e sostanza alle conoscenze. Talvolta può rappresentare una zavorra, perché contiene una tale quantità di nozioni, spesso anche insignificanti o inutili, ma che costituisce il retroterra di sicurezza sul quale ciascuno di noi può fare affidamento. Molti giovani di oggi mostrano uno spessore troppo esile rispetto alle cose che imparano, proprio perché le assimilano soprattutto a livello corticale e non sono radicate attraverso processi di pensiero più elaborati. Vorrei concludere con un monito.
Ogni tipo di sofferenza della mente comporta sempre il sacrificio di una quota del pensiero. In tutti i casi in cui interviene un meccanismo patologico, sia esso di rimozione, feticismo o anoressia, sempre e comunque, insieme al sintomo viene sacrificata una parte della nostra intelligenza. Non c'è sintomo nevrotico che non comporti di per sé un impoverimento, una chiusura di un settore della nostra capacità di pensare e, conseguentemente, delle nostre capacità di apprendimento.

*Simona Argentieri è laureata in Medicina e chirurgia. E' full Memeber dell'International Psychoanalytical Association e membro ordinario e analista didatta dell'Associazione Itliana Psicoanalisi.

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