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In
questa riflessione cercherò di delineare un percorso che, partendo dalle
basi funzionali dei nostri sistemi percettivi, passando per le strategie
messe in atto a livello cognitivo, ci porti a individuarne le ricadute
nella pratica dei processi di apprendimento. Il punto di partenza è
costituito dalle reali capacità del nostro cervello: cosa ci consente
di fare il cervello? Quali sono i limiti? Quali le trappole o gli inganni
in cui può cadere per colpa dei suoi stessi meccanismi di funzionamento?
Il nostro sistema nervoso, con il potente motore fornito dal cervello
che nella specie umana è il risultato di un lungo percorso evolutivo,
ci assicura la risoluzione di molti problemi in maniera ottimale. Vi
sono però situazioni in cui banali errori di percezione o problemi più
complessi legati al ragionamento possono rendere meno efficaci le sue
prestazioni.
Fisiologia del cervello umano.
Il substrato del funzionamento del nostro cervello è contenuto in due
sezioni: la corteccia cerebrale e le vie di associazione tra aree simmetriche.
Usando una similitudine presa dal linguaggio kantiano, potremmo quasi
dire che la nostra mente è dotata di "apriori", ovvero di capacità che
ci consentono di adeguarci al mondo. Tali capacità risiedono, per l'appunto,
nella corteccia cerebrale e offrono la possibilità di rappresentare
sia il nostro corpo che il mondo esterno. Il nostro corpo ha una rappresentazione
a livello di corteccia cerebrale (chiamata "omuncolo") che rispecchia,
sia dal punto di vista sensoriale che dal punto di vista motorio, l'importanza
che le varie parti periferiche rivestono nella nostra specie. Questo
vuol dire che ogni cellula sensoriale e ogni cellula motoria trova collocazione
in specifiche aree della corteccia. Il fatto che siamo esseri umani
e non, ad esempio, roditori ci porta ad usare molto più le mani dei
denti. Ecco perché questa rappresentazione corticale disporrà di mani
e faccia molto grandi, di un corpo relativamente piccolo e di piedi
sproporzionati (forse retaggio delle capacità prensili dei nostri antenati
pelosi). In altre parole, il cervello tiene conto delle nostre peculiarità.
L'uomo è fatto per manipolare, per toccare, per parlare, per interagire
con il mondo attraverso queste strutture, ed è logico che nella corteccia
queste siano più rappresentate. In un roditore, invece, il corpo e le
sue rappresentazioni sono legate alla necessità di interagire con il
mondo attraverso il muso, in assenza di manualità e linguaggio. Gli
aspetti senso-motori sono i problemi più banali che deve affrontare
il nostro cervello. La complessità organizzativa della sua struttura
è predisposta a consentirci di cogliere anche elementi più astratti
come, ad esempio, il concetto di simmetria. Partendo dalla percezione
dei vari punti che compongono un oggetto, grazie alla presenza di fibre
associative che connettono ogni punto dell'emisfero sinistro con un
punto dell'emisfero destro, noi siamo in grado di avere una idea della
forma più o meno simmetrica dell'oggetto stesso. Su questa percezione
possiamo costruire un concetto astratto di simmetria che applicheremo
in situazioni successive, come per esempio per apprezzare intuitivamente
l'armonia del cielo stellato o di un tempio greco. Semplici apriori,
banali predisposizioni che mano a mano si complicano, consentono quindi
agli emisferi cerebrali e alla corteccia di operare in modo ottimale.
Queste competenze non esistono negli animali, e nel bambino piccolo
richiedono un periodo di sviluppo significativo per consolidarsi. Nel
percorso evolutivo, la maturazione delle capacità della corteccia ha
fatto sì che l'emisfero destro e quello sinistro acquisissero delle
specificità. L'emisfero sinistro è quello deputato al controllo delle
capacità linguistiche, nel quale prevale la logica sequenziale, il pensiero
analitico e le capacità di calcolo aritmetico, mentre l'emisfero destro
è competente nell'analisi degli insiemi, della musicalità e delle dimensioni
spazio-temporali. Tra i due emisferi c'è, dunque, una differenza di
ruoli abbastanza netta, cui corrispondono due diversi modi di giungere
alla comprensione della realtà: il sinistro sovrintende alla logica,
il destro procede per analogia. Nel funzionamento della mente umana,
quindi, un primo aspetto da sottolineare è che, pur essendo fondamentali
le capacità logiche e razionali, non vanno sottovalutate le capacità
analogiche a cui molto spesso facciamo ricorso. La conoscenza del funzionamento
dell'emisfero destro è molto più recente rispetto a quella relativa
a quello sinistro. Le capacità in esso racchiuse si sviluppano attraverso
gli anni e consentono di pervenire ad una rappresentazione analogica
delle situazioni. Eccoci giunti alle strategie messe in atto per dare
un significato cognitivo alle percezioni sensoriali.
L'ingannevole potenza del cervello
L'uomo è dotato di un cervello molto potente che viene costantemente
sollecitato da una mole di informazioni provenienti dall'esterno attraverso
i diversi sensi. Tuttavia, non viene utilizzato nella sua totalità e
solo un minima parte è già sufficiente per comprendere e ricostruire
la realtà. Il funzionamento del cervello ricorda alcuni giochi enigmistici,
nei quali attraverso pochi spunti si deve ricostruire un'intera frase.
Bastano pochi elementi per ricostruire una situazione o un messaggio
visivo, bastano poche battute per ricostruire un intero brano musicale,
poche suggestioni per ricostruire un ricordo lontano. Ciascuno di noi
ne ha esperienza diretta. Ma, le informazioni disponibili a volte indirizzano
verso il percorso corretto, a volte possono portare fuori pista. Le
percezioni uditive e i messaggi visivi possono risultare ambigui, le
stesse memorie possono ingannare, suggerendo cose diverse o inibendo
del tutto il ricomporsi dei ricordi. Si tratta di un problema non secondario
che numerosi esperti di scienze cognitive hanno studiato approfondendo
il campo dei cosiddetti bias cognitivi, ovvero delle strategie attraverso
le quali il nostro sistema nervoso, la nostra mente, effettua una serie
di passi logici per arrivare alla comprensione della realtà. Sin dall'
'800, il filone più antico della psicologia, quello della psicologia
della percezione, si è occupato dei possibili errori che l'interpretazione
delle percezioni ci può causare. Noi usiamo delle leggi di comodo, delle
scorciatoie, delle generalizzazioni, che ci servono, ad esempio, per
avere il criterio di profondità o il criterio di lontananza: vedere
una strada che converge ci serve per stabilire quanto è lontano un punto.
Lo stesso meccanismo, però, può generare un inganno percettivo: quando,
per esempio, osserviamo un quadrato inserito in una serie di cerchi,
questo ci sembra sprofondare; oppure, aggiungendo delle traverse a delle
righe parallele, queste ci sembrano divergere. La stessa cosa vale per
i giudizi. Alcuni giudizi intuitivi sono efficaci e, in modo abbastanza
semplice, consentono al cervello di non dover riconsiderare ogni cosa.
In altri casi ciò può portare a degli errori e ad euristiche sbagliate.
Gli scienziati cognitivi hanno insistito molto su alcuni di questi aspetti
producendo una serie di esempi, a volte anche decisamente banali, per
indicare che la razionalità è un dato o un dono naturale, e che quindi
noi siamo esseri razionali; ma è anche vero che per essere veramente
razionali, dobbiamo superare alcuni trabocchetti, che le nostre modalità
percettive pongono sulla via dell'interpretazione del dato percepito.
Ad esempio, un litro di acqua versato in un cilindro alto e stretto
viene percepito come una quantità maggiore, rispetto allo stesso litro
posto in un contenitore basso e largo. Perché, quindi, ci affidiamo
anche alle intuizioni o alle scorciatoie della mente, nonostante la
possibilità che ci conducano ad errare? La risposta è che, se per analizzare
ogni situazione dovessimo prendere in esame tutte le variabili coinvolte,
attraverso il nostro cervello o attraverso la nostra mente, rimarremmo
costantemente bloccati. Per risolvere anche le situazioni più semplici
dovremmo impegnarci a fondo, utilizzare tutte le risorse del nostro
sistema nervoso. Quindi, prendiamo delle scorciatoie, che in genere
funzionano. Su queste basi, i sostenitori della teoria forte della mente,
cioè quelli che riconoscono una forte similitudine tra il funzionamento
della mente e quello degli elaboratori elettronici, hanno pensato di
apprestare dei sistemi esperti che aiutino il nostro cervello a risolvere
alcune situazioni senza cadere in errore. L'ipotesi è che, fornendo
un sussidio, un sistema esperto, un computer, programmato per risolvere
alcune situazioni, sia possibile ridurre il margine di errore. Ciò è
valido se ipotizziamo come punto di partenza che la nostra strategia
cognitiva prevalente sia quella della logica e della razionalità: fatto,
questo, che in linea di massima è vero, ma non sempre.
Il framing nella logica
Nel campo della logica un concetto fondamentale è quello del cosiddetto
framing, dell'incorniciamento dei nostri processi di logica, analisi
e decisione. Framing è un termine inglese adottato per descrive questo
processo poiché to frame, "ingannare" o in qualche modo "portare fuori
pista", o frame, "cornice", hanno la stessa radice semantica. Questo
fenomeno può essere considerato da due punti di vista. In termini positivi
sottolinea lo sforzo di impostare correttamente un problema in modo
che l'interlocutore non sia tratto in inganno; in negativo, descrive
come confondere un interlocutore incorniciandogli i problemi in modo
tale da indirizzarlo verso la strada sbagliata. Di fondo va considerato
che l'uomo non è un analista puro. I percorsi logici che attraversano
la mente devono, nella maggior parte dei casi, condurre ad una decisione,
sia per cose banali che per cose più importanti. Dobbiamo, quindi, tenere
presente che nelle nostre decisioni ci avvaliamo sempre di elementi
che sono in un modo o nell'altro "incorniciati" da e in un contesto,
e che conseguentemente questa incorniciatura indirizza le nostre scelte.
Un altro aspetto che contribuisce a guidare i nostri processi mentali
sono i precedenti, ovvero la memoria. Questo passaggio può rappresentare
la cerniera di contatto con il terzo punto della nostra riflessione:
le conseguenze sui meccanismi di apprendimento.
La forza della tradizione
Le tradizioni, in effetti, giocano un ruolo importante e spesso sottovalutato
per noi come singoli così come per le organizzazioni. Ciò dovrebbe spingerci
ad interrogarci su come sfuggire a queste trappole che, come abbiamo
visto, non sono percettive, ma derivano dalla tendenza a risolvere i
problemi in maniera automatica, sulla base di esperienze e rappresentazioni
di comodo. Nell'individuazione dei comportamenti da adottare, anche
le esperienze pregresse e le memorie di situazioni simili orientano
le nostre scelte. Non sempre, però, il ricordo del singolo o dell'organizzazione
viene richiamato nel modo più corretto possibile. Spesso ricorriamo
a quelle che possiamo chiamare memorie di comodo. A livello individuale,
ad esempio, tendiamo ad essere benevoli con noi stessi, eliminando gran
parte delle memorie scomode e preservando quelle che ci fanno vedere
noi stessi in positivo. La stessa cosa avviene nelle organizzazioni,
dove in genere vengono consolidate, se non fabbricate, memorie positive
che descrivono le strategie adottate dall'organizzazione in precedenti
situazioni. Il rischio forte che si corre avvalendosi di questo meccanismo
è quello della stereotipia. La tendenza è quella di mantenere in essere
comportamenti già consolidati per il timore di sperimentare innovazioni.
"Noi abbiamo sempre fatto così, noi abbiamo sempre agito in questo modo
ed è sempre andata bene" questo è il commento che solitamente accompagna
questo approccio. Una ulteriore forma di scorciatoia è rappresentata
da quello che, soprattutto nel linguaggio americano, viene definito
"agire per copioni". Noi agiamo sempre più per copioni. Il gran successo
della televisione, degli sceneggiati, dei talk show risiede proprio
nell'offrire dei modelli. Questa è la forma moderna di quanto in passato
veniva fornito da altri agenti, altre istituzioni (l'eroe o i miti).
Oggi queste regole vengono date da copioni che spingono l'individuo
ad agire, a desiderare, a cercare interazioni di un particolare tipo
e che, a livello dell'organizzazione, sono utilizzati per fornire degli
esempi. A volte, soprattutto quando l'analogia è forte, questo approccio
può funzionare bene, in altri casi invece l'adozione di questi copioni
può avere degli aspetti negativi. Tutte queste strategie, il framing,
la memoria, l'agire per copioni, si basano sull'ipotesi, che non corrisponde
in pieno alla realtà secondo cui il nostro unico approccio alla risoluzione
dei problemi sia quello basato sulla logica. Un conto è affermare di
voler risolvere logicamente un problema e altro è averne realmente la
determinazione e le capacità. Accanto al cammino logico che deve essere
compiuto, va posta attenzione anche agli aspetti individuali, non sempre
legati alla cattiva volontà o incapacità di chi analizza il problema,
ma al fatto che gli stessi individui, inseriti nelle memorie, nel framing
e nei copioni, possano dare per scontati alcuni punti di partenza e
quindi difficilmente metterli in discussione. E' esperienza comune come,
a volte, una determinata situazione risulti più chiara ad un estraneo
di quanto non avvenga a chi è immerso in essa e da essa ne è in qualche
modo ingannato.
Il pensiero analogico
L'altro versante, quello opposto, è quasi un approccio filosofico. Gran
parte della filosofia della mente degli ultimi venti anni si è basata
sull'ipotesi che il cervello agisca come un computer, ovvero funzioni
per algoritmi, manipoli dei simboli e proceda seguendo una logica passo
passo, attraverso una serie di operazioni mentali in tutto simili a
quella di un computer. Per altri, invece, questo è un modo semplificato
di considerare la mente umana, che deve essere ancora provato. Secondo
questi ultimi, la maggior parte dei problemi che noi affrontiamo e risolviamo
non vengono elaborati attraverso una logica passo passo, ma attraverso
una logica di insiemi di tipo analogico. Il passaggio è, quindi, dalla
logica alla analogia. Questa strategia permette di vedere al di là di
ciò che è noto. Se noi utilizzassimo solo il livello sensoriale, fotografando
esattamente la realtà senza andare oltre, saremmo macchine perfette,
ma non adeguatamente attrezzate ad affrontare problemi nuovi. Disporremmo
di immense banche dati che bloccherebbero le nostre capacità elaborative,
in quanto i nostri meccanismi cerebrali si basano sulla ricostruzione
di un tutto a partire da un suo particolare e non dalla sua globalità.
Quale è, dunque, la struttura del pensiero analogico? Osservando lo
sviluppo del pensiero infantile è possibile cogliere come il processo
analogico giochi un ruolo molto importante. Uno dei limiti degli psicologi
dell'età evolutiva è quello di avere valutato essenzialmente la logica,
le strategie razionali, le strategie simili a quelle improntate alla
matematica. Lo stesso Piaget, che è stato un grande psicologo dell'età
evolutiva, descrive una mente infantile improntata alle strategie logiche
come se si fosse trovato davanti ad un piccolo computer, nonostante
all'epoca i computer non fossero ancora entrati a far parte della quotidianità.
In realtà, fin dai primi mesi di vita, il lattante utilizza delle strategie
mentali di tipo analogico. Per esempio, la generalizzazione: se un bambino
butta un oggetto dal seggiolone e la prima volta che questo avviene
l'oggetto è una pallina, il bambino vedendola rimbalzare, riterrà che
tutti gli oggetti buttati dal seggiolone rimbalzeranno. Per questo,
per verificare se la sua generalizzazione è corretta, butterà un bicchiere,
una penna e tanti altri oggetti la cui rottura terrorizzerà i genitori.
Per fortuna, dopo poco imparerà che non tutti gli oggetti rimbalzano.
Verso i diciotto mesi, grosso modo, compare il "problema dei manici".
Esistono alcune strutture che possono essere utilizzate per avvicinare
oggetti non direttamente raggiungibili. In via analogica, il bambino
può quindi iniziare a formarsi l'idea che il controllo della realtà
possa avvenire non solo in modo diretto, ma anche indiretto. Un piccolo
esperimento ci permette di esplorare un'altra modalità percettiva analogica,
quella delle mappature di relazione. Per esempio facciamo vedere ad
un bambino di tre anni un modellino della sua stanza in cui c'è un letto,
un cassettone, un armadio, tutto in scala ridotta, e nascondiamo un
oggetto in un cassetto. Se portiamo il bambino nella sua stanza reale
e gli chiediamo di cercare l'oggetto nascosto, immediatamente lo vedremo
dirigersi verso il cassetto. Il bambino ha quindi effettuato la mappatura
di relazione e ha compreso che esiste una analogia tra un modello in
scala ridotta e un oggetto a grandezza naturale, nesso che quasi nessun
primate non umano riesce ad effettuare, se non dopo un lunghissimo allenamento.
Le analogie alla base dello sviluppo
Ulteriore evoluzione del processo cognitivo è la mappatura proporzionale.
Semplificando, un bambino di quattro anni è in grado di capire che a
sta a b come c sta a d. Nel suo linguaggio, lo spicchio sta al limone
come la fetta sta alla torta e così via. E così procede rapidamente
fino ad arrivare ad analogie complesse. Da un punto di vista formale,
gli elementi importanti nell'analogia sono tre: la presenza di aspetti
simili a due situazioni, la possibilità di individuare dei parallelismi
tra ruoli diversi, e la presenza di un fine a cui applicare l'analogia.
In altre parole, quando vogliamo comprendere il funzionamento di un
processo, osserviamo le somiglianze con processi già noti e stabiliamo
una relazione con quelle funzioni o ruoli di cui vogliamo comprendere
il meccanismo. Una larga parte delle scoperte scientifiche si basa sull'utilizzo
di analogie e la storia dei rapporti tra scienza e analogia è una delle
più feconde. Dall'antichità ad oggi molte ipotesi su realtà ignote si
sono avvalse dell'uso dell'analogia. L'osservazione della propagazione
delle onde nell'acqua è stata la base per la comprensione del funzionamento
delle onde sonore. Allo stesso modo, Galilei ha elaborato la sua ipotesi
sulla leggi della gravitazione applicando un'analogia tra la terra ed
il funzionamento di una nave. Benjamin Franklin è arrivato a comprendere
i principi dell'elettricità facendo riferimento al fulmine. In tempi
più recenti, la scoperta della doppia elica del DNA si è ispirata a
fili di perle.
Le strategie possibili
E' possibile formalizzare il percorso analogico e applicarlo a situazioni
meno episodiche? La risposta è certamente positiva. In effetti, esistono
passi precisi nel procedere per analogia. Iniziamo selezionando la sorgente,
ovvero la realtà nota, cercando tra le realtà che noi conosciamo quella
che potrebbe meglio rappresentare l'origine, la fonte dell'analogia.
Successivamente bisogna cercare di costruire una mappa descrittiva della
situazione nota. Questa mappa viene poi scomposta nei suoi diversi elementi
costitutivi che vengono riportati, con un procedimento punto a punto
sulla realtà ignota, quindi sul bersaglio, generando delle inferenze
su questo aspetto. In questa fase bisogna considerare attentamente gli
aspetti unici e peculiari del bersaglio, in che cosa esso differisce
dalla sorgente e poi valutare e apprendere sulla base dei successi o
degli insuccessi la pertinenza dell'analogia. Il gran vantaggio delle
analogie è che consentono di trasferire conoscenze tra settori che non
hanno apparentemente nulla a che vedere tra di loro. In altre parole,
disporre di conoscenze più vaste non serve tanto per catalogare il mondo,
per sapere tutto, per ricordarsi tutto e così via, ma per generare inferenze,
cioè effettuare dei percorsi che ci consentano di analizzare e risolvere
dei problemi sulla base delle informazioni di cui disponiamo, traendole
da altre situazioni. Questo, alla fine, è il vero problema di una conoscenza
che evolve e procede così rapidamente - soprattutto in campo scientifico
e tecnologico - come avviene nella nostra epoca. E' impossibile apprendere
tutte le conoscenze disponibili, anche in un settore molto particolare.
Ciò che però è possibile, e va perseguito, è acquisire un metodo e abituarci
a trasferire conoscenze consolidate in alcuni ambiti in contesti apparentemente
lontani e differenti.
Organizzazioni e formazione
Questo approccio è abbastanza diffuso e praticato anche nelle organizzazioni.
Molte aziende non si limitano a cercare super esperti di alcuni settori
molto specifici, ma cercano piuttosto persone dotate di vaste conoscenze
e che abbiano la capacità di trasferirle da un settore all'altro. A
livello delle esigenze della formazione nelle organizzazioni, cosa potrebbero
voler dire queste riflessioni? Le organizzazioni si trovano a dover
predisporre una formazione specificamente finalizzata all'acquisizione
di particolari conoscenze o tecnologie coerenti con la mission dell'azienda
stessa. Probabilmente dare più spazio ai processi analogici permetterebbe
di portare all'interno dell'organizzazione nuove risorse, per esempio
le risorse emotive dell'individuo, persino i suoi hobbies o interessi
personali, che potrebbero fornire idee su nuovi processi o strategie.
Ognuno di noi è portato ad apprendere meglio quanto è più simile ai
nostri interessi e dare spazio a questo può costituire una potente leva
per facilitare ogni processo di apprendimento. Ciò rappresenta il cuore
dell'approccio analogico.
Tre
conclusioni
Per concludere, ritengo sia importante riassumere tre punti. In primo
luogo, noi risolviamo una serie di problemi in maniera pressoché automatica,
intuitiva e, in genere, li risolviamo anche abbastanza bene. Tuttoquesto
ci dà una grande fiducia nelle nostre capacità, ma rappresenta al tempo
stesso un punto di debolezza nelle situazioni nuove o complesse. In
secondo luogo, gran parte degli errori che commettiamo, a livello individuale
e collettivo, può essere attribuito a memorie di comodo, ovvero ricordi
deboli o falsificati. Infine, il modo di procedere per analogia è altrettanto
potente ed efficace di quello razionale. Nelle situazioni più semplici
siamo già abili ad utilizzare entrambe le strategie e sono convinto
che, esercitandoci, troveremo molti benefici anche in realtà più complesse.
Queste due strategie, infatti, rispecchiano il diverso tipo di logica
che noi abbiamo nei due emisferi: sequenziale e logica, per insiemi
ed analogica. Riuscire ad integrarle rappresenta la possibilità di sfruttare
al meglio le potenzialità globali del nostro cervello.
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