Worky.it
    Numero 5
 


L'arte di pensare: come apprende il cervello

Alberto Oliverio*

 
La potenza sorprendente del cervello umano indulge a trappole e scorciatoie capaci non solo di ingannare ma anche di facilitare i nostri processi di apprendimento e decisione.

In questa riflessione cercherò di delineare un percorso che, partendo dalle basi funzionali dei nostri sistemi percettivi, passando per le strategie messe in atto a livello cognitivo, ci porti a individuarne le ricadute nella pratica dei processi di apprendimento. Il punto di partenza è costituito dalle reali capacità del nostro cervello: cosa ci consente di fare il cervello? Quali sono i limiti? Quali le trappole o gli inganni in cui può cadere per colpa dei suoi stessi meccanismi di funzionamento? Il nostro sistema nervoso, con il potente motore fornito dal cervello che nella specie umana è il risultato di un lungo percorso evolutivo, ci assicura la risoluzione di molti problemi in maniera ottimale. Vi sono però situazioni in cui banali errori di percezione o problemi più complessi legati al ragionamento possono rendere meno efficaci le sue prestazioni.

Fisiologia del cervello umano.
Il substrato del funzionamento del nostro cervello è contenuto in due sezioni: la corteccia cerebrale e le vie di associazione tra aree simmetriche. Usando una similitudine presa dal linguaggio kantiano, potremmo quasi dire che la nostra mente è dotata di "apriori", ovvero di capacità che ci consentono di adeguarci al mondo. Tali capacità risiedono, per l'appunto, nella corteccia cerebrale e offrono la possibilità di rappresentare sia il nostro corpo che il mondo esterno. Il nostro corpo ha una rappresentazione a livello di corteccia cerebrale (chiamata "omuncolo") che rispecchia, sia dal punto di vista sensoriale che dal punto di vista motorio, l'importanza che le varie parti periferiche rivestono nella nostra specie. Questo vuol dire che ogni cellula sensoriale e ogni cellula motoria trova collocazione in specifiche aree della corteccia. Il fatto che siamo esseri umani e non, ad esempio, roditori ci porta ad usare molto più le mani dei denti. Ecco perché questa rappresentazione corticale disporrà di mani e faccia molto grandi, di un corpo relativamente piccolo e di piedi sproporzionati (forse retaggio delle capacità prensili dei nostri antenati pelosi). In altre parole, il cervello tiene conto delle nostre peculiarità. L'uomo è fatto per manipolare, per toccare, per parlare, per interagire con il mondo attraverso queste strutture, ed è logico che nella corteccia queste siano più rappresentate. In un roditore, invece, il corpo e le sue rappresentazioni sono legate alla necessità di interagire con il mondo attraverso il muso, in assenza di manualità e linguaggio. Gli aspetti senso-motori sono i problemi più banali che deve affrontare il nostro cervello. La complessità organizzativa della sua struttura è predisposta a consentirci di cogliere anche elementi più astratti come, ad esempio, il concetto di simmetria. Partendo dalla percezione dei vari punti che compongono un oggetto, grazie alla presenza di fibre associative che connettono ogni punto dell'emisfero sinistro con un punto dell'emisfero destro, noi siamo in grado di avere una idea della forma più o meno simmetrica dell'oggetto stesso. Su questa percezione possiamo costruire un concetto astratto di simmetria che applicheremo in situazioni successive, come per esempio per apprezzare intuitivamente l'armonia del cielo stellato o di un tempio greco. Semplici apriori, banali predisposizioni che mano a mano si complicano, consentono quindi agli emisferi cerebrali e alla corteccia di operare in modo ottimale. Queste competenze non esistono negli animali, e nel bambino piccolo richiedono un periodo di sviluppo significativo per consolidarsi. Nel percorso evolutivo, la maturazione delle capacità della corteccia ha fatto sì che l'emisfero destro e quello sinistro acquisissero delle specificità. L'emisfero sinistro è quello deputato al controllo delle capacità linguistiche, nel quale prevale la logica sequenziale, il pensiero analitico e le capacità di calcolo aritmetico, mentre l'emisfero destro è competente nell'analisi degli insiemi, della musicalità e delle dimensioni spazio-temporali. Tra i due emisferi c'è, dunque, una differenza di ruoli abbastanza netta, cui corrispondono due diversi modi di giungere alla comprensione della realtà: il sinistro sovrintende alla logica, il destro procede per analogia. Nel funzionamento della mente umana, quindi, un primo aspetto da sottolineare è che, pur essendo fondamentali le capacità logiche e razionali, non vanno sottovalutate le capacità analogiche a cui molto spesso facciamo ricorso. La conoscenza del funzionamento dell'emisfero destro è molto più recente rispetto a quella relativa a quello sinistro. Le capacità in esso racchiuse si sviluppano attraverso gli anni e consentono di pervenire ad una rappresentazione analogica delle situazioni. Eccoci giunti alle strategie messe in atto per dare un significato cognitivo alle percezioni sensoriali.

L'ingannevole potenza del cervello
L'uomo è dotato di un cervello molto potente che viene costantemente sollecitato da una mole di informazioni provenienti dall'esterno attraverso i diversi sensi. Tuttavia, non viene utilizzato nella sua totalità e solo un minima parte è già sufficiente per comprendere e ricostruire la realtà. Il funzionamento del cervello ricorda alcuni giochi enigmistici, nei quali attraverso pochi spunti si deve ricostruire un'intera frase. Bastano pochi elementi per ricostruire una situazione o un messaggio visivo, bastano poche battute per ricostruire un intero brano musicale, poche suggestioni per ricostruire un ricordo lontano. Ciascuno di noi ne ha esperienza diretta. Ma, le informazioni disponibili a volte indirizzano verso il percorso corretto, a volte possono portare fuori pista. Le percezioni uditive e i messaggi visivi possono risultare ambigui, le stesse memorie possono ingannare, suggerendo cose diverse o inibendo del tutto il ricomporsi dei ricordi. Si tratta di un problema non secondario che numerosi esperti di scienze cognitive hanno studiato approfondendo il campo dei cosiddetti bias cognitivi, ovvero delle strategie attraverso le quali il nostro sistema nervoso, la nostra mente, effettua una serie di passi logici per arrivare alla comprensione della realtà. Sin dall' '800, il filone più antico della psicologia, quello della psicologia della percezione, si è occupato dei possibili errori che l'interpretazione delle percezioni ci può causare. Noi usiamo delle leggi di comodo, delle scorciatoie, delle generalizzazioni, che ci servono, ad esempio, per avere il criterio di profondità o il criterio di lontananza: vedere una strada che converge ci serve per stabilire quanto è lontano un punto. Lo stesso meccanismo, però, può generare un inganno percettivo: quando, per esempio, osserviamo un quadrato inserito in una serie di cerchi, questo ci sembra sprofondare; oppure, aggiungendo delle traverse a delle righe parallele, queste ci sembrano divergere. La stessa cosa vale per i giudizi. Alcuni giudizi intuitivi sono efficaci e, in modo abbastanza semplice, consentono al cervello di non dover riconsiderare ogni cosa. In altri casi ciò può portare a degli errori e ad euristiche sbagliate. Gli scienziati cognitivi hanno insistito molto su alcuni di questi aspetti producendo una serie di esempi, a volte anche decisamente banali, per indicare che la razionalità è un dato o un dono naturale, e che quindi noi siamo esseri razionali; ma è anche vero che per essere veramente razionali, dobbiamo superare alcuni trabocchetti, che le nostre modalità percettive pongono sulla via dell'interpretazione del dato percepito. Ad esempio, un litro di acqua versato in un cilindro alto e stretto viene percepito come una quantità maggiore, rispetto allo stesso litro posto in un contenitore basso e largo. Perché, quindi, ci affidiamo anche alle intuizioni o alle scorciatoie della mente, nonostante la possibilità che ci conducano ad errare? La risposta è che, se per analizzare ogni situazione dovessimo prendere in esame tutte le variabili coinvolte, attraverso il nostro cervello o attraverso la nostra mente, rimarremmo costantemente bloccati. Per risolvere anche le situazioni più semplici dovremmo impegnarci a fondo, utilizzare tutte le risorse del nostro sistema nervoso. Quindi, prendiamo delle scorciatoie, che in genere funzionano. Su queste basi, i sostenitori della teoria forte della mente, cioè quelli che riconoscono una forte similitudine tra il funzionamento della mente e quello degli elaboratori elettronici, hanno pensato di apprestare dei sistemi esperti che aiutino il nostro cervello a risolvere alcune situazioni senza cadere in errore. L'ipotesi è che, fornendo un sussidio, un sistema esperto, un computer, programmato per risolvere alcune situazioni, sia possibile ridurre il margine di errore. Ciò è valido se ipotizziamo come punto di partenza che la nostra strategia cognitiva prevalente sia quella della logica e della razionalità: fatto, questo, che in linea di massima è vero, ma non sempre.

Il framing nella logica
Nel campo della logica un concetto fondamentale è quello del cosiddetto framing, dell'incorniciamento dei nostri processi di logica, analisi e decisione. Framing è un termine inglese adottato per descrive questo processo poiché to frame, "ingannare" o in qualche modo "portare fuori pista", o frame, "cornice", hanno la stessa radice semantica. Questo fenomeno può essere considerato da due punti di vista. In termini positivi sottolinea lo sforzo di impostare correttamente un problema in modo che l'interlocutore non sia tratto in inganno; in negativo, descrive come confondere un interlocutore incorniciandogli i problemi in modo tale da indirizzarlo verso la strada sbagliata. Di fondo va considerato che l'uomo non è un analista puro. I percorsi logici che attraversano la mente devono, nella maggior parte dei casi, condurre ad una decisione, sia per cose banali che per cose più importanti. Dobbiamo, quindi, tenere presente che nelle nostre decisioni ci avvaliamo sempre di elementi che sono in un modo o nell'altro "incorniciati" da e in un contesto, e che conseguentemente questa incorniciatura indirizza le nostre scelte. Un altro aspetto che contribuisce a guidare i nostri processi mentali sono i precedenti, ovvero la memoria. Questo passaggio può rappresentare la cerniera di contatto con il terzo punto della nostra riflessione: le conseguenze sui meccanismi di apprendimento.

La forza della tradizione
Le tradizioni, in effetti, giocano un ruolo importante e spesso sottovalutato per noi come singoli così come per le organizzazioni. Ciò dovrebbe spingerci ad interrogarci su come sfuggire a queste trappole che, come abbiamo visto, non sono percettive, ma derivano dalla tendenza a risolvere i problemi in maniera automatica, sulla base di esperienze e rappresentazioni di comodo. Nell'individuazione dei comportamenti da adottare, anche le esperienze pregresse e le memorie di situazioni simili orientano le nostre scelte. Non sempre, però, il ricordo del singolo o dell'organizzazione viene richiamato nel modo più corretto possibile. Spesso ricorriamo a quelle che possiamo chiamare memorie di comodo. A livello individuale, ad esempio, tendiamo ad essere benevoli con noi stessi, eliminando gran parte delle memorie scomode e preservando quelle che ci fanno vedere noi stessi in positivo. La stessa cosa avviene nelle organizzazioni, dove in genere vengono consolidate, se non fabbricate, memorie positive che descrivono le strategie adottate dall'organizzazione in precedenti situazioni. Il rischio forte che si corre avvalendosi di questo meccanismo è quello della stereotipia. La tendenza è quella di mantenere in essere comportamenti già consolidati per il timore di sperimentare innovazioni. "Noi abbiamo sempre fatto così, noi abbiamo sempre agito in questo modo ed è sempre andata bene" questo è il commento che solitamente accompagna questo approccio. Una ulteriore forma di scorciatoia è rappresentata da quello che, soprattutto nel linguaggio americano, viene definito "agire per copioni". Noi agiamo sempre più per copioni. Il gran successo della televisione, degli sceneggiati, dei talk show risiede proprio nell'offrire dei modelli. Questa è la forma moderna di quanto in passato veniva fornito da altri agenti, altre istituzioni (l'eroe o i miti). Oggi queste regole vengono date da copioni che spingono l'individuo ad agire, a desiderare, a cercare interazioni di un particolare tipo e che, a livello dell'organizzazione, sono utilizzati per fornire degli esempi. A volte, soprattutto quando l'analogia è forte, questo approccio può funzionare bene, in altri casi invece l'adozione di questi copioni può avere degli aspetti negativi. Tutte queste strategie, il framing, la memoria, l'agire per copioni, si basano sull'ipotesi, che non corrisponde in pieno alla realtà secondo cui il nostro unico approccio alla risoluzione dei problemi sia quello basato sulla logica. Un conto è affermare di voler risolvere logicamente un problema e altro è averne realmente la determinazione e le capacità. Accanto al cammino logico che deve essere compiuto, va posta attenzione anche agli aspetti individuali, non sempre legati alla cattiva volontà o incapacità di chi analizza il problema, ma al fatto che gli stessi individui, inseriti nelle memorie, nel framing e nei copioni, possano dare per scontati alcuni punti di partenza e quindi difficilmente metterli in discussione. E' esperienza comune come, a volte, una determinata situazione risulti più chiara ad un estraneo di quanto non avvenga a chi è immerso in essa e da essa ne è in qualche modo ingannato.

Il pensiero analogico
L'altro versante, quello opposto, è quasi un approccio filosofico. Gran parte della filosofia della mente degli ultimi venti anni si è basata sull'ipotesi che il cervello agisca come un computer, ovvero funzioni per algoritmi, manipoli dei simboli e proceda seguendo una logica passo passo, attraverso una serie di operazioni mentali in tutto simili a quella di un computer. Per altri, invece, questo è un modo semplificato di considerare la mente umana, che deve essere ancora provato. Secondo questi ultimi, la maggior parte dei problemi che noi affrontiamo e risolviamo non vengono elaborati attraverso una logica passo passo, ma attraverso una logica di insiemi di tipo analogico. Il passaggio è, quindi, dalla logica alla analogia. Questa strategia permette di vedere al di là di ciò che è noto. Se noi utilizzassimo solo il livello sensoriale, fotografando esattamente la realtà senza andare oltre, saremmo macchine perfette, ma non adeguatamente attrezzate ad affrontare problemi nuovi. Disporremmo di immense banche dati che bloccherebbero le nostre capacità elaborative, in quanto i nostri meccanismi cerebrali si basano sulla ricostruzione di un tutto a partire da un suo particolare e non dalla sua globalità. Quale è, dunque, la struttura del pensiero analogico? Osservando lo sviluppo del pensiero infantile è possibile cogliere come il processo analogico giochi un ruolo molto importante. Uno dei limiti degli psicologi dell'età evolutiva è quello di avere valutato essenzialmente la logica, le strategie razionali, le strategie simili a quelle improntate alla matematica. Lo stesso Piaget, che è stato un grande psicologo dell'età evolutiva, descrive una mente infantile improntata alle strategie logiche come se si fosse trovato davanti ad un piccolo computer, nonostante all'epoca i computer non fossero ancora entrati a far parte della quotidianità. In realtà, fin dai primi mesi di vita, il lattante utilizza delle strategie mentali di tipo analogico. Per esempio, la generalizzazione: se un bambino butta un oggetto dal seggiolone e la prima volta che questo avviene l'oggetto è una pallina, il bambino vedendola rimbalzare, riterrà che tutti gli oggetti buttati dal seggiolone rimbalzeranno. Per questo, per verificare se la sua generalizzazione è corretta, butterà un bicchiere, una penna e tanti altri oggetti la cui rottura terrorizzerà i genitori. Per fortuna, dopo poco imparerà che non tutti gli oggetti rimbalzano. Verso i diciotto mesi, grosso modo, compare il "problema dei manici". Esistono alcune strutture che possono essere utilizzate per avvicinare oggetti non direttamente raggiungibili. In via analogica, il bambino può quindi iniziare a formarsi l'idea che il controllo della realtà possa avvenire non solo in modo diretto, ma anche indiretto. Un piccolo esperimento ci permette di esplorare un'altra modalità percettiva analogica, quella delle mappature di relazione. Per esempio facciamo vedere ad un bambino di tre anni un modellino della sua stanza in cui c'è un letto, un cassettone, un armadio, tutto in scala ridotta, e nascondiamo un oggetto in un cassetto. Se portiamo il bambino nella sua stanza reale e gli chiediamo di cercare l'oggetto nascosto, immediatamente lo vedremo dirigersi verso il cassetto. Il bambino ha quindi effettuato la mappatura di relazione e ha compreso che esiste una analogia tra un modello in scala ridotta e un oggetto a grandezza naturale, nesso che quasi nessun primate non umano riesce ad effettuare, se non dopo un lunghissimo allenamento.

Le analogie alla base dello sviluppo
Ulteriore evoluzione del processo cognitivo è la mappatura proporzionale. Semplificando, un bambino di quattro anni è in grado di capire che a sta a b come c sta a d. Nel suo linguaggio, lo spicchio sta al limone come la fetta sta alla torta e così via. E così procede rapidamente fino ad arrivare ad analogie complesse. Da un punto di vista formale, gli elementi importanti nell'analogia sono tre: la presenza di aspetti simili a due situazioni, la possibilità di individuare dei parallelismi tra ruoli diversi, e la presenza di un fine a cui applicare l'analogia. In altre parole, quando vogliamo comprendere il funzionamento di un processo, osserviamo le somiglianze con processi già noti e stabiliamo una relazione con quelle funzioni o ruoli di cui vogliamo comprendere il meccanismo. Una larga parte delle scoperte scientifiche si basa sull'utilizzo di analogie e la storia dei rapporti tra scienza e analogia è una delle più feconde. Dall'antichità ad oggi molte ipotesi su realtà ignote si sono avvalse dell'uso dell'analogia. L'osservazione della propagazione delle onde nell'acqua è stata la base per la comprensione del funzionamento delle onde sonore. Allo stesso modo, Galilei ha elaborato la sua ipotesi sulla leggi della gravitazione applicando un'analogia tra la terra ed il funzionamento di una nave. Benjamin Franklin è arrivato a comprendere i principi dell'elettricità facendo riferimento al fulmine. In tempi più recenti, la scoperta della doppia elica del DNA si è ispirata a fili di perle.

Le strategie possibili
E' possibile formalizzare il percorso analogico e applicarlo a situazioni meno episodiche? La risposta è certamente positiva. In effetti, esistono passi precisi nel procedere per analogia. Iniziamo selezionando la sorgente, ovvero la realtà nota, cercando tra le realtà che noi conosciamo quella che potrebbe meglio rappresentare l'origine, la fonte dell'analogia. Successivamente bisogna cercare di costruire una mappa descrittiva della situazione nota. Questa mappa viene poi scomposta nei suoi diversi elementi costitutivi che vengono riportati, con un procedimento punto a punto sulla realtà ignota, quindi sul bersaglio, generando delle inferenze su questo aspetto. In questa fase bisogna considerare attentamente gli aspetti unici e peculiari del bersaglio, in che cosa esso differisce dalla sorgente e poi valutare e apprendere sulla base dei successi o degli insuccessi la pertinenza dell'analogia. Il gran vantaggio delle analogie è che consentono di trasferire conoscenze tra settori che non hanno apparentemente nulla a che vedere tra di loro. In altre parole, disporre di conoscenze più vaste non serve tanto per catalogare il mondo, per sapere tutto, per ricordarsi tutto e così via, ma per generare inferenze, cioè effettuare dei percorsi che ci consentano di analizzare e risolvere dei problemi sulla base delle informazioni di cui disponiamo, traendole da altre situazioni. Questo, alla fine, è il vero problema di una conoscenza che evolve e procede così rapidamente - soprattutto in campo scientifico e tecnologico - come avviene nella nostra epoca. E' impossibile apprendere tutte le conoscenze disponibili, anche in un settore molto particolare. Ciò che però è possibile, e va perseguito, è acquisire un metodo e abituarci a trasferire conoscenze consolidate in alcuni ambiti in contesti apparentemente lontani e differenti.

Organizzazioni e formazione
Questo approccio è abbastanza diffuso e praticato anche nelle organizzazioni. Molte aziende non si limitano a cercare super esperti di alcuni settori molto specifici, ma cercano piuttosto persone dotate di vaste conoscenze e che abbiano la capacità di trasferirle da un settore all'altro. A livello delle esigenze della formazione nelle organizzazioni, cosa potrebbero voler dire queste riflessioni? Le organizzazioni si trovano a dover predisporre una formazione specificamente finalizzata all'acquisizione di particolari conoscenze o tecnologie coerenti con la mission dell'azienda stessa. Probabilmente dare più spazio ai processi analogici permetterebbe di portare all'interno dell'organizzazione nuove risorse, per esempio le risorse emotive dell'individuo, persino i suoi hobbies o interessi personali, che potrebbero fornire idee su nuovi processi o strategie. Ognuno di noi è portato ad apprendere meglio quanto è più simile ai nostri interessi e dare spazio a questo può costituire una potente leva per facilitare ogni processo di apprendimento. Ciò rappresenta il cuore dell'approccio analogico.

Tre conclusioni
Per concludere, ritengo sia importante riassumere tre punti. In primo luogo, noi risolviamo una serie di problemi in maniera pressoché automatica, intuitiva e, in genere, li risolviamo anche abbastanza bene. Tuttoquesto ci dà una grande fiducia nelle nostre capacità, ma rappresenta al tempo stesso un punto di debolezza nelle situazioni nuove o complesse. In secondo luogo, gran parte degli errori che commettiamo, a livello individuale e collettivo, può essere attribuito a memorie di comodo, ovvero ricordi deboli o falsificati. Infine, il modo di procedere per analogia è altrettanto potente ed efficace di quello razionale. Nelle situazioni più semplici siamo già abili ad utilizzare entrambe le strategie e sono convinto che, esercitandoci, troveremo molti benefici anche in realtà più complesse. Queste due strategie, infatti, rispecchiano il diverso tipo di logica che noi abbiamo nei due emisferi: sequenziale e logica, per insiemi ed analogica. Riuscire ad integrarle rappresenta la possibilità di sfruttare al meglio le potenzialità globali del nostro cervello.

*Alberto Oliverio è professore di Psicobiologia presso l'Università "La Sapienza" di Roma.

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